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Archivio Marzo 2007

L’attesa erode tutta l’idiozia dell’attesa

30 Marzo 2007 3 commenti


Il metrò buca in fretta la galleria, sventola i soprabiti dei presenti e camuffa la vista sotto i fili dei capelli. Poi passa, e torna la quiete del rumore quotidiano, così abituale, da rimanere come sfondo senza senso.
Sto per aprire il giornale, in attesa di un treno meno pieno, quando ti vedo. Devi avere sceso le scale da poco tempo, hai appena preso posto su una panchina affollata e a malapena riesci a nascondere la tua espressione preoccupata, ansiosa, dietro gli occhiali da sole.

Cosa – mi chiedo – vuoi nascondere al mondo? Per anni hai nascosto a me la gelosia che provavamo, ogni volta che parlavamo di nuovi amori, appuntamenti, nuove carezze, nuove emozioni. Trovavamo uno, due difetti – il numero dipendeva da quanto fossero pungenti i commenti – ai rispettivi partners, e già cambiavamo discorso. Una stoccata qua, l’altra là, e in men che non si dica tornavamo single, a farci gli occhi pesti con un’altra nottata di chiacchiere e film, un’altra nottata sul tuo divano, a coprirci con plaid e a bere birra, un’altra nottata ad addormentarci l’uno sull’altra. Un’altra nottata a chiederci perchè tutte le ansie del giorno si calmassero a quel semplice contatto.

Meriti di più, mi dicevi.
Io annuivo e facevo spallucce, tutta convinta di riuscire a staccarmi dalla spirale vorticosa che mi portava a domandarti subito un parere. Anche tu meritavi sempre di più, ma non trovavo nemmeno il coraggio per dire “idem” alla tua frase.

Eccoci, ora.
A trent’anni, con la cartella in mano, un volume smodato di documenti e mazzi di storie naufragate. A trent’anni, ancora così giovani, quasi bambini. Ma quante storie c’hanno ammazzato i sogni! E forse ce lo siamo sempre voluti, e forse sarebbe stato tanto semplice fermare la turba di errori, se solo avessimo indugiato un po’ di più su quel divano, se solo un goccio in più di birra avesse permesso di slegare tutti i pensieri.

Invece.
Invece qui, ora, mattinata milanese anonima. Il tuo viso, tra tutti, riluce. Mi vedi, un saluto s’alza, tu ti alzi, il mio braccio si alza, i nostri sorrisi si alzano. E noi scendiamo, per le scale, per ritrovarci di nuovo. Devo raccontarti un incubo, quest’oggi. E tu che mi dirai? Hai una storia che ti sta sfiorendo tra le dita, anche stavolta. Io spero – da buona egoista – che mi racconterai di aver chiuso, anche con lei. Mi domanderai se ho impegni per questa sera, e io li rimanderò tutti, per la nostra solita serata.
Arrivi, e senza capire altro, t’abbraccio stretto. Titubante, ritrovi la tua bella sicurezza e m’abbracci di rimando.
Che ti prende?, mi chiedi.
Che questa sera cambio vita, rispondo.
Volevo chiederti se venivi da me.
Perfetto.

L’attesa erode tutta l’idiozia dell’attesa.
Ne varrà la pena.

A.
storie…

Photo: Inge Kirsi

Insegnami la notte

28 Marzo 2007 6 commenti


Calano lenti
- la notte il vestito -
dubbiosi.

Io, dubbiosa.
Gli occhi che vagano per la stanza, in cerca di vie di fuga da te, dall’ossimoro dei nostri nomi, accostati.
Noi accostati,
senza tripudio, solo paura. Sento le tue mani dietro alla schiena, e già sei tempesta di baci sul mio collo, e già raccogli nelle tue mani enormi la mia testa ciondolante. Ubriacami piano, ti prego, non saziarmi, perché so a cosa andremo incontro.

Viziami invece delle attenzioni che mi avresti offerto, se mi fossi offerta a te con la incoscienza di una vergine al sacrificio. Non toccare mai le mie mani, però: lasciami libera di inseguire traiettorie sconosciute sul tuo corpo di uomo, lasciami giocare e fingi che le mie insistenze siano i primi pensieri solleticati da una prima scoperta, non l’abitudine di conoscere i tuoi gusti.
Brevi interruzioni senza parole, solo occhi fissi nella vacuità del tempo. Le mani, di nuovo, intrecciate alle mani, e già promettono un ritorno senza pari, un arrembaggio che migliora con i minuti, con i dubbi che ormai stramazzano con le ultime remore.

E allora… Noi, ossimoro che si tocca in due curve opposte, giochi complementari che si cercano e si provocano, fino al fremito che pretende la resa. Non arrendiamoci. Non ancora.
Copri subito tutto il mio corpo con il lenzuolo e tu resta sopra di me, colmami di quelle promesse che tra poco scambieremo sottopelle.

Raggiungimi.
E che sia visione, non tripudio, non idillio, che sia solo visione delle nostre bellezze ormai diffuse, e del mondo che si piega, come i nostri gomiti sotto il cuscino, quando il sonno ci inghiotte. Sudati, ci inghiotte, tra sorrisi frenetici che nemmeno l’oblio potrà calmare. E saremo vivi, e saremo morti: poco importerà, nell’abbraccio stretto di una notte che mi hai insegnato, dal primo all’ultimo minuto.

A.
non ho quasi più il coraggio di crederci…

Photo: Darren Henry

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Sospendo tutto, per stanotte

27 Marzo 2007 3 commenti


Sospendo tutto, anche il pensiero.
Dilaga lontano, è dissolvenza,
è ombra, è voragine di nero,
forse solo cieca incoscienza,

ammainata nella fretta fiera
di chi sussurrava il vero,
nuova Cassandra bianca senza
memorie.

A.
troppo stanca per impegnarmi.. Non potevo non lasciarvi un pensiero…Dedico questi pochi versi a voi, e alla vostra notte

Photo: Didier Perrau

L’amore a nascondino [mi farò trovare, ma non ora]

25 Marzo 2007 5 commenti


Giocare a nascondino, io e te, per la prima notte insieme in questa casa da attori del cinema, era l?ultimo dei miei pensieri. E invece, mi trovavo già appoggiata ai muri che percorrevo con attenzione con le mani, per evitare di scontrare soprammobili e altri oggetti sconosciuti. Mi muovevo appena, un piede dietro l?altro, trattenendo a stento le mie risate sottili e un po? puerili. Ad ogni stanza che attraversavo, in cerca di un nascondiglio papabile, avvertivo il cuore che sciabordava in un via e vai di pulsazioni.

Poi tu cominciasti a camminare. Mi avvertirono i tuoi passi dalla terrazza, dove il cotto del pavimento risuonava sotto i tacchi delle scarpe di cuoio. Per quanto mi impegnassi, non potevo ancora orientarmi o riconoscere i rumori collegandoli a una stanza piuttosto che all?altra. Amavo rischiare, e per questo scesi le scale a tentoni, sulle punte per non farmi sentire e riconoscere. M?acquattai in cucina, dietro al bancone di marmo dove la superficie era lucida e intatta, senza la minima traccia di polvere o d?utilizzo.

Saresti arrivato, prima o poi, e subito un brivido attraversava tutto il mio corpo, non senza piacere: pregustavo il tuo arrivo, l?abbraccio folle, la passione che ci avrebbe colmati di desiderio, per poi riversarsi in noi e fuori di noi. Una notte indimenticabile, pensavo, e mi stringevo ancora di più dietro al bancone, carezzando le manigliette dei cassetti che parevano d?ottone, e forse lo erano, ma dai lampioni arrivava una luce troppo debole per avere certezze.
Nemmeno di me, avevo più certezze: sicuramente il rimmel s?era sbavato per il riso eccessivo, i piedi arrossati dai lacci stretti dei sandali, e il mio viso chiazzato di rosso, animosissimo. Eppure ero bellissima. Ne ero certa, mentre mi muovevo di soppiatto verso il giardino, ora nascondendomi dietro a una colonna, ora in attesa di un tuo prossimo passo.

Mi sentivo l?Angelica cercata da milioni di cavalieri che s?erano persi nel Castello d?Atlante: tu eri tutti quegli uomini, uno coraggioso, l?altro spavaldo, l?avventato e il timoroso, il burrascoso e l?iracondo; io ero la dama che s?allontanava indisturbata, pur continuando ad apparire nelle visioni di ogni pretendente.

Per mesi avevo voluto essere il tuo unico pensiero: in quel momento, in giardino, mentre avvertivo i tuoi passi lungo la scala, e sentivo che s?avvicinavano, ebbi la certezza che nessun?altra donna mai avesse messo piede qui, e per questo mi mostrai a te, appena arrivasti in giardino. Mi mostrai a te, col vestito già cascato lontano, e sui miei sandali vertiginosi ero l?odalisca che ancheggia per raggiungere il suo sultano, e già lo seduce, e già è sedotta.

E fu notte.
E fu mattina.

Anathea
da una storia che mi sta facendo impazzire… Non riesco a scegliere la forma, la prospettiva, lo stile… E vedremo… La trama intanto martella in me…

Photo: Elena Platonova

I giorni della monotonia…

24 Marzo 2007 2 commenti


Stavi giù distesa sopra il letto
e ti lasciavi andare come alla deriva
passavamo così attraverso impervie vie
i giorni della monotonia
tutti e due le labbra sulle tue
gli attimi vissuti intensamente
sono spenti
Stare insieme a te fu il delirio
di una storia della nostra estrema diversità
e mi innamorai ossessivamente
per distruggermi “..stringimi..”
mi sussuravi piano: “caro amore”

Insieme, noi, non per vizio, ma per confortarci, per una vacanza che davvero non prendeva il via. Mai vista prima un’estate tanto piovosa, al punto da inzuppare le strade di melma rossa, così diversa dalla nostra Italia, come diverse le grida di chi correva da una casa all’altra. Diverse, perché qui erano grida mute, di persone che conoscevano le bizzarrie dei monsoni, tanto da non farci più caso. E adattarsi.
Così, anch’io, mi sono adattata. Alla tua presenza casuale, un giorno, sotto il portico della mia palafitta, dove provavi a sottrarti al fiume di fango che già ti aveva dipinto le gambe di spruzzi argillosi.
“Sorry” avevi detto subito.
E io, che d’inglese non capivo altro, t’avevo lasciato parlare per lunghi periodi provi di senso. Ascoltavo la pronuncia impastata di paura, e quella punta d’imbarazzo per i capelli che crollavano sulla fronte e negli occhi, senza più forza. Anche tu, quel giorno, non avevi più forza, per la corsa a perdifiato che ti aveva salvato dal fiume di fango.
“Entra” t’avevo interrotto.
“Italiana?” il tuo stupore, energia improvvisa.
“Ciociara” avevo risposto.

Giorni di immensa meraviglia
e giorni di cattività
tra noi due poi scoppiò il diluvio

Lux eterna domine in excelsis deo

Abbiamo passato da allora quei giorni di cattività dentro la porta di questa palafitta spoglia, dove la civiltà non esiste e l’unico sollazzo sono stati i nostri corpi, spogliati e ora rivestiti, vissuti intensamente e scavati senza vergogna.
Mentre fuori imperversava un’estate invernale, e le piogge ininterrotte hanno ritmato i fremiti di passione e i brividi di freddo, e secchi diversi raccoglievano l’acqua piovana che crollava dal tetto, in tintinnii quasi assordanti, nel silenzio della notte.

Passavamo così attraverso impervie vie
i giorni della monotonia
tutti e due le labbra sulle tue
gli attimi vissuti intensamente
sono spenti

Poi, il sole ha tinto le nubi brune in fuoco acceso di un’alba spregiata. Da noi, spregiata: nessun motivo ci tratteneva ancora nell’estrema diversità che ci aveva innamorati. Non dividere la nostra strada, allora, avrebbe significato far convergere le due vite che abbiamo costruito con tanta fatica, su un unico percorso, innaturale. E spezzare tutto, felicità compresa.
Non abbiamo dovuto spiegare niente. La vacanza finita. Dell’oriente porterò con me solo le persiane chiuse e il vento che, comunque, penetra l’anima e l’innamora.

Anathea

Sto con me tra noi due ho scelto me

Photo: Pavel Krukov

Riferimenti: Il testo "I giorni della monotonia" di F. Battiato

Parlarsi così

23 Marzo 2007 5 commenti


Parlarsi così,
con la paura di abbassarsi ad allacciare le scarpe e poi accorgersi che era sogno, il tuo fronteggiarmi.

Parlarsi così,
con i passi che si allineano ai tuoi, lungo una via irregolare, dove è meglio guardare il selciato per concentrarmi sul tono delle tue parole.

Parlarsi così,
con le mani nelle tasche, mani che ti prenderebbero, altrimenti, sotto braccio, perché avvezze a non penzolare lungo i fianchi.

Parlarsi così,
con l’idiozia di frasi cantilenanti che non finiscono mai, ma s’appoggiano a comodi puntini di sospensione, per rimandare, ancora una volta.

Parlarsi così,
con il ritornello mentale “è tutto finito” che riecheggia in ogni banalità, mentre la voglia di un nuovo incipit assale le corde vocali e le tende, in un suono stridulo.

Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi…
Parlarsi così,
è come non parlarsi affatto.

Anathea

Photo: Pavel Krukov

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Di ritorno, ogni giorno [realtà quotidiana sotto gli occhi stanchi]

20 Marzo 2007 12 commenti


E’ come passeggiare in uno scenario allestito per un western d’occidente. Deserto, paese deserto. Eppure non è notte, ma del giorno resta solo una sfumatura più chiara che permette di identificare l’orizzonte, tra un lampione e l’altro. Capita di chiedermi, alle volte, se quella luce è sole che cade o riflesso di tante luci lontane, indistinguibili ai miei occhi. Stanchi. Anche stasera, i miei occhi sono stanchi.
Cammino in fretta, nella mano destra stringo già le chiavi della macchina, e ogni volta a metà strada, quando le case si diradano e i lampioni spariscono, mi ripeto che sarebbe un posto particolarmente adatto per derubare qualcuno. D’istinto, stringo ogni sera la borsa sotto il braccio e le chiavi tra le dita – non mi sento più forte, ma è come se mi preparassi. A cosa? Che forza potrei mai opporre, io?

Tanto so che non ci vogliono tanti passi per arrivare al parcheggio, ritrovare la mia fida macchina, mettere in moto e allontanarmi, prendendo fiducia nei primi cambi di marcia, sapienti ma senza ostentazione. Con affettuosa abitudine, piuttosto.
Ancora pochi passi, è vero, ma intanto i primi rumori di forchette giungono al mio stomaco vuoto da troppe ore, mentre i passi risuonano per i tacchi sul marciapiede irregolare.

Quando arrivo davanti a un portone, aperto, ogni sera ripenso a te. Quale stupidaggine! Non so perché questo cortile mi riporti al tuo ricordo, mai siamo passati di qui insieme, ma un giorno ho avuto la terribile idea di riflettere – qui – “chissà cosa sarebbe successo, se tu non mi avessi lasciata, chissà se un giorno mi sarei stancata di te…”. Quasi una maledizione, quel giorno, perché anche stasera passo di qui e mi rivedo, vestita d’estate e di fiori, a chiedermi ancora di te. Una domanda senza risposte, è vero, ma una domanda così innocente che m’aveva sconvolta allora, come oggi ancora mi coglie impreparata.
Sorpasso con un po’ di stizza il cancello e il cortile, arrivo alla casa dove ogni sera ci sono ancora le tapparelle abbassate – e poco oltre un cancelletto nasconde solo parzialmente il muso mesto di un cane. Il solito cane, quello che all’inizio abbaiava ai miei passi, e adesso non fa che osservarmi con quei grandi occhi malinconici. Sa lui, come so io, che non infilerò mai la mano tra le sbarre per accarezzarlo: troppa paura per le sue grandi fauci.
Passo di nuovo oltre, ma sempre dedico un sorriso a quel cane gigante, come se capissimo tante cose, insieme… Se lui, con la sua malinconia, capisse i miei pensieri di qualche passo prima.
Finalmente il parcheggio, in lontananza, e subito cerco la mia macchina, e le sorrido. Non avrei mai pensato – ai primi tempi di patente – che mi sarei affezionata tanto a un oggetto: non facevo che fare spallucce, e ripetere che una macchina era solo un mezzo per spostarsi di qua e di là. Feticista. Pure con la macchina.

Come ogni sera, apro la portiera e mi fermo un attimo, per voltarmi a osservare dietro di me il solito appartamento dove è accesa la luce. Mangiano, già. Ogni sera: devono essere abitudinari. Vedo quei muri rosa, troppo accesi per essere belli, e quelle tende volgari tirate indietro. Forse guarderei un altro appartamento, se ci fosse la luce altrove, ma sembra destino: solo la casa rosa resta accesa, quel piccolo mondo dove ogni tanto intravedo bambini che corrono, e le voci si alzano per superare quelle del telegiornale. Una famiglia come tante. Già… Con i muri rosa, però…
Senza preavviso, mi stringe una commozione tanto sincera da essere bella, e candida, e mentre faccio retromarcia, per lasciare il parcheggio, già penso che a qualche chilometro un piatto in tavola attende anche me.

Anathea
non è un monologo interiore, ma… di interiore c’è tanto…

Photo: Jean-Sebastien Monzani

Era così una brava donna…

18 Marzo 2007 7 commenti


Mai le avevano dedicato una poesia, perchè sembrava una donna tanto concreta da non soffermarsi su parole di cui nemmeno capiva il significato. Del resto, era una lavoratrice e, come spesso accade, lavoro manuale e orpelli poetici non si accostano senza cozzare. Non importava che lei si commuovesse davanti a una preghiera appena scritta, o a un disegno di un nipote, al cui confronto l’astrattismo è arte dell’esplicito.
No, nessuno pensava a queste cose. Per di più, nessuno pensava che una donna simile, vittima di tradimenti trentennali da parte del marito, potesse ancora trovare poesia nella sua vita.

Lei, invece, ancora ne trovava.
La trovava quando alla sera i nipoti dormivano nella stanza affianco, e lei poteva restare da sola vicino al camino – dipinto e costruito dal suo fedifrago marito – con un fuoco scoppiettante davanti agli occhi e un collo di bottiglia stretto nella mano sinistra.
Whisky. Ancora.
Suo marito non gliene faceva mancare mai, come se l’alcol fosse la panacea per tutti i mali, e potesse lenire l’amarezza di tante diverse donne. Donne ovunque, anche quando lei, da brava moglie, andava alla messa pomeridiana e provava a nascondere l’angoscia di tornare a casa e rimuovere capelli biondi dal cuscino. Era mora lei, mora con capelli corti che non raggiungevano mai i cinque centimetri: quando il primo tradimento era diventato palese, lei aveva cancellato con un colpo di forbici tutta la sua zazzera scura. La femminilità, da allora, rivolta solo alla bottiglia di whisky, con cui intratteneva ormai il più carnale dei rapporti di dipendenza.

E s’odiava. Furiosamente odiava il bisogno di vuotare un altro bicchiere, la odiava la vergogna di venire a bussare alla nostra porta con passi malfermi, odiava la gente che la scansava per l’alito da ubriaca. Odiava se stessa, soprattutto, per quel fegato ventenne che le avevano trapiantato e che lei rovinava, bottiglia dopo bottiglia, incapace di lottare per quel dono ricevuto e immeritato.

Eppure era così una brava donna… Lo dicevano tutti, al suo funerale. Meno suo marito, che scrollava le spalle. In casa, non c’era più traccia di whisky: è chiaro che la notte prima del funerale, suo marito doveva aver occultato le prove di un omicidio tanto psicologico, tanto sottile, tanto spietato.

A.
dedicato alla mia vicina di casa Gianna: la ricordo con gli occhi buoni, quando spingeva il mio passeggino per i campi. Morta da anni, ancora mi vieni in mente…

Photo: Janosch Simon

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Quando le foglie morte erano più vive della primavera

17 Marzo 2007 2 commenti


Quel che fa più male, nella lontananza, è aver dimenticato la via che percorrevamo insieme, per cercare funghi e radure per pic-nic autunnali. Io che non amavo la stagione delle foglie morte, e tu che stendevi sempre la tovaglia con un rituale quasi sacro: se gli angoli non si piegavano sotto la tovaglia, allora era un buon auspicio e avremmo trascorso un pomeriggio speciale. Altrimenti… Altrimenti, cosa? Eravamo tanto attenti a stendere con cura la tovaglia, che mai abbiamo sperimentato altre possibilità.

Pochi minuti, e poi le briciole dei panini al centro della tovaglia, pronte a pungere le nostre schiene sdraiate, dopo pranzo. A pungere il nostro abbraccio anche canne d’erba coriacee, forse per ricordarci che eravamo ospiti in un posto non nostro. Di passaggio, con i sorrisi ebeti e le palpebre socchiuse per il troppo sole: a niente valeva la mano a visiera per
placare la luce, ci voleva la coltre dei tuoi capelli sul mio viso, quei soffocanti fili d’oro che allontanavo di tanto in tanto con una mano, più per carezzarti il viso che per trovare aria.

E Dio!, quanto parlavamo in quei pomeriggi! Sfilavamo le cinture troppo strette, accomodavamo i maglioni sotto la nuca, le scarpe erano abbandonate chissà dove: pronti per cominciare, dunque, con i nostri parapiglia emotivi, con le interrogazioni senza risposta, e le speranze che gettavamo a bocconi nell’aria sopra di noi, consci che per la forza di gravità sarebbero ricadute dentro le nostre bocche illuse, da lì a poco. Intanto, la sensazione di non desiderare altro.
Questo non ti ho detto mai: che non desideravo altro. Bastava la tua testa troppo bionda sul mio braccio intorpidito, e la pronuncia strascicata per un semplice sorso di vino.

Ora, lo sento io, questo sorso di vino. Mi sono perso.
Non è la nostra radura, nemmeno la pianta, forse nemmeno è autunno. Bevo ancora il vino e provo a cercare un’apparizione che mi illuda. Niente, nessuna ubriacatura mi riporterà sulla strada di un tempo, quella dove tu mi guidavi a cercar foglie rosse e sospirar di te.

Anathea

Photo: Inge Kirsi

Sono tornata bambina [evoluzione precoce per quest'involuzione lenta]

16 Marzo 2007 9 commenti


Sono tornata bambina, quando il mio corpo è donna.
Stessi grandi occhi marroni, ora inquadrati da eyeliner e rimmel scuro, ma l’espressione un po’ spaurita, attenta, curiosa oltre ogni limite del buon gusto. Di questo, sì, sono felice.
Il resto, invece, la denuncia del mio corpo che non passa inosservato, se tento la sorte con un vestito più aderente, una scollatura da sguardi rapaci, una minigonna con pochi, pochissimi veli. Lascio immaginare, quando vesto così, una donna che sono stata, quando ancora ero fanciulla
E la bambina che è in me non fa che giocare, chiusa da sola nella stanza dei genitori, intenta a provarsi i vestiti della madre, per già vedersi adulta.

A.
pensosa…

Photo: Massimiliano Uccelletti