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Fantasmi della memoria

20 Aprile 2007 9 commenti


Per tutti i giorni in cui mi sono imposta di non ricordare, per tutte le silenziose veglie senza riposo, nemmeno temporaneo, per tutte le volte che ho detto basta, per tutte le volte che tornavo indietro, cencio ingrigito, un tempo bianco, come le sorti di un fantasma ormai passato di moda, ché, si sa, è sempre uno scherzo di lenzuolo.

Fantasmi di profumo bianco
nonnulla spezzati all’alba
piegati su sedie e poltrone.
Niente da guardare, dicono.
E io ritraggo gli occhi
per non piangere
le loro tristi sorti

dimenticate.

Anathea

Photo: Elena Platonova

I giorni della monotonia…

24 Marzo 2007 2 commenti


Stavi giù distesa sopra il letto
e ti lasciavi andare come alla deriva
passavamo così attraverso impervie vie
i giorni della monotonia
tutti e due le labbra sulle tue
gli attimi vissuti intensamente
sono spenti
Stare insieme a te fu il delirio
di una storia della nostra estrema diversità
e mi innamorai ossessivamente
per distruggermi “..stringimi..”
mi sussuravi piano: “caro amore”

Insieme, noi, non per vizio, ma per confortarci, per una vacanza che davvero non prendeva il via. Mai vista prima un’estate tanto piovosa, al punto da inzuppare le strade di melma rossa, così diversa dalla nostra Italia, come diverse le grida di chi correva da una casa all’altra. Diverse, perché qui erano grida mute, di persone che conoscevano le bizzarrie dei monsoni, tanto da non farci più caso. E adattarsi.
Così, anch’io, mi sono adattata. Alla tua presenza casuale, un giorno, sotto il portico della mia palafitta, dove provavi a sottrarti al fiume di fango che già ti aveva dipinto le gambe di spruzzi argillosi.
“Sorry” avevi detto subito.
E io, che d’inglese non capivo altro, t’avevo lasciato parlare per lunghi periodi provi di senso. Ascoltavo la pronuncia impastata di paura, e quella punta d’imbarazzo per i capelli che crollavano sulla fronte e negli occhi, senza più forza. Anche tu, quel giorno, non avevi più forza, per la corsa a perdifiato che ti aveva salvato dal fiume di fango.
“Entra” t’avevo interrotto.
“Italiana?” il tuo stupore, energia improvvisa.
“Ciociara” avevo risposto.

Giorni di immensa meraviglia
e giorni di cattività
tra noi due poi scoppiò il diluvio

Lux eterna domine in excelsis deo

Abbiamo passato da allora quei giorni di cattività dentro la porta di questa palafitta spoglia, dove la civiltà non esiste e l’unico sollazzo sono stati i nostri corpi, spogliati e ora rivestiti, vissuti intensamente e scavati senza vergogna.
Mentre fuori imperversava un’estate invernale, e le piogge ininterrotte hanno ritmato i fremiti di passione e i brividi di freddo, e secchi diversi raccoglievano l’acqua piovana che crollava dal tetto, in tintinnii quasi assordanti, nel silenzio della notte.

Passavamo così attraverso impervie vie
i giorni della monotonia
tutti e due le labbra sulle tue
gli attimi vissuti intensamente
sono spenti

Poi, il sole ha tinto le nubi brune in fuoco acceso di un’alba spregiata. Da noi, spregiata: nessun motivo ci tratteneva ancora nell’estrema diversità che ci aveva innamorati. Non dividere la nostra strada, allora, avrebbe significato far convergere le due vite che abbiamo costruito con tanta fatica, su un unico percorso, innaturale. E spezzare tutto, felicità compresa.
Non abbiamo dovuto spiegare niente. La vacanza finita. Dell’oriente porterò con me solo le persiane chiuse e il vento che, comunque, penetra l’anima e l’innamora.

Anathea

Sto con me tra noi due ho scelto me

Photo: Pavel Krukov

Riferimenti: Il testo "I giorni della monotonia" di F. Battiato

Quando le foglie morte erano più vive della primavera

17 Marzo 2007 2 commenti


Quel che fa più male, nella lontananza, è aver dimenticato la via che percorrevamo insieme, per cercare funghi e radure per pic-nic autunnali. Io che non amavo la stagione delle foglie morte, e tu che stendevi sempre la tovaglia con un rituale quasi sacro: se gli angoli non si piegavano sotto la tovaglia, allora era un buon auspicio e avremmo trascorso un pomeriggio speciale. Altrimenti… Altrimenti, cosa? Eravamo tanto attenti a stendere con cura la tovaglia, che mai abbiamo sperimentato altre possibilità.

Pochi minuti, e poi le briciole dei panini al centro della tovaglia, pronte a pungere le nostre schiene sdraiate, dopo pranzo. A pungere il nostro abbraccio anche canne d’erba coriacee, forse per ricordarci che eravamo ospiti in un posto non nostro. Di passaggio, con i sorrisi ebeti e le palpebre socchiuse per il troppo sole: a niente valeva la mano a visiera per
placare la luce, ci voleva la coltre dei tuoi capelli sul mio viso, quei soffocanti fili d’oro che allontanavo di tanto in tanto con una mano, più per carezzarti il viso che per trovare aria.

E Dio!, quanto parlavamo in quei pomeriggi! Sfilavamo le cinture troppo strette, accomodavamo i maglioni sotto la nuca, le scarpe erano abbandonate chissà dove: pronti per cominciare, dunque, con i nostri parapiglia emotivi, con le interrogazioni senza risposta, e le speranze che gettavamo a bocconi nell’aria sopra di noi, consci che per la forza di gravità sarebbero ricadute dentro le nostre bocche illuse, da lì a poco. Intanto, la sensazione di non desiderare altro.
Questo non ti ho detto mai: che non desideravo altro. Bastava la tua testa troppo bionda sul mio braccio intorpidito, e la pronuncia strascicata per un semplice sorso di vino.

Ora, lo sento io, questo sorso di vino. Mi sono perso.
Non è la nostra radura, nemmeno la pianta, forse nemmeno è autunno. Bevo ancora il vino e provo a cercare un’apparizione che mi illuda. Niente, nessuna ubriacatura mi riporterà sulla strada di un tempo, quella dove tu mi guidavi a cercar foglie rosse e sospirar di te.

Anathea

Photo: Inge Kirsi

Nell’ombra della tua sera [hola chico...]

30 Ottobre 2006 4 commenti


Abbiamo danzato l’intera notte, e tutti i ponti del romanticismo sono passati davanti alla mia vista: per ore abbiamo passeggiato lungo la Senna, e le luci gialle dei lampioni riflettevano nell’acqua nerastra il loro miele.

A Londra poi ci siamo stretti forte, come se potessimo cambiare il finale di tanti “Via col vento”, con la promessa che il nostro domani è questo, ed è già arrivato… Bastava aprire le braccia alla svolta ed eccoci, le nostre guance arrossate dai sorrisi frequenti, troppo frequenti, per non essere quasi imbarazzanti…

E poi il Ponte Vecchio, la magia delle botteghe chiuse e di uno spazio che sembra passare solo per noi, di un ponte che assiste solo al nostro passaggio notturno, delle tue mani che si appoggiano sul legno che chiude le vetrine e mi domandi di scattarti una foto. Così, ben sapendo che verrà mossa per la poca luce, ma ci basta, sarà bello ritrovare movimento in questa notte di passaggio.

Passaggio e passeggio, appoggiata così al tuo braccio, con la mano sinistra che trova il calore del tuo torace e già è calda, mentre l’altra oscilla lungo il fianco destro, raffreddata dal vento della notte.

Sento la felicità di queste luci seriche, dei flash che non scattano e delle nostre risate… Quasi padroni del mondo, padroni di viaggiare ad occhi chiusi, a lume di queste due candele che ci hanno regalato i colori della cena e che adesso ci vedono abbracciati, in viaggio per l’intero mondo, stando fermi su un balcone di periferia.

Anathea

Photo: Anthony Schubert

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Sfumi nel sogno della lontananza [mi fai incazzare]

16 Marzo 2006 7 commenti


Mi fai morire e vivo senza un battito
Tu non avrai un nemico piu’ da sconfiggere
Mi fai morire e rido perche’ e’ inutile
Vita che cerchi adesso di distruggermi

Il cielo e’ qui sotto di noi
Deserto livido alle mani
Il cielo e’ giu’ nei pisciatoi
Ad ogni angolo ci soffoca

Il mare scocca un’onda, di tanto in tanto, per rompere il nostro silenzio. Intanto, pallidi strattoni di vento allontanano la barca a vela. Ci siamo noi, sotto questo azzurro che confonde l’orizzonte e ci fa perdere ogni confine di terra. Diamo entrambi le spalle alla costa che, dietro di noi, continua ad essere l’ancora di salvezza per la fuga.
Ritorno alla civiltà.
Ma adesso tu giochi con una cima e non mi guardi. Stai già abituandoti all’idea della mia assenza.
Io ti poggio la testa sulla spalla e chiudo gli occhi. Così, inclinata sui movimenti del mare, posso quasi convincermi di un naufragio, con il sole cocente e i nostri vestiti poveri, consunti dal mare.
Mi copro gli occhi con l’avambraccio e subito mi raggiunge un buon profumo di pelle al sole, una sorta di sudore allegro e sottile, sapore di estate.
Quando riaprirò gli occhi, tu non sarai con me.
Quando riaprirò gli occhi, non sognerò…

Mi fai piangere l’africa
Con la tua bianca cortesia

Il buio e’ qui negli occhi tuoi
Ma non e’ il diavolo che indossi
Il male e’ qui dentro di noi
Ed e’ un silenzio che ci strangola

Mi fai incazzare quando dici che sei l’unica
E mi cancelli un sogno a tempo debito

Tu sei la mia estate che mi striscia addosso. Sento dissolversi la cortesia che ti ha portato a non rifiutarmi questa gita in barca, promessa da tempo. Sì, sono certa che si sta squagliando ogni buon proposito di resistermi, perché il tuo respiro s’affretta mentre immagini il mio sonno. Sospiri, mentre la mia testa si adagia sotto la tua clavicola, chiamandoti a inspirare il profumo dei miei capelli.
Una carezza insicura si espande sui miei capelli,
un bacio leggerissimo sfiora la fronte.
Apro gli occhi. I tuoi, vicinissimi, sono uno spavento da rinnovare ogni giorno, se solo tu me lo permettessi.
Sbatto le ciglia. Sei ancora qui.
“Il problema è che sei ancora qui” sussurri “e io volevo cancellarti, perché sei l’unica che mi ha fatto pensare a vendere la barca e comprare casa, mettere radici”.
Porto un dito alle labbra. Silenzio.

Mi fai tremare l’ africa
Con la tua bocca sulla mia

Il cielo e’ qui ‘ sopra di noi
Deserto scivola alle mani
Il cielo e’ su con gli avvoltoi
Se ti giri diventa assassino

Un dolce canto l’anima
Sopravvivera’ al mio corpo
Piu’ di ogni tua bugia

Silenzio, ti prego. Silenzio tutti, solo il mare e i nostri respiri si mesciono in questa immensità che per me tornerà a svuotarsi tra poco, appena il tuo corpo si allontanerà da me.
Appena tu… Appena tu ti liberi di questo abbraccio…
Chiudo gli occhi. Non ti guardo entrare in me, non ti guardo mentre sei bello sotto il sudore dell’estate, non ti guardo mentre il mare si tinge d’arancio, perché ho negli occhi tutte le immagini e i colori che non eguaglieremmo mai. Stringo tra le palpebre l’ideale da cui non mi libererò mai, neanche quando ti saluterò con un cenno di mano o la gita finirà.
Però sento, sento con i sensi irretiti dalla tua vicinanza, eccitati dalla tua perfezione e dal presagio che presto tornerai a stringermi, perché non è mai una volta sola. Mai, con te.

No non ti lascio non ti liberi di me
No non ti lascio, ti ricorderai di me

Io vivro’ moriro’
Per chiunque anche per te
Io vivro’ tornero’
Non ti liberi, non ti liberi di me

Poi sento un paio di parole.
“Sei l’unica… resta”.
Fingo di non sentire, perché questa è una proposta di cui ti pentiresti troppo in fretta. Non basterebbe mai provare a regalarti i miei sogni ideali, quelli che porto in me dal nostro incontro, per riuscire a farti sorridere. Diventerei – io – quell’ancora gravosa che non vuoi mai gettare a mare, perché preferisci viaggiare e lasciarti spingere. Non diventerò, adesso, pretesto per una tua fermata, né ti aiuterò ad odiarmi, per rimuovere l’immagine di questi miei occhi neri.
Già ti saluto, invece, e già la mia mano, se stesa fino in cenno di saluto, riesce a coprire la tua intera figura di marinaio al largo.
Ci guardiamo rimpicciolire di onda in onda, mentre entrambi sospiriamo il sollievo di essere tornati alla nostra dimensione.
Resto sempre la donna di terra che, di tanto in tanto, ama un uomo di mare, pronto a sfumare nell’ideale lontananza di un sogno.

Siamo all’ultima scena divina
Sembra l’ultima scena e la prima

A.

Photo: Jonathan Charles
Riferimenti: "Mi fai incazzare" è di Gianna Nannini

Riassunto di luci intermittenti -*prima della partenza*-

6 Settembre 2004 Commenti chiusi


30 ago. ?04 h.21.47

Riassunto di luci intermittenti. Ci siamo arrivati, anche stavolta, con i bagagli accatastati e un mazzo di chiavi da riconsegnare. Grazie dell?affitto, complimenti!, grazie, per un mese ho anche fatto bella figura. Adesso appendo le chiavi al chioso e mi fermo a guardarle rilucere tra due sottili striature di ruggine e le mie impronte. È stato il prestito di un?indipendenza segnata, una prova di vita che ho superato. A pieni voti, a detto qualcuno. No, non è così? A piene mani, correggo in un sussurro: quello che c?è stato ? tutto ? non s?è lasciato scontrare, è stato attraversato, s?è fatto vivere con la rassegnazione di un mistero che prima o poi sarà svelato.

Riassunto. Riassunto di stanchezze afflosciate su un letto, quando il sonno ha avuto il sopravvento. Senza remore, senza pregiudizi: addormentati alla ricerca di un unico vero e proprio riposo.

Riassunto di fotogrammi sotto i riflettori azzurri, quando ballare diventava unica ragione o forse solo unico strappo di fuga dalla realtà.

Riassunto di saluti e stretti di mano, per ogni viso nuovo che sorrideva e prometteva proposte irripetibili.

Riassunto di baci e carezze a mezz?aria con il respiro affannato da un?interminabile attesa.

Riassunto di appuntamenti e uscite notturne, quando non esisteva ora e il divertimento era l?unico fusorario.

Riassunto di abbracci e parole fermate dal pianto che vorrebbe frangersi, ma che non trova spalla.

Riassunto di una partenza che sto preparando e che vorrei frenare, stanotte e per sempre.

Lettera della compagna al samurai (che a malapena sa di essere tornato) II parte

6 Luglio 2004 4 commenti


A te che mi hai scritto, amato K, non lascio che una lettera. L’ultima.
Non aspetto nessuna illusione da questa notte vacua, completamente priva di significato. Una come l’altra, e l’altra ancora… Tutto vuoto, adesso che tu hai tolto dalle tue spalle il kimono che mi guardavi ricamare, nelle notti più buie. Anche col freddo e i polpastrelli raggrinziti, anche con le palpebre lacrimanti, continuavo l’opera e tu sopportavi le mie ciglie addolorate, in nome del dono che volevo preparare e porgerti. Senza fretta, con l’estrema lentezza che mi imputi anche nella tua lettera.
Poi, tutto passa, come tu sei passato: non è stato un nanosecondo, sono stati anni, in cui ho annullato la speranza e sono rimasta sola a ricamare, in notti che non offrivano nemmeno la luce della luna. Tutto, oscurato dalla tua assenza, è stato per me tuono e nube su un sole morituro che non mi lasciava guardare in alto.
Tu, tu hai tolto il kimono, hai dimesso il nome che amavo pronunciare al tuo orecchio, prima di piangere per il tuo amore. E così, con un gesto che tu hai chiamato rinascita, hai lentamente sciolto quel filo che teneva le mie dita legate al kimono del tuo ritorno: nel leggere il fraintendimento, ho solo saputo abbandonare il nuovo ricamo e lasciar cadere l’ago. Ora, tutto si chiude su questo mondo che, come hai detto, ci vuole cancellare la nostra traccia orientale, pur di apparire parte di questa massa anonima. Spiacente, non posso… Le mie mani accarezzano la seta pesante, quella seta che solo noi sappiamo creare da bachi orientali, e improvvisamente sono convinte dell’irrepetibilità di quei ricami che adesso si troverebbero a disagio sulla tua pelle. Porti cicatrici ben più profonde di quelle che potrei carezzare col dito, come mi inviti: ognuna di loro è stato salasso per cancellare l’oriente e veleno per instillarti l’Occidente. E tu, ora, nudo senza il kimono, resterai il solo a tuffarti nell’anonimato a cui aspiri: io resterò nello squallido particolarismo della mia cultura: ancora vestita, non disposta a spogliarmi ai tuoi occhi, né alle tue mani.
Temo il cambiamento che tutti imputiamo al tempo e che io affibbio alla tua ricomparsa: t’ho amato, come mai nella mai vita, ma sono una donna orientale che non può ritirare la propria fierezza in nome di un sentimento transitorio. Tu sei transitorio, io lo sono, lo è la vita e la guerra che ti ha strappato a me e soprattutto alla tua realtà. Abbiamo solo il ricordo che ci lascia essere vittime del caso, secondo gli occidentali, o vittime dell’ira divina, per noi orientali.
Adesso alzati da solo e vestiti del kimono che riconosci, oppure resta ad attendere una nuova inclinazione dell’imprevedibile. Sarai sempre, nel chiuso della stanza, nudo come mi sembra di vederti, qui, ora…
Nel delirio dell’ultima lettera,
Chanka

Trovato per caso – *La bomba sotto il culo della nostra storia*

24 Maggio 2004 1 commento


Per caso ho trovato in un diario di qualche tempo fa un foglietto che riportava questi pensieri… Buona lettura

E? un periodo in cui mi perdo a fantasticare su storie passate e mi avvallo tra gli errori commessi. Niente di trascendentale, ma occasioni difficili, se non impossibili, da far tornare, come stare sdraiati su un prato e non dirsi niente. Ho avuto a lungo paura del silenzio, paura che venisse frainteso e interpretato come mancanza di cose da dire, come incapacità di tirare avanti un discorso. E così ho sempre parlato troppo, senza pensare, per mostrare al lui del momento chi ero , come se ci fosse una bomba a orologeria sotto il culo della nostra storia e non la smettesse mai di ticchettare. E io dovessi sempre sbrigarmi, mostrarmi a mio agio e mai ?con-dividere? nel vero senso del termine. E poi BooooM, la bomba scoppia, manca il tempo per parlare di nuovo e resta solo il grande vuoto di chi era abituato a dire troppo e non ha più il suo interlocutore. Ho perso tutto questo, l?ho perso in un tempo in cui me ne stavo impegnata a fare la star per me stessa, a nascondere le insicurezze e le paure dietro un velo di sicurezza. Mi ripetevo che almeno avrebbero ricordato qualcosa di me. In realtà, sono convinta che di me ricordino forse qualche bacio e soprattutto un gran chiasso.