Archivio

Archivio Aprile 2007

L’ultimo arrivederci

29 Aprile 2007 6 commenti


Amavo di lui la fretta con cui mi congedava, sulla porta della stazione, con il suo ghigno duro, pronto a sbeffeggiare quella voglia inconsolabile di affondare nelle lacrime, e magari affogarci, pure.
Erano i tempi folli del maniaco ferroviario in Liguria, quei tempi di donne uccise senza pietà, donne forse di ritorno da convegni amorosi come il mio, donne che ancora profumavano dell’amore che nessun detergente avrebbe mai offeso.
Allora lui, prima di lasciarmi raggiungere il binario – sempre sola -, mi raccomandava attenzione, come un padre premuroso mi chiedeva se avevo bisogno qualcosa, e intanto sistemava dietro al mio orecchio i capelli ribelli che fino a qualche ora prima gli solleticavano il petto. Ero quasi certa, in quei momenti alla stazione, di essere quasi una figlia per le sue grandi spalle e per quella manciata di anni in più che portava addosso come un fagotto oneroso. Le rare volte in cui mi parlava del suo passato seminava su di me la cupa gelosia di non esserci mai stata, allora, e di aver perso il suo periodo d’illusione migliore, quando ancora poteva amare senza confini. Quali erano i confini, con me? Era la porta girevole della stazione, la valigia che mi indolenziva la mano, e l’orario ferroviario scandito dalla voce metallica.
Una sera, a pochi minuti dalla partenza, gli avevo chiesto perché non mi accompagnasse mai: lui aveva spiegato con troppe reticenze che salutarmi al binario sarebbe sempre stato un addio, ai suoi occhi, mentre preferiva gli arrivederci. Diceva che gli arrivederci erano promesse speranzose, quella volontà di rivedersi, appunto, quasi un appuntamento senza giorni stabiliti. Senza confini, ho sempre pensato, come le sue illusioni.
E io mi avviavo a prendere il treno con sempre lo stesso desiderio: essere pugnalata alle spalle, e assistere alla sua corsa pazza e disperata verso il mio binario, dove, esangue, avrei confessato l’amore e non il capriccio delle tue forti braccia.
Invece, a ogni saluto proseguivo sola per il tunnel della stazione, imboccavo il sottopassaggio senza voltarmi, a occhi quasi socchiusi, pregando di ritrovarti al mio fianco. Appena uscivo sul binario, trovavo sempre un vento gelido che m’illudevo tagliasse le nostre bocche con lo stesso brivido: ho perso più di un treno per cercare di raggiungerti, ma tu eri già sgommato via, senza sentire nemmeno un alito di quella solitudine che mi attanagliava, senza te.

Anathea
breve apparizione, perché non riesco a non scrivere.
Amici, dulcis in fundo sono pure stata truffata e mi hanno rubato tutti i soldi sulla carta prepagata… No comment

Photo: Jean-Sebastien Monzani

Sospensione forzata…

25 Aprile 2007 8 commenti


…per problemi di linea adsl rotta, per problemi di salute a casa…
Questo è il riposo che il destino mi riserva, appena finiti gli esami.

Vi saluto, amici, e spero di tornare a giorni.
Non pretendo più felice, più serena sarebbe già una conquista.

Vi abbraccio, intanto
A.

photo: jean-sebastien MOnzani

In punta di piedi

21 Aprile 2007 11 commenti


Per molto tempo abbiamo pensato che questa fosse una torre di Babele: al centesimo gradino credevamo che si spezzasse la scala e che saremmo così precipitati nell’obblio, come punizione per tanta sfida. Invece niente: il cielo stava a osservarci, muto, attento, assorto e quasi divertito dalla paura con cui accettavamo i nostri passi spavaldi.
Ancora. Un altro passo ancora.
Fai prima tuo, e io ti seguirò.
Non abbiamo più guardato la distanza che ci staccava da terra, né osservato le nubi lontane, danzanti. Non ci siamo accorti, così, che crescevamo di gradino in gradino, fino a quando non arrivavamo più, e solo in punta di piedi, quel bacio a fior di labbra.

Appoggiati a questa spalla,
anche se gracile, anche se scarna.
Continueremo a pestare in punta di piede
queste vie di cielo,
lasceremo tracce spiralate
dei nostri balli bocca a bocca.
Poco importa se l’onde dei cirri
cancelleranno noi in lontane dissolevenze.

Anathea
staccarsi dalla normalità… era possibile, sì…

Photo: Massimiliano Uccelletti

Categorie:Argomenti vari Tag: ,

Fantasmi della memoria

20 Aprile 2007 9 commenti


Per tutti i giorni in cui mi sono imposta di non ricordare, per tutte le silenziose veglie senza riposo, nemmeno temporaneo, per tutte le volte che ho detto basta, per tutte le volte che tornavo indietro, cencio ingrigito, un tempo bianco, come le sorti di un fantasma ormai passato di moda, ché, si sa, è sempre uno scherzo di lenzuolo.

Fantasmi di profumo bianco
nonnulla spezzati all’alba
piegati su sedie e poltrone.
Niente da guardare, dicono.
E io ritraggo gli occhi
per non piangere
le loro tristi sorti

dimenticate.

Anathea

Photo: Elena Platonova

Quando l’aspetti a cena

18 Aprile 2007 6 commenti


Ma poi un giorno avete scoperto una terra
dove non abitava nessuno e lì avete messo la tenda dell’amore.
Avete mangiato i vostri pensieri come una cacciagione.
Come sono belli i pensieri d’amore
sono colombe alte di cui si mangiano anche le piume.

(A. Merini, da Amleto di carta)

Attendere.
I minuti che si sciolgono e passano, imperterriti. Milioni di gesti inutili che mai compiresti, se solo fossi anche ora padrone del tuo tempo: invece, cominciare un’attività sembra inutile, perché dovresti interromperti subito. Ti auguri, davvero, d’interromperti il prima possibile per quel suono maledetto del campanello. E sarebbe anche inutile che suonasse, perché l’udito è proiettato alla porta, ai passi che affondano nella ghiaia e che portano a quella maledetta porta. Sai che in qualsiasi caso non aprirai subito, perché tradiresti tutta la tua agitazione. Molto meglio respirare a fondo, quando arriverà. Ma arriverà?
Altro sguardo all’orologio. Sarà il miliardesimo, e non è passato nemmeno un minuto dall’ultima volta. Decidi di slacciare il cinturino e chiudere quell’odioso ticchettio in un cassetto, che poi ti trovi a fissare con voluttà. Aprire e controllare oppure no?
No no no… Perdi te stesso, la capacità di appellarti alla ragione. E senti solo la paura che ti chiude la gola, se pensi all’ipotesi di restare solo tutta la sera. Che senso avrebbe questo tempo d’attesa? Sarebbe solo tempo perso, quando sarebbe stato più produttivo persino un bicchiere di whysky davanti a un reality show.
Giochi con l’accendino, ma non accendi un’altra sigaretta, ché saresti esagerato e la casa si riempirebbe di fumo. Canticchi una canzone distratta, forse memore di un vecchio spot pubblicitario. Sospiri e cerchi una speranza oltre la finestra chiusa, oltre la tenda, e ti maledici per aver già chiuso la persiana. Controlli la cena, ma la cena è sul fuoco e non puoi pretendere che sia già cotta. Se fosse cotta, significherebbe che… che forse non saresti più solo e allora, in tutta sincerità, senti che non t’importerebbe un fico secco di quella cena cotta o cruda.
Raddrizzi i barattoli del sale, caffé e zucchero, t’assicuri che tutto sia in perfetto ordine e senti che l’angoscia sale all’improvviso. Allora corri al cassetto, l’apri, ritrovi l’orologio e… un suono! Il campanello!
Sguardo allo specchio e già sei dietro alla porta. T’eri proposto di attendere qualche secondo prima di aprire, conti uno due tre, e già la porta si apre sul sorriso più dolce che corona tutto il senso dell’attesa. E sai che non è stato tempo perso, ma solo guadagnato.

Anathea
chi non ha mai provato emozioni simili????

Photo: Massimiliano Uccelletti

Categorie:Argomenti vari Tag: , ,

A cup of coffee, please! – Un caffé, per favore!

17 Aprile 2007 4 commenti


Una tazza di caffé lungo, di quelli che ti permettono di scaldarti le dita. E lei davvero ne ha bisogno, con le spalle appoggiate al legno della sedia e le mani intirizzite, per la prima neve su Manhattan. Un caffé per pensare, un caffé da rimestare piano con il cucchiaino e intanto contare le poche piccole bolle d’aria che si infrangono, nella centrifuga. Un caffé per abbandonarsi a ricordi malinconici di altri caffé, un caffé per portare via tutto il sonno con l’amarezza di un gusto annacquato, ma gustoso.

Un espresso, per favore! E lui è già al bancone, sta scegliendo sul palmo della mano i giusti centesimi per pagare il suo caffé. Si guarda attorno e, nervoso, spia i movimenti sempre troppo lenti del barista, ne studia la fisicità massiccia con un interesse solo apparente. Controlla l’ora: diavolo, l’appuntamento è già qui! Allunga di fretta i soldi al barista, e finalmente si concede qualche secondo per sé. Aggiunge un po’ di zucchero all’espresso, usa il cucchiaino con una violenza decisa, frutto di anni e anni d’esperienza, soffia un paio di volte sconvolgendo la superficie del liquido scuro e poi ne saggia un goccio. Bollente, quasi fastidioso, però non ha tempo da perdere, e poi quel gusto amaro d’espresso gli resterà più a lungo sul palato, se bevuto quasi incandescente. Lo ricorderà, davvero. Di nuovo allunga gli occhi sull’orologio: è tardi. Abbassa la tazzina e ritorna nel fragore della metropoli, dimentico del piacere appena concesso.

Anathea
idea liberamente tratta da un’osservazione di Umberto Eco, in “Dire quasi la stessa cosa”, dal momento che da una simile richiesta possono in realtà pervenire risultati diversi.

Photo: Nikola Borissov

Saette sul cielo turchino [ancora al telefono]

17 Aprile 2007 11 commenti


Nel sonno, l’impressione di un telefono che suona.
Mi muovo sotto le coperte, stiracchiandomi a fatica. Devo sbrigarmi a rispondere, altrimenti smetterà. Alla luce appena accennata dell’abat-jour mi puntello su un gomito e finalmente sollevo la cornetta.
Pronto?, faccio io, tradendo quel po’ di sonno che m’è rimasto tra le labbra.
Per fortuna t’ho trovata.

E sei tu.
Non ricordo i mesi senza una tua telefonata nel cuore della notte, anzi, meglio non pensarci, perché ricordo che sono passati quasi dodici mesi, quasi un anno, quasi quattro stagioni. Erano quei tempi di giochi telefonici da irresponsabili, quando sussurravamo barzellette per non lasciar cadere il discorso, per non augurarci buonanotte. O ancora ci abbandonavamo alle lacrime più nostalgiche per il tuo lavoro lontano, così lontano da me. E ci sfinivamo a forza di rievocare quei giorni insieme, ormai mitizzati.
Adesso, che c’entra adesso? Che c’entra la tua voce concitata, il rumore del motore, la fretta di raccontarmi che hai lasciato il lavoro? Non mi interessa, non può interessarmi. Invece ascolto, e subito penso che avrai molto più tempo libero, nasceranno hobby a manciate per riuscire a spendere tutto quel dannatissimo tempo libero. Dici che hai già trovato un lavoro meno impegnativo e ben remunerato, che sei felice, che finalmente sei felice.

Ricado sul cuscino e porto una mano alla tempia: una fitta acuta.
Mai hai confessato di essere felice, allora, con me. Avrei anche potuto inginocchiarmi davanti a te, pregarti per un complimento, e non avrei ottenuto altro che parole forzate, poco sentite. Del resto, sono la stupida che si sta ingelosendo di un lavoro lasciato, almeno quanto mi ero ingelosita per le tue avventure, dopo di noi.

Un miracolo, concordo con te, come hai potuto lasciare tutto?
La folla delle tue risposte, tutte sconnesse, senza logica. Vorrei frenarti, ma sei un fiume in piena che scavalca gli argini e mi allaga. Mio malgrado, ancora, sì, mi allaghi la bocca in un sorriso spontaneo.
Ripeti che vuoi festeggiare, e mi chiedi se mi va.
Festeggiamo al telefono?, rido di te.
E il sorriso smuore, quando mi spieghi che sei sotto la finestra della casa in collina, quella casa a metà strada tra noi, quella casa dove i serramenti erano i nostri migliori amici, e le pareti testimoni di tanta ricercata quotidianità.
Potrei raggiungerti. Potrei.
Posso. Qualcosa mi frena, è tutto il tempo passato, è tutto l’egoismo che hai seminato su questa strada che diventa per me inaccessibile.

Silenzio opaco di tormento.
Sospiri: il cielo primaverile già ha stelle cadenti.
Una la vedi sfrecciare, come saetta gialla sul turchino.
Io non la vedo, non la vedo più.

Anathea
….

Photo: Nejat Talas

Sono quel che non immagini [Temple Bar]

16 Aprile 2007 8 commenti


Tempo a perdere.
Qui, con le mani appoggiate al marmo del tavolino e le voci rotte da ricordi smozzicati. Ti racconto una storia, vuoi? E tu ricominci daccapo, tratteggi incontri e felicità che io non ho mai nemmeno intuito, se non tangenzialmente. Sospiri, ripetendo che è inutile parlarne, perché sei certo che anch’io ricorderò le stesse emozioni, con la stessa accesa malinconia da saldare a un sorriso mesto.
Quanta tristezza, invece, nell’accorgermi che abbiamo sempre rubato frammenti con screziature tanto diverse da creare dubbi su cosa abbiamo vissuto, e con chi.
Tu sciorini sempre le volte che hai confessato d’amarmi, ma eri allora un pagliaccio che scimmiotta frasi già sentite, forse già dette. Io ero l’equilibrista cieca che procede a tatto, ma infine cade. E cade lontana dal pagliaccio.
Ora resta il cappuccino davanti a raffreddarsi, raccogliamo la schiuma col cucchiaino, senza voglia di scherzare. Senza voglia di riabbracciarci. Solo voglia di condividere l’eterna foschia di questo tavolino all’angolo del Temple bar. Un ricordo amaro che ci porteremo appresso, ovunque.

Anathea
omaggio :)


Temple Bar [Tiziano Ferro]

Sarà foschia
ben oltre la marea
sarà o no
più tempo per noi?

Che parlo con Dio
solo se ascolti tu
si io te lo dirò
in qualche angolo a Temple Bar

Solo per noi
da Grafton a Ormond Quay
ricorderai
il tempo in cui ti amai

Che piango con Dio
te lo racconterò
quando ritornerò
con te a Temple Bar

Stringendoti un po?
come allora a Temple Bar
e ti ruberò
un lieve ?Ti amo? e poi
risentimento e poi sgomento
rabbia e dopo il vento
urlano…dì?
ci pensi più…a noi
tra la foschia di Temple Bar

Photo: Niko Guido
Riferimenti: Omaggio alla Signora che più Signora non si può

Categorie:Argomenti vari Tag: , , ,

Alla fine del nostro concerto

14 Aprile 2007 6 commenti


La musica: denso accorparsi di note in una stanza sfaticata dall’ozio.
Concerto privato alla luce di un’abat-jour poco illuminante, su un centrino spiegazzato. Due occhi di uomo chiusi, e le mani sui tasti setosi di un pianoforte, a elemosinare un po’ di tempo, ancora.
La donna, su quei tasti. La netta sensazione di poter suonare così per sempre, evitando le scale che il corpo della donna sta coprendo, con le sue gambe scattanti, la foschia di quelle natiche e il raso sfilacciato di una lingerie ormai usurata.
Se non suonerai abbastanza bene, me ne andrò senza indugiare, ripeteva la donna ogni notte da mesi, ormai.
E il musicista s’impegnava, ignorando la fronte imperlata per quelle cosce scattanti che s’appoggiavano sul suo sgabello, e lo sguardo che la donna fissava senza pietà sui difetti del capo spolsato. Non c’era malizia, in apparenza, dentro a quegli occhi torbidi, ma permaneva l’illusione che si sarebbero sfaldati in un liquido di cioccolata e inchiostro, se solo lui avesse azzeccato le note.
L’uomo arrivava, ogni notte, all’eccitazione di una melodia quasi perfetta, consapevole della sua responsabilità. A quella donna, niente piaceva. Chiudeva sulla seduzione del corpo la sua vestaglia di ciniglia e si dissolveva, egoista.

Quella notte, invece, ristette sulla porta. Il pianista aveva scelto di abbandonare la tortura che l’aveva privato del sonno notturno e della pace di giorno. Per questo, al posto di vittoriosi spartiti immaginari aveva carezzato sul pianoforte la tristezza di un addio. Le dita parevano imbrogliarsi vicino alla seta della lingerie, quasi una carezza, e subito s’allontanavano, sempre più esitanti su note di ottave troppo lontane per non dare brividi. Tornavano, poi, le dita e le note, ai confini indefiniti di quella povera veste di donna, ne lambivano i contorni.
Senza mai alzare lo sguardo, l’uomo aveva continuato senza più cercare lo sguardo della sua seduttrice, s’era inebriato di quei profumi e odori che aveva imparato a distinguere, al primo fruscio di seta. Era pronto per l’addio. E fu allora che la donna, sulla porta, attese di essere raggiunta, e offrì le mani tremule alle più certe e svelte del musicista.

Appartenersi, alla fine del concerto.
E rinverdire le speranze di idilli mancati.

Anathea
liricheggiando senza pretesa…

Photo: Dean Agar

Categorie:Argomenti vari Tag: , , ,

[H]a cuore lento

13 Aprile 2007 5 commenti


Non amarmi con la tua furia compressa, che esplode di colpo, incontenibile e insaziabile. Solo la punta delle dita su di noi, per dare ai polpastrelli l’incertezza di quel che sentono, drogandoli piano di un contatto di lanuggine e sentieri impervi.
Facciamo un cenno, appena i palpiti accelerano, per rallentare e quasi fermarci, calmare il desiderio senza saziarlo e godere di quell’attesa di piacere. Lenta, la nostra notte, lenta. Carezzami, lento. Portami via a poco a poco, ben sapendo che non t’appartiene questo modo di stringermi, ma non importa, non ora, nel tripudio del mio egoismo. Finalmente.

Finalmente.
Fammi svegliare domattina con la sensazione pulita semplice irrinunciabile di non poterti evitare mai più.

A.

Photo: Jarek Kubicki

Categorie:Argomenti vari Tag: ,