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Fantasmi della memoria

20 Aprile 2007 9 commenti


Per tutti i giorni in cui mi sono imposta di non ricordare, per tutte le silenziose veglie senza riposo, nemmeno temporaneo, per tutte le volte che ho detto basta, per tutte le volte che tornavo indietro, cencio ingrigito, un tempo bianco, come le sorti di un fantasma ormai passato di moda, ché, si sa, è sempre uno scherzo di lenzuolo.

Fantasmi di profumo bianco
nonnulla spezzati all’alba
piegati su sedie e poltrone.
Niente da guardare, dicono.
E io ritraggo gli occhi
per non piangere
le loro tristi sorti

dimenticate.

Anathea

Photo: Elena Platonova

Carrugi di una memoria cittadina non così lontana

22 Gennaio 2007 3 commenti


La città vecchia che attende. Forte, vibrante di tradizione, con le sue lunghe appendici di storia che chiedono solo una visita, chiedono solo un estimatore. Chiede quello che noi non siamo, noi semplici avventori, capitati qui per caso, con un cappello per il sole e una macchina fotografica, pronta ad aprire il suo obbiettivo su parentesi d’arte sconosciute, fino ad oggi.

Forse è per questo fascino che ti stringo la mano e ti propongo di passare per un sentiero stretto, uno di quei carrugi che noi siamo abituati ad attraversare solo nel sonno – e non sono sogni, né incubi, ma difficoltà da passare con lo zaino dell’attenzione sulle spalle -.
Passiamo appena, io e te, e attorno ci sono solo le porticine di case invecchiate nella loro stessa ombra, addossate le une alle altre sul vicolo pulito, ma ammuffito. Qui, sembra che la modernità sia finita, non faccio che osservare i balconcini con le ringhiere mezze arrugginite, i gerani dove metà dei petali sono seccati, l’altra metà minaccia di marcire. Le tende sono tutte rigidamente tirate, come per sottolineare l’importanza di un’intimità a cui nessuno crederebbe, vedendo porte e finestre a un metro e mezzo di distanza.

Così, eppure è così… Mi racconti che nella tua infanzia vivevi in un posto simile, in un carrugio come tanti altri, e una volta provasti ad appenderti al filo de panni per arrivare dall’altra parte, a casa del tuo amico. Cadesti, ma erano solo quattro o cinque metri d’altezza, e tu eri appena qualcosa in meno di un saltimbanco. Ti guardo con estasi: la mia massima incoscienza era girare troppo velocemente lo sterzo della bicicletta, e tu, tu già allora attentavi la tua vita con l’ardire degli eroi, o degli avventati.

Stringo più forte la tua mano.
Sono fortunata ad essere qui con te, in questa dimensione atemporale in cui il mondo sembra aver fermato la sua maratona. Cosa siamo, noi? Dove siamo? A fior di labbra avverto il tuo sapore genuino, sano, e l’intero carrugio sembra risplendere di una luce antica, umettata dalla saliva di vecchi racconti di vecchi pescatori di vecchie vicende.

Poi alzo lo sguardo: un’antenna parabolica mi ricorda il giorno, il tempo.
Lontano, ma non troppo, un altoparlante annuncia uno sconto al grande magazzino.

Anathea
domani primo esame della sessione!!! (Letteratura inglese)

Photo: Massimiliano Uccelletti

Folle, folle d’amore per te [memoria piena]

25 Agosto 2006 3 commenti


Requisiti minimi per la lettura: APERTURA MENTALE
Processore: SOLO CUORE,
Memoria: RICORDI MIGLIORI AD ALTA VELOCITA’
Hardisk: 100.000 GB di spazio per potenziali emozioni
Garanzia: SODDISFATTI (non posso rimborsare nessuno)

Una follia bianca, stanotte.

Non bianca per i suoi contenuti – sarebbero rossi, altrimenti, e dipinti da entrambe le facciate, perché nessun altro colore possa emergere da un’altra angolazione -.

Follia bianca per il lenzuolo che è interposto tra me e te.
Bianco, per l’appunto, macchiato delle nostre ombre grige che si stanno sfidando in un corpo a corpo nuovo. Cercarti la bocca, stanotte, non avrebbe senso, c’è solo una voragine nuda che riesco appena a distinguere, grazie al rilievo del naso. Ma c’è, c’è la voragine della tua bocca. Provo a ridisegnarla, provo a sovrastarla con la mia: solo tessuto bianco risponde all’appello, inzaccherandosi di saliva inappagata.

Ci riprovo e, come una rivelazione, il tuo respiro passa oltre il cotone e mi sfrega il collo, mentre sento un pensiero invadente che scalpita, ben oltre la mia ragione.

Sì, il pensiero di lasciare che tu mi prenda così, un lenzuolo tra noi, le nostre mani che si trovano da due parti simmetriche della stoffa e provano a congiungersi, fermandosi a pochi millimetri per chiudersi in un intreccio. Quasi, sì, quasi ci riescono. Mentre lo penso avverto un morso improvviso da sotto il lenzuolo.

Dove siamo, ora?
Le tue gambe scalciano ogni ulteriore dubbio, mentre non siamo altro che una brama di cotone e umori, e la mia bocca non trova scampo, e i miei occhi non trovano i tuoi, ma solo un cuscino bianco su cui, al mattino, saprò di distinguere il segno di un morso.

Disperato, direbbe qualcuno.
Invece è solo folle, folle d’amore per te…

Anathea
sperimentiamo… Giornata migliore, sì, lo ammetto.

Photo: Jean-Sebastien Monzani
Riferimenti: Laura carissima, grazie per la tua sperimentazione!

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Parole a memoria [inter-ludes]

18 Novembre 2005 3 commenti


Era solo per ricordare
il primo verso di una poesia
Una scusa per chiedere scusa
un modo elegante per andarsene via
O soltanto per averti pensato
o aver pensato male
Per averti dimenticato
nei regali di Natale
E averti visto sanguinare le ossa
e maledire domani
E aver lasciato le tue rose bianche
a un matrimonio albanese
E per non darti un dispiacere
per non farmi notare
per guardarti dormire

Pensare a noi è un fotogramma fermo.
Non ho immagini in movimento, ma tante sequenze,
tutte spezzate dal mio battere di ciglia, dal tuo battere di ciglia.
Pensieri che iniziano discreti, stasera, per non violare la tua pace apparente – pace dei sensi non credo, direi una buona montatura -.
Coglievo a tratti i nostri movimenti distratti, mentre la luce del primo tramonto tagliava gli alberi, i vetri, e tagliava anche noi. Noi, Dr Jekyll di sole e Mr. Hyde nell?ombra appena accennata. Non era di notte, la voglia che avevo di te, era di giorno, sapeva di baci rubati sopra un tavolo, tra i deliri della nostra pausa. Pausa col mondo.
Le scene non si succedono, mentre ti penso.
Tutto resta fermo. Immobile. Per qualche istante, immersa nella seduzione dei tuoi occhi, mi sento bella.
Vorrei sostare, rivedere quei momenti, per non dimenticarli in quelle mattine dove persino la pioggia non potrebbe lavar via niente. Lo sai anche tu, sotto l?impermeabile della pelle, non si lava nulla.

Era solo per ricordare
un altro tipo di situazione
Come una piccola città di mare
e una stufa a carbone
Che non tirava se tirava vento
sul tuo cappotto rivoltato
Ma sotto i portici sentivi già l’estate
ed una birra d’un fiato
Poi d’improvviso tutti gli anni per terra
come i capelli dal barbiere
Come la vita che non risponde
e il tempo fa il suo dovere
Ed il barbiere con la chitarra
vuole sentirti suonare
E per non darti un dispiacere
per non farmi notare
per guardarti dormire

Mando in testa una canzone e la canticchio. Ricordo qualche pensiero frantumato, sullo schienale di quella sedia: testa reclinata e ricci al vento, piangevo rimmel e invocavo non so più chi. Tu mi dicevi che ero pazza, che dovevo smettere di fumare, ché mi sarei ammazzata di fumo e stronzate. Non eri poetico, quella sera.
O forse non l?hai mai detto, sono stata io a pensarlo, mentre non riuscivo a fermare tutte le parole, e il fumo, e le parole, e il fumo? Piangevo lacrime di fumo, o lacrime di rimmel. Non lo so più: il tempo si porta via le pose statiche delle nostre sere.
Quanto fa male versarsi da bere, per dimenticare.
E poi non dimentichi niente, niente di straordinario: non ci sono posizioni che passano invano, pose o sorrisi o distrazioni.
Appoggio il mio calice al tavolo e accarezzo il lato sbrecciato: ogni perfezione ha il suo angolo rotto, ma non importa.
Era solo per chiacchierare, era solo per chiacchierare che ho acceso lo schermo e ho iniziato a scrivere. Scriver-Ti.
Era solo per passare le ore, per un sonno che non viene, e non ho voglia di impegnarmi a convincerlo.

Era solo per chiacchierare
versare il vino spezzare il pane
Pagare pegno, ricominciare
parlare al cane
Era solo per ricordare
l’ultimo verso dell’Infinito
ed i tuoi occhi come lo stagno
e una carezza sul tuo vestito
che certamente non aveva senso
o aveva senso trovarci allora?
Se tutto quanto era già stato detto
o c’erano cose da dire ancora?
Ma non avevo tempo da perdere
e tu tempo da dare
E per non darti un dispiacere
per non farmi notare
per guardarti dormire

A.

Non è finita la storia del pazzo. Qui ci sono solo le parole di una piccola pazza che non riesce a prender sonno. Stasera meno del solito.
Riferimenti: Il testo di Francesco De Gregori

Messaggio alla Memoria – (pallida invettiva)

21 Dicembre 2004 5 commenti


Arrabattati pure, memoria, tanto i momenti continuerai a perderli con l’ostinata violenza del tempo. Prima svaniranno le interpretazioni che li rendevano unici, forti, irripetibili e, pertanto, merce rara da mettere sottochiave. Diventeranno insulsi frammenti di “quando” e “dove” che non saprai collegare, e sbiadiranno alla luce di ricordi nuovi. Anche se più banali, oscureranno i Prima. Lentamente, tutti i prima, anche quelli su cui avevi pianto lacrime amare, pensandoli incancellabili. Ed eccoli, invece, farsi piccoli e lacunosi, eterei nel semplicismo del ricordo.
Tu, memoria, tu guardali da impotente quale sei e pensa che ieri erano tuoi! Ieri, tu li avevi ripercorsi e ne avevi ancora tratto emozioni.
Adesso smetti di fingerti fiera di un oggi vuoto, freddo e troppo metodico per sembrare sentito. E soffri, una buona volta, che è colpa tua: hai cancellato uno sguardo d’amore, la stoffa dei suoi pantaloni, per ricordarti il prezzo dell’aringa al mercato di oggi.

Da "Gocce di memoria" di Giorgia

5 Gennaio 2004 Commenti chiusi


Sono gocce di memoria, queste lacrime nuove [] siamo uguali e fragili, siamo già così lontanida Gocce di Memoria di Giorgia

Siamo piccole gocce di pioggia, appoggiate ad un finestrino unto di smog, che nessuno riesce a levarsi di dosso, dalle spalle e dallanima. Come in un treno in corsa, corriamo lungo il vetro, ignare di quale percorso sarà nostro; ci scansiamo un poco al vento che viene dal libeccio, poi dal maestrale. E restiamo lì a guardarci, le une con le altre, le piccole con le più grandi. E quando cincontriamo, a volte sono ampi saluti formali: ciao, come stai? A casa? Poi via, al primo vento, con un frettoloso arrivederci, consci che non ci si rivedrà più. Almeno non per quel giorno, su quel finestrino. Si fugge veloci, investendosi gli uni con gli altri, scambiandoci particelle di H2O, ignari che quegli ioni Idrogeno o Ossigeno ci sono fondamentali per lindipendenza. Eccoci, piccoli e incompleti, lungo le strade del vetro, a sbirciare in tutti gli anfratti che ci si offrono. Così presi dal nostro cercare nelle vite altrui, sbattiamo improvvisamene contro una goccia diversa, che ci appare diversa. Sorridiamo allaltra goccia e ci scusiamo: non sappiamo che nello scontro unaltra parte delle nostre particelle sè andata a depositare su quella dellaltro. Piccola simbiosi si instaura tra noi, gocce presentatesi per uno strano scherzo del destino. E dopo quei pochi istanti che conviene mantenere nelle relazioni tra acqua, segue il nostro amplesso di gocce, fuse per loccasione in ununica grande goccia che non permette più divisioni. Il percorso non sembra più faticoso per due molecole di H2O così perfettamente unite dai legami chimici, rischiando di calpestare altre piccole gocce che non fanno in tempo a sottrarsi al nostro passaggio distruttivo. Spazio, gente, spazio!, sembriamo gridare nel nostro abbraccio damore; ma gli altri non sentono, e finiscono a rinunciare alla propria identità di goccia, solo per vivere allombra del nostro ricordo.
Poi, quando lebbrezza della velocità ci fa urlare di piacere, il finestrino improvvisamente finisce e lascia un piccolo appiglio prima del burrone, un davanzale sottilissimo che sospenda per qualche attimo il destino. E noi, smarrito il sorriso, guardiamo in alto le altre piccole gocce, ancora alla ricerca di ioni che le completino, o di molecole a cui legarsi. Le osserviamo muoversi liberamente, senza fretta, sul piano sdrucciolevole e ormai irraggiungibile che ci sovrasta. Non possiamo più risalire, ormai è tardi. Nellunica grande goccia ci lanciamo uno sguardo, consapevoli della frivolezza del desiderio di velocità che ci ha fatto smarrire la gioia della compostezza. Noi, restiamo insieme almeno adesso, consci che ci siamo sbagliati e ormai sta per sorgere il sole. Abbiamo lultima scelta da prendere: aspettare che i raggi ci secchino, oppure ascoltare il richiamo invitante del baratro.

Anathea
24 ott. 03
h. 19.31