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A cup of coffee, please! – Un caffé, per favore!

17 Aprile 2007 4 commenti


Una tazza di caffé lungo, di quelli che ti permettono di scaldarti le dita. E lei davvero ne ha bisogno, con le spalle appoggiate al legno della sedia e le mani intirizzite, per la prima neve su Manhattan. Un caffé per pensare, un caffé da rimestare piano con il cucchiaino e intanto contare le poche piccole bolle d’aria che si infrangono, nella centrifuga. Un caffé per abbandonarsi a ricordi malinconici di altri caffé, un caffé per portare via tutto il sonno con l’amarezza di un gusto annacquato, ma gustoso.

Un espresso, per favore! E lui è già al bancone, sta scegliendo sul palmo della mano i giusti centesimi per pagare il suo caffé. Si guarda attorno e, nervoso, spia i movimenti sempre troppo lenti del barista, ne studia la fisicità massiccia con un interesse solo apparente. Controlla l’ora: diavolo, l’appuntamento è già qui! Allunga di fretta i soldi al barista, e finalmente si concede qualche secondo per sé. Aggiunge un po’ di zucchero all’espresso, usa il cucchiaino con una violenza decisa, frutto di anni e anni d’esperienza, soffia un paio di volte sconvolgendo la superficie del liquido scuro e poi ne saggia un goccio. Bollente, quasi fastidioso, però non ha tempo da perdere, e poi quel gusto amaro d’espresso gli resterà più a lungo sul palato, se bevuto quasi incandescente. Lo ricorderà, davvero. Di nuovo allunga gli occhi sull’orologio: è tardi. Abbassa la tazzina e ritorna nel fragore della metropoli, dimentico del piacere appena concesso.

Anathea
idea liberamente tratta da un’osservazione di Umberto Eco, in “Dire quasi la stessa cosa”, dal momento che da una simile richiesta possono in realtà pervenire risultati diversi.

Photo: Nikola Borissov

– Il vecchio all’angolo del caffè –

29 Dicembre 2004 3 commenti


La gente non si preoccupa subito, si sa. Quando mi sono seduto al tavolino e ho prenotato un caffè d?orzo, infatti, nessuno s?è preoccupato. Le prime ombre negli occhi e l?irrequietezza sono arrivate dopo le sei di sera, ai sintomi d?imbrunire: una donna formosa e tarchiata s?è avvicinata con una praticità d?uso che conoscevo nel periodo della guerra. Probabilmente è da allora che se la porta dietro, assieme a quel sedere sovrabbondante e a un paio di belle guance rosse.
- Tra un po? chiudiamo, lo sa? ? mi domanda, con quell?aria di dare per scontato tutto.

Annuisco, perché alla mia età posso fare qualsiasi cosa e mi è permesso sguazzare nei primi sintomi di alzheimer per fingermi svampito quanto voglio. Così, fisso insistentemente la donnona e do una scrollata di spalle, come se non me ne importasse.
Lei risponde al mio sguardo e stropiccia le mani nel grembiule macchiato di sugo. Interpella il marito che la aspetta sulla porta e poi torna a parlarmi, con una voce più ferma di prima.
- Senta, non viene nessuno a prenderla? ? ripete.
- No.

È la prima parola che scelgo per la conversazione e sono convinto di aver fatto una grande trovata, perché ho voglia di rompere le convenzioni, ancora una volta, nonostante l?artrosi che ostacola tutti i movimenti, persino quelli cerebrali. Insomma, da un ?no? tanto sicuro nessuno oserebbe aspettarsi l?indecisione di un uomo abbandonato. In tutta risposta, la donna torna sui suoi passi e ferma il dialogo: peccato!, mi sarebbe piaciuto domandarle se anche lei ha fatto in tempo a vedere la guerra e s?è fermata come me al paese, quando tutti scappavano. Mi sa che devo agire io, stavolta, prendere l?iniziativa e fermarla sulla soglia. Vorrei farlo, ma le mie ossa stanche sembrano incastonate alla perfezione nella poltroncina di vimini e, oh signur!, non ce la farei proprio ad alzarmi di colpo adesso. Non come quando c?erano le granate che piombavano sulla strada! Allora scattavo meglio di una lepre, io!

Passano le sette. Il campanile davanti a me riprende col suo scampanio e il prete esce stropicciandosi le mani: segno che le confessioni di oggi l?hanno soddisfatto. Io, invece, non c?avrei niente da dire: non fumo, non bevo, non una parola fuori posto e, diavolo!, non faccio pensieri osceni. Alla mia età, poi?! Certo, da giovane una donnina così sventata come questa sul marciapiede che porta una gonna così corta mi avrebbe fatto allungare gli occhi e magari anche qualche complimento; ma adesso?! Ecco, l?unico peccato che potrei dire: sto perdendomi. Signore, sto perdendomi lentamente, parola dopo parola, ricordo dopo ricordo, e appena mi sembra di recuperarne uno, l?altro diventa indistinto. Appena ho un dettaglio, dall?altra parte perdo un luogo, una data, una persona, una faccia! Signore, è peccato? È peccato parlarti adesso, con la gente che non si preoccupa della mia situazione e continua a guardare il mio sguardo perso verso il cielo?

- Ma l?uomo che l?ha accompagnata qui stamattina, quando arriva? ? domanda la donna, e mi sveglia di colpo.
Ci impiego un po? a capire cosa vuole: poi ricordo l?impermeabile beige, la decisione nella voce e infine il viso di mio figlio.
- Non torna. ? rispondo, e forse impallidisco.
- Come sarebbe, non torna?
- Signora, non si preoccupi, adesso me ne vado? – ribadisco. L?ultima cosa che voglio è essere d?impiccio adesso, dopo tanti anni da indipendente.
- No, no! Aspetti? Venga dentro: ho un piatto di minestra in più là nel retrobottega e le sette sono passate da un pezzo. Se vuole favorire??

Alzo nuovamente gli occhi e provo una gratitudine violenta, sincera più di ogni parola, ma non accetto il braccio che mi porge: sono pur sempre un uomo d?orgoglio, mica posso attaccarmi a una donna. Quando ristabilisco l?equilibrio, raddrizzo i lembi della giacca marrone e controllo velocemente che la camicia sia a posto. Bene, posso entrare e conoscere quel gigante che è marito di questa brava donna.
La gente adesso sembra preoccupata delle mie oscillazioni avanti e indietro. Vorrei rassicurare tutti e dire che è normale, sono abituato a questo altalenante senso di vuoto, ma tengo per me la concentrazione e supero lentamente il piccolo gradino.

Il retrobottega è piccolo, ma accogliente: profuma di anni settanta, con quella tipica cucina smaltata di verde che ricordo anche nella casa di mia cugina. Mia cugina? Eh, che sorpresa, questa! Se avessi pensato a lei fino a qualche minuto fa, non avrei nemmeno immaginato il nome, mentre adesso posso quasi disegnarla tutta. Ma adesso non sono da lei, e questi due uomini mi hanno vuotato un piatto enorme di minestra calda, anzi, bollente. Mi siedo dove vuole il donnone e sorrido un momento, per poi riprendere la mia espressione da finto ebete. Lontano un miglio vedo che entrambi vorrebbero indagare su cosa mi ha portato al loro bar; così, li precedo ed evito domande imbarazzanti. In fondo, l?ospite non deve mai essere scontroso!
- Sapete, stamattina ho sentito una grandissima voglia di caffè, grande come la voglia di questa minestra invitante. Così mi sono fatto accompagnare al vostro bar, che è il migliore della zona, per un caffè. In fondo, un posto vale l?altro per farsi abbandonare? – dico lentamente, con la mia voce bassa che viene dall?infimo dei polmoni.
- Abbandonare? ? domanda il gigante, per poi cercare subito gli occhi della moglie.
- Abbandonare ? confermo ? non si abbandonano solo gli animali, non lo sa? L?ultima moda è abbandonare i vecchi, soprattutto quelli malati che fanno fatica?

All?inizio non vogliono credermi, Valeria e Gianfranco. Allora devo scucire questa dannata bocca e rischiare che si muova la dentiera: devo raccontare. Mi è rimasto solo questo sventurato figlio adottivo che mi ha sempre snobbato e adesso che deve partire per un lavoro in Australia ha pensato bene di mollarmi da qualche parte della città. Ha detto che tutti si impietosiscono davanti a un vecchio magro come uno spillo, che, a tratti, non ricorda nemmeno il suo nome. Ma adesso lo ricordo e lo dico subito ai miei benefattori, perché devono saperlo: sono Sergio Castri, e un tempo mi consideravano eroe di guerra. Ho salvato tanta gente, tra un caffè e l?altro: è stato allora che, per mantenermi sveglio di notte e avvertire i più giovani, ho iniziato a bere caffè. Sì, mi hanno stregato e non ne bevevo da anni uno tanto buono come quello di oggi. Valeria arrossisce; Gianfranco sorride, stringendomi debolmente il braccio, per confermare che sono dalla mia parte.

- Mi scusi, Sergio, ma adesso cosa farà? ? domanda Gianfranco.
Ho lo sguardo fuori dalla finestrella di casa loro e, al di là della grata, si apre un piccolo cortile dall?aria triste, come questa zona. Come me. Affondo di nuovo il cucchiaio nella minestra e lo porto alla bocca con la sacralità che userei per un rito, se ancora ne avessi l?occasione. È una domanda difficile, quella di Gianfranco: vorrei rispondere che mi fermerei volentieri, lavorerei nel bar, come da ragazzo e servirei al tavolo, ma le mie gambe malandate suggeriscono che sarei solo un peso. Non voglio essere un peso.

Così torno a guardare loro e capisco che dalla mia risposta dipenderà molto, in merito al mio futuro:
- Domani mi alzerò presto, penso, e girerò a cercare un fiorista. Voglio una rosa per sua moglie, per ringraziarvi della vostra ospitalità, del caffè di questa mattina, della minestra di questa sera. Ne comprerei un mazzo intero, come ne meritereste, ma ho pochi spiccioli in tasca e non c?arriverei. Spero possiate perdonarmi.

Valeria mi guarda con commozione e mi stringe una mano. Vedo qualche lacrima che non vorrei averle suscitato e poi guarda Gianfranco, con un?intesa che mi esclude e mi fa capire che non si sono sposati per sbaglio. Da quello sguardo, Gianfranco ha capito che deve propormi di restare, almeno quella notte, nella stanzettina che apparteneva a loro figlio, prima che lui si sposasse.

Accetto con piacere e mi tuffo presto in quel profumo di lenzuola stirate che non sento da un pezzo. Poi giro la testa verso la porta: Valeria sta entrando e mi sistema la giacca su una gruccia. Augura la buonanotte e mi lascia solo. Mi sento amato. Tutto questo per un caffè.

29 dic. 04

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Caffè — un piacere peccaminoso con te —-

17 Aprile 2004 1 commento


Avevo sfiorato il suo sguardo dietro una tazza di caffè. Il caffè fumava appena sotto le mie labbra rossissime e, di tanto in tanto, mi appannava la vista con quella sua pretesa di inebriarmi.

Al di là del tavolo stava lui: potevo sentirne i brividi che lo muovevano piano, il suo piede che strisciava lentamente e andava a trovare il mio. Non so per quale motivo, ma spesso le ipocrisie tradizionali mi fanno arrivare ad uno strano senso di odio, per cui desidero chi ne fa uso, desidero disperatamente far mio chi ne fa uso e vedere se, sotto tutte le convenzioni, esiste una realtà o c?è solo vuoto. Quella notte il caffè fumava, i miei occhi lanciavano messaggi intermittenti, perché volevo avvicinarlo ad impazzire, crescere l?attesa. Inframezzavo i nostri sguardi sopra il caffè con chiacchiere di poco conto con gli amici, di fianco. Poi tornavo a farmi intensa, il respiro sembrava fermarsi e moriva in fretta il sorriso con cui avevo accolto le parole stupide di Roberto. Roberto ci provava disperatamente con me, riempiva continuamente il bicchiere di vino bianco e si comportava come un someiller con la speranza di far breccia.

Inutile, perché ormai il tuo piede aveva raggiunto le mie gambe e già carezzava le caviglie? Prima lentamente, poi più velocemente, per richiamare la mia attenzione e far sì che bevessi questo caffè. Non poteva freddarsi, non quella sera? Sorseggiavo piano, improvvisamente conscia di ogni mio movimento, di ogni mia sensuale occhiata verso te.

Il mio sguardo ti spegneva ogni tentativo di sorrisi. Così, fallo ancora? Bevevi anche tu, e ormai non rispondevi nemmeno alle battute di Mattia. Non esisteva tempo, non poteva essere altro. Io e te, schiusi nel profumo del caffè, volevamo sentire i nostri sapori, avvicinarci e provare a vedere quanto saremmo stati vicini. Io e te? Nascosti sotto una tovaglia di fiandra? Ti avrei voluto, lì sotto, con me, a sporcarci i vestiti eleganti e a ridere delle calze smagliate di Silvia, a tacere per la mia schiena nuda contro le tue mani. Dicevi che ti piaceva il mio top: seducente? Così ?nudo?. E a me piaceva la tua camicia, ancora di più quando ho aperto i primi bottoni, ho intravisto il tuo torace. Ti avrei nascosto, volentieri? Avremmo vissuto l?ipocrisia di essere andati a vedere fuori il tramonto, quando in realtà la notte era calata da un pezzo.

Sì, ci saremmo celati nella notte per provare a trovare conferme. Conferme mie, conferme tue. Conferme nella muta ripetizione di ansiti seducenti. Attorno una canzone suonava, una canzone d?altri finti tempi, ?If you were mine? e il suo grande Billy Holiday. Ti giravo attorno, canticchiandone il motivo. Poi un passo verso te, la tua mano attorno al mio polso e quella stretta attorno alla schiena: vieni da me, vieni da me? Ho passato una mano tra i capelli per allontanarli dai tuoi occhi. Impazzivi, impazzivi? E io t?assecondavo, in questo gioco di seduzione in cui non sapevo se essere vittima o seduttrice. Ho chiuso i pensieri sulla tua bocca, ho appagato i sensi e voracemente mi hai morso un labbro. Il mio sguardo era interrogativo: dove sei? Cosa ti stai chiedendo? Il sapore della tua bocca, le labbra sul mio collo?

Conservo con gelosia un retrogusto amaro del nostro primo bacio.

Era caffè, caffè.

E da che tempo è tempo, caffè è stato un piacere peccaminoso, nascosto dietro l?ipocrisie della società benpensante che vi vedeva solo una bevanda.