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Il sollievo di lavorare il primo maggio

1 Maggio 2007 7 commenti


Piano sta sorseggiando l’ultimo goccio di caffè.
In fondo alla sala, il computer già acceso sta chiamandola, peggio di una sirena omerica: il cursore lampeggia, intermittente, e pagine web stanno già caricandosi da un pezzo, l’una dopo l’altra. Ricominciare: sembra che queste lettere si materializzino iridescenti sul monitor. Incandescenti, anche.
Per questo motivo, lei fa di tutto per procrastinare il momento di alzarsi, raggiungere il computer, e ricominciare. Ricominciare il primo maggio, che follia!, ricominciare quando tutti vanno a spasso e sperimentano la noia di gite fuoriporta viste e traviste. Eppure una frenesia da primo giorno di scuola le solletica le dita, e l’agitazione fresca che l’assale è quasi motivo di vergogna.
Fino al giorno prima, lei piangeva. Vicino a un letto d’ospedale, piangeva. Mai si sarebbe immaginata una colazione con fette biscottate, comodamente a casa, con il computer acceso, la sua montagna di lavoro affianco al monitor, e la prospettiva di un’intera giornata su quelle carte, da sola. Sospira, lei, ed è tanto il suo sollievo da farle accelerare la masticazione: non vede l’ora di lavare tazza e piattino, ripiegare la tovaglietta e finalmente chiudere col mondo triste e spento di quella sala d’ospedale.
Fuori pericolo, le parole ancora risuonano nelle sue orecchie come il miglior canto celeste. Paradisiaco, oserebbe dire, se solo avesse il coraggio di pronunciare ad alta voce che la felicità è possibile, la felicità di lavorare in un giorno di festa è possibile; anzi, diventa più che probabile, dopo settimane in cui l’astinenza dalla vita era l’attesa di un responso.

Anathea

Photo: Elena Platonova