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Quando l’aspetti a cena

18 Aprile 2007


Ma poi un giorno avete scoperto una terra
dove non abitava nessuno e lì avete messo la tenda dell’amore.
Avete mangiato i vostri pensieri come una cacciagione.
Come sono belli i pensieri d’amore
sono colombe alte di cui si mangiano anche le piume.

(A. Merini, da Amleto di carta)

Attendere.
I minuti che si sciolgono e passano, imperterriti. Milioni di gesti inutili che mai compiresti, se solo fossi anche ora padrone del tuo tempo: invece, cominciare un’attività sembra inutile, perché dovresti interromperti subito. Ti auguri, davvero, d’interromperti il prima possibile per quel suono maledetto del campanello. E sarebbe anche inutile che suonasse, perché l’udito è proiettato alla porta, ai passi che affondano nella ghiaia e che portano a quella maledetta porta. Sai che in qualsiasi caso non aprirai subito, perché tradiresti tutta la tua agitazione. Molto meglio respirare a fondo, quando arriverà. Ma arriverà?
Altro sguardo all’orologio. Sarà il miliardesimo, e non è passato nemmeno un minuto dall’ultima volta. Decidi di slacciare il cinturino e chiudere quell’odioso ticchettio in un cassetto, che poi ti trovi a fissare con voluttà. Aprire e controllare oppure no?
No no no… Perdi te stesso, la capacità di appellarti alla ragione. E senti solo la paura che ti chiude la gola, se pensi all’ipotesi di restare solo tutta la sera. Che senso avrebbe questo tempo d’attesa? Sarebbe solo tempo perso, quando sarebbe stato più produttivo persino un bicchiere di whysky davanti a un reality show.
Giochi con l’accendino, ma non accendi un’altra sigaretta, ché saresti esagerato e la casa si riempirebbe di fumo. Canticchi una canzone distratta, forse memore di un vecchio spot pubblicitario. Sospiri e cerchi una speranza oltre la finestra chiusa, oltre la tenda, e ti maledici per aver già chiuso la persiana. Controlli la cena, ma la cena è sul fuoco e non puoi pretendere che sia già cotta. Se fosse cotta, significherebbe che… che forse non saresti più solo e allora, in tutta sincerità, senti che non t’importerebbe un fico secco di quella cena cotta o cruda.
Raddrizzi i barattoli del sale, caffé e zucchero, t’assicuri che tutto sia in perfetto ordine e senti che l’angoscia sale all’improvviso. Allora corri al cassetto, l’apri, ritrovi l’orologio e… un suono! Il campanello!
Sguardo allo specchio e già sei dietro alla porta. T’eri proposto di attendere qualche secondo prima di aprire, conti uno due tre, e già la porta si apre sul sorriso più dolce che corona tutto il senso dell’attesa. E sai che non è stato tempo perso, ma solo guadagnato.

Anathea
chi non ha mai provato emozioni simili????

Photo: Massimiliano Uccelletti

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  1. Mio Capitano
    18 Aprile 2007 a 22:07 | #1

    C’era una canzone di Battisti che descriveva un momento come questo, mia pare “Dio mio no”. grazie per le tue belle parole. Ma sei Gloria o Anathea? Ciao.

  2. Anathea
    18 Aprile 2007 a 23:25 | #2

    Mio Capitano… io sono… sia Gloria che Anathea, dipende se scegli il nickname o il nome reale (a te la scelta)… :)

    Ti ringrazio
    A.

  3. sergio
    19 Aprile 2007 a 2:13 | #3

    Grazie Anathea (questo Nick mi piace molto) per il tuo commento al mio Blog. Ma soprattutto sono contento che ti sei fatta forza ed hai agito saggiamente. Un caro saluto. Sergio

  4. giustobe
    19 Aprile 2007 a 15:18 | #4

    Un saluto alla dolce scrittrice.
    Meno male che c’ho la glicemia bassa…
    Ciao piccola!

  5. ziz
    19 Aprile 2007 a 20:24 | #5

    A parte il tuo commento (grazie, condivido la bellezza dello scrivere un po’ brilli o fumati o entrambi…) rispondo al tuo quesito…
    Sì. E’ capitato anche a me. Ed è l’ansia felice, quella strana sensazione di guardare al peggio prima del meglio…
    Baci
    M.

  6. BLacKcLoUD
    20 Aprile 2007 a 12:30 | #6

    del tempo giocato.

    il possesso è dell’azione compiuta.

    l’appartenenza all’emozione vissuta.

    il cuore alla magia.

    un abbraccio, sempre affascinante leggerTi

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