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Archivio Gennaio 2007

Scrivimi – e se non sarò io, sarà l’assenza a risponderti

31 Gennaio 2007 7 commenti


Scrivimi.

Ho guidato tutta la notte con la musica delle tue parole nelle orecchie. Era silenzio. Sì, il silenzio delle tue parole, appoggiate sul cruscotto in una notte di ferragosto, o poco dopo, o poco prima, quando mi hai guardato senza parlare e hai parlato di un percorso in solitudine.
Tu, la tua solitudine.
E le tue lettere.
Morte con la tua compagnia.

Hai richiuso la porta.
Ed è stato facile, dimmi? Ricordavi ancora la combinazione di quella cassaforte che era casa tua, luogo inviolabile, di cui non ho mai avuto nemmeno una fotografia?

Ora guardo questo spazio che abbiamo lasciato al silenzio, e ricevo il tuo addio nell’ansia di un mezzogiorno nebbioso, padano, tanto bianco da coprire tutto. La mia felicità. La tua vergogna, rossa sulle guance. Il mio palpitare. Il tuo frammento di lacrime.

Mi chiedi di tornare.
Io non torno.

Scrivimi, ti chiedo.
Ancora attendo la tua risposta.
Osservo lo schermo ogni istante con maggior attesa, e maggior scoramento.
Qualcosa arriverà, di tuo, non hai mai saputo tacere.

Anathea
frammento come un battito d’ali

Photo: Jean-Sebastien Monzani

Close your eyes… And dream…

30 Gennaio 2007 5 commenti


Ho visto una strada tracciata nella neve.
Potresti tornare, riconosci i miei passi?
Seguili, questo potrebbe bastare.
Prima o poi, sai, mi fermerò.
E allora le tracce saranno più fresche.
Non dovrai abbassare gli occhi al suolo,
per riconoscere il dislivello.

Prima o poi, sai, mi fermerò.
E preparerò il fuoco per scaldare l’ultime vivande.
Lì t’aspetterò. Cena calda sul fuoco. Faremo a metà.
Pochi tizzoni ancora ardenti,
quando m’addormenterò sulla tua spalla.

E ringrazierò l’inverno
per il calore del fuoco
e il freddo della neve.
Che ancora coesistono.

Anathea

Senza particolari ispirazioni, ma una tenerezza che non riesco a esprimere, se non con queste immagini di una condivisione minima, ma essenziale.
L’esame, benissimo (30).
Baci

Photo: composizione da Mircea Bezergheanu

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Danger Zone

29 Gennaio 2007 4 commenti


Pericoloso, tu.

Tu che mi hai parlato di una strada lunga e deserta, dove se appoggi i piedi la terra muta colore, e non per la tua ombra, ma per il tuo contatto. Le ombre, sì, invece si dipingono in lunghi tocchi di pennello, e s’assopiscono sornione, seguendoti a malapena.
Se ti siedi su uno scoglio piatto, poi, il vento ti scompiglia la barba, i capelli, e se sei donna si burla ancora di più delle tue ciocche ramate, ci gioca, conscio che non ti puoi sottrarre. Nessuna grotta attorno, infatti. Solo il selvaggio pianoro, dove tu non sai dove rifugiarti.
Non temere, però, non c’è pioggia, ma solo un tramonto che non cade, e che colora le vesti bianche in vermiglie sete, e le avvince alle caviglie, alle gambe, al bacino.
Nulla puoi fare, per sparire.
Una sola cosa, sì, aprire gli occhi e smettere di sognare.

Pericoloso, tu.
Mi hai addormentata.
E ancora non smetto di sentire il vento.

Anathea
mento a me stessa: ho smesso da tempo di sentire quel vento, ma questa sopra era una conclusione migliore, a parer mio… Domani esame… Incrociamo le dita…

Photo: Norm Murray

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[...] and Rewind

28 Gennaio 2007 9 commenti


[Nei chicchi di caffé, ti ritrovavo.
Calmo marrone a spicchi, odore forte, deciso, inebriante.
Regolare, chicco in chicco, in cui affondare le dita e stringere a pugno, anche se ho le mani piccole, che perdono caffè, come han perso te.]

Quanti rewind ho chiesto alla memoria, quanti ne ho idolatrati, fino ad amarli con la prepotenza di pensare che fossero ancora presenti.
Ne avevo le mani piene, la testa ingombra, le cocche del grembiule chiuse e annodate perché non uscisse nemmeno una farguglia di quei passati.

Prima erano ricordi vergini, delicati, da guardare da lontano, senza frenesia. Bastava tenerli a distanza per scoprirne i loro lati più eterei, ma ad un paio di passi si vedevano le loro maschere, e veniva desiderio di spogliarli, stracciarli, scuoiarli, senza altre armi che la disperazione del giorno dopo, del giorno andato. La disperazione che prima o poi dovrà finire, quel rewind, e dietro la bellezza di un ricordo nuovo troverai tutta la finzione di questo ricordo, prima indimenticabile. Ora, ora un momento come un altro.

E qualcosa si rompe.
Quando me ne sono accorta, non avevo niente tra le dita. Avevo davanti a me una tazza di caffè e un ricordo nuovo, di un profumo nuovo, di uno sguardo nuovo. Ho sentito che il rewind si fermava e cominciava a registrare un nuovo filmato, più cristallino e fresco, e per questo terribile. Pensare, un giorno, a quando questo record diventerà un rewind, un’altra maschera buia da stringersi addosso, nelle notti troppo sole.

Silenzio.
Nessun tasto schiacciato.
Solo la mente che corre, il sorriso che si apre e attende una nuova parola, un nuovo sguardo, davanti a un caffé. E il caffé è finalmente zuccherato.

Anathea
ispirata liberamente – senza alcuna volontà di plagio, né di imitazione (inimitabile) – a SignoraDelleOreScure

Photo: Haleh Bryan

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Capodanno e ritorno [appunti di una storia]

26 Gennaio 2007 3 commenti


Come sarei tornata? Non avevo abbastanza denaro per un taxi fin là, e i treni non funzionavano a quell?ora della notte. Bell?anno si prospettava! Camminavo sola per una via di Milano che proprio non conoscevo, mentre da ogni direzione si sentivano i suoni dei petardi e clacson che salutavano il mio passaggio. Sussurravo tra le labbra una serie indefinita di improperi contro me, te, e tutti per trovarmi in una via malfamata, buia, dove non sapevo su cosa appoggiavo le scarpe nuove. Pensai con una certa amarezza che era buffo trovarmi per strada, tutta dorata e luminescente, mentre il resto era nera pece. Se mi fosse successo qualcosa, mi avresti avuta sulla coscienza, certo!, mi avresti avuta sulla coscienza.
Mi guardavo attorno: avevo paura. Già mi vedevo derubata, violentata, abbandonata in un vicolo, con il sangue che colava dal naso e ferite ovunque. Era uno dei miei incubi ricorrenti, durante le mie notti brave milanesi: sempre, al ritorno, temevo un?aggressione e me la figuravo nella mente, come se fossi ipocondriaca non per natura, ma per locazione.
Di colpo, mi venne in mente la possibile soluzione: Angelo. Mi aveva raccontato della cena da suo fratello, ma aveva anche intenzione di tornare al paese prima della mattina, dal momento che avrebbe dovuto lavorare e almeno voleva concedersi qualche ora di sonno. Cercai il suo numero con mani malferme: l?avevo in rubrica. Tremavo, e già componevo il suo numero, e già il cellulare cercava contatto.
?Il numero chiamato non è al momento raggiungibile??.
Riattaccai, furiosa, anche con Angelo: dove diavolo era? L?egoismo che mi muoveva non conosceva limite. Provai e riprovai, finché al posto dell?operatore mi rispose un normalissimo suono di telefono libero. Alla voce famigliare di Angelo, mi sentii quasi svenire dal sollievo: a nulla contava che ancora fossi accanto a sacchi dell?immondizia aperti e frugati, io già mi sentivo salva.
?Angelo, vorrei tornare anch?io a casa. Dove sei?? domandai. Avevo il cuore in gola.
Angelo avrebbe potuto essere già in autostrada, oppure ancora intento a festeggiare ? non mi accorgevo che non c?era più musica -, oppure quasi a casa. Cosa avrei fatto, allora?
?Nina, Nina è successo qualcosa?? sembrava preoccupato.
Caro, amico Angelo, che allora conoscevo ancora così poco e già sentivo quel trasporto fraterno e fiducioso! No, lui non era ancora partito, stava proprio salutando suo fratello. Appena sentì il nome della via, si fece spiegare come raggiungermi e poi schizzò fuori, terrorizzato all?idea che potessi subire qualche molestia. Suo fratello mi suggerì di proseguire, ché in quella via avrei trovato un piccolo bar poco pulito, ma tranquillo.

Riattaccarono, e rimasi di nuovo sola, nonché terrorizzata. Mi ripetevo che dovevo andare avanti, e avrei trovato il bar, ma in quale direzione? Come facevo a capire da che parte intendevano? Dovevo anzitutto restare calma, respirare a fondo, come mamma mi aveva sempre suggerito.
?Non farti vedere paurosa, se no ti rapinano subito? suggeriva sempre, quando scendevamo in metropolitana. Allora avevo tredici o quattordici anni, ma il consiglio valeva, indubbiamente.
Allora scelsi di proseguire, perché non avevo notato insegne luminose, né posti aperti sull?altro ramo viario. Camminavo in fretta, con la mano destra rattrappita attorno alla pochette, i piedi gelidi nelle scarpe troppo scollate e la gola chiusa da un terrore cieco. Stavo per pensare che mi avessero preso in giro, quando arrivai a tutti gli effetti a una bettola, illuminata in rosso. Non c?erano insegne, né scritte luminose ad indicare l?ingresso, ma solo un paio di avventori con in mano un bicchiere di birra.
Al banco, un energumeno dall?aria drogata mi allungò una vodka. Feci cenno di no e provai a chiedere di nuovo un caffè, ma l?aria era occupata da un metal assordante, retrogrado, e qualche americano parlava di morte dolorosa. Decisi di bere quel bicchiere offerto gentilmente, senza mettermi a sedere, perché le mie ansie d?igiene avrebbero potuto farmi collassare al momento. Con un braccio appoggiato al banco, diedi un?occhiata in giro: il locale era quasi pieno di stereotipi simili al barista, con lo stesso cranio rapato, strani baffi da pubblicità della Harley, vestiti scuri. Qualcuno aveva tatuaggi, altri piercing e orecchini, qualcuno ne aveva entrambi.
Lì mi venisti in mente tu: cosa avresti pensato nel vedermi sola in un posto simile? Lì con il vestito d?oro, sfavillante, e una serie indefinita di sguardi di disprezzo, ma anche rapaci? Tornò la paura, strisciante, e immatura, con la voglia spasmodica di un abbraccio amichevole.
In quel mentre, un clacson suonò in strada.

Uscii di corsa, ignorando i fischi e le lamentele del locale. Prima riconobbi la macchina, poi Angelo, e con loro ritrovai quel sollievo e quella protezione che solo una vera casa può regalare.
Angelo parve sconvolto nel trovarmi tinta di scuro, con quel vestito dorato e una serie di accessori che non avevo mai nemmeno portato in Liguria. Non commentò, né mi domandò altro, se non un:
?Stai bene??.
Partimmo in fretta, e in poco tempo arrivammo all?autostrada, di cui vidi solo il casello. Poi la vodka e gli altri brindisi della serata sortirono il loro effetto, e mi imbambolai sul sedile laterale, addormentata come una Cenerentola senza principe.

Arrivammo col sole opaco della prima alba.
Angelo mi diede un buffetto a una guancia e mi svegliai. Dopo il primo imbarazzo e le tante scuse, ci congedammo, perché lui era esausto e doveva ancora riposare, prima di cominciare una pesantissima giornata all?hotel. E io, che dire?!, non mi reggevo quasi in piedi, un po? per la stanchezza, ma soprattutto per la paura che mi aveva attraversata in quella notte assurda. Camminai lentamente, godendo la vista delle case del paese, dove la Norma e il Magretto ancora dormivano, le case dei miei alunni, e la chiesa, nella piazzetta lontana. I pochi negozi con le serrande chiuse, lì dove non conoscevano neanche i murales, salutavano il mio ritorno anticipato, e mandavano un brillio appena accennato.
Non importava quel freddo che penetrava sotto i vestiti, e sgominava le ultime energie. Pensai al mio cane Sabbia, che non aveva dormito nella sua cuccia, e mi sembrava di aver richiesto un?inutile sacrificio per poter andare a passare un capodanno civilizzato, un capodanno milanese. Che tristezza!
E Angelo, lui davvero era un amico, con l?aria preoccupata e le marce tirate fino ad arrivare a salvarmi? Certo avrei dovuto ringraziarlo in qualche modo, e sdebitarmi per tutto il disturbo: mi ero addirittura addormentata in macchina, senza nemmeno tenergli un po? di compagnia!
Cominciai a salire il sentiero per raggiungere casa: già ero arrivata, quando vidi un uomo che fissava le montagne, non il mare, fissava il sole che sbucava da una vetta a Levante, e provava a cancellare le tracce sonnecchianti di quel Capodanno.
Tu, eri tu! Non potevi esserci, non c?era logica, non c?era spiegazione, ma intanto aumentavo i miei passi, e aumentava il tuo stupore nel vedermi conciata così. Sfiorasti le mie guance, forse per riconoscerle, toccasti i capelli scuri, ma ancora della stessa seta sottile, provasti a sentire quanto fossero gelide le mie labbra. Labbra a labbra. Nel ritrovare il tuo calore, scoppiai in pianto.
Tu non chiedesti niente, mi abbracciasti soltanto.

Anathea

Photo: Nejat Talas

Non è troppo tardi [Not too late]

25 Gennaio 2007 4 commenti


Non è troppo tardi.

Ancora nevica bianco, sui balconcini scivolosi della città, sui davanzali dove restano gli ultimi gerani, coperti da un riparo antipioggia. Ma qui non pioggia, nevica.

Se esci subito di casa, con il tuo impermeabile blu, se subito giri le chiavi nel cruscotto e subito cominci a guidare con calma perseveranza, arriverai. Non sarà troppo tardi, anche se mantieni i limiti e presti attenzione alla neve che si accumula sotto i tergicristalli, e ti ricorda che è una pazzia partire così, quando potresti stare nella tua stanza, con il calore del termosifone accanto e tutta la solitudine di un giorno grigio, schiarito però dalla neve.

Neve ovunque, anche su tutti i tuoi dubbi che si sono ora ibernati sotto una coltre bianca, e pura. Gli eschimesi, sotto quella coltre, accendono un fuoco, lo sai?

Solo questo ti ho detto, prima di portarmi davanti alla finestra, e ancora pensare che non è troppo tardi.
Ancora la neve sta cadendo, ancora sbaglierai strada, perché non conosci il percorso per arrivare a me, ancora un’altra inversione di marcia, ancora un banco di neve appoggiato ai margini dell’asfalto. Il pensiero che è una pazzia, lo sai, non ti lascerà, almeno finché non parcheggerai qui sotto.

Suonerai il clacson, perché non conosci il mio numero civico, né hai portato con te il telefono. E poi, chiamarmi e rivelare tutta la tua emozione? Neanche a parlarne. Suoni di nuovo, finché non mi affaccio alla finestra, ma per aprire le persiane, devo spostare quella neve che s’è accumulata sul davanzale.

Sorrido nel riconoscerti e scendo.
Non importa se fa freddo. Il tuo impermeabile blu s’aprirà per accogliermi. E le tue labbra, sapore di neve, mi confermeranno che non è troppo tardi.
Per noi.

Anathea
vorrei che fosse così… E invece la finestra la guardo da sola…

Photo: Haleh Bryan

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Rischierò – Tutto – con te -

24 Gennaio 2007 4 commenti


Rischierò, con te,
la discesa ghiacciata sotto i piedi,
quando la strada sembra asciugata,
e in realtà è lucido diamante.

Scivola, bianco, il piede,
l’equilibrio manca l’appoggio.

Tu, dove la discesa è pianura,
sorridi e non m’aspetti.

Sola, soffrirò la caduta,
ma rialzerò i miei passi,
per seguirti.
E ancora, rischierò.

Anathea

PS – l’esame è andato bene (30!), grazie ai vostri in bocca al lupo…

Photo: Janosch Simon

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Carrugi di una memoria cittadina non così lontana

22 Gennaio 2007 3 commenti


La città vecchia che attende. Forte, vibrante di tradizione, con le sue lunghe appendici di storia che chiedono solo una visita, chiedono solo un estimatore. Chiede quello che noi non siamo, noi semplici avventori, capitati qui per caso, con un cappello per il sole e una macchina fotografica, pronta ad aprire il suo obbiettivo su parentesi d’arte sconosciute, fino ad oggi.

Forse è per questo fascino che ti stringo la mano e ti propongo di passare per un sentiero stretto, uno di quei carrugi che noi siamo abituati ad attraversare solo nel sonno – e non sono sogni, né incubi, ma difficoltà da passare con lo zaino dell’attenzione sulle spalle -.
Passiamo appena, io e te, e attorno ci sono solo le porticine di case invecchiate nella loro stessa ombra, addossate le une alle altre sul vicolo pulito, ma ammuffito. Qui, sembra che la modernità sia finita, non faccio che osservare i balconcini con le ringhiere mezze arrugginite, i gerani dove metà dei petali sono seccati, l’altra metà minaccia di marcire. Le tende sono tutte rigidamente tirate, come per sottolineare l’importanza di un’intimità a cui nessuno crederebbe, vedendo porte e finestre a un metro e mezzo di distanza.

Così, eppure è così… Mi racconti che nella tua infanzia vivevi in un posto simile, in un carrugio come tanti altri, e una volta provasti ad appenderti al filo de panni per arrivare dall’altra parte, a casa del tuo amico. Cadesti, ma erano solo quattro o cinque metri d’altezza, e tu eri appena qualcosa in meno di un saltimbanco. Ti guardo con estasi: la mia massima incoscienza era girare troppo velocemente lo sterzo della bicicletta, e tu, tu già allora attentavi la tua vita con l’ardire degli eroi, o degli avventati.

Stringo più forte la tua mano.
Sono fortunata ad essere qui con te, in questa dimensione atemporale in cui il mondo sembra aver fermato la sua maratona. Cosa siamo, noi? Dove siamo? A fior di labbra avverto il tuo sapore genuino, sano, e l’intero carrugio sembra risplendere di una luce antica, umettata dalla saliva di vecchi racconti di vecchi pescatori di vecchie vicende.

Poi alzo lo sguardo: un’antenna parabolica mi ricorda il giorno, il tempo.
Lontano, ma non troppo, un altoparlante annuncia uno sconto al grande magazzino.

Anathea
domani primo esame della sessione!!! (Letteratura inglese)

Photo: Massimiliano Uccelletti

Quel Natale, quando ti intravidi…. [appunti da storia]

21 Gennaio 2007 5 commenti


L?altare maggiore era preparato per il Natale.
In chiesa, l?ostinato brusio d?auguri gratuiti si lasciava riconoscere da un labiale qualunque: ?auguri, caro, buon Natale. Ah, dillo a casa, mi raccomando?. Tutto era ormai svilito dal tempo e dalla consapevolezza: gli auguri poco sinceri, le tradizioni stanche e trascinate, i faticosi biglietti, i pacchetti, le mie gambe nella gonna elegante. Perché avevo scelto di agghindarmi tutta elegante, rinunciare al sonno, uscire al freddo e arrivare a farmi schiacciare su questa panca dalla pelliccia ingombrante di mia madre?
Accanto a me, mio padre stropicciava le mani per il freddo e commentava qualcosa di veloce sui lavori di restauro che non sono andati a buon fine. Mia madre, invece, mi osservava con quella punta di riservata curiosità che non osava porre domande. E io? Io non avevo voglia di parlare, mi limitavo ad annuire per lasciarmi attirare dai colori e dal vischio attorno al tabernacolo. Poi socchiudevo gli occhi, perché il vocio insistente e acuto attanagliava tutti i pensieri e rischiava di mandarmi in uno stato di confusione. La mente vagava, vagava e iniziavo ad estraniarmi da tutto, da tutti? Lontana, lontana? Sempre più lontana?
Poi arrivava la mano sulla mia, con il suo calore recente. Sobbalzai, e mi voltai di scatto: mio padre mi guardava con un?espressione inquieta e capii che la celebrazione stava cominciando e dovevo alzarmi.
Pochi minuti dopo, Norma, dietro di me, mi augurò un Buon Natale, e con lei il Magretto. Nel voltarmi, diedi uno sguardo ai bambini che erano in chiesa, al piccolo Alfredo tra tutti, Martina, Daniele, e poi c?era la panettiera, più in fondo Angelo, con un bel cappotto elegante e ancora più in fondo, c?eri tu.

Silenzio.
Silenzio.

La chiesa era diventata silenzio.
Poi tutto riprese. Senza domandare il permesso, le mie orecchie ripresero ad avvertire i rumori, le parole, i discorsi, gli auguri. Tu restavi in piedi, con le mani nelle tasche della giacca e l?espressione persa per la chiesa.
All?improvviso, mi saltò in testa l?impulso di agire, per non rischiare di stare lì, immobile e impotente, a subire l?idea di averti alle mie spalle. Nella mia mente, immaginavo di chiedere a mio papà di scostarsi un attimo, perché non mi sentivo molto bene, e me ne sarei andata. Sarei uscita dall?entrata principale, superando lo stupore di tutti i presenti, avrei suscitato lo scandalo, specie quando tu mi avresti seguito e nel freddo della piazzetta ci saremmo baciati. Avrei scelto il tuo peccato, di nuovo.
Allora, alzai gli occhi e vidi mia madre. Fu come se l?avessi vista per la prima volta: ostentava con determinatezza la sua pelliccia quasi nuova, e teneva il mento alto di chi sa di aver ragione. La mano guantata si allungava sulla sua borsetta scura, camuffandosi, e il bracciale d?oro delle nozze sbucava dalla manica, a voler sottolineare un lignaggio che mia madre aveva sempre sognato, e mai raggiunto. Cantava, mia madre, con le labbra rosse che sembravano impreziosite dalle poche rughe agli angoli della bocca: chiunque, guardandola, avrebbe pensato alla sua bellezza, non ai suoi difetti. Alta quanto me, sembrava però superarmi con quella sua grazia endemica, la stessa che avevo ereditato e poi abbandonato, con la mia scelta del trasferimento.
Cosa stavo diventando? Gettai uno sguardo alle mie spalle: eri ancora là, ma non ero certa che tu mi avessi vista. Avevi lo sguardo rabbuiato, ma solo per una cattiva illuminazione della chiesa, e le ombre s?appoggiavano sui tuoi zigomi alti e spigolosi, lasciando gli occhi in una nera riflessione.

Di nuovo pensai di raggiungerti. Di nuovo mi fermai.
Restai inchiodata alla panca, abbassai la borsetta e la riappesi al gancio, appena in tempo per l?inizio della messa natalizia. Non ascoltai le prime parole, ma lentamente l?atmosfera e i visi sorridenti, compiti, mi invitavano a seguire il loro esempio. Come potevo? Come potevo, se tu eri dietro di me, a poche file di distanza, e sapevo che ti saresti presto reso conto della mia presenza? Volevo, come sempre, osservare la tua reazione: forse ti saresti ritirato verso l?uscita, prima ancora della fine dell?omelia. Oppure saresti restato, fermo e immobile, fingendo di non vedermi, se non eri lì per me.
Faticosa.
Faticosa immobilità.
Restai immobile.
Il tuo respiro era nell?aria, nella stessa aria che stavo respirando io. Il mio avrebbe potuto esserti famigliare, o già l?avevi dimenticato? Non volevo, non dovevo pensarci, ma le mani sudate lasciavano sempre una traccia dietro di loro: Sentivo il terrore e il desiderio assieme di girarmi lentamente e farmi furtiva nei suoi pensieri. Spiarti, per dirlo in una parola sola. Niente a che fare con il Natale, con la messa, con la mezzanotte: tutto però aveva a che fare con te e questo mi annientava, di nuovo.

Passò mezz?ora, mezz?ora di ricordi rimestati, di tuoi sorrisi identici a quelli attuali; mezz?ora di dubbi, rimpianti, di sguardi attorno, di richieste di aiuto. Nessuno a soccorrermi, perché nessuno sapeva.
Anche se in mezzo a tanti, io e te eravamo due elementi qualunque che potrebbero scontrarsi, molecole eccitate in una soluzione sul fuoco.
Così fu. Uno sguardo, una molecola voltata verso l?altra, un attacco verso l?altro? Mi voltai per il segno della pace e, in fondo, tu stavi dando la mano al vecchio che ti stava davanti. Fu un attimo, niente di più: i tuoi occhi arrivarono dritti nei miei. Restammo lì.
Le molecole si stavano surriscaldando. Buon Natale, sussurrasti, da dove eri.
Annuii, ma non sillabai nulla.
Norma, senza parlare, smise di stringere la mia mano per il segno della pace, e appena mi voltai, sono certa che si voltò a capire verso chi fosse rivolto il mio sguardo.
Mi finsi nuovamente a mio agio, distante migliaia di chilometri dai pensieri che ci coinvolgevano. Chissà cosa pensavi?! Forse avevi notato la mia emozione, o ti eri lasciato distrarre dai cambiamenti che da un giorno all?altro trovavamo in noi.
Aspettai con le braccia conserte la fine della celebrazione e, per tutto il tempo, non avevo fatto che domandarmi come agire. Alla fine decisi di uscire fingendo di niente, fingendo di non averti visto, e mi strinsi al braccio di mio padre. Non era una ricerca di protezione; sfidavo la tua serietà, nei miei confronti, e sorridevo, beffarda.

Camminai nervosamente sui tacchi alti e ti sfiorai appena la giacca: il lieve contatto tra i tessuti ti fece sussultare e mi fermasti per una manica, gentilmente, quasi. Perché sorridevi?
?Auguri? Ti ho vista prima e?ti trovo bene, sai?? dicesti, rispondendo appieno alla mia franca sfida. Stringesti la mano a mio padre e augurasti anche a lui un Buon Natale.
?Grazie. Non pensavo di vederti qui? spiegai, un po? laconica.
?Non è un caso, non trovi??.
?Non dovevi partire?? domandai, quasi sibilante.
?Parto, infatti, tra paio d?ore?.
Confesso che, nel sentirti parlare di effettiva partenza, provai un vago senso di vittoria: dunque eri arrivato fino al paese per me? E per vedermi appena? Forse per augurarmi buon Natale e poi tornare indietro? Eppure ti guardavo, e mi domandavo cosa potessi sapere di te: potevi avere un nome falso, o essere sposato, o essere cascato da bambino e avere paura dei serpenti, adorare la carne e i gatti, essere ateo, sedurre tutte le donne sul tuo cammino. Potevo essere un numero. Finché restavamo in questa chiesa, presa a guardarti di sottecchi, non l?avrei mai saputo.

Ci salutammo con un?altra stretta di mano. Di nuovo salutasti mio padre.
?Chi è?? domandò mio padre, in piazzetta.
?Un uomo che conosco appena? risposi.
Era Natale. Fuori si gelava.

Anathea

Photo: Raymond Ellstad

Tracce stracciate per appunti di storia

21 Gennaio 2007 4 commenti


Rientrai con una irrequietezza amara.
Mia madre stava lavando i piatti, e non volle che l?aiutassi. Così mi misi a sedere accanto a mio padre, sul divano nuovo, e continuai a fissare la schiena di mia madre, lievemente trapezoidale, ma tanto scarna e magra, mentre le sue braccia, come quelle di un pattinatore impazzito sul ghiaccio, si muovevano ritmicamente su piatti, posate, bicchieri. Di tanto in tanto un braccio, avvolto dal guanto di gomma, appoggiava qualcosa sullo scolapiatti, e poi di nuovo si immergeva nel lavello, e uno, e due? Io e mio padre sembravamo ipnotizzati dalla sua dimestichezza, e la televisione accesa era un semplice sottofondo. I nostri occhi erano per lei.
Sul tavolo, erano ormai rimasti gli orecchini di perla che avevo regalato a mia madre ? quelli che aveva sempre desiderato ? e una bella sciarpa di lana per papà. Mi sembrarono doni poveri, in confronto alla irruenza di tutta questa vita, in una casa non abituata al rumore.

Poi ci salutammo.
Osservai con una certa circospezione gelosa come mia madre controllasse il letto ? le avevo ovviamente offerto le mie lenzuola nuove, appena stirate ? e pensai che entro mezz?ora, un?ora al massimo mia madre e mio padre avrebbero dormito nello stesso letto in cui avevo fatto l?amore con te, Guido. Avrei voluto avvertirli, dire che stavano per profanare un talamo sacro, per me, e raccomandare loro di non spostare nulla dalla camera, nulla dal comodino, perché su quel comodino sinistro tu avevi appoggiato il tuo anello, e una collana, e sulla sedia accanto alla finestra c?erano i nostri vestiti, prima ammonticchiati, poi ripiegati con cura, per passare la notte. Anche loro, per passare la notte.
Non avrebbero dovuto nemmeno affacciarsi alla finestra spaziosa della camera, perché su quel vetro c?erano le impronte delle nostre dita, il mattino della tua partenza. E sono certa che con il freddo e la luce dell?alba avrei distinto ancora i tuoi polpastrelli, confusi con i miei, più piccoli e stretti.
Invece, non dissi nulla, abbacinata da quella usurpazione di un?intimità che avrei goduto volentieri, da sola. Almeno questa notte, da sola. Mi trascinai in cucina, preparai il divano-letto con una stanchezza rassegnata e vile. Sistemai il cuscino, lo sprimacciai a lungo e con forza, mentre in sottofondo avvertivo il parlottio dei miei genitori.
Di qui, spensi subito la luce. Osservai le ombre che si allungavano, la prospettiva della cucina che si offriva nuova, scorciata, e con i piedi riuscivo a toccare il muretto alto un metro che costeggiava la porta per andare di là. Su quel muretto, un posacenere. Pensai per la prima volta che in tre mesi abbondanti di residenza qua non avevo mai spostato quel posacenere, nonostante io non fumassi più. Tu fumavi.
Mi drizzai a sedere e mi avvicinai al posacenere: non era rimasta traccia del mozzicone di sigaretta che avevi poi tolto, prima di andartene. Avevi occultato anche questa prova.
Tornai a sdraiarmi, ma il sonno tardava ad arrivare. Stavo lì, le dita tamburellavano sugli addominali, in attesa. La spia rossa della televisione m?irritava, la goccia persa ritmicamente dal lavandino mi irritava, ma più di tutto mi irritava l?idea che mia madre e mio padre avrebbero potuto abbracciarsi, se avessero voluto. Ma non volevano. Non volevano più.
E io, qui, smaniosa di te.

Anathea

Photo: Ralph Matucci