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Archivio Ottobre 2006

Quanti finali di lacrime

31 Ottobre 2006 3 commenti


Quanti…

Quanti film con un cattivo finale, da amaro in bocca e sale sulle labbra…

Quanti quid che ci riportano alla nostra vita, alle avventure passate e ai sogni che s’accartocciano, muti e freddi, all’angolo del presente.

Quanti fazzoletti macchiati delle mie stesse lacrime di rimmel, le stesse che mi ripropongo di trattenere fino alla fine.

Quanti finali che vogliono essere originali, e in realtà raccontano la storia di sempre, l’amore impossibile che si schianta contro le sue premesse già utopiche. E noi ci crediamo, sì, con la convinzione che i due protagonisti per forza non falliranno, perché sono loro gli eroi, e la vita che sta attorno non è che uno sfondo di cartone, da rimuovere alla fine delle riprese… O in fondo ci auguriamo il lieto fine, solo perché abbiamo specchiato le nostre stesse facce in quello specchio d’impossibile, e vorremmo non avere quella certezza per cui da tali premesse non può che esserci una conclusione tragica.

La verità è che non sono i finali già visti a spaventarci, ma la completa e assurda cecità di finali ancora tutti da filmare.

Anathea
dopo aver visto “L’amore è una cosa meravigliosa”

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Nell’ombra della tua sera [hola chico...]

30 Ottobre 2006 4 commenti


Abbiamo danzato l’intera notte, e tutti i ponti del romanticismo sono passati davanti alla mia vista: per ore abbiamo passeggiato lungo la Senna, e le luci gialle dei lampioni riflettevano nell’acqua nerastra il loro miele.

A Londra poi ci siamo stretti forte, come se potessimo cambiare il finale di tanti “Via col vento”, con la promessa che il nostro domani è questo, ed è già arrivato… Bastava aprire le braccia alla svolta ed eccoci, le nostre guance arrossate dai sorrisi frequenti, troppo frequenti, per non essere quasi imbarazzanti…

E poi il Ponte Vecchio, la magia delle botteghe chiuse e di uno spazio che sembra passare solo per noi, di un ponte che assiste solo al nostro passaggio notturno, delle tue mani che si appoggiano sul legno che chiude le vetrine e mi domandi di scattarti una foto. Così, ben sapendo che verrà mossa per la poca luce, ma ci basta, sarà bello ritrovare movimento in questa notte di passaggio.

Passaggio e passeggio, appoggiata così al tuo braccio, con la mano sinistra che trova il calore del tuo torace e già è calda, mentre l’altra oscilla lungo il fianco destro, raffreddata dal vento della notte.

Sento la felicità di queste luci seriche, dei flash che non scattano e delle nostre risate… Quasi padroni del mondo, padroni di viaggiare ad occhi chiusi, a lume di queste due candele che ci hanno regalato i colori della cena e che adesso ci vedono abbracciati, in viaggio per l’intero mondo, stando fermi su un balcone di periferia.

Anathea

Photo: Anthony Schubert

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Io cucino da sola

29 Ottobre 2006 4 commenti


Forse, anzi, di sicuro, non lo sai che per fare una torta e accertarsi che le uova siano fresche, bisogna romperne una alla volta in una scodella, controllare la forma del tuorlo e controllare che non abbia cattivo odore. Solo allora si può mischiare alle altre uova, precedentemente rotte. Così eviti di buttare ingredienti. Per un tuo errore.

Non hai mai cucinato un dolce.
Lo vedo dai tuoi occhi che si chiudono, cercando di focalizzare le immagini che ti propongo, mio malgrado, al telefono. Appena li riapari non hai altro che fumo di sigaretta davanti alle ciglia, e un sapore di tabacco antico che ti allontana dalle mie parole lente e suadenti.

Ti sto telefonando da casa, e non mi è difficile vederti qua sotto, a misurare il marciapiede con passi lenti e il capo un po’ di lato, per sostenere il telefono, quando ti accendi un’altra sigaretta.
Davanti a me, gli ingredienti di questa torta che mi appresto a impastare, con le mani già immerse di farina e l’auricolare all’orecchio destro, per parlare con te – parlare e impastare, intanto -.

Tu forse non capisci la foga con cui schiaccio la pasta e la riduco a un’enorme palla gialla, per poi tornare ad appiattirla con le dita sempre più indolenzite e il respiro un po’ affannato. Domandi di farti salire – solo per sederti davanti a me e aspettare insieme che il dolce sia pronto.

Ignori, dunque, che la preparazione è ancora lunga? Ignori, poi, che ci vorrebbe quasi un’ora di cottura prima di vedere il risultato? E cosa faremmo, noi, in quest’ora? Forse parleremmo del più e del meno, come due perfetti conoscenti, ma presto termineremmo i commenti sul tempo, sugli autobus che non arrivano più e sugli scioperi di quest’oggi.

Già, finiremmo per parlare di tua moglie che ti attende a casa e di quel bambino che è nato senza desiderio, perché avevi donato tutta la tua passione a me. A me… E io, da brava amante menefreghista, ti ho accettato nonostante il tuo matrimonio stesse continuando bene e tu non avessi intenzione di compiere una scelta.

Dunque, quanto male potresti farmi oggi? D’altra parte, potrei fartene anch’io, e raccontarti del mio nuovo compagno, che mi dedica più tempo di quanto tu avessi mai fatto, in passato, e mi porta in viaggio senza timore di mostrarmi in giro.

Ma non ti dico niente. Penso solo che è ora di infornare la torta e quindi devo riattaccare. Mi preghi di attendere, mi preghi di aprire il portone, almeno per un paio di minuti, almeno per spiegarti di persona come sto, almeno per vedermi.

Nego, e riattacco. Giù, in strada, ti osservo gettare furiosamente la sigaretta a terra e nascondere il cellulare in una tasca. Poi ti volti, e lo sguardo d’odio mi raggiunge con una precisione inquietante: siamo lontani, è vero, siamo lontani, ma quasi ti sento singhiozzare, tuo malgrado. E sono quasi certa che tu senti ancora il profumo della torta che sta cuocendo e già invade la mia cucina di una dolcezza che mai ho trovato altrove.

Anathea

Photo: Monia Mura

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Tu, l’idiozia che mi avvince

28 Ottobre 2006 4 commenti


Seduto alla solita sedia, mi osservi tra il fumo della sigaretta. Ogni tanto getti uno sguardo alla televisione accesa – telegiornale della notte – e poi torni a me, ai movimenti che mi fanno sembrare a mio agio, mentre non ho un singolo muscolo senza tremiti.

Finalmente mi volto.
Sigaretta quasi spenta, il tuo sguardo scende sulla calza smagliata da un angolo della sedia. Scende e si posa sui piccoli buchi che lasciano trapelare dal nero il colore della pelle.

Ti avvicini, per poi inginocchiarti all’altezza della mia coscia, accarezzi la calza smagliata e disegni piccoli baci su quell’infinitesimale parte di me.

So come finirà, e il tripudio di gioia che mi avvince è solo un momento. Del resto, cos’è la felicità, se non un istante da cogliere al volo? Qualcuno, sì, qualche grande scrittore l’aveva affermato, ma non riesco a ricordare il suo nome, ora che le tue mani sono salite per sfilare l’autoreggente, ora che la tua bocca è sulla pelle nuda, e bruciante, di questa giornata di sole.

In verità, non focalizzo nemmeno più i dettagli della stanza, né le parole che mi sfuggono dalle labbra, come impazzite. Sento solo le mie difese dimettono le armi, il mio corpo che si piega su se stesso per raggiungerti sul pavimento, e trovare le tue labbra.

Raggiungo il sapore di tabacco che porti addosso, bacio tutto il desiderio che ci sta raggiungendo a fiotti, e a fiotti non ci permette più di parlare, di respirare, di pensare. Sto chiudendo la ragione, con te, che sei la più grande idiozia della mia vita, l’idiozia che domani se ne andrà e lascerà di nuovo solo mozziconi nel portacenere, l’idiozia che mi tiene sveglia al limitare del sonno, l’idiozia che mi avvince e mi sfianca, per le sue poche notti ,l’idiozia che un giorno mi ha messo incinta di una storia d’amore già abortita.

Anathea
sempre appunti… (era tanto che non scrivevo così… e dire che l’anno scorso in questo mese era il mio tema preferito)

Photo: Pavel Krukov

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La casa senza te [appunti appuntati sul colletto]

27 Ottobre 2006 4 commenti


Non mi sarei fermata a lungo – ne ero convinta -. E restai dello stesso parere per un tempo che non si conta, ma si sente invecchiare nelle ossa.
Ero una donna caparbia, e come tale ritenevo che non avrei mai potuto macchiarmi d’ipocrisia, mai d’incoerenza: ignoravo che l’uomo s’è sempre giustificato con l’orgoglio per coprire le sue maggiori paure. E non tornare indietro, per non essere tacciato di incoerenza. Umana incoerenza.

Io non sentivo paure, non avevo mancanze: semplicemente, ripetevo che non sarei rimasta a lungo in quella casa.
Ci avrei dormito qualche notte e poi, quando finalmente XXX mi avrebbe trovata, io avrei lasciato quei calcinacci e la rovina che rivelavano. Per questo non aprii le persiane, né raccolsi la polvere che ammantava ogni superficie e celava – o almeno provava – la miseria della mia condizione.

Poi fu il tempo, come ho detto, ad avvisarmi che la miseria diventava accattonaggine: una casa ridotta a macerie, colma di cianfrusaglie e lordume non mi avrebbe mai isolata dalla verità.
La verità era la mia solitudine, e i casi vuoti, se non di sabbia, ne erano la prova.

Avevo il cielo, a portata di occhi, e mi ostinavo a versare sangue a terra, pregando di vederla risorgere. Non accadeva niente, niente sembrava attraversarmi. Per osmosi, la polvere si avvinghiava alle mie trecce scarmigliate, al pane azimo e alla cucina incrostata; persino la metodicità dei ragni era sconvolta dalla mia totale assenza e finta presenza: se ne andavano, loro, o sceglievano un cantuccio.

E io non vedevo tutto questo, non sentivo, dondolavo una culla di sogni che non gemevano, non cantavano, non chiamavano, ma non morivano. Erano vuoti, entro le pareti di un’illusione che riempiva tutta la casa, la spazzava, la rassettava, e sgominava tarli e ruggine, come un incantesimo temporaneo, il re che gira nudo e crede di essere sontuosamente abbigliato.

Presi coscienza senza fatti eclatanti; solo, un mattino mi alzai e provai schifo e odio per le mie mani annerite, i rubinetti mai aperti, le pigne di abiti come stracci in fondo al letto. Pulii tutto, senza battere ciglio e senza giudicarmi. Tagliai i miei capelli con una forbice enorme, minacciosa; spaventai e uccisi gli insetti che ronzavano. Tornai, anzi, mi eressi a padrona di quelle quattro mura e mi accorsi, con mio grande orrore, di non possedere altro.

Possedevo quella casa indesiderata, all’inizio detestata, e la cancrena di un’attesa che non sarebbe più cicatrizzata. Era chiaro, ormai, e subito andai a comprare un piccolo geranio per adornare il davanzale.

A.
Photo: Edgar David

Sento… tutto il bisogno di sorridere

26 Ottobre 2006 2 commenti


Sento tutto il bisogno di sorridere,
perché siamo due antipodi, e ci attraiamo come il bianco e il nero. Non saprei dire chi di noi è uno, chi l’altro: semplicemente, non nello stesso momento. Riesco sempre a vestirmi del colore che tu allontani, e quando provi a imitarmi, ecco che ci troviamo di nuovo scompagnati. E sorridiamo, tu nel bel golf nero e io nella camicia bianchissima.

Sento tutto il bisogno di sorridere, e sorridere senza motivo alcuno, con le mani che fremono per sfiorarti, ma non osano, e passano i capelli per provare a ravvivarli e sembrare più bella.

Ma in fondo non ne ho bisogno.
Sono felice, felice di questa energia che mi trasmette un tuo singolo sguardo di curiosità, una sorpresa dopo l’altra, gli interessi che snoccioli e scopri tanto simili ai miei.

Felice per l’età che torna indietro, quando penso di tenere un posto libero e scoprire che scegli di sederti proprio accanto a me.

E ti ringrazio: tutto potrebbe essere domani, un semplice saluto che smuore alla fine del mese, oppure un abbraccio amichevole che lascia pensare. Pensare, in fondo, che la felicità esiste, e basta saperla aprire in un sorriso…

A.
quasi ottimista

Photo: Heather Carlin

Ancora una volta ho teso la mano

26 Ottobre 2006 6 commenti


Ancora una volta ho teso la mano. Oggi, sì, e mi sono presentata, gettando un sorriso in pasto al marasma di pensieri che sicuramente avrà avuto di me. Pensieri, uno dopo l’altro, che prendono forma sul suo viso, ma non possono ancora essere scalfiti da me. E ho teso la mano, stringendo la sua. Non troppo forte, per non sembrare aggressiva, né troppo mollemente, perché odio le strette di mano insesistenti. Abbiamo condiviso questo momento, palmo a palmo, e mi hai fissata proprio negli occhi, come amo fare io: non hai modo di scappare, mai, a uno sguardo simile e sei costretto alla sincerità. Ti ho rivelato il mio nome, e ho sentito come lo pronunciavi. Lo dicevi piano, sembravi assaporarlo sul palato e poi associarlo al mio viso, al mio modo di muovermi, al corpo imbrigliato in questo dolcevita nero così apparentemente sobrio. "E’ un vero piacere, Gloria" e lasci andare la mia mano. Attendo, e intanto ti fisso. Forse non ti accorgi di cosa significhino le tue parole? Non sono solo una frase fatta: sono un’ipoteca, se non sul futuro, su questo presente. Ebbene sì, finché continuerò a rappresentare un piacere per i tuoi occhi chiari, sarò presenza davanti alle tue iridi e quando ti stuferai non avrai che da dirlo. Forse soffrirò, ma avrò sempre troppo rispetto per te per non rispettare la tua decisione. Ti prego, soltanto, di ricordare cosa è stata questa stretta di mano. Mia e tua, istante fermo nell’aula affollata. A. non si smette mai di sognare… o forse ho sempre troppa fiducia negli altri Photo: Jarek Kubicki

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Ieri… perché sempre di lunedì?

24 Ottobre 2006 3 commenti


Hai addolcito il tuo fascino, il mistero che ti velava gli occhi è rimasto solo per chi ha tempo di frugare in fondo alle iridi.

Ti guardo, la tua calma compostezza non è altro che una maschera che ti sei scelto, ma anni fa non temevi di manifestare la tua irrequietezza, che sembrava davvero appartenere a ogni centimetro della tua pelle. Ricordo che il tuo sguardo guizzava nelle stanze polverose con una curiosità endemica, e si posava di tanto in tanto su di me, toccandomi con un interesse vivo che mi colpiva, bruciante dentro il mio petto.

Ogni tuo sguardo, sì, era una benedizione e, insieme, la maledizione di non trovare il coraggio per addossarmi a te, e smarrirmi nella tua delicata ossessione per i dettagli. Le stanze, le architetture, raccontate da te, sembravano sempre altro: notavi i particolari più impensati, la piccola decorazione sulla porta, o il personaggio minore di un affresco; ti soffermavi sulle forme dei capitelli, la pregnanza di questa o quella scelta. E, soprattutto, tacevi, chiudendo tutte le riflessione tra le tue palpebre curve.

Poi raccontavi.
Raccontavi scuotendo il capo, come se non vi fosse spiegazione davanti a tanta bellezza. E scuotevi il capo, di nuovo, quando mi abbracciavi e sussurravi che non c’era spiegazione neanche davanti alla mia armonia – combinazione di qualità e difetti -. Davvero ti credevo, appoggiavo la testa vicino alla tua e ti chiedevo di descrivermi quello che avevi visto.

Subito prendevi a disegnare questo o quel particolare, correvi a sottolineare i punti salienti del tuo discorso, senza nascondere la meraviglia e ancora la sorpresa per luoghi che mai avresti pensato simili. A volte ti lasciavi prendere dall’ottimismo, trovando i lati migliori in piccole chiesette del tutto anonime, del tutto imitate, come quella del paese.
Dicevi che aveva degli angeli bellissimi, vicino all’imposta della volta a botte. Dicevi che dovevo assolutamente tornarvi, osservare l’aria angelica con cui si proiettavano verso i pilastrini, e, a mia volta, lasciarmi osservare dalla loro curiosità.

Poi il tempo è passato, e con il tempo anche l’illusione di ascoltare per sempre i tuoi racconti. Fino a oggi. Fino all’ora buca che mi sono trovata ad affrontare, stranamente senza impegni. Poteva essere un’ora come tutte le altre, e invece ho guidato fino alla chiesetta del paese, ho salito i gradini e ho superato quel portone che non ho più osato nemmeno guardare, dopo di te.

Subito sono stata invasa dai ricordi, e lo sguardo degli angeli ti ha dato ragione: vedevo in loro una ingenua libertà che nemmeno sogno, le loro guance rosee e rigogliose, la capigliatura classica, a boccoli, e il loro corpo nudo, nudo e puro. Ti ho pensato, e un groviglio di emozioni mi ha costretta ad andarmene, a uscire di corsa dalla chiesa, spaventando un paio di vecchie parrocchiane.

Giù dalle scale, poi, il nostro incontro, lo sguardo che s’è celato dietro all’apparente menefreghismo, le mani nelle tasche e la testa bassa, come se stessi meditando.
Ti ho spiegato – non so perché – che ero tornata alla chiesetta e ti davo ragione. Hai sempre avuto ragione.
Allora hai alzato il volto e dagli occhi è serpeggiata un’occhiata livida di ricordi, per sbaragliare in me un turbinio di pensieri.
“Non sempre” hai risposto. E tra di noi, di nuovo, mi chiedo se l’incontro non sia destino.

A.
ieri… perchè sempre di lunedì?

Photo: Jean-Sebastien Monzani

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Non mi basta più

23 Ottobre 2006 9 commenti


Giorno triste, con le nubi che si frammentano in lunghe sfilate di grigio cenere. Cenere, anche oggi, dalle nubi ai miei occhi. Vorrei trovare il sole, la promessa di una giornata diversa, di un domani diverso. E invece resta grigio: anche domani pioverà.

E ti sento. La tua voce insicura dall’altra parte del telefono, come ogni settimana, come ogni due o tre giorni al massimo. Muovi lento le parole, conscio che ogni singola macchia crea una nube nel cielo, conscio che ogni sfumatura conta più del colore globale.

Guardo oltre il vetro della finestra, dove picchia un riflesso di luce artificiale – gialla – e sento all’improvviso che non mi basta più. Non mi basta più sentirti e desiderarti, tra quattro mura che non riescono a risuonare del tuo stesso desiderio, tra quattro mura che sentono solo la mia voce, a tratti, mascherata da un turbamento improvviso.
Non mi basta più, e osservo i miei occhi che, riflessi dal vetro, paiono vuoti d’espressione, vuoti di speranza. Potrei tracciare a memoria il percorso del tuo discorso, precederti e sconvolgerti, abbassando la guardia e rivelandoti la verità: non mi basti più.

Tu, sì, non mi basti più. Sei solo lo spettro di una tempesta che ho atteso e ho ospitato a lungo, per poi accorgermi che era solo un acquazzone estivo, di quelli che passano in fretta e non bagnano nemmeno la polvere.

Potrei dirti che non mi basti più; invece, ruoto la maniglia e apro la finestra, in modo che i miei occhi spariscano dal riflesso della luce e resti davanti solo il cielo grigio, cielo in attesa di una vera tempesta.
Intanto, ti saluto e riattacco.

Anathea
tornata da un weekend davvero di pochissimo sonno…

Photo: Mircea Bezergheanu

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Cerco per te

20 Ottobre 2006 7 commenti


Cerco una canzone inedita da cantarti,
strofa dopo strofa.
Una canzone che mi bagni le labbra e poi scenda sulle tue, umettandole di iridi di luce. Speranze, dalla mia bocca alla tua, dalla voce alle orecchie, alla mente.
Al cuore, infine.

Cerco una sinfonia che trovi nel suo apice il tocco del cielo e della terra e, nel suo insieme, sia universo d’armonia.

A.

Ci ritroviamo dopo il weekend
Periodo di partenze…

Photo: Tamara Loncar-Agoli

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