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A cup of coffee, please! – Un caffé, per favore!

17 Aprile 2007 4 commenti


Una tazza di caffé lungo, di quelli che ti permettono di scaldarti le dita. E lei davvero ne ha bisogno, con le spalle appoggiate al legno della sedia e le mani intirizzite, per la prima neve su Manhattan. Un caffé per pensare, un caffé da rimestare piano con il cucchiaino e intanto contare le poche piccole bolle d’aria che si infrangono, nella centrifuga. Un caffé per abbandonarsi a ricordi malinconici di altri caffé, un caffé per portare via tutto il sonno con l’amarezza di un gusto annacquato, ma gustoso.

Un espresso, per favore! E lui è già al bancone, sta scegliendo sul palmo della mano i giusti centesimi per pagare il suo caffé. Si guarda attorno e, nervoso, spia i movimenti sempre troppo lenti del barista, ne studia la fisicità massiccia con un interesse solo apparente. Controlla l’ora: diavolo, l’appuntamento è già qui! Allunga di fretta i soldi al barista, e finalmente si concede qualche secondo per sé. Aggiunge un po’ di zucchero all’espresso, usa il cucchiaino con una violenza decisa, frutto di anni e anni d’esperienza, soffia un paio di volte sconvolgendo la superficie del liquido scuro e poi ne saggia un goccio. Bollente, quasi fastidioso, però non ha tempo da perdere, e poi quel gusto amaro d’espresso gli resterà più a lungo sul palato, se bevuto quasi incandescente. Lo ricorderà, davvero. Di nuovo allunga gli occhi sull’orologio: è tardi. Abbassa la tazzina e ritorna nel fragore della metropoli, dimentico del piacere appena concesso.

Anathea
idea liberamente tratta da un’osservazione di Umberto Eco, in “Dire quasi la stessa cosa”, dal momento che da una simile richiesta possono in realtà pervenire risultati diversi.

Photo: Nikola Borissov