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Quando l’aspetti a cena

18 Aprile 2007 6 commenti


Ma poi un giorno avete scoperto una terra
dove non abitava nessuno e lì avete messo la tenda dell’amore.
Avete mangiato i vostri pensieri come una cacciagione.
Come sono belli i pensieri d’amore
sono colombe alte di cui si mangiano anche le piume.

(A. Merini, da Amleto di carta)

Attendere.
I minuti che si sciolgono e passano, imperterriti. Milioni di gesti inutili che mai compiresti, se solo fossi anche ora padrone del tuo tempo: invece, cominciare un’attività sembra inutile, perché dovresti interromperti subito. Ti auguri, davvero, d’interromperti il prima possibile per quel suono maledetto del campanello. E sarebbe anche inutile che suonasse, perché l’udito è proiettato alla porta, ai passi che affondano nella ghiaia e che portano a quella maledetta porta. Sai che in qualsiasi caso non aprirai subito, perché tradiresti tutta la tua agitazione. Molto meglio respirare a fondo, quando arriverà. Ma arriverà?
Altro sguardo all’orologio. Sarà il miliardesimo, e non è passato nemmeno un minuto dall’ultima volta. Decidi di slacciare il cinturino e chiudere quell’odioso ticchettio in un cassetto, che poi ti trovi a fissare con voluttà. Aprire e controllare oppure no?
No no no… Perdi te stesso, la capacità di appellarti alla ragione. E senti solo la paura che ti chiude la gola, se pensi all’ipotesi di restare solo tutta la sera. Che senso avrebbe questo tempo d’attesa? Sarebbe solo tempo perso, quando sarebbe stato più produttivo persino un bicchiere di whysky davanti a un reality show.
Giochi con l’accendino, ma non accendi un’altra sigaretta, ché saresti esagerato e la casa si riempirebbe di fumo. Canticchi una canzone distratta, forse memore di un vecchio spot pubblicitario. Sospiri e cerchi una speranza oltre la finestra chiusa, oltre la tenda, e ti maledici per aver già chiuso la persiana. Controlli la cena, ma la cena è sul fuoco e non puoi pretendere che sia già cotta. Se fosse cotta, significherebbe che… che forse non saresti più solo e allora, in tutta sincerità, senti che non t’importerebbe un fico secco di quella cena cotta o cruda.
Raddrizzi i barattoli del sale, caffé e zucchero, t’assicuri che tutto sia in perfetto ordine e senti che l’angoscia sale all’improvviso. Allora corri al cassetto, l’apri, ritrovi l’orologio e… un suono! Il campanello!
Sguardo allo specchio e già sei dietro alla porta. T’eri proposto di attendere qualche secondo prima di aprire, conti uno due tre, e già la porta si apre sul sorriso più dolce che corona tutto il senso dell’attesa. E sai che non è stato tempo perso, ma solo guadagnato.

Anathea
chi non ha mai provato emozioni simili????

Photo: Massimiliano Uccelletti

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Quando il gioco si fa duro…

11 Aprile 2007 6 commenti


C’è un’ansia sottile, tesa, ma quasi piacevole: ancora riesci a respirare. Ti guardi attorno, e tutto è già pronto: sul tavolo dove hai speso tante ore, i libri stanno impilati e pazienti, t’aspettano per l’ultima revisione che, sai già, non serve ad altro se non a tranquillizzarti. Qualche data da ripetere, un paio di discorsi che già conosci a memoria, ma vuoi sentir risuonare nella stanza, per cercare conferma. E se le parole non venissero? Se fossero quelle sbagliate? E se sbagliassi la data? O l’edizione?
Non basterebbe tutta notte per enumerare i dubbi possibili, gli incidenti di percorso, e tutte le imperfezioni che potrebbero farti fallire. Eppure hai qualcosa, in te, qualcosa che ti spinge a contare i minuti che restano, a voler intraprendere la sfida. Un esame importante, e importante è la materia che ti proponi… Il professore sa tanto più di te, sempre può schiacciarti, se solo lo desidera… Comunque, per quanto inverosimile, ti resta la voglia di cimentarti, di non lasciare nulla al caso. Se ti proponessero già un buon voto a libretto, sai che rifiuteresti: non solo per giustizia, come potresti ribattere, ma per soddisfazione, e questo è immensamente diverso. Sai che il rischio è alto, sempre lo sarà. E per il cuore che batte più forte, per l’adrenalina e i primi brividi, per la gola secca e la tensione che si scioglie, piano. Per la soddisfazione che ti pervaderà se andrà bene, per questo e per un elenco sterminato di ragioni, sai che vuoi giocare. Domani.

Anathea
domani l’esame…
E io voglio giocare…
(tornerò tardissimo, sperando che non mi rimandino addirittura al giorno successivo per questioni tempistiche…) Incrociate le dita se avete tempO! ;)

Photo: massimiliano Uccelletti

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Quando le foglie morte erano più vive della primavera

17 Marzo 2007 2 commenti


Quel che fa più male, nella lontananza, è aver dimenticato la via che percorrevamo insieme, per cercare funghi e radure per pic-nic autunnali. Io che non amavo la stagione delle foglie morte, e tu che stendevi sempre la tovaglia con un rituale quasi sacro: se gli angoli non si piegavano sotto la tovaglia, allora era un buon auspicio e avremmo trascorso un pomeriggio speciale. Altrimenti… Altrimenti, cosa? Eravamo tanto attenti a stendere con cura la tovaglia, che mai abbiamo sperimentato altre possibilità.

Pochi minuti, e poi le briciole dei panini al centro della tovaglia, pronte a pungere le nostre schiene sdraiate, dopo pranzo. A pungere il nostro abbraccio anche canne d’erba coriacee, forse per ricordarci che eravamo ospiti in un posto non nostro. Di passaggio, con i sorrisi ebeti e le palpebre socchiuse per il troppo sole: a niente valeva la mano a visiera per
placare la luce, ci voleva la coltre dei tuoi capelli sul mio viso, quei soffocanti fili d’oro che allontanavo di tanto in tanto con una mano, più per carezzarti il viso che per trovare aria.

E Dio!, quanto parlavamo in quei pomeriggi! Sfilavamo le cinture troppo strette, accomodavamo i maglioni sotto la nuca, le scarpe erano abbandonate chissà dove: pronti per cominciare, dunque, con i nostri parapiglia emotivi, con le interrogazioni senza risposta, e le speranze che gettavamo a bocconi nell’aria sopra di noi, consci che per la forza di gravità sarebbero ricadute dentro le nostre bocche illuse, da lì a poco. Intanto, la sensazione di non desiderare altro.
Questo non ti ho detto mai: che non desideravo altro. Bastava la tua testa troppo bionda sul mio braccio intorpidito, e la pronuncia strascicata per un semplice sorso di vino.

Ora, lo sento io, questo sorso di vino. Mi sono perso.
Non è la nostra radura, nemmeno la pianta, forse nemmeno è autunno. Bevo ancora il vino e provo a cercare un’apparizione che mi illuda. Niente, nessuna ubriacatura mi riporterà sulla strada di un tempo, quella dove tu mi guidavi a cercar foglie rosse e sospirar di te.

Anathea

Photo: Inge Kirsi

Quando ancora cercavo… [la tua mano]

6 Marzo 2007 4 commenti


La tua mano era un segreto, una complicità mia e tua.
Me la stringevi di nascosto, per la strada, appena gli altri voltavano la testa, quasi per mantenere un patto tacito tra me e te. La mia mano nella tua, un incontro con i tuoi calli e la mia morbidezza, e poi, sempre, schiacciavi l’occhio, sorridevi. Tutto il mondo fuori. Solo noi, e subito dovevo affrettarmi coi miei passettini per starti dietro e non fare brutta figura davanti alle tue falcate da uomo. Non era mai un peso, per me, perché sentivo la gioia di quella nostra mano nella mano, e subito ecco che sarei stata anche disposta a correre, pur di non deluderti o di non farti tardare.
E tu, ogni tanto, stringevi a intermittenza la mano, forte, quasi per farmi sussultare, o solo per attirare la mia attenzione davanti a un discorso “dei grandi” che non capivo, e forse tu preferivi non capire.

Quando ero stanca, ci fermavamo su una panchina. Davanti a noi, il mare. Gli altri, mia madre per prima, continuavano a discorrere, a volte fermandosi in piedi, o sedendosi vicino a noi, senza mai degnarci di particolare attenzione. Restavamo tu ed io, a giocare con le nostre dita, ad accostarle per poi ridere della differente dimensione. Ogni tanto mi facevi alzare una manica e poi sniffavi tutto il mio braccino esile, e la lanuggine della peluria bionda ti solleticava le narici. Ridevo, io, perché tu ridevi e subito mi dicevi che “c’era profumo di sole”. Mi ero inventata io, un pomeriggio in vacanza, quella buffa espressione: profumo di sole, il profumo splendido e vitale della pelle che si abbronza, cuoce, in un misto di creme, lieve sudore, salsedine. Da quel momento, per noi, era diventato un gioco abituale: dicevi che solo io avevo un profumo di sole tanto buono, perché ero piccola, e c’era anche profumo di castelli di sabbia, piste per le biglie, e salti di onde.

Mi stimavo a girare appesa alla tua mano, lo confesso ora, dopo anni. Forse m’inorgogliva pensare che un padre tanto bello – e ancora giovane – potesse preferire la mia compagnia a quella dei suoi amici e coetanei. Oppure era la protezione che mi dava quella tua grande mano, in grado di sollevarmi e di farmi fare le capriole, oppure di salvarmi, se solo ne avessi avuto bisogno. E la tua mano c’era. Grande, potente, pronta a fermarmi se volevo attraversare la strada con leggerezza. Potevo anche ballare, allora, ché tanto avrei avuto la tua mano a tenermi in piedi.

Forse è questo che mi manca.
Forse s’è rotta la poesia quella sera d’estate, quando stavo stretta alla tua mano e una vecchia t’ha additato come svergognato, a tenere un’amante tanto giovane. Potevamo fregarcene, papà.
Invece, non l’abbiamo fatto.
Siamo sgusciati nella nostra vicinanza appena abbozzata, senza contatti, con i visi paralleli a parlare all’aria, anziché a noi.

Anathea
resta ancora – però – il bacio della buonanotte.
E non ci trovo niente di puerile. Solo affetto.

Photo: Evgeniy Shaman

Quel Natale, quando ti intravidi…. [appunti da storia]

21 Gennaio 2007 5 commenti


L?altare maggiore era preparato per il Natale.
In chiesa, l?ostinato brusio d?auguri gratuiti si lasciava riconoscere da un labiale qualunque: ?auguri, caro, buon Natale. Ah, dillo a casa, mi raccomando?. Tutto era ormai svilito dal tempo e dalla consapevolezza: gli auguri poco sinceri, le tradizioni stanche e trascinate, i faticosi biglietti, i pacchetti, le mie gambe nella gonna elegante. Perché avevo scelto di agghindarmi tutta elegante, rinunciare al sonno, uscire al freddo e arrivare a farmi schiacciare su questa panca dalla pelliccia ingombrante di mia madre?
Accanto a me, mio padre stropicciava le mani per il freddo e commentava qualcosa di veloce sui lavori di restauro che non sono andati a buon fine. Mia madre, invece, mi osservava con quella punta di riservata curiosità che non osava porre domande. E io? Io non avevo voglia di parlare, mi limitavo ad annuire per lasciarmi attirare dai colori e dal vischio attorno al tabernacolo. Poi socchiudevo gli occhi, perché il vocio insistente e acuto attanagliava tutti i pensieri e rischiava di mandarmi in uno stato di confusione. La mente vagava, vagava e iniziavo ad estraniarmi da tutto, da tutti? Lontana, lontana? Sempre più lontana?
Poi arrivava la mano sulla mia, con il suo calore recente. Sobbalzai, e mi voltai di scatto: mio padre mi guardava con un?espressione inquieta e capii che la celebrazione stava cominciando e dovevo alzarmi.
Pochi minuti dopo, Norma, dietro di me, mi augurò un Buon Natale, e con lei il Magretto. Nel voltarmi, diedi uno sguardo ai bambini che erano in chiesa, al piccolo Alfredo tra tutti, Martina, Daniele, e poi c?era la panettiera, più in fondo Angelo, con un bel cappotto elegante e ancora più in fondo, c?eri tu.

Silenzio.
Silenzio.

La chiesa era diventata silenzio.
Poi tutto riprese. Senza domandare il permesso, le mie orecchie ripresero ad avvertire i rumori, le parole, i discorsi, gli auguri. Tu restavi in piedi, con le mani nelle tasche della giacca e l?espressione persa per la chiesa.
All?improvviso, mi saltò in testa l?impulso di agire, per non rischiare di stare lì, immobile e impotente, a subire l?idea di averti alle mie spalle. Nella mia mente, immaginavo di chiedere a mio papà di scostarsi un attimo, perché non mi sentivo molto bene, e me ne sarei andata. Sarei uscita dall?entrata principale, superando lo stupore di tutti i presenti, avrei suscitato lo scandalo, specie quando tu mi avresti seguito e nel freddo della piazzetta ci saremmo baciati. Avrei scelto il tuo peccato, di nuovo.
Allora, alzai gli occhi e vidi mia madre. Fu come se l?avessi vista per la prima volta: ostentava con determinatezza la sua pelliccia quasi nuova, e teneva il mento alto di chi sa di aver ragione. La mano guantata si allungava sulla sua borsetta scura, camuffandosi, e il bracciale d?oro delle nozze sbucava dalla manica, a voler sottolineare un lignaggio che mia madre aveva sempre sognato, e mai raggiunto. Cantava, mia madre, con le labbra rosse che sembravano impreziosite dalle poche rughe agli angoli della bocca: chiunque, guardandola, avrebbe pensato alla sua bellezza, non ai suoi difetti. Alta quanto me, sembrava però superarmi con quella sua grazia endemica, la stessa che avevo ereditato e poi abbandonato, con la mia scelta del trasferimento.
Cosa stavo diventando? Gettai uno sguardo alle mie spalle: eri ancora là, ma non ero certa che tu mi avessi vista. Avevi lo sguardo rabbuiato, ma solo per una cattiva illuminazione della chiesa, e le ombre s?appoggiavano sui tuoi zigomi alti e spigolosi, lasciando gli occhi in una nera riflessione.

Di nuovo pensai di raggiungerti. Di nuovo mi fermai.
Restai inchiodata alla panca, abbassai la borsetta e la riappesi al gancio, appena in tempo per l?inizio della messa natalizia. Non ascoltai le prime parole, ma lentamente l?atmosfera e i visi sorridenti, compiti, mi invitavano a seguire il loro esempio. Come potevo? Come potevo, se tu eri dietro di me, a poche file di distanza, e sapevo che ti saresti presto reso conto della mia presenza? Volevo, come sempre, osservare la tua reazione: forse ti saresti ritirato verso l?uscita, prima ancora della fine dell?omelia. Oppure saresti restato, fermo e immobile, fingendo di non vedermi, se non eri lì per me.
Faticosa.
Faticosa immobilità.
Restai immobile.
Il tuo respiro era nell?aria, nella stessa aria che stavo respirando io. Il mio avrebbe potuto esserti famigliare, o già l?avevi dimenticato? Non volevo, non dovevo pensarci, ma le mani sudate lasciavano sempre una traccia dietro di loro: Sentivo il terrore e il desiderio assieme di girarmi lentamente e farmi furtiva nei suoi pensieri. Spiarti, per dirlo in una parola sola. Niente a che fare con il Natale, con la messa, con la mezzanotte: tutto però aveva a che fare con te e questo mi annientava, di nuovo.

Passò mezz?ora, mezz?ora di ricordi rimestati, di tuoi sorrisi identici a quelli attuali; mezz?ora di dubbi, rimpianti, di sguardi attorno, di richieste di aiuto. Nessuno a soccorrermi, perché nessuno sapeva.
Anche se in mezzo a tanti, io e te eravamo due elementi qualunque che potrebbero scontrarsi, molecole eccitate in una soluzione sul fuoco.
Così fu. Uno sguardo, una molecola voltata verso l?altra, un attacco verso l?altro? Mi voltai per il segno della pace e, in fondo, tu stavi dando la mano al vecchio che ti stava davanti. Fu un attimo, niente di più: i tuoi occhi arrivarono dritti nei miei. Restammo lì.
Le molecole si stavano surriscaldando. Buon Natale, sussurrasti, da dove eri.
Annuii, ma non sillabai nulla.
Norma, senza parlare, smise di stringere la mia mano per il segno della pace, e appena mi voltai, sono certa che si voltò a capire verso chi fosse rivolto il mio sguardo.
Mi finsi nuovamente a mio agio, distante migliaia di chilometri dai pensieri che ci coinvolgevano. Chissà cosa pensavi?! Forse avevi notato la mia emozione, o ti eri lasciato distrarre dai cambiamenti che da un giorno all?altro trovavamo in noi.
Aspettai con le braccia conserte la fine della celebrazione e, per tutto il tempo, non avevo fatto che domandarmi come agire. Alla fine decisi di uscire fingendo di niente, fingendo di non averti visto, e mi strinsi al braccio di mio padre. Non era una ricerca di protezione; sfidavo la tua serietà, nei miei confronti, e sorridevo, beffarda.

Camminai nervosamente sui tacchi alti e ti sfiorai appena la giacca: il lieve contatto tra i tessuti ti fece sussultare e mi fermasti per una manica, gentilmente, quasi. Perché sorridevi?
?Auguri? Ti ho vista prima e?ti trovo bene, sai?? dicesti, rispondendo appieno alla mia franca sfida. Stringesti la mano a mio padre e augurasti anche a lui un Buon Natale.
?Grazie. Non pensavo di vederti qui? spiegai, un po? laconica.
?Non è un caso, non trovi??.
?Non dovevi partire?? domandai, quasi sibilante.
?Parto, infatti, tra paio d?ore?.
Confesso che, nel sentirti parlare di effettiva partenza, provai un vago senso di vittoria: dunque eri arrivato fino al paese per me? E per vedermi appena? Forse per augurarmi buon Natale e poi tornare indietro? Eppure ti guardavo, e mi domandavo cosa potessi sapere di te: potevi avere un nome falso, o essere sposato, o essere cascato da bambino e avere paura dei serpenti, adorare la carne e i gatti, essere ateo, sedurre tutte le donne sul tuo cammino. Potevo essere un numero. Finché restavamo in questa chiesa, presa a guardarti di sottecchi, non l?avrei mai saputo.

Ci salutammo con un?altra stretta di mano. Di nuovo salutasti mio padre.
?Chi è?? domandò mio padre, in piazzetta.
?Un uomo che conosco appena? risposi.
Era Natale. Fuori si gelava.

Anathea

Photo: Raymond Ellstad

Piccolo Carnevale [quando è quasi Natale]

10 Novembre 2006 11 commenti


(Tre giorni e non ti ho più visto.
Ancora quattro, e finalmente ti ritroverò).

Mio malgrado, tuo malgrado,
hai portato in questo mese spento di novembre pensieri di coriandoli e zucchero filato, coriandoli colorati che cadono su una montagna enorme di zucchero filato, vi affondano e poi tornano – come se agisse un rewind – a disperdersi nel cielo, per cadere di nuovo su di noi, sui nostri capelli che si imbrattano di colori assurdi, delle nostre mani che tremano di fibrillazione.

Persino nelle iridi si riflette questo Carnevale, con la festa che comincia quando svolto l’angolo e ti trovo – per caso, dici, ma sei già alla seconda sigaretta – ad aspettare qualcuno vicino al portone. Forse aspetti me? Non ti porrò questa domanda, non temere.

Semplicemente, mi specchierò nei sorrisi che ti legheranno a doppio filo a questo giorno di festa, tutta nostra, e vorrò comprare palloncini appariscenti, un enorme croccante, girare come a Carnevale, colorata di ogni possibilità, con l’energia frizzante del tuo essermi accanto e camminare con me su questo stesso marciapiede.

Mi apri la porta, sempre, e mi lasci entrare.
E’ un’occasione perché i nostri occhi si allaccino nell’eloquenza di un desiderio sottile, velato di gioco, e tu sai che ogni volta ti ringrazio per essere il mio Arlecchino in jeans e beige.

Anathea
volevo aspettare a scrivere… visto che avevo già scritto ieri sera… ma… ma…
Sapete che le dediche sono rare… Almeno quelle dirette (ma qui il dubbio viene: leggerà mai lui?)

Photo: Nejat Talas

Quando comincia l’autunno [quando la tristezza invade gli occhi]

11 Ottobre 2006 5 commenti


Ho bisogno che torni maggio, e la gemma che non muore ma non si decidere a nascere. Ho bisogno che torni maggio, dove tutti gli aborti della natura tornano alla terra e nessuno se ne accorge.

Ma ora è autunno. Quanti mesi, ancora, dovrò attendere?
Mesi di pioggia, avvallata in questa poltrona che racconta di sesso lontano nel tempo, quando non ho avuto alcun dubbio nello spalancare le porte della mia camera, la stessa dove sono cresciuta, sognando un amore pulito. Sognando i “per sempre”.

E autunno. Adesso, sì, autunno di nuovo.
Autunno, la stagione che tu preferivi già da bambino,quando sui banchi di scuola hai confessato – andando contro tutti – che preferivi vedere i colori delle foglie che rosseggiano. E ricordo che ti ho guardato, allora, con lo stesso stupore negli occhi che ho vestito la prima volta nudi, quando sei stato il primo uomo che ho spogliato nudo, il primo che ho sognato nelle mie notti incerte, il primo per cui ho scelto il peccato alla redenzione.

Ma ora è autunno. Le foglie rosseggiano, anche senza la tua meraviglia nel mostrarmi quanto cambiano colore le foglie, in montagna come in pianura. Le foglie rosseggiano ancora, e basta una scossa di vento per suggerirmi le parole che avresti usato tu, per descrivere questi giorni luminosi di luce gialla, quasi ostinata a convincermi che davvero è bella.

Comunque, continuo a sognare la primavera.
La stagione che, rinascendo con la sua plateale bellezza, porti via il ricordo distinto di quel mattino di grembiuli neri e lavagne. E porti via il ricordo del tuo corpo – nudo – sotto le mie mani.

Anathea
che non dimentica quando arriva l’autunno.. Non può… E ringrazia che non siano in molti a leggere nella mente! (:P)

Photo: Novic Arman Zhenikeyev

Quando sono nata [sono nata?]

18 Settembre 2006 6 commenti


Per tanti sono nata quando imperversava un temporale di fulmini e acqua a catinelle. Un mattino di ventuno anni e due giorni fa. Sono nata di tre chili, con i capelli già lunghi e una faccetta sorridente che proprio mi faceva più grande. Non può essere nata solo oggi, dicevano le infermiere a mia madre.

Ignoravano, allora, che ero nata solo per la prima volta, in quel modo incosciente a cui non ci si può tirare indietro. Nasci senza scelta tua, nasci perché qualcuno ha deciso per te.

La nascita, quella vera, è stata dopo.
Dopo anni. Tanti anni.

Forse è stata quando ne avevo diciotto e ho mandato affanculo i miei preconcetti sul mio futuro per abbracciare un sogno. Quel sogno era un cuore duro, abbastanza da umiliare i miei grandi occhi marroni e cacciarmi nella mischia del mondo, tra le donne abbandonate.
E la nascita è stata dopo. Dopo un anno terribile, una maturità che non ha affatto rispecchiato il mio lavoro di cinque anni febbrili, quando sono arrivata in Liguria con le chiavi di un appartamento che sarebbe stato mio per un mese intero. Mese da far fruttare, ripetevo, con quello che avevo speso!
Mese di amici che suonano alla porta e si fermano a pranzo, a cena, a dormire. Mese di scarpe abbandonate sul pavimento – le inquiline? solo donne… – e di fila davanti allo specchio per sistemare gli ultimi dettaglia. Mese di ballo a piedi scalzi sulla sabbia, e di sconosciuti che diventano conosciuti nell’arco di una sera, poi si accontentano del loro due di picche con un sorriso rassegnato.

Ho camminato sulla mia vita, in quel mese, su un muretto che poteva farmi scivolare cento metri di sotto. E non sono mai scivolata, se non una volta, quando mi sono trovata a ripensare a ciò che volevo e ho trovato un vuoto abissale. Poi è bastato guardarmi attorno: avevo le amiche di sempre, accanto a me, e una persona che sentivo di amare, così, di primo acchito. Ho guardato le mie mani, seccate dal sale e dal sole, il mio corpo asciutto per le prime settimane di frenesia con solo due ore di sonno a notte, e mi sono sentita bene.

Bene, dopo tanto tempo. Bene come non mai.
Bene e bella. Bene e me stessa, quando ho accettato l’invito a ballare sul tavolo o quando con S. siamo andati a girare sull’Aurelia con la capotte abbassata e tutto il vento della notte che mi pettinava i capelli e i sogni. Vento e le luci della costa, tutte addosso alla mia pelle. Vento e il sedile di pelle sotto di me, a suggerirmi che davvero era un’illusione quella notte, la voglia di scendere in un’area di sosta e fotografare la notte ligure, cosciente che avrei avuto solo un fotogramma mosso. Mosso ma vivo.

Me stessa…

A distanza di anni, posso guardarmi indietro con fierezza per quell’estate pazza e audace, per i rischi superati e per le conoscenze che, ancora oggi, restano. Ma qualcosa mi turba: troppi i momenti in cui sono nata, troppi gli istanti che sembravano irripetibili, ma in realtà erano solo indimenticabili.

Forse, sto ancora aspettando il momento per nascere.

Anathea

Photo: Ben Heys

ispirata dalla riflessione di <a href="http://lobosolitario.blog.tiscali.it/dz2827739/"LupoSolitario

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Quando noi eravamo le migliori

27 Aprile 2006 3 commenti


Golfino di cotone annodato alla borsa, libri dell’università in mano e un pullman in ritardo. Tanto in ritardo, da permettermi di passeggiare sul marciapiede, calciare un paio di mozziconi e distinguere un passo veloce tra gli altri, per due gambe lunghe e magre che non posso non ricordare.
Allungo una mano in un cenno di saluto e, al di là del semaforo, anche tu mi fai ‘ciao’. Sembra una magia potersi incontrare così, e i sorrisi si sprecano, non appena mi raggiungi. Quasi non riesco a parlare, ti abbraccio e ti guardo, bevendo tutti i cambiamenti che in quest’anno di lontananza ti hanno cambiata. Molto. Ti hanno cambiata moltissimo.
“Fabi, andiamo a bere qualcosa e mi racconti?” domando.

Tu annuisci e mi proponi un piccolo bar, raccolto e di vecchia gestione, dove non ti allontanano nemmeno se stazioni per qualche ora. E, finalmente, davanti a un caffé sento quanto è cambiata la tua vita, le persone che frequenti, il lavoro che hai cominciato, la tua sfera privata. Mi racconti del matrimonio con Claudio, della felicità che avete e delle mille sfide quotidiane: dalla bolletta per il gas alle liti sui rispettivi genitori.

Io ti ascolto, sorseggiando il mio succo di pompelmo, e cerco di cancellare dai miei occhi l’immagine della ragazza ridente che mi rubava le scarpe, in vacanza, per poi lamentarsi dei tacchi troppo alti o di una fibia luminosa.
“Ricordi, Glo, quando siamo andate in vacanza io e te?” domandi, poi.
“Come non ricordare? Due pazze furiose, sembravamo!” sorrido, e tu scorgi la malinconia dei pensieri.
“Eravamo le migliori… Quella sera poi… Cavoli, quanto mi sono divertita!”.
Ricordo bene anch’io. All’Hotel R. avevano organizzato una festa d’arrivederci per la partenza di metà dei clienti dell’albergo, per la fine dell’alta stagione. Io e Fabi ci eravamo vestite eleganti, con i vestiti in velo e una gran voglia di conquiste. Era bastato così poco, allora, per convincerci a improvvisarci cubiste sui tavoli dell’albergo! E quanto ridevamo, tra un cocktail e l’altro! Quanti commenti perfidi sulle donne in sala e i loro inestetismi!

Ora cosa siamo? Ti guardo, Fabi, e mi sembri un’altra. Ma sono passati solo due anni, Santoiddio! Aspetto che mi domandi degli altri, se sono rimasta in contatto e se mi hanno domandato di te. Domande retoriche, e inutili: tutti mi domandano che fine hai fatto, se il tuo matrimonio ci ha allontanate. E io, in tutta sincerità, non so che rispondere.

Nel frattempo, continuo a sorseggiare il mio succo di frutta e aspetto che mi domandi cosa è successo a me, in questi mesi. Forse inventerò qualcosa, o farcirò la realtà con ironia sardonica, per alleggerire il cuore di tutte le nostalgie di un passato troppo recente per non far male.

A.

Photo: Stephane Bourson

Lettera dal mio sonno, per quando tornerai

22 Dicembre 2005 5 commenti


Sarai stanco, tesoro…

E io già dormirò, quando appoggerai le scarpe vicino alla porta per non svegliarmi. Avrò i capelli sopra le orecchie perché non si raffreddino – anche oggi, amore, quanto freddo sulla strada hai trovato? -, mi troverai raggomitolata nell’angolo destro del letto, dopo tanti spostamenti tra le lenzuola, in cerca della posizione giusta.

Mi guarderai? Verrai a controllare che tutto questo sia vero?
Il solo pensiero mi fa scorrere un brivido in corpo. Fai come vuoi, rilassati davanti alla tivù e togli la cintura per metterti comodo. Prova a cancellare con una bella doccia le tracce di stanchezza di questa giornata per il mondo, dove giacche sconosciute hanno scontrato le tue mani, documenti hanno sovrapposto altre impronte digitali sulle tue.

Ritrova te stesso, fai con calma, perché io sarò nel -nostro- letto, accompagnata da un sonno in un altro mondo. E se sarà incubo, basterà chiamarti per trovarti al mio fianco: tu, ogni volta il mio salvatore da malefici draghi. Sorridi, dai!, io esagero, ma tu sei la mia custodia, così come io sono la tua.

Quando arriverai di qui, ho una richiesta. Svegliami.
Magari ti dispiacerà, ma non farti influenzare dalla mia apparenza tranquilla da addormentata: risali con le tue dita lungo le mie braccia, svegliami nel tuo abbraccio caldo, senza scostarti da me. E baciami, trova la mia bocca e svegliala dal sonno con la tua passione.
Solo questo ti chiedo, di svegliarmi.

Dopo, saremo semplice rappresentazione dei nostri desideri.
Amore, fai presto, ché non resisto…

Tua
A.


PS – lettera solo immaginaria, vista la situazione attuale… Ma sarebbe bellissimo che fosse così… Ecco, sono certa che comincerei ad amare la routine

Photo: Jean-Sebastien Monzani