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Saette sul cielo turchino [ancora al telefono]

17 Aprile 2007 11 commenti


Nel sonno, l’impressione di un telefono che suona.
Mi muovo sotto le coperte, stiracchiandomi a fatica. Devo sbrigarmi a rispondere, altrimenti smetterà. Alla luce appena accennata dell’abat-jour mi puntello su un gomito e finalmente sollevo la cornetta.
Pronto?, faccio io, tradendo quel po’ di sonno che m’è rimasto tra le labbra.
Per fortuna t’ho trovata.

E sei tu.
Non ricordo i mesi senza una tua telefonata nel cuore della notte, anzi, meglio non pensarci, perché ricordo che sono passati quasi dodici mesi, quasi un anno, quasi quattro stagioni. Erano quei tempi di giochi telefonici da irresponsabili, quando sussurravamo barzellette per non lasciar cadere il discorso, per non augurarci buonanotte. O ancora ci abbandonavamo alle lacrime più nostalgiche per il tuo lavoro lontano, così lontano da me. E ci sfinivamo a forza di rievocare quei giorni insieme, ormai mitizzati.
Adesso, che c’entra adesso? Che c’entra la tua voce concitata, il rumore del motore, la fretta di raccontarmi che hai lasciato il lavoro? Non mi interessa, non può interessarmi. Invece ascolto, e subito penso che avrai molto più tempo libero, nasceranno hobby a manciate per riuscire a spendere tutto quel dannatissimo tempo libero. Dici che hai già trovato un lavoro meno impegnativo e ben remunerato, che sei felice, che finalmente sei felice.

Ricado sul cuscino e porto una mano alla tempia: una fitta acuta.
Mai hai confessato di essere felice, allora, con me. Avrei anche potuto inginocchiarmi davanti a te, pregarti per un complimento, e non avrei ottenuto altro che parole forzate, poco sentite. Del resto, sono la stupida che si sta ingelosendo di un lavoro lasciato, almeno quanto mi ero ingelosita per le tue avventure, dopo di noi.

Un miracolo, concordo con te, come hai potuto lasciare tutto?
La folla delle tue risposte, tutte sconnesse, senza logica. Vorrei frenarti, ma sei un fiume in piena che scavalca gli argini e mi allaga. Mio malgrado, ancora, sì, mi allaghi la bocca in un sorriso spontaneo.
Ripeti che vuoi festeggiare, e mi chiedi se mi va.
Festeggiamo al telefono?, rido di te.
E il sorriso smuore, quando mi spieghi che sei sotto la finestra della casa in collina, quella casa a metà strada tra noi, quella casa dove i serramenti erano i nostri migliori amici, e le pareti testimoni di tanta ricercata quotidianità.
Potrei raggiungerti. Potrei.
Posso. Qualcosa mi frena, è tutto il tempo passato, è tutto l’egoismo che hai seminato su questa strada che diventa per me inaccessibile.

Silenzio opaco di tormento.
Sospiri: il cielo primaverile già ha stelle cadenti.
Una la vedi sfrecciare, come saetta gialla sul turchino.
Io non la vedo, non la vedo più.

Anathea
….

Photo: Nejat Talas

Sono quel che non immagini [Temple Bar]

16 Aprile 2007 8 commenti


Tempo a perdere.
Qui, con le mani appoggiate al marmo del tavolino e le voci rotte da ricordi smozzicati. Ti racconto una storia, vuoi? E tu ricominci daccapo, tratteggi incontri e felicità che io non ho mai nemmeno intuito, se non tangenzialmente. Sospiri, ripetendo che è inutile parlarne, perché sei certo che anch’io ricorderò le stesse emozioni, con la stessa accesa malinconia da saldare a un sorriso mesto.
Quanta tristezza, invece, nell’accorgermi che abbiamo sempre rubato frammenti con screziature tanto diverse da creare dubbi su cosa abbiamo vissuto, e con chi.
Tu sciorini sempre le volte che hai confessato d’amarmi, ma eri allora un pagliaccio che scimmiotta frasi già sentite, forse già dette. Io ero l’equilibrista cieca che procede a tatto, ma infine cade. E cade lontana dal pagliaccio.
Ora resta il cappuccino davanti a raffreddarsi, raccogliamo la schiuma col cucchiaino, senza voglia di scherzare. Senza voglia di riabbracciarci. Solo voglia di condividere l’eterna foschia di questo tavolino all’angolo del Temple bar. Un ricordo amaro che ci porteremo appresso, ovunque.

Anathea
omaggio :)


Temple Bar [Tiziano Ferro]

Sarà foschia
ben oltre la marea
sarà o no
più tempo per noi?

Che parlo con Dio
solo se ascolti tu
si io te lo dirò
in qualche angolo a Temple Bar

Solo per noi
da Grafton a Ormond Quay
ricorderai
il tempo in cui ti amai

Che piango con Dio
te lo racconterò
quando ritornerò
con te a Temple Bar

Stringendoti un po?
come allora a Temple Bar
e ti ruberò
un lieve ?Ti amo? e poi
risentimento e poi sgomento
rabbia e dopo il vento
urlano…dì?
ci pensi più…a noi
tra la foschia di Temple Bar

Photo: Niko Guido
Riferimenti: Omaggio alla Signora che più Signora non si può

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Alla fine del nostro concerto

14 Aprile 2007 6 commenti


La musica: denso accorparsi di note in una stanza sfaticata dall’ozio.
Concerto privato alla luce di un’abat-jour poco illuminante, su un centrino spiegazzato. Due occhi di uomo chiusi, e le mani sui tasti setosi di un pianoforte, a elemosinare un po’ di tempo, ancora.
La donna, su quei tasti. La netta sensazione di poter suonare così per sempre, evitando le scale che il corpo della donna sta coprendo, con le sue gambe scattanti, la foschia di quelle natiche e il raso sfilacciato di una lingerie ormai usurata.
Se non suonerai abbastanza bene, me ne andrò senza indugiare, ripeteva la donna ogni notte da mesi, ormai.
E il musicista s’impegnava, ignorando la fronte imperlata per quelle cosce scattanti che s’appoggiavano sul suo sgabello, e lo sguardo che la donna fissava senza pietà sui difetti del capo spolsato. Non c’era malizia, in apparenza, dentro a quegli occhi torbidi, ma permaneva l’illusione che si sarebbero sfaldati in un liquido di cioccolata e inchiostro, se solo lui avesse azzeccato le note.
L’uomo arrivava, ogni notte, all’eccitazione di una melodia quasi perfetta, consapevole della sua responsabilità. A quella donna, niente piaceva. Chiudeva sulla seduzione del corpo la sua vestaglia di ciniglia e si dissolveva, egoista.

Quella notte, invece, ristette sulla porta. Il pianista aveva scelto di abbandonare la tortura che l’aveva privato del sonno notturno e della pace di giorno. Per questo, al posto di vittoriosi spartiti immaginari aveva carezzato sul pianoforte la tristezza di un addio. Le dita parevano imbrogliarsi vicino alla seta della lingerie, quasi una carezza, e subito s’allontanavano, sempre più esitanti su note di ottave troppo lontane per non dare brividi. Tornavano, poi, le dita e le note, ai confini indefiniti di quella povera veste di donna, ne lambivano i contorni.
Senza mai alzare lo sguardo, l’uomo aveva continuato senza più cercare lo sguardo della sua seduttrice, s’era inebriato di quei profumi e odori che aveva imparato a distinguere, al primo fruscio di seta. Era pronto per l’addio. E fu allora che la donna, sulla porta, attese di essere raggiunta, e offrì le mani tremule alle più certe e svelte del musicista.

Appartenersi, alla fine del concerto.
E rinverdire le speranze di idilli mancati.

Anathea
liricheggiando senza pretesa…

Photo: Dean Agar

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[H]a cuore lento

13 Aprile 2007 5 commenti


Non amarmi con la tua furia compressa, che esplode di colpo, incontenibile e insaziabile. Solo la punta delle dita su di noi, per dare ai polpastrelli l’incertezza di quel che sentono, drogandoli piano di un contatto di lanuggine e sentieri impervi.
Facciamo un cenno, appena i palpiti accelerano, per rallentare e quasi fermarci, calmare il desiderio senza saziarlo e godere di quell’attesa di piacere. Lenta, la nostra notte, lenta. Carezzami, lento. Portami via a poco a poco, ben sapendo che non t’appartiene questo modo di stringermi, ma non importa, non ora, nel tripudio del mio egoismo. Finalmente.

Finalmente.
Fammi svegliare domattina con la sensazione pulita semplice irrinunciabile di non poterti evitare mai più.

A.

Photo: Jarek Kubicki

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Quando il gioco si fa duro…

11 Aprile 2007 6 commenti


C’è un’ansia sottile, tesa, ma quasi piacevole: ancora riesci a respirare. Ti guardi attorno, e tutto è già pronto: sul tavolo dove hai speso tante ore, i libri stanno impilati e pazienti, t’aspettano per l’ultima revisione che, sai già, non serve ad altro se non a tranquillizzarti. Qualche data da ripetere, un paio di discorsi che già conosci a memoria, ma vuoi sentir risuonare nella stanza, per cercare conferma. E se le parole non venissero? Se fossero quelle sbagliate? E se sbagliassi la data? O l’edizione?
Non basterebbe tutta notte per enumerare i dubbi possibili, gli incidenti di percorso, e tutte le imperfezioni che potrebbero farti fallire. Eppure hai qualcosa, in te, qualcosa che ti spinge a contare i minuti che restano, a voler intraprendere la sfida. Un esame importante, e importante è la materia che ti proponi… Il professore sa tanto più di te, sempre può schiacciarti, se solo lo desidera… Comunque, per quanto inverosimile, ti resta la voglia di cimentarti, di non lasciare nulla al caso. Se ti proponessero già un buon voto a libretto, sai che rifiuteresti: non solo per giustizia, come potresti ribattere, ma per soddisfazione, e questo è immensamente diverso. Sai che il rischio è alto, sempre lo sarà. E per il cuore che batte più forte, per l’adrenalina e i primi brividi, per la gola secca e la tensione che si scioglie, piano. Per la soddisfazione che ti pervaderà se andrà bene, per questo e per un elenco sterminato di ragioni, sai che vuoi giocare. Domani.

Anathea
domani l’esame…
E io voglio giocare…
(tornerò tardissimo, sperando che non mi rimandino addirittura al giorno successivo per questioni tempistiche…) Incrociate le dita se avete tempO! ;)

Photo: massimiliano Uccelletti

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Sorrisi di complicità in un corridoio d’ospedale

10 Aprile 2007 3 commenti


Sono qui, un parassita in mezzo a tante donne incinta e foto di bambini appese alle pareti. Sono qui per semplice routine, non per l’eccezione. Loro non fanno che scambiarsi allegre allusioni e informazioni tanto intime da suscitare la mia curiosità: è vero che la gravidanza è uno stato di diversità, queste scontrosissime donne settentrionali si scambiano confidenze, ben sapendo che dopo meno di nove mesi non si degneranno nemmeno più di un saluto.

Follia. Preferisco uscire. Uscire da lei che sta piangendo.
L’ho guardata per un bel pezzo, con i muscoli paralizzati per l’indecisione: seguire l’istinto e rischiare un rifiuto? Se non seguo il mio istinto, finisco sempre per dispiacermene. Lei non ha quasi alzato lo sguardo, ma di sottecchi m’ha sicuramente notata, al suo fianco, perché cerca di asciugare le lacrime e trattenere le successive. Le passo un clinex, senza altre attese.
“Fa freddo qui” le dico, sfiorandole un braccio.
Lei scuote la testa e il naso rosso. Fa tenerezza, sembra una marionetta inceppata, forse da un bambino troppo maldestro.
“Non posso tenerlo” e non serve che lei mi spieghi chi o cosa, il suo sguardo è fisso a un ventre ancora piatto e anonimo.
Vorrei dirle qualche frase da benpensante, parlare di quella vita che andrebbe così a strozzare. Lei aggiunge subito che non ha nessuno, è rimasta sola. Anche lui l’ha lasciata sola. E soldi pochi, troppo pochi.
Le faccio un cenno: non deve giustificarsi. Nè davanti a me, nè davanti al resto della clinica ospedaliera che vuole convincerti, senza poi interessarsi dei drammi che si possono produrre. Poi.
Frugo nella borsa e intacco la mia scorta di fazzoletti per lei.
“E’ che sono così dannatamente felici, là dentro!” si lamenta, e getta la fronte nella mano, risuona uno schiaffo.
In lontananza, mentre stiamo zitte senza parlare, sento i gridolini gioiosi delle mogli e fidanzate felici, là dentro. Là dentro ci devo tornare, io, e ci deve tornare anche lei.
Chiamano il mio nome. Il cognome, anzi: io sono un numero qua dentro, fortunatamente. Non come loro, che sono moine e paccottiglie di stupidaggini. Gioiose stupidaggini.
Guardo la ragazza. Lei fa un cenno, dice che ci pensa, che ha bisogno di tempo. Io annuisco, le auguro buona fortuna e rientro. Quasi corro nel corridoio, pur di sentire il meno possibile le confidenze di pregnanti che si sono nel frattempo moltiplicate. Sento che saranno il mio incubo, stanotte, con i loro sorrisi di complicità.

A.

Photo: Haleh Bryan

Bastaaaaa!

9 Aprile 2007 5 commenti


Basta basta basta
leggere ripetere scrivere annotare
evidenziare ripetere cambiare pagina
- diventano pesanti le pagine, lo sai?
anche se sono simili a velina, pesano come volumi interi,
pesano almeno come le palpebre che cascano e poi si riaprono,
puntellate dalla buona volontà.

Avrei voglia di…
non saprei.. Se non altro di smetterla.

Intanto una relazione è stata spedita: il dramma del ricordo amoroso in “Venti poesie d’amore e una canzone disperata” di Neruda.
Andata. Nel bene o nel male, ormai mezzo esame è concluso.

Giovedì l’altro. Qui si trema. Quanti libri ho ancora davanti a me? Quante letterature spalancate?

E io vorrei solo ballare, ballare e muovermi, ballare tutta la notte, sperimentare quanta energia posso ancora dedicare a me, magari a te. A te? Ma chi sei? Sì, vabbè, lasciamo perdere.
A te che non ci sei oggi come non c’eri ieri ecc. ecc. Storia già conosciuta sia da me sia da tanti di voi.

Gente, non riesco a scrivere.
Basta parlare,io… Vi lascio giusto una delle poesie su cui ho lavorato, in omaggio a Neruda e a voi.
Buonanotte e buona giornata
Anathea… che torna sui libri

Me gustas cuando callas porque estás como ausente,
y me oyes desde lejos, y me voz no te toca.
Parece que los ojos se te hubieran volado
y parece que un beso te cerrara la boca.

Como todas las cosas están llenas de mi alma
Emerges de las cosas, llena del alma mia.
Mariposa de sueño, te pareces a mi alma,
y te pareces a la palabra melancolía.

Me gustas cuando callas y estás como distante.
Y estás como quejándote, mariposa en arrullo.
Y me oyes desde lejos, y me voz no te alcanza:
Déjame que me calle con el silencio tuyo.

Déjame que te hable también con tu silencio
claro como una lámpara, simple como un anillo.
Eres como la noche, callada y constelada.
Tu silencio es de estrella, tan lejano y sencillo.

Me gustas cuando callas porque estás como ausente.
Distante y dolorosa como si hubieras muerto.
Una palabra entonces, una sonrisa bastan.
Y estoy alegre, alegre de que no sea cierto.

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Mi piaci quando taci perché sei come assente,
e mi ascolti da lungi e la mia voce non ti tocca.
Sembra che gli occhi ti sian volati via
E che con un bacio ti abbia chiuso la bocca.

Poiché tutte le cose son piene della mia anima
emergi dalle cose, piene dell?anima mia.
Farfalla di sogno, rassomigli alla mia anima,
e rassomigli alla parola malinconia.

Mi piaci quando taci e sei come distante.
E stai come lamentandoti, farfalla tubante.
E mi ascolti da lungi, e la mia voce non ti raggiunge:
lascia che io taccia col tuo silenzio.

Lascia che ti parli pure col tuo silenzio
chiaro come una lampada, semplice come un anello.
Sei come la notte, silenziosa e costellata.
Il tuo silenzio è di stella, così lontano e semplice.

Mi piaci quando taci perché sei come assente.
Distante e dolorosa come se fossi morta.
Allora una parola, un sorriso bastano.
E son felice, felice che non sia così.
(trad. Bellini)

Photo: Jan Scherders

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Implacabile [ti rivedo]

8 Aprile 2007 4 commenti


Hai cercato di convicermi a scegliere il meglio, per me.
Potevamo croccare insieme grani di mais maturo
e schiacciarli in nuvole bianche,
e invece, implacabile, hai preso
il mio dubbio per una nausea piena.

Ora mangio da sola
i frutti sorridenti della mia tristezza.

A.

Auguro buona Pasqua a tutti voi che passate di qui,
ai nuovi passati, ai distratti che chiuderanno subito la mia pagina da Gloria-fritta, e soprattutto agli amici, i più affezionati, quelli che proveranno a trovare un senso tra i pop-corn che sono esplosi tra le mie mani, questa notte come tante altre.
V’abbraccio, tutti

Auguri
A. o G.

Photo: Jan Scherders

Lo strano aspetto del dolore

6 Aprile 2007 3 commenti


Vorrei spiegarti cosa è stata la tua assenza, per me.
Non la chiamerei dolore. Piuttosto, è stata una stanza scura dove entravo ad occhi chiusi, per non vedere, e appena li spalancavo, ottenevo sempre lo stesso risultato: buio. Tastare le pareti non serviva, perché le mani toccavano gommapiuma sconosciuta, subito pronta a inglobare anche me, se solo avessi osato avvicinarmi di più. E gli occhi, questi stupidi occhi, continuavano a sbattere le ciglia, ma le retine restavano sempre pallide per troppo buio. M’ingegnavo per ritrovare la via d’uscita – sapevo che la stanza aveva una porta, la stessa da cui ero entrata, con chissà quali speranze.

Bastava depositare tutte le scatole che m’ero portata appresso, riversare i litri di vino ancora intonsi, togliere gli ultimi petali della margherita e non giocare più a “m’ama – non m’ama”, nemmeno mentalmente.
Bastava togliere i tacchi, dimettere tutta la mia falsa sicurezza, sbarrare il lessico che avevamo creato per scherzo, tutti i pettegolezzi romanzati per pathos, ma senza parole, come avrei parlato? Avrei imparato un’altra lingua, certo, a cominciare dalle sillabe essenziali e dalle parole di prima necessità. Prima i verbi, poi gli orpelli e gli aggettivi… Tardi, molto tardi, avrei studiato tutte le forme per esprimere gli stati d’animo. Alla domanda come stai?, per molto tempo, avrei continuato a rispondere che stavo come un degente che dal coma torna alla luce. Col tempo avrei aggiunto gli aggettivi: sballottato, incredulo, quasi rammaricato per le pupille da talpa che erano costrette a riabituarsi al sole.

Anathea
rimestando nel torbido

Photo: James-Quinn Hawtin

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Vittoria tragi-comica

5 Aprile 2007 6 commenti


Volevano tutti che quella donna parlasse. Magari con il premio tenuto alto tra le mani, o con un sorriso bianco da star. Quella donna, invece, non disse niente. Salì sul palcò, esibì un inchino che doveva costarle molto, quasi si piegasse a un supplizio prossimo, anziché ringrazziasse per gli applausi. Raccolse il premio dalle mani incipriate della presentatrice incipriata, e scansò tutte le cerimonie false di quelle guance imbellettate. Scese i gradini a capo chino.
Scese. Con il premio nella destra abbandonata lungo il fianco, quasi il peso fosse insopportabile, quasi desiderasse tenersi distaccata da una possibile fonte di traviamento. Il potere e la gloria, quel traviamento. Ma lei scese.
“Una dichiarazione!” era l’urlo che proveniva sfasato dai vari cronisti.
“Ora comincio a vivere” concluse la donna.
Nessuno la vide più recitare. Lei, lei che aveva vinto l’Oscar senza nemmeno un film di rodaggio alle spalle. Lei, lei scomparve agli occhi del mondo. C’è chi dice che si fosse rifatta il viso. Troppo hollywoodiano, troppo da star. Probabilmente, invece, aveva scelto il supermercato dietro l’angolo della bifamigliare.

A.
così…

Photo: Mircea Bezergheanu

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