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Archivio Dicembre 2006

Billancio del 2006 [2^ parte]

31 Dicembre 2006 5 commenti


LUGLIO
Mese travagliato, Luglio, non c’è che dire… Ultimi spossantissimi esami, tra cui la grande vittoria di Lingua latina (29!), un gran peso giù dalle spalle ma completa incapacità di rilassarmi. Non per niente, infatti, nello stesso periodo ho concluso le ripetizioni per i compiti delle vacanze.
Importante, anzi importantissimo, termino con luglio la stesura della prima bozza di “Essere chiamato pazzo”. Ancora da rivedere e riscrivere, certo, ma il nucleo sta lì.
Credetemi, non ricordo altro!

AGOSTO
L’1 sono partita, per cinque o sei giorni ad Albisola, da Elisa, con due amiche di vecchia data. Di certo non c’è stato il relax che avrei desiderato: sono stata pure derubata!!! Probabilmente l’unico posto che mi avrebbe fatta rilassare sarebbe stata una beauty-farm, nient’altro.
Fortunatamente, non sono state le uniche vacanze, ma mi sono concessa la settimana successiva (partenza il 13) una vacanza “mista”: lago di Garda prima, poi in montagna, e per finire una gita a Padova, città assolutamente da visitare. Persino a metà agosto, piena di vita!
Di ritorno il 18, subito mi sono sottoposta a una fortissima ripresa di ripetizioni: tutti i giorni, no stop. E in quei giorni non facevo che pensare a quando avrei smesso di studiare. Almeno per un po’.

SETTEMBRE
Poi settembre, mese che ha sempre rappresentato tanto per me, innanzitutto per il mio compleanno, il 16, poi perché ho vissuto i miei ricordi migliori nei primi giorni del mese, ogni anno. Per non smentire la tradizione, anche quest’anno qualcosa da ricordare: il 2 settembre s’è sposata mia cugina e, lo stesso giorno, anche Stefano s’è sposato. Dovevo scegliere se presenziare al matrimonio del parente, o dell’amico: alla fine, ho scelto il parente. Forse per quieto vivere, o semplicemente per evitare di dire addio al primo amore.
Compleanni, il mio innanzitutto, festeggiato con una carinissima serata con le amiche più care. Tanti regali splendidi, chiacchiere e spensieratezza. Per una sera, almeno.
Poi è arrivata la febbre, proprio un paio di giorni prima dell’esame di Letteratura Latina per cui avevo studiato tutta l’estate: Frustrazione, certo, ma anche la dolcissima chiamata di Stefano.
Fortunatamente, l’influenza passa in fretta e, per quanto ancora piena di tosse come un fumatore incallito, il 28 sono partita con Elisa, Marta e Marta alla volta di Firenze, dove ci siamo fermate fino al tardo pomeriggio del 1 ottobre. Vacanza stancantissima, non c’è dubbio, abbiamo camminato fino allo sfinimento, ma quanti sorrisi, quanta soddisfazione! E Firenze, Firenze… Una dimensione a cui mi pare di essere sempre appartenuta…

OTTOBRE
Come detto sopra, l’1 ottobre a Firenze, il 2 sono cominciate le lezioni del terzo anno. Strano e, senza dubbio, affascinante sentire spiegare alle lezioni di arte i monumenti e i dipinti che avevamo visto il giorno prima, agli Uffizi!
Intanto cominciano altre lezioni, e, con questo, pranzi con amici che non sentivo e non vedevo da mesi. Qualche ora di ripetizione ma, devo proprio ammetterlo, sempre di meno: si vede che hanno cambiato le prof alle mie allieve e, ahimé, si ritrovano asini per insegnanti?!
Il 14 spettacolo di Lella Costa al Fraschini: “Alice, quella meraviglia di paese” – se vi capita, non perdetelo assolutamente!
Il 20 rimpatriata: prima cena di classe con dopo tre anni dalla fine del liceo. Pochi partecipanti, ma tanta voglia di chiacchierare, di ritrovarsi e di sorridere insieme.
Il giorno dopo, shopping all’ennesima potenza, all’outlet di Serravalle Scrivia. Penso di aver concluso i migliori affari in vestiario fino ad oggi… E poi Milano, una passeggiata, uno sguardo sulla metropoli.

In questo mese, due novità. Anzitutto, una nuova conoscenza, significativa, ma ancora da valutare.
Poi un ritorno. Un incontro. Come se avessi avuto un presagio, qualche giorno prima scrivevo un pezzo sull’autunno, stagione preferita di Marco. Poi l’ho incontrato veramente, dopo più di un anno di lontananza. E poi di nuovo. Poche chiacchiere, sempre, ma un pensiero che è tornato a scaldare il cuore, per pochissimi istanti, sì, prima che la ragione tornasse a ricordarmi l’addio.

NOVEMBRE
E’ un mese che ricordo con il sorriso. Anzitutto per le belle mostre di Cartier-Bresson e di Tamara de Lempicka che ho visitato a Milano, il 4 novembre.
In secondo luogo (ma non meno importante), per una strana circostanza: davanti all’ospedale, sono stata avvicinata da una zingara che ha predetto il mio futuro più immediato. Io correvo via, impaurita dalle superstizioni che certamente mi avrebbe incultato, ma lei continuava… Mi ha detto cose incredibili: ha previsto successo negli studi (che si sarebbe poi avverato), un piccolo problema di salute (idem), anche se nulla di grave. Poi, soprattutto, ha parlato d’amore: mi ha detto che era un anno particolare, un anno dopo A. (vi giuro, ha fatto quel nome!), ma che ora un ragazzo bruno mi amava. Ragazzo bruno, ho chiesto? Lei ha confermato. In più, ha aggiunto che entro una settimana avrei riallacciato amicizia con un ragazzo che credevo perduto.
Lì per lì non ci ho dato peso. Ciò non toglie che il giorno dopo sono uscita con un “possibile ragazzo bruno“, e mi è arrivata l’email di Alessandro per cercare di rappacificarsi. Strane coincidenze, non è vero?! Certo, resterebbe da attestare cosa sente il “ragazzo bruno” per me: se solo amicizia o
Poi gli esami, esami splendidi, una brillante lode e soprattutto Letteratura Latina che s’è conclusa al meglio. Per festeggiare la sessione finita, il 24 festa da amici e il 25 a ballare hip-hop (se all’inizio ero scettica… poi mi ha conquistato!!!).

DICEMBRE
Mese non ancora concluso, ma quasi… Quasi… Mese contrastato: tanta voglia di fare, ma la salute non al top della forma. Così di lezione in lezione ho aspettato le vacanze natalizie, precedute come ogni anno da una serie infinita di pranzi e cene natalizie, sia con gli amici che con i parenti. In più, una inaspettata gita fuoriporta a Vigevano per visitare una mostra organizzata dalla docente di Storia Dell’Arte Moderna: nulla di entusismante.
Inevitabilmente, mi sono domandata come è andato quest’anno e non ne è emerso un giudizio positivo. Le speranze, tuttavia, continuano.

Auguri a tutti i cari amici che sono sempre stati con me durante quest’anno e l’hanno aiutato ad essere meno triste. Tra questi, mi piace ringraziare Laura, Flavio, Claudio, Martina, Carola e tutte le nuove conoscenze che non si sono limitate ad attraversare la strada, ma sono rimaste.
Per loro, ma anche per tutti coloro che, pur non conoscendomi, incappano in queste pagine, un augurio per uno splendido 2007! E l’omaggio di una poesia di Neruda, in merito:

Lo distinguiamo dagli altri
come se fosse un cavallino
diverso da tutti i cavalli.
Gli adorniamo la fronte
con un nastro,
gli posiamo sul collo sonagli colorati,
e a mezzanotte
lo andiamo a ricevere
come se fosse
un esploratore che scende da una stella.
Come il pane assomiglia
al pane di ieri,
come un anello a tutti gli anelli…
La terra accoglierà questo giorno
dorato, grigio, celeste,
lo dispiegherà in colline
lo bagnerà con frecce
di trasparente pioggia
e poi lo avvolgerà
nell?ombra.
Eppure
piccola porta della speranza,
nuovo giorno dell?anno,
sebbene tu sia uguale agli altri
come i pani
a ogni altro pane,
ci prepariamo a viverti in altro modo,
ci prepariamo a mangiare, a fiorire,
a sperare.

(Pablo Neruda)

Photo: Maks Tolstoy

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Bilancio del 2006 [1^ parte]

29 Dicembre 2006 7 commenti


Se penso a questo 2006, non faccio che pormi una domanda: cosa ho fatto, io, in questi 365 giorni? Cosa? Ci sono stati anni colmi, direi “saturi” se fosse possibile definirli tali, e questo è il primo così completamente vuoto… Carico di impegni, sia chiaro, vuoto di sensazioni e di emozioni… Vediamo, calendario alla mano, cosa riesco a ripercorrere…

GENNAIO
Gennaio mese di esami, nulla degno da ricordare, se non una costante amarezza sentimentale per un’illusione che di nuovo andava a sfracellarsi, come da un anno a quella parte.
Il resto del tempo è stato occupato a fare ripetizioni di inglese a tre studentesse del liceo linguistico: ottima occasione per venire a patti con me stessa, con le mie conoscenze e soprattutto con la possibilità di votare la mia carriera lavorativa all’insegnamento.

Musica: Mese segnato a fondo da “Nome e cognome” di Ligabue e da “Intensive care” di Robbie Williams.
Niente degno di essere ricordato.

FEBBRAIO
Mese di grandi esami, grandi vittorie personali, e ancora ripetizioni. Unica cosa degna di nota: viaggio a Firenze!. Un solo giorno, ma la città è entrata nel cuore e mi sono ripromessa allora di tornarvi, il prima possibile. Certo non immaginavo che ci sarei tornata addirittura in questo stesso anno
Intanto, il mio migliore amico, Stefano, mi annuncia che si sarebbe sposato entro l’anno. Mestizia, felicità per lui, dubbio.

MARZO
Marzo di nuovo nulla di nuovo, ripetizioni, lezioni, pochissimo studio per mancanza di studio, ma, del resto, non c’erano ancora sessioni d’esame. Nessun viaggio, nessun divertimento. Stasi.

Musica: assolutamente Gianna Nannini, “Grazie”, album che segna l’intera annata. La segna e stimola parecchi scritti:
- post 1
- post 2
- post 3
- post 4
- post 5

APRILE
Mese denso: innanzitutto, ritorno degli esami, con una serie di impegni che non avrei mai potuto assolvere, se non fossi stata piena di energie. Qualche cena molto carina con amici di vecchia data, uscite, divertimento.
Esami splendidi.
Dal 23 al 25, tre giorni in Liguria a casa della mia carissima amica Eli, a cercare un po’ di relax, spaziando dal paradiso della Villa Hambury alla piacevolezza di stare in spiaggia.
Mese dedicato alla scrittura: quante pagine ho scritto di “Essere chiamato pazzo”?! Quante, quante… Quante serate così, con gli occhi che si abbassavano per il sonno e la mente ancora accesa.

MAGGIO
Maggio senza dubbio è stato un bel mese, piacevole, senza particolari pretese. Come ogni anno, è stato segnato da un numero improponibile di compleanni, feste, cene, rimpatriate.
Da ricordare, la mostra a Como di Magritte, splendida, organizzata bene e con i quadri più rilevanti. E’ stata una vera e propria rivelazione, portando Magritte in vetta alle mie preferenze artistiche.
Poi ci sono stati i preparativi per il referendum e i giorni là, in paese, con un caldo che faceva scoppiare e una buona compagnia di compaesani. Piacevole esperienza, non c’è dubbio. Negli stessi giorni, mia cugina ha anche festeggiato la Cresima: inutile dire che non m’è stato possibile presenziare, ma purtroppo i rapporti sono tanto flebili ormai, da non averci sofferto.
L’Amore?!? Impossibile pensarci. Innanzitutto, troppo poco tempo, eppoi un pensiero costante che restava immutato, nonostante i mesi trascorsi dal nostro addio mai pronunciato. Tutto fino a una inspiegabile presa di coscienza, improvvisa almeno quanto desiderata.
A parte i miei problemi puramente sentimentali, una serie di problemi economici mi hanno fatta tremare a lungo, problemi non risolti, ma senza dubbio rimandati. Allora, lo confesso, era l’angoscia.

GIUGNO
Mese dedicato di nuovo alle ripetizioni e allo studio. Ho finito le lezioni, studiato come una dannata per guadagnare la mia prima Lode a libretto che, tuttavia, non è valsa a calmare la sensazione di non aver portato a termine nulla.
S’è sposato un amico, mia sorella ha animato un saggio a scuola, un po’ di compleanni, di nuovo sono stata chiamata come scrutatrice al referendum di fine giugno.
Il 14 e il 15 sono trascorsi sul Lago di Garda, a trovare gli zii: primo giorno splendido, su un’isoletta di proprietà privata, dove siamo stati ricevuti personalmente dalla contessa. Il secondo giorno segnato, purtroppo, da problemi idraulici che ci hanno costretto a restare in casa e pulire…
Nonostante le illusioni fossero finite, ancora un pensiero dedicato a lui.

Appuntamento a domani per il resto del review!
Mi fa male accorgermi che tutti gli anni arrivo a fare volentieri il bilancio dei mesi passati. Non per questo 2006. Rimanderei il più possibile, credetemi, rimanderei fino a sentire di aver compiuto qualcosa di utile. Invece, è chiaro che è un anno di passaggio.

Anathea

Photo: Maks Tolstoy

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Tempo a crescere

28 Dicembre 2006 8 commenti


Ho speso anni di fianco a te, appollaiata sempre sullo stesso sgabello scomodo, pur di sentirti parlare. Facevo spazio nella mente, intanto, per accogliere tutti i tuoi pensieri, spaziare e allargare i miei orizzonti. E i pomeriggi senza di te, tutti quei pomeriggi sempre a studiare nuovi libri, informarmi sulla cultura che tu sciorinavi senza mai essere saccente. Semplicemente, sapevi di comunicavi.

E io attendevo i nostri dialoghi come se non potessi crescere da sola: le tue parole erano il miele con cui il medico cosparge i bordi del bicchiere. Dentro, però, la medicina.
Memoria lucreziana.
Concordo.

Le tue parole erano sempre nuove, però, e le citazioni non si stancavano mai di piegarsi alle tue argomentazioni, come semplici strumenti.
Il pomeriggio passava, mi appoggiavi un bacio sulla guancia, senza mai indugiare, per non farmi pensare che vi fosse malizia, nel tuo gesto. Del resto, ti assicuro che mai ci avrei pensato, fino a quel giorno di maggio, quando tutta la vita rifioriva e tu, al contrario, morivi.
Così m’hai detto, m’hai detto che non capivi come una ragazza di sedici anni potesse starti affianco ogni giorno, per sorbirsi i tuoi discorsi da adulto, da professore universitario, i tuoi discorsi da uomo morente.

Allora ti ho guardato. Non sapevo che fare. D’istinto, ho affondato le mie braccia sotto la tua giacca e ti ho abbracciato. Eri un uomo, un uomo come tanti altri, di carne e lacrime, tu che per me avevi rappresentato l’idolo a cui tendere, per anni. Non eri più la divinità inavvicinabile, ti stringevo tra le braccia e ti sentivo scosso dal pianto: eri l’uomo. L’uomo che conosceva a memoria Cicerone, e mi suggeriva poesie di Neruda da dedicare a chi nemmeno le avrebbe lette. Eri l’amico che avevo stretto sul cuore, pur senza sfiorarti. E morivi.

Morivi. Hai detto che ti sembrava una follia morire a non ancora quarant’anni, ma, del resto tutto era una follia. Essere lì, tu e io, era una follia.

Il giorno dopo sei scomparso.
T’ho atteso al solito bar. Inutilmente.
Hai preferito sparire come eri arrivato: di colpo. E io non possiedo altro del tuo passaggio, di quel tuo abbraccio, se non nella memoria. Là ancora t’idolatro.

Anathea

Photo: Pavel Krukov

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Il vizio del passato ri-suona

27 Dicembre 2006 3 commenti


Jam Session* 2006

Quest’anno hanno fatto le cose in grande: un intero palazzetto dello sport per noi, per ben un weekend. Intero, sia il palazzetto e il weekend. Quasi oppressa dal peso di questo pieno, mi appoggio alla porta di questo luogo sconosciuto e avverto già le note di chi prova ad accordare un clarinetto; sotto, il pianoforte dà un La.
Io aspetto, sento la musica che entra febbricitante nelle mie vene, da un intero anno riposate in una flemma greve e stantia. Entrare… Dovrei entrare… Entrare, anziché fermarmi qui ad origliare le improvvisazioni degli altri, tra una chiacchiera e un applauso degli spettatori di passaggio.

In realtà, so cosa sto aspettando. Innanzitutto, mi illudo ancora che il cuore rallenti questo suo discorso logorroico, senza punti, senza virgole: non fa pause, nemmeno per lasciarmi respirare un attimo in pace, senza tutto questo suo sbattacchiare aspro. Emozionarmi prima di partecipare a un jam session, emozionarmi prima di salire sul palco di un corcerto di classica o jazz, ancora è un vizio di cui non so privarmi.
Respira, Jule, respira, mi ripeto a forza.
E spalanco la porta.

L’aria scura del palazzetto mi impedisce di avanzare, ma gli occhi si abituano in fretta, e cammino con passi felpati fino al palco improvvisato. Anzi, il palco non c’è: suonano nel cerchio centrale del campo da basket. Vedo subito Paffo, un vecchio musicista palestinese, con la sua barba folta, subito sormontata dal sax. Porta male i suoi anni, sembra un barbone a cui abbiano regalato, di colpo, un miliardo e non sappia che farne… Così appende al collo le sue medaglie conquistate, camuffate tra altre catene d’oro, matronali e di cattivo gusto. Alza una mano, Paffo, mentre con l’altra prepara una nota lunga e triste. Mi saluta, e dalla tasca estrae un cioccolatino, me lo lancia.
Lo ringrazio, e mi metto a sedere sulla tribuna. Da bambina golosa, addento il cioccolato.

Penso. Penso che siamo una comunità strana, noialtri, non ci vediamo per un anno intero, e quando ci ritroviamo non facciamo che abbracciarci, e ridere, non facciamo che suonare, e sfidarci, e migliorarci… E commuoverci. Come ora… Ora che mi sento libera, e potrei andarmene, prima che arrivi lui, il solito clarinettista, a farmi sentire una perdente. Vorrei alzarmi, tornare fuori a prendere fiato, perchè non riesco a rallentare i ricordi, e l’anello che porto ancora all’anulare stringe, improvvisamente.

Invece, appena sollevo gli occhi, ritrovo Jean, già pronto a togliere il clarinetto dall’imballaggio di sicurezza. Ha fatto un viaggio lungo, non c’è dubbio, la sua barba incolta ne è una prova, ma le sue mani saettano sullo strumento, e già l’ha montato, e già sistema l’ancia, la stringe, la prova. Troppo morbida. Vedo la sua solita ruga d’espressione turbargli la fronte. Poi il clarinettista si volta, mi osserva, sorride, passa una mano nel ciuffo e torna al suo clarinetto. Riallinea i pezzi, torna a guardarmi, interroga la carta di cioccolatino che stringo tra le mani e sillaba che me vorrebbe uno anche lui.

Sorrido, sorrido, e il cuore dialoga. O forse è un monologo assurdo.
“Signorina Monaca, l’aspettiamo sul palco… Anzi, in campo!”.
Sorrido a Jean e scendo le scale della tribuna, raggiungendo il mio pianoforte. Sul bianco e sul nero dei tasti, l’anello dorato scriverà vecchie storie, come una pergamena che s’impreziosisce dei disegni di una penna d’oca, intrisa nel nero di un inchiostro indelebile. Scendi le scale, Jean, ti aspetto per questo duetto, improvvisato.

Anathea

* le parole in grassetto sono solo perché input per scrivere la storia… si tratta di un vecchio gioco tra me e la cara amica Ananke…

Photo: Ben Heyes

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Gioco rotto

26 Dicembre 2006 2 commenti


La guardava. Con occhi quasi socchiusi per resistere al sole invernale che, sulla neve, riflette tutto, anche i bagliori che non ci sono, ma si immaginano. Lui la guardava correre, tra i raggi del sole, la guardava correre da lì per un abbraccio, chinarsi con quei suoi capelli lunghi che si riversavano come una cascata bionda.

Lui la guardava. Attonito.
Pensava all’indifferenza con cui l’aveva scelta: era un pomeriggio dell’inverno precedente – non ricorderebbe la data, se non fosse lei a ricordarlo ogni mese -, uno di quei tristi pomeriggi lombardi, quando la città milanese è troppo ottusamente stipata di traffico e borse natalizie. Per questo forse, o per un po’ di calore, aveva scelto di entrare in un bar. E in quel bar c’era lei, con la sua espressione rapita per un libro di letteratura, sommerso ai lati dai capelli biondi.
Vuoi vedere che riesco a distrarla?

Ed era partita la sfida, come in una partita a flipper.
Avvicinarsi, chiedere di sedersi – gli altri tavoli, già occupati, erano complici diabolici -, e chiacchierare, rompendo il raccoglimento della ragazza. Aveva già accumulato punti, e avrebbe potuto fermarsi, ma lui aveva proseguito, lasciando un numero di telefono sul margine del libro. E, Dio!, sì, si era sentito un grande corteggiatore, perché in meno di un’ora aveva sgominato tutte le difese della ragazza bionda, e già poteva ritenersi felice.
Invece, le aveva domandato un appuntamento. Non perché gli piacesse, ma solo perché la sua bellezza spaurita, così casta e riservata, non faceva che alimentare i desideri di lui. Chissà se mai la farò godere, una così, pensava, sporcandosi le labbra di cioccolata e rimuovendola con una certa voluttà. E lei arrossiva, in tutta risposta.
Solo sulla porta, con il freddo di nuovo sulle gote, lui aveva scongiurato – non saprebbe dire chi – che quella ragazza non lo chiamasse.
La sventurata, invece, rispose.

Così ora eccoli, sulla neve, un anno dopo.
Amore in lei, e indifferenza accanto.
Lui la guarda gioire e abbracciare un’amica, poco distante. Per la prima volta si chiede, dopo un anno, chi abbia vinto e chi abbia perso quella partita a flipper. Forse il gioco s’era incantato o la pallina per tutti quei dodici mesi era rimasta bloccata in una galleria. Era ora di finire quel gioco e, anche se crudele, al limite rompere il vetro.

Anathea

Photo: Jean_Sebastien Monzani

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La festa è finita [?]

25 Dicembre 2006 1 commento


Festa passata.
Resto dove le luci si stanno assopendo, per cedere spazio alla sera che dilaga, sorniona, gatta malefica che con le sue nove code non fustiga, ma lenisce. Lenisce allungando le mani su tutte le ipocrisie del giorno e della festa, per convincere che tutto finisce, tutto alla fine riposa.
R.i.p.o.s.a.
Tranne il pensiero di te che, nuova passione, si illumina nel buio di questa serata. Tutte le sedie sono ormai capovolte sui tavoli, ma tu ancora siedi qui, sospeso sulle briciole da raccogliere. La festa è finita, ma le mie mani, attorno alla scopa, restano ferme – tutti i muscoli in tensione, gli occhi concentrati sul tuo ologramma che oscilla, ma sei solo memoria. Memoria recente, tanto colorata da sprezzare tutti gli errori e lasciarti vivido, davanti a me.
Provo a fregare le palpebre, incredula. Ancora resisti.
Non riposi.
Al contrario, ti vedo danzare in mezzo alla sala, lentamente, mentre scegli movimenti lenti che bene si imprimano sulla mia retina. Continui.
Sei seduzione. Io ferma. Tu lì, davanti.

La festa è finita, sussurro.
Alzi lo sguardo, sorridi.
Io taccio. E finalmente… sorrido.

Anathea

Photo: Jörg Gründler

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Natale anche qui…

24 Dicembre 2006 6 commenti


Natale non è altro che questo immenso
silenzio che dilaga per le strade,
dove platani ciechi
ridono con la neve
altro non è che fondere a distanza
le nostre solitudini,
stendere nella notte un ponte d’oro.
Sono qui col tuo dono che mio illumina
di dieci stelle-lune,
guidandomi per mano
dove vibra un riverbero
di fuochi e di lanterne (verde e viola),
di girandole e insegne di caffè.
Un pino a destra
per appendervi quattro nostalgie
e la mia fede in te, bianca cometa
in cima.

(Maria Luisa Spaziani)

Fino a cinque minuti fa pensavo di lasciar scorrere Natale sul mio blog, come se si trattasse di un giorno qualsiasi, senza emozioni da comunicare e condividere. Magari raccontare una storia, sì, una storia che avesse personaggi inesistenti, ma ricalcassero tanto bene la mia realtà…
La realtà che domani sarà un groviglio di impegni, e nulla di più. La realtà che vorrei sentire ancora quel brivido di aspettativa che mi percorreva, quando ero bambina. E mi chiedo dove, dove è finita la magia del Natale?! Dove…?
La bellezza di stringere tra le mani il regalo più importante – anche se piccolo, incartato male, forse non di mio gusto -, il regalo d’amore. Il regalo da scartare con le lacrime che a stento si trattengono. Questo mi manca… Forse perché non c’è mai stato… Forse perché già allora la magia era rotta, e non restavano che cocci di formalismo.

O forse perché l’attesa di un anno nuovo porta speranze nuove, aria di cambiamento, aria di nuovi auguri, aria di persone che solo questo 2006 mi ha fatto conoscere. Ho stretto mani nuove. E di questo mi rallegrerò sempre

Augurandovi ogni serenità e gioia,
Anathea

Photo: Anathea

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Auguri … a chi mi ha detto addio…

23 Dicembre 2006 7 commenti


La candela è mezza spenta.
Abbassa la fiamma e poi riarde, un istante, desiderosa di dimostrare forza. La ostenta, poi si flette, si piega e si spegne.
L’addio s’è compiuto.

A voi che avete spento la fiamma, senza prestare attenzione a bruciarvi le dita, a voi che avete provato a mettere sottovetro una candela, augurandole vita lunga, a voi che avete versato non acqua, ma ghiaccio, a voi dedico questi auguri, perché sappiate che non serbo rancore, ma solo una tristezza cupa che mi raffredda il cuore. Dura solo un istante, ma in quell’istante ancora siete nel mio petto e ancora imperate. Perché siete parte di me, anche se in negativo, auguri…

Anathea
agli amici… dopo!

Photo: Mircea Bezergheanu

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Istanbul, calore sordo nei sensi

22 Dicembre 2006 3 commenti


Istanbul.

Oggi ho camminato scalza per la strada polverosa. Attorno, un mercato vociante, con braccia che spuntavano da lunghi tendoni drappeggiati con maestria su quattro canne, per ombreggiare i banchi di pesce, stoffe, gioielli… Senza sorrisi, ho attraversato la strada e i miei piedi non erano nulla, i miei piedi erano bianchi di deserto, senza la fanghiglia della mia terra, ma con l’aridità della tua.

Oggi nella tua terra.
La tua lingua sconosciuta, così musicalmente ritmata, giunge alle mie orecchie: qualcuno contratta per abbassare il prezzo di una collana di granati. E io mi fermo, osservo le chincaglierie che una bambina cerca di vendere a poco prezzo, e penso che vorrei comprare quei suoi grandi occhi neri, per allevarli a cancellare quell’aria mesta. Lo penso, ma non ho il coraggio di cercare un soldo e depositarlo nelle cocche del suo vestito.

Vorrei fermarmi qui, assaporare quel suono da incantatore di serpenti che aleggia nelle strade e avvolge d’incanto anche la povertà. Disarmante povertà. Ma estrema bellezza.
Bellezza che lascia guardare e godere al primo sguardo, bellezza che sfioro appena, finché raccolgo da un sacco una grande manciata di spezie. Allora capisco. Capisco che continuerò a non conoscere il nome di quelle essenze che stringo tra le mani, ma lo amerò, mio malgrado. Quella notte… Quella notte madida di profumo simile a questo… Allora era la tua pelle, allora era l’incomprensibile sentore di un indizio che mi avrebbe portato a viaggiare, a scoprire, a oltrepassare il confine arido della mia umida e fertile pianura, per trovare qui la floridezza nel deserto.

Anathea
ogni assurdo ha una spiegazione… E se non l’ha… si può comunque amare…

Photo: Nikola Borissov

Manichini che sfuggono [fermami, fermami adesso]

20 Dicembre 2006 1 commento


La via è troppo larga, non ci sono cunicoli dove mi possa fermare, non angoli che ci nascondano perché tu possa trattenermi per le spalle, costringermi al muro delle tue labbra e delle mie, in un istante che non potrà mai essere eterno, ma forse indimenticabile.

Dimmi che lo sarà.
E non badare alle frotte di invidiosi che ci urteranno, nel passare, per provare ad appropriarsi di un frammento della nostra felicità. Anche solo un minimo frammento, cosparso di vitale speranza.

E fermami.
Ti prego, fermami. Ferma dalla mia mente la perenne convinzione che siamo manichini che si sfuggono a vicenda, e solo l’intreccio di due mani è solo gioco di prospettive che durerà nemmeno una stagione, fino al prossimo cambio d’abito. In vetrina…

In vetrina, amami…

Anathea
I don’t understand… Wondering…
sussurrerei tutto questo a fior di labbra… per questo la foto…

Photo: Francesco Candidi