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Archivio Novembre 2006

Sogno antico

29 Novembre 2006 4 commenti


Sandy guarda le mani e le trova vuote, le scanalature dei palmi raggrinzite, i polpastrelli punzecchiati e rotti in piccoli fori da ago. Mai avrebbe pensato di fare la cucitrice, da bambina, né quando ormai si aveva appeso al chiodo la presunzione di un principe. Magari neanche azzurro, magari neanche principe, ma agiato e nobile d’animo.

Invece, eccola nella sala puzzolente del solito cinema, tutta presa a stringere la mano ruvida di Paul, a cercare un conforto da quel contatto concreto. Paul però guarda il film, il solito film che stanno proiettando da tre sabati sera.

Sandy pensa. Pensa che è fottutamente ingiusto trovarsi a rammentare persino le calze, stringere la mano a un uomo a cui voler tanto bene, ma senza mai permettersi il lusso di amare. Già, Sandy neanche questo lusso può ostentare, neanche un azzardo al casinò della fortuna.

Sembra triste, Sandy, ora che si prefigura un futuro sempre uguale a sé, mentre sullo schermo Marylin Monroe e Lauren Bacall le mostrano un’alternativa, il passo nel vuoto che hanno osato spiccare, il successo intramontabile.

E tutto si piega sotto il peso dell’abito da sposa a cui Sandy sta lavorando. Non suo, figurarsi!, con tutti quei ricami. Ci pensa, Sandy, forse Marylin, un giorno, le chiederà un ricamo così e lei sarà pronta per allora, si migliorarà e ancora si pungerà le dita, svegliandola ripetutamente da un sogno troppo bambino.

Anathea

Photo: Didier Perrau

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Apparenza dimessa

28 Novembre 2006 6 commenti


Ho voluto chiederti come hai vissuto fino ad oggi.
Senza alcuna malizia, ho accavallato le gambe per aspettare più pazientemente la tua risposta. Una risposta grave, che hai provato a rimandare chiedendomi di cominciare io, a parlartene.

E io ti ho parlato, con gli occhi fissi su un tovagliolo ancora piegato in un grande triangolo regolare, così regolare da impaurire per la sua precisione.

Ho vissuto come in un grande eterno spogliarello, ti ho raccontato. A ogni tramonto, ho dimesso un vestito, rinunciando alla bella presenza, alla apparente sicurezza da star, e ho cominciato a denunciare la mia limitatezza di donna ancora in formazione, la paura che mi assale ogni volta che sembra presentarsi una storia intensa e duratura. Lì ho tolto il cappotto, per appenderlo su un gancio appuntito che lo feriva, rendendolo vano e un capo troppo raffinato per essere abbandonato. Del resto, io non volevo più i suoi mille ricami, perché troppo faticosi da gestire, troppo facili a impigliarsi in ogni maniglia.

E sono rimasta in maglione, con questa gonna di cultura da mostrare, ma diventava, di giorno in giorno, un fazzoletto che mi avrebbe presto lasciata con le sole calze della curiosità e le scarpe della presunzione.

Tutto, tutto ora ho perduto. Ho dimesso persino la pelle, piena della illusione di poterti interessare, e ora, nuda, resto qui, davanti a te, e temo il tuo giudizio più di ogni passato, e di ogni futuro. Tu, adesso, potresti ritagliare e sagomare i miei nuovi vestiti, aiutarmi a indossarli e decidere quanto mi terranno caldo. Quanto… Quanto copriranno le mie incertezze, quanto mi plasmeranno donna, quanto semplice comparsa.

E ora ti guardo, attendo la tua risposta. Io ho parlato.
Come è stata la tua vita fino ad oggi? Dimmi, dimmi se hai cavalcato la vita o ti sei lasciato stringere tra le sue cosce, chiedendoti perché sei qui. Dimmi…

Tu rispondi, dopo aver aperto in due il tovagliolo, scomponendo così i suoi lati regolari.
“Io sono stato quel gancio che ha bucato il cappotto dell’apparenza, e ho atteso. Mano nella mano con la mia stessa paura, ti ho atteso”.

Anathea

Photo: Massimiliano Uccelletti

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La mano nel burro [appunti di una storia non iniziata]

27 Novembre 2006 8 commenti


Contatto freddo.
Questo silenzio, come un muro interminabile, e sono io il fantasma che riesce a varcarlo, disegnando una folata di vento che si disperde, poco più avanti.

Sono io che ti ho attraversato, sì, in questo bianco oceano di silenzio e indifferenza, io che ti ho appoggiato una mano sul braccio, solo per rassicurarti. E già eri rassicurato, per una semplice presenza. Già, perché io c’ero, anche quando ho smesso di stringere la stoffa del tuo maglione, io c’ero, meno fantasma davanti agli occhi di tutti, più sorrisi e lacrime, più verità.

Così mi sono appesa al collo – quel giorno – collane di una felicità ridente, per festeggiare con te la vita che rosseggiava e non ci lasciava, non voleva lasciarci più.

Quanta bellezza… Quanta bellezza… E così ho intinto le mani nel burro della nostra illusione: era un panetto appena realizzato, tanto dolce e morbido da offrirsi liberamente alle mie dita avventate, pronto a liquefarsi docilmente sotto le unghie. Non ho la volontà, ora, di risollevare quelle mani: il burro resterebbe sempre deturpato, grandi fosse d’ombra lo ammaccherebbero. E le dita resterebbero ancora unte di un sapore troppo dolce per sembrare falso.

Anathea
tornata… stanca e assonnata… :) Ma avevo troppa voglia di ballare…

Photo: Amar Khoday

(inserisci il titolo) Senza capo né coda

23 Novembre 2006 11 commenti


… l’hai detto.

Non trovi quasi il coraggio di andare avanti a parlare, ma l’hai detto. E questo conta, questo di enumera per arrivare all’infinito. Lasciami ricominciare da zero, quando ero piena di energie e avrei contato davvero fino all’infinito.

Zero. Ancora non ti conosco.
Uno. Il primo sorriso.
Due. I tuoi occhi. Verdi.
Tre. Le volte che mi sono girata per riuscire a ritrovarti, sempre a fissare me.
Quattro. I nostri occhi, stavolta intrecciati.
Cinque. I primi minuti di conversazione.
Sei….
Sette…

Ho continuato a contare, mentre le mie mani saettavano movimenti contorti per provare a disegnarti, a tracciare sul foglio i tuoi lineamenti, che tuttavia non si lasciavano catturare dalla mia matita, giù d’esercizio.

Vorrei dirti che mi manchi, ma è impossibile, visto che niente tra noi è stato, se non questa enorme conta di istanti, di cui ho ormai perso le tracce. So solo che non basterebbero le dita, nemmeno se fossero centuplicate, per ritrovare i momenti che ho rapito, silente, quando tu mi eri davanti. Non basterebbero nemmeno mille, e ancora mille mani, per rappresentare i pensieri che, ancora oggi, mi velano di te la mente.

E se…

Anathea
via per il weekend :) Un saluto festoso a tutti

Photo: Martin Gleit

Quanto t’ho amato in sogno

21 Novembre 2006 6 commenti


Forse perché eri il primo uomo che, ancora bambino, mi parlasse d’amore.
O forse era destino.
O noia.
No, noia no.

Forse era verità.

Con te non ho mai finto, neanche per ironia. Ti ho sempre versato nel bicchiere il vino migliore che avessi conservato in cantina, quello che condividevamo a fior di labbra, e solo sulle tue percepivo quel gusto asprigno che mi avvinghiava a un’idea. Idea che – unica – non ho osato rivelarti.

Del resto, tu non lo sai.
Non lo sai e non l’immagini, quante volte t’ho amato in sogno. Sempre vestivo i panni di una donna più sicura, saccente di quella sensualità che invece nascondevo, intimorita da forze più potenti di me. Lì sbaragliavo ogni remora, ogni dubbio affiorava dalla mia bocca e dalla mia voce, con il candore di una questione scientifica. E tu rispondevi, lento e sicuro, baciavi ogni mio dubbio, straziavi la via di ostacoli che avevo interposto tra me e te.

Ti ho amato, sì.
Di nuovo voglio pronunciarlo, anzi, gridarlo entro queste quattro mura che non tradiranno il segreto, ma si permeeranno di ogni sillaba, perché ad ogni ingresso da questo uscio io possa pensare che qui, un giorno, oggi, ieri, chissà, ho confessato d’amarti.

E l’ho confessato a me stessa, con i pugni chiusi da un’impotenza febbrile, mentre un’ansia sconosciuta scaldava ogni mio nervo, ogni mia vena, e nella mente non facevo che perorare le mie motivazioni. Le motivazioni, le stsse vuote e assurde motivazioni, per cui, un giorno, ti ho detto basta.

Anathea

Photo: Kenvin Pinardy

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Un viaggio [Augenblick]

20 Novembre 2006 4 commenti


Li ho guardati tutti.

Sì, non rimane molto da fare, quando hai la schiena rotta da un tavolaccio di legno che chiamano cuccetta, e le ruote del treno che, sotto di te, ti ricordano da quanto tempo viaggi e per quanto ancora viaggerai.

E allora li ho guardati.

Ho guardato i tre poveri diavoli che viaggiano con me; anzi, quattro, ma contano per uno, perché, marito e moglie, si stringono così tanto su questo mezzo metro di legno da pagare un solo biglietto. Vorrei sapere, a proposito, che capotreno conoscono, per permettersi un simile lusso.

Ma loro non contano. Miseri, tanto miseri, perché continuano a piangere la terra che stanno lasciando, anche se non resta altro che fango, rovina, e la loro casa – se mai ne abbiano avuta una – non sta sicuramente più in piedi, altrimenti non starebbero qui, e non piangerebbero. Per questo loro non mi piacciono, e non li guardo più: l’albero che si ostina a ficcare una radice in fondo alla terra, anche se ormai mezzo piegato verso il suolo, si fa più male, cadendo, di quello che stava benissimo e di colpo si ritrova senza radici.

Eppoi sono in due. In due si affronta tutto meglio, dal litigio, al pianto. E loro piangono, si stringono, parlano della patria, e sono in due.

Non li guardo più.
Io guardo lei, la ragazza che dorme al mio stesso piano: siamo all’attico noi, non come quegli altri del seminterrato. La cuccetta è tanto stretta che, se allungassi un braccio, le toccherei i capelli che cadono, senza nemmeno un po’ di pudore, e scivolano in basso, verso la coppia abbracciata. Di tanto in tanto, quando il treno si ferma a una stazione, qualche passeggero urta le tende del nostro gabbiotto e, muovendole, fa entrare un po’ di luce bianca. Luce quasi da ospedale.

Così la vedo, vedo il sonno leggero che ogni tanto la scuote e le fa portare un braccio sull’orecchio, sperando di riaddormentarsi subito. Invece non ce la fa, e allora mi guarda.
L’ho detto io, che non resta tanto da fare, qui dentro. Però lei mi guarda e sorride. Sorride forse perché sono buffo con questa mia camicia tutta stropicciata, ma è l’unica che c’ho, l’unica che posso portarmi oltre la pelle.

Allora mi protendo e guardo di sotto.
Guardo lui, sì, guardo soprattutto lui.

Lui dorme. Avrà sì e no sei anni, ma tiene già una bella faccia tosta per essersi presentato su un treno da solo. E, ancora peggio, il capotreno l’ha lasciato salire!
Dorme e si porta un dito alla bocca, un dito sporco di terra, e di focaccia di ceci, stantia ormai, e di stazione. Quel dito, per lui, deve essere davvero buono, perché non si stacca mai da lì: forse lì c’è la sua patria, e pure la sua compagnia.

L’ho detto che non resta tanto da fare, qui.
Lui però dorme. Mi capita di pensare, a volte, a cosa farà questo bambinello appena arriveremo. Forse proverà ad aggiungersi alla coppia qui sopra: non lo sa ancora che questi sono troppo poveri, ma troppo in due per prendersi una terza bocca da sfamare. Forse lo chiederà alla ragazza, ma anche lei ha passato pochi anni: se ne ha sedici o diciassette, già è tanto! Lei che fine farà? Forse con i tedeschi, forse… Capita a tante, non vedo perché a lei no. Perché lei è bella, dici? E sembra pura? Tutte cambiano, dopo, nessuna resta più bella impettita come la Maria Teresa d’Austria.

E allora forse chiederò io a questo bambino di venire con me, perché io non ho nessuno, e neanche lui. Alla stazione lo seguirò, e se qualcuno sarà là ad aspettarlo, farò dietrofront, l’ultimo comando militare che voglio sentire. L’ultimo… E poi me ne andrò a cercare un pagliericcio e un cane bastardo da tenermi addosso, quando tornerà l’inverno.

Anathea
perché non si smette mai di sognare… e di viaggiare… e di pensare…

Photo: Nikiforos Mandilaras

Così… Stanotte…

19 Novembre 2006 8 commenti


Stanotte amami.
Così… Senza luci accese, senza riverberi dalla finestra. Facciamo il tuo buio, il mio buio, accostiamo le imposte che sono rimaste aperte per troppo tempo oggi, su impegni che davvero avrei voluto procrastinare.

Senza indugi, attese, inganni…
I miei occhi nei tuoi, consci che tanto non si vedranno. Saremo solo mani, suoni e olfatto, saremo il canto che si sussurra appena, quando si è troppo felici per tacere.

E recitiamo la poesia, la nostra, quella che ho provato a ricordare il giorno del primo appuntamento, quella che ho imparato a memoria davanti allo specchio, per poi sbagliare ogni verso davanti ai tuoi occhi. Quella che mi parlava del sonno che, per vicinanza d’amore, diventa sogno. Quella che mi presentava il tuo poeta preferito, quello di cui hai cercato l’edizione giusta, a tempo debito.
La poesia che ho scelto, con mani malferme, da una raccolta che avevo letto anni prima, sottolineando componimenti e dimenticandone altri. Questo, ad esempio, era rimasto sepolto dai grandi successi che lo stringono e lo costringono in un angolo. E, per questo, ho scelto questi versi da presentare a te, a fior di labbra, con il tremito di una voce sconosciuta che parlava d’amore, almeno quanto questa notte.

Anathea
domani esame… ESAME tutto maiuscolo, tutto un terrore…

La poesia: (vorrei sussurrarla, ma ancora non c’è stata occasione…)

Anima mia
chiudi gli occhi
piano piano
e come s’affonda nell’acqua
immergiti nel sonno
nuda e vestita di bianco
il più bello dei sogni
ti accoglierà

anima mia
chiudi gli occhi
piano piano
abbandonati come nell’arco delle mie braccia
nel tuo sonno non dimenticarmi
chiudi gli occhi pian piano
i tuoi occhi marroni
dove brucia una fiamma verde
anima mia.

(N. Hikmet, 1948)

Photo: Jörg Gründler

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Felicità raggiunta

18 Novembre 2006 3 commenti


Felicità raggiunta, si cammina
per te sul fil di lana.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che s’incrina;
e dunque non ti tocchi chi più t’ama.

(E. Montale)

Vieni, l’intera pista di attende.
Non è una pista, hai ragione, ma non m’importa: abbiamo abbastanza spazio per muoverci, visto che poco spazio basta alle nostre gambe malferme, ai malleoli che scricchiolano a ogni passo. Sai bene che ci muoveremo comunque, piccoli passi che, malgrado gli anni, segneranno il tempo esatto di questa canzone che giunge alle orecchie, un po’ sorde.

Balliamo, Sandrina.
Balliamo, perché voglio festeggiare le tue infradito da ragazza e il mio cappello da golfista. Voglio celebrare la nostra finta saggezza e schiuderla in un passo forse azzardato, in un casché appena abbozzato.

Anzi, fermiamoci così, con la tua mano destra chiusa nella mia sinistra, e la tua testa stanca appoggiata alla mia spalla: sembreremo due statue che oscillano, scosse dalla stessa brezza. E nella stessa brezza sentirai le parole che ti sussurravo allora, quando portavi il vestito azzurro e piccole scarpe da Cenerentola: ti racconterò poi che è stato il tempo a regalarci l’attesa, i nostri matrimoni sbagliati, le nostre vedovanze dolorose, nonostante il mancato amore. E questo incontro che dobbiamo ballare, sul filo che si piega per i nostri pesi goffi. Sappiamo che cadremo, un giorno o l’altro, ma cadremo nell’abbraccio che segnerà felicità raggiunta.

Anathea
dedicata a tutte le seconde possibilità… e ai sentimenti che non s’arrestano… mai…

Photo: David Shelby

Venere di Rimmel [quella foto in cui tu sorridevi e non guardavi]

17 Novembre 2006 11 commenti


E qualcosa rimane, fra le pagine chiare,
e le pagine scure,
e cancello il tuo nome dalla mia facciata
e confondo i miei alibi e le tue ragioni,
i miei alibi e le tue ragioni.
Chi mi ha fatto le carte mi ha chiamato vincente
ma lo zingaro è un trucco.
Ma un futuro invadente, fossi stato un pò più giovane,
l’avrei distrutto con la fantasia,
l’avrei stracciato con la fantasia.

Ricordo che era una notte di inverno. Tenevo la guancia sulla tua spalla, godendo del contatto del velluto, e ti abbracciavo con la mano destra, ormai arresa ad essere fredda e intorpidita: sapeva che non ti avrei mai lasciato, nonostante il gelo, nonostante non avvertissi quasi più il tatto dei polpastrelli.
Io, sì, dovevo continuare a stringerti, mentre mi sussurravi le strofe di questa canzone che non capivo, ma che apprezzavo perché ti piegava la voce, sempre. Sempre, a metà del ritornello.
E io sorridevo, lontana anni-luce dalla tua commozione.

Ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo
e la mia faccia sovrapporla
a quella di chissà chi altro.
I tuoi quattro assi, bada bene, di un colore solo,
li puoi nascondere o giocare come vuoi
o farli rimanere buoni amici come noi.

Questa strofa, questa sopra, ecco cosa ti ho scritto all’addio, quando il braccio destro era troppo pesante per resistere e continuare a trattenerti, quando s’è arreso. Tremavo, lo ricordo, mentre infilavo il foglio nella busta, senza mittente, senza firme all’interno: sapevo che avresti capito. Solo noi condividevamo De Gregori nel tramonto nebbioso della pianura, ripetendoci che questa canzone era per noi, doveva esserlo.
Lo è stata: nell’addio lo è stata.

Santa voglia di vivere e dolce Venere di Rimmel.
Come quando fuori pioveva e tu mi domandavi
se per caso avevi ancora quella foto
in cui tu sorridevi e non guardavi.
Ed il vento passava sul tuo collo di pelliccia
e sulla tua persona e quando io,
senza capire, ho detto sì.
Hai detto “E’ tutto quel che hai di me”.
È tutto quel che ho di te.

Lo era stata anche prima, disegnando l’apoteosi di questa storia così bianca e pura da far male agli occhi. Io, la tua Venere di Rimmel, e tu, mio Marte: ci scherzavamo sopra, è vero, ma poi il tuo sorriso si smorzava su un bacio lento e pieno, e attorno danzava l’allucinazione di essere arrivati, alla felicità.

Ora le tue labbra puoi spedirle a un indirizzo nuovo
e la mia faccia sovrapporla
a quella di chissà chi altro.
I tuoi quattro assi, bada bene, di un colore solo,
li puoi nascondere o giocare come vuoi
o farli rimanere buoni amici come noi.

Un cordiale e sentito arrivederci, mon ancien amour, perché ogni volta che sento “Rimmel”, ricordo e ti dedico ancora il sorriso di quella foto, dove io ridevo e non guardavo…
Anathea

Photo: Maxim Kalmykov
Riferimenti: Rimmel, Francesco De Gregori

Alfabeto di Non-Sense [solo colori]

16 Novembre 2006 6 commenti


Ammazzo Aridi
Batuffoli Bianco
Candido che Cadono
Dentro Drappi di Dolore.

E

Franano fiori
Giallo grano:
Hanno
Immensi Iridi
Luminose di Limoni,
Ma Mancano
Nostri Nomi
Oltre il
Pastello porpora.

Quanto
Rosa
Sui
Tulipani
Unisce
Veli di
Zafferano.

Anathea

Grazie mille a <a href="http://ilpaesedeisemini.blog.tiscali.it/tb2951131/"
Flavio per questa meravigliosa idea di divertissement!

Photo: Marinko Saric