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Archivio Settembre 2006

E domani… Firenze [la valigia mezza vuota o mezza piena?]

28 Settembre 2006 13 commenti


Chiudo la valigia e rimango a riepilogare.
Sì, ho preso tutto. Almeno credo.

Mi guardo attorno per la stanza disordinata e provo a passare di nuovo nella mente tutti gli oggetti e i vestiti. Lo so, lo so, non sono riuscita ad abbinare perfettamente tutti i cambi d’abito: me lo ripropongo tutti i viaggi, e immancabilmente mi avanzo all’ultimo minuto con la valigia ancora da riempire.

E anche questa volta, ne sono certa, mi troverò al secondo o terzo giorno di vacanza a domandarmi: ma perché ho scelto questa maglietta, completamente spaiata?

Sono la disperazione di mia madre, per questo.
Ed ero anche la tua disperazione, lo so, quando stavo in piedi davanti all’armadio e portavo un dito alla bocca, assorta. Tu ridevi, ridevi del mio ritardo cronico e sostenevi che mi addormentavo davanti ai ripiani dell’armadio, sempre colmi, nonostante i pochi giorni di ferie.
Ridevi perché la mia preoccupazione era buffa: che avrei fatto in campeggio? Non lo so, e forse è per questo che non ci ho mai messo piede.
Ridevi ancora, mi abbracciavi da dietro e mi carezzavi una guancia. Poi sentivo il peso del tuo mento sulla clavicola e tutto il tuo sguardo che si concentrava sull’armadio.

“Scegli questo” dicevi, indicando questo o quel vestito.
E a volte accettavo, a volte ti prendevo in giro perché giocavi a fare abbinamenti idioti solo per farmi ridere. E a volte non mi vestivo affatto, restavo nel nudo del nostro abbraccio – nudo, sempre nudo – e mi lasciavo rivestire da te, solo quando avevamo freddo.

Uno sguardo attorno, adesso. Mi accordo di essere ancora ferma nella stessa posizione, accucciata vicino alla valigia – a questa valigia, la valigia per Firenze, la valigia per domani, la valigia per i miei quattro giorni con le amiche dell’università.

Quattro giorni. Sì…
Mi rialzo e penso che è tardi, terribilmente. Mancano gli ultimi preparativi e, soprattutto, una memoria vecchia da piegare con cura e infilare nel cassetto. Questa, a Firenze, non mi servirà.

Anathea
amici, ci troviamo lunedì! (o domenica sera, dipende…)… Sembra assurdo forse a voi che state lavorando e/o studiando, ma mi mancherete, nonostante Firenze! :)

Photo: Dima Oukhov

Regali da ricordare [appunti]

26 Settembre 2006 7 commenti


Non le aveva mai portato a casa regali dai suoi viaggi. Niente che restasse, s’intende: niente ninnoli, vasetti colorati, o quadri che richiamassero l’attenzione.

Eppure Guido incontrava ogni giorno simili chincaglierie, poteva frequentare i mercati dove ogni donna avrebbe speso una fortuna, solo per convincersi di esserci stata. Guido, però, passava senza mai comprare: assorbiva l’odore di spezie fumanti, il fruscio di sete e rasi, il tintinnare ostinato di pietre dure infilate in lunghe collane. Ogni tanto si fermava: “Starebbe bene questa, al collo di Nina” pensava di una collana di granati, oppure: “questo scialle le toglierebbe il freddo del libeccio”. Poi gli arrivava qualcosa, simile a una sferzata di quello stesso vento che sperava di allontanare, un brivido lo riscuoteva: la collana sarebbe stata un pegno, lo scialle avrebbe solo ricordato il momento in cui Guido avrebbe guardato lo stupore di Nina davanti a un regalo.

Tutto questo non poteva permetterselo.
Tutto questo c’era stato, in passato, e di nuovo non avrebbe avuto senso. Allora Guido, ogni volta, appoggiava la merce e rifiutava le offerte speciali. Cacciava le mani nelle tasche e riprendeva la via col suo silenzio.

I marinai, all’inizio, lo sbeffeggiavano, deridevano il suo improvviso interesse per i mercati. Una notte, era bastato un sussurro fuoriluogo perché Guido sentisse e sfogasse tutta la sua rabbia in una reazione troppo violenta che avrebbero ricordato anche i marinai delle generazioni successive.

Del resto, Nina ignorava tutto ciò, compresa la lite furibonda che era scoppiata in suo nome, sul ponte scivoloso di pioggia e sapone recente. Lei riceveva con un sorriso la rituale bottiglia di vino, e a volte fiori, cibi esotici e leccornie di cui presto non sarebbe rimasta traccia.

Questo, almeno, secondo Guido. Se solo fosse stato più attento, si sarebbe accorto che Nina disponeva i fiori solo nel vasetto blu vicino alla radio – e non perché le mancassero vasi! -, o le bottiglie non finivano subito nella raccolta del vetro, ma, dopo la partenza di Guido, NIna staccava le etichette e vi segnava la data sul retro.
Se n’era ormai formata una bella raccolta, manciate e manciate di etichette che venivano chiuse in una scatola per scarpe. Sempre la stessa, quella che Nina per un po’ si era ripromessa di ricoprire con una bella carte vivace, e invece era rimasta uguale a se stessa, sobria, con una scritta nera.

Di altri regali, a dire il vero, Nina non ne voleva, né s’era mai esposta con Guido. Nei cinque anni trascorsi lei non gli aveva mai neanche chiesto di tornare, conscia che certi regali non si estorcono, ma si sperano.

A.
qualche appunto di ieri notte… tra un incubo e un sogno… penna bic su Moleskine verde

Photo: Pavel Krukov

Allora buonanotte, piccola [distante dalla mia febbre]

25 Settembre 2006 4 commenti


“Ciao piccola” e subito aggiungi: “Che cos’hai”.
“La febbre”.

Mi rivolto sotto le coperte e sento male ai fianchi, alla schiena e alla testa. Un dolore lancinante, alla testa, per essere precisi. Anzi, non so cosa in me stia bene, se non il sorriso che apro a sentire la tua voce.
A fatica, mi sporgo per illuminare la radiosveglia: è tardi, mezzanotte passata. Ma basta sentirti perché già sia giorno, nonostante il buio.

Mi faccio spazio tra le coperte dov’ero sommersa, stacco il cellulare dal caricabatterie e provo a non rabbrividire, ma è inutile.

“Hai la voce roca… dormivi?”.
“Quasi… Ma con questo raffreddore…” più che spiegarlo a te, per l’ennesima volta mi sono proposta di accettare la verità.
“E l’esame?” domanda spontanea, certo, non potevi immaginare che avessi passato metà del pomeriggio a piangere e a maledire la copertina dei libri – chiusi, ormai -.
“L’esame non si fa… Lo rimando a novembre”.

Tossisco un paio di volte e ti sento ridere: protesti che non c’è bisogno di darti giustificazioni per la mia fuga. Mi risento un po’, ma so che dall’altra parte del telefono sei sempre un sorriso e forse ti spiace davvero perché sai quanto tengo a rispettare le scadenze. Mi ricordi dei pomeriggi a studiare da te, quando ero capace di restare ore intere nella stessa posizione, finché non mi s’addormentava un arto. Ero tenace, dici, e devo esserlo anche ora. In fondo, questa scadenza è solo rimandata e, certo, lo studio non andrà perso.
Allora ti racconto che ho passato una giornata da delirio, tra l’istinto suicida di andare ugualmente in università e la consapevolezza che non ce l’avrei mai fatta.

“Sei una piccola matta… E del resto sei della vergine, un segno zodiacale che non sbaglia… sei precisa all’inverosimile!” butti lì, ma so che le tue sono critiche col sorriso, le uniche che posso accettare da te.
“Comunque non vado… Sto qui…”.
“Dai, e come sei? Scommetto che sei bellissima nonostante la febbre…”.

Nego. Ti racconto del pigiama di due taglie più grosso in cui mi perdo, delle guance rosse e degli occhi lucidissimi, fotosensibili.

“Fotosensibili? Neanche la febbre ti fa parlare come Dio comanda, eh?” ridi.
E anch’io rido, ma a fatica, perché davvero l’antibiotico sta facendo il suo effetto soporifero e non posso fare a meno di parlare lentamente, parola dopo parola, raccontarti che mi ha fatto piacere sentirti dopo questo tempo di lontananza, che la tua amicizia è importante per me, nonostante il tempo perso.

“Amicizia?” domandi.
“Amicizia” confermo. “O sbaglio?”.
“Cosa sento? Una prima della classe che ammette di aver sbagliato? Sì, comunque sbagli. Mai amicizia tra noi… E’ impossibile, perché adesso che mi parli di te e di questa febbre, io non faccio altro che pensare che vorrei scaldarti le mani nelle mie…”.
“Questa è amicizia!” provo a proporre.
“… A scaldarti la schiena tra le mie braccia, e assaggiare le tue labbra che, per quanto sappiano di sciroppo al mirtillo per la tosse (scommetto che non lo cambi mai), continuano ad essere quanto di meglio abbia mai incontrato…”.
“Okay, questa non è amicizia… Ho sbagliato io”.

Un momento di silenzio. Deglutisci, e così anch’io.
Questa notte davvero stenta a cadere ed è tornata a pesarmi sulle spalle.
“Piccola, lotta, mi raccomando! Sempre… Mi fai un ruggito?”.
Ci provo, a fatica, tanto per riproporre quel nostro rito propiziatorio. Ridiamo insieme e poi ci auguriamo la buonanotte, tra un colpo di tosse e una tua esitazione.

Poi chiudo la chiamata e resto a osservare il display luminoso.
Amici mai. E mai sarà. O forse è solo una riflessione da delirio.

A.
niente esame, come avrete potuto leggere… Solo febbre… Non ho parole, ma forse è stato meglio così, perché non ero al top…

Photo: Elena Platonova

Se passo quest’esame… qualcosa di ECLATANTE

23 Settembre 2006 9 commenti


Giuro che se passo quest’esame, faccio qualcosa che nessuno si aspetterebbe da me.
Preciso subito che per “passarlo” è implicito “bene”.

Bene.
Se lo passo bene….. Non so……. Ma……..
Succede qualcosa di eclatante………..
forse non subito ma…….. c’è bisogno di catarsi!

A. in totale crisi da pagine in sovrannumero

Tutto tra le tue mani

22 Settembre 2006 6 commenti


Tutto tra le tue mani.

Il freddo e il caldo, l’addio e il ritorno… L’addio e il ritorno, un fiotto di sangue che cresce al cuore e poi scende, abbattuto fino al calcagno. Non si stancherà mai, dimmi, di percorrere la stessa via obbligata? Non desidererà esplorare nuovi orizzonti di vene, battendo ogni legge di natura?

Tutto tra le tue mani.

Questo pane caldo, tra le tue mani. Un momento di violenza, e sarà un insieme di briciole che ti cadranno tra le dita, senza che tu te ne accorga. E sarà già troppo tardi.

Tutto tra le tue mani.

La mia felicità, questa notte buia, è chiusa nel tuo pugno, dove potrò trovare diamanti o tagliole. Allo stesso modo, il mio cuore sbatte nel petto, in cerca di un indizio che, malandrino, mi inviti a schiuderti la mano.

A.
stanca per pensare…

Photo: Gabriele Rigon

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Sentimento in vetrina

21 Settembre 2006 5 commenti


Una parola si arriccia ancora e si ritorce su se stessa, torna al discorso.
Lei è stanca, non vuole più parlare.
Che dirsi? Che fare?

Si accoccola sulle sue gambe e spicca un frammento di lacrima da un solo occhio, quello nascosto sui pantaloni dell’uomo, l’occhio che non vede altro che stoffa nera. L’altro occhio, invece, non è coperto: vede il resto della stanza: un tavolo serico in mezzo, e tra i suoi piedi metallici quattro sedie scostate in modo disordinato. Un vaso di fiori, in fondo, e una fila di luci estrose, creazione di strani designers. Luci da vendere, che costano un salasso, ma si trova sempre qualcuno che le compra.

Alle loro spalle, la vetrina.
Vetrina ammutolita per l’orario di chiusura del negozio. Tutto l’arrendamento tace, spiando la strana presenza di un uomo e una donna. L’uomo seduto sul divano più bello dell’intero locale; la donna sdraiata sulle sue gambe. L’uomo è lì ogni mattino, è stato proprio lui a prenotare quel divano e a sperare di venderlo presto. Domani lo svenderà, per non ricordare più quella scena di pioggia e freddo, quella scena di abbraccio tenero.

Ma ora sono qui, a respiri paralizzati.
La pioggia dietro, indomita, non si stanca di gettare raggi lunghi sul cristallo della vetrina.

E lei lo ama.
Lo ama forte, adesso che stropiccia la lana dei suoi pantaloni tra l’indice e il pollice, rompendo la riga di stiratura. Lo fa per sentirlo più vicino, mentre lui le carezza i capelli, ma è già ben oltre. Oltre, lui che domani sarà a lavorare in questo stesso negozio di arredamento. Lei, lei che domani partirà per l’Oltreoceano, lei adesso è qui, come non lo è mai stata prima. Ascolta la pioggia incessante e si sente fortunata per ogni molecola di tristezza che riesce ad assaporare, per ogni atomo di nostalgia che si sta sciogliendo tra le sue dita.

Si volta, si volta a guardare quel viso che le è famigliare da poche settimane, ma già si è imposto ben oltre l’immaginazione. Osserva una ruga di tristezza che gli vena la curva della bocca. Non conosceva questa espressione, non conosceva neanche la tenerezza delle sue mani che, come un fratello, le allontanano il ciuffo degli occhi. Ma partirà ugualmente. E questo che le sembra un addio, sì, domani le sembrerà solo occasione per rimandare quella parola troppo grande che le sale alle labbra, anzitempo.

Anathea
un bacione a tutti gli amici…
Photo: Dima Oukhov

Fino a te [le tue labbra]

20 Settembre 2006 8 commenti


Mi pare impossibile
mia divina, mio tutto,
che di te resti meno
del fuoco rosso verdognolo
di una lucciola fuori stagione.
La verità è che nemmeno
l’incorporeo
può eguagliare il tuo cielo
e solo i refusi del cosmo
spropositando dicono qualcosa
che ti riguardi.

(E. Montale)

Mi pare impossibile ringraziarti.
Eppure è quello che sto facendo.

Con la bocca straziata da parole che mai avrei ammesso e l’orgoglio assente. Ho sempre pensato che avrei pronunciato un discorso impastato e lento, quasi retorico e banale, se solo ci avessi provato.
Per questo, a dire il vero, non ho mai pensato che sarei arrivata a tanto, alle lacrime di commozione che mi rigano il viso e baciano un sorriso estatico e sciocco.

Il fatto è che, prima di te, c’era sempre un errore.
Qualcosa che storpiava i miei ricordi e mi spingeva a modificarli, nella memoria, fino a convincermi che davvero non ci fossero stati refusi: cancellavo frasi e sistemavo gli sguardi. Spesso mi sono ingannata per bene, su quello, ma non sulla pelle – le carezze, quelle non si dimenticano mai e non ti puoi illudere -.

Fino a te.
Fino al bacio salato che hai raccolto dalle mie guance arrossate e fino ai ‘grazie’ che hai ripetuto sulle mie labbra. Vicini a sfiorarci, l’entusiasmo di scoprirci simili nell’amore e diversi nella vita, ma così compatibili. Il coraggio di avanzare e dimettere tutte le difese, senza mai retrocedere.

Se vuoi, adesso muoio.
Potrei farlo davvero. Se sbagli, sì, potrei finire tutto qui, perché è troppo perfetta l’intesa che ci stringe le dita e ci scuote come invasati che sanno ripetere solo una parola: “Grazie”.

Grazie, e te lo scrivo persino sullo specchio con il mio rossetto. E tu, con una mia matita per occhi, mi imiti, fino a camuffare le nostre immagini, riflesse tra spirali di lettere rosse e verdi. Grazie, e poi tu prosegui a scrivere.

“Grazieamore” scrivi.
Senza spazi, perché non ami mettere distanza: dici che ti sembrerebbe di volerti straniare dalla verità. E io rido, e piango, e rido di nuovo, conscia che arriveranno le tue labbra a raccogliere le lacrime e a baciare il sorriso.

Anathea
ma quanto mi fa male preparare l’esame di latinooooo…

Photo: Douglas Swinskey

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Strofe di contrabbasso

19 Settembre 2006 3 commenti


Strofe di contrabbasso. La porta della casa non è ben chiusa.
E gli inquilini di fianco si lamenteranno.

E’ una strofa che non piace agli altri, una manciata di battute che solo tu capisci e lasci che sgrondino dalla cassa di risonanza, disperdendosi. Tutte note vibrate, lunghe e disperate, che ti costringono a piegarti in avanti, il torace curvo sullo strumento, i capelli un po’ lunghi che ti chiuderebbero gli occhi, se già non lo fossero. Chiusi, intendo: più volte mi hai detto che devi suonare così, con le braccia che si stendono e poi tornano a flettersi, con i muscoli che si contraggono e si rilassano e sembrano galleggiare sulla superficie della pelle.

So che continuerai a suonare anche quando sentirai i primi pugni di protesta contro il muro. Alla gente non piace. Non capisce. E anch’io non capisco e non ho mai capito, a dire il vero.
La prima volta che hai suonato questo pezzo – non mi hai mai detto il nome, né il compositore – sono rimasta con le mani appoggiate dietro alla porta, lo spirito attento e un batticuore insspiegabile che palpitava nelle vene. Suonavi l’insonnia delle mie notti passate, prima di te, a guardare dal balcone quanta vita ci fosse in giro, quante luci fossero accese, ma neanche una splendesse per me. Suonavi una malinconia antica, che si bagnava di una rugiada resinosa, pronta ad insinuarsi nei luoghi più deboli del cuore e solidificarsi in ambra, inglobando tutti i sentimenti lungo il suo tragitto.

Ogni volta, la stanza si sgombra della sua quotidianità. Ogni volta non c’è un concerto in casa, ma un canto solitario, e così terribilmente libero che non posso fare a meno di sedermi e aspettare che finisca.

Aspettare che ti detergi il sudore dalla fronte, con la stessa mano che impugna ancora l’archetto. Aspettare che ti accorgi che sono lì fuori e cancelli dagli occhi la tua malinconia per dedicarmi un sorriso. Aspettare che la bellezza del tuo connubio finisca e restituisca un contrabbasso e l’uomo che amo.

Anathea
perché sono terribilmente attratta dai musicisti… :) e la dedico a loro

Photo: Kenvin Pinardy

Quando sono nata [sono nata?]

18 Settembre 2006 6 commenti


Per tanti sono nata quando imperversava un temporale di fulmini e acqua a catinelle. Un mattino di ventuno anni e due giorni fa. Sono nata di tre chili, con i capelli già lunghi e una faccetta sorridente che proprio mi faceva più grande. Non può essere nata solo oggi, dicevano le infermiere a mia madre.

Ignoravano, allora, che ero nata solo per la prima volta, in quel modo incosciente a cui non ci si può tirare indietro. Nasci senza scelta tua, nasci perché qualcuno ha deciso per te.

La nascita, quella vera, è stata dopo.
Dopo anni. Tanti anni.

Forse è stata quando ne avevo diciotto e ho mandato affanculo i miei preconcetti sul mio futuro per abbracciare un sogno. Quel sogno era un cuore duro, abbastanza da umiliare i miei grandi occhi marroni e cacciarmi nella mischia del mondo, tra le donne abbandonate.
E la nascita è stata dopo. Dopo un anno terribile, una maturità che non ha affatto rispecchiato il mio lavoro di cinque anni febbrili, quando sono arrivata in Liguria con le chiavi di un appartamento che sarebbe stato mio per un mese intero. Mese da far fruttare, ripetevo, con quello che avevo speso!
Mese di amici che suonano alla porta e si fermano a pranzo, a cena, a dormire. Mese di scarpe abbandonate sul pavimento – le inquiline? solo donne… – e di fila davanti allo specchio per sistemare gli ultimi dettaglia. Mese di ballo a piedi scalzi sulla sabbia, e di sconosciuti che diventano conosciuti nell’arco di una sera, poi si accontentano del loro due di picche con un sorriso rassegnato.

Ho camminato sulla mia vita, in quel mese, su un muretto che poteva farmi scivolare cento metri di sotto. E non sono mai scivolata, se non una volta, quando mi sono trovata a ripensare a ciò che volevo e ho trovato un vuoto abissale. Poi è bastato guardarmi attorno: avevo le amiche di sempre, accanto a me, e una persona che sentivo di amare, così, di primo acchito. Ho guardato le mie mani, seccate dal sale e dal sole, il mio corpo asciutto per le prime settimane di frenesia con solo due ore di sonno a notte, e mi sono sentita bene.

Bene, dopo tanto tempo. Bene come non mai.
Bene e bella. Bene e me stessa, quando ho accettato l’invito a ballare sul tavolo o quando con S. siamo andati a girare sull’Aurelia con la capotte abbassata e tutto il vento della notte che mi pettinava i capelli e i sogni. Vento e le luci della costa, tutte addosso alla mia pelle. Vento e il sedile di pelle sotto di me, a suggerirmi che davvero era un’illusione quella notte, la voglia di scendere in un’area di sosta e fotografare la notte ligure, cosciente che avrei avuto solo un fotogramma mosso. Mosso ma vivo.

Me stessa…

A distanza di anni, posso guardarmi indietro con fierezza per quell’estate pazza e audace, per i rischi superati e per le conoscenze che, ancora oggi, restano. Ma qualcosa mi turba: troppi i momenti in cui sono nata, troppi gli istanti che sembravano irripetibili, ma in realtà erano solo indimenticabili.

Forse, sto ancora aspettando il momento per nascere.

Anathea

Photo: Ben Heys

ispirata dalla riflessione di <a href="http://lobosolitario.blog.tiscali.it/dz2827739/"LupoSolitario

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E sarà diverso

17 Settembre 2006 2 commenti


Ti ho attraversato in un momento di pioggia.
Cercavo tettoie sotto cui ripararmi, ma ho trovato solo paraventi che mi schermavano dagli sguardi, ma non dalla tempesta. Ho lasciato che i capelli fossero intrisi di pioggia e che la dita si intingessero nella pozza d’acqua che dilagava, a terra, per cercare un vano sotto il paravento e uscire. Ma non ci passavo. Neanche le dita, allora, ci passavano.

Sono rimasta dietro al paravento della tua pioggia, i vestiti zuppi d’acqua e di pianto. Ho cominciato a disegnare, con i polpastrelli, cerchi e volute sul vetro appannato del paravento. Poi ho smesso con i polpastrelli, e i polpastrelli sono diventati unghie, affilate dall’attesa, disposte a straziarsi sul vetro pur di trovare una via di fuga.

Ma la via di fuga non arrivava. Avevo le gambe stanche, e un fiotto di lacrime da sfogare. Ma anche le lacrime non arrivavano. Solo il tuo cielo si infrangeva, disperato, in nubi minacciose che si sfacevano e si riaccorpavano, senza mai requie. E io lì, sotto la tempesta, con le mani sempre più avulse da ogni calore.

Ti ho pregato di tornare in te, cambiare questa furia climatica e provare insieme a stenderci sull’erba tiepida, e assaporare per la prima volta davvero il sapore delle fragole. Non sei tornato, non mi hai risposto.

La città attorno a me restava sempre un paravento scuro, su una strada di catrame gelido. Tutto era innaturale, una città deserta attorno, e solo la pioggia che, battente, mi strappava lentamente i vestiti di dosso.

E’ questo che vuoi?
Se era quello che volevi, ecco, ecco che i miei vestiti crollavano a terra, li toglievo io, con la rabbia della disperazione. Ecco, potevi avere il mio corpo – unico rosa in tanto baratro -, potevi martoriarlo di pioggia e sferzare la pelle, oppure convertire le nubi in cirri bianchi e onesti.

Ho atteso, le braccia spalancate come su una croce immaginaria.
Ho atteso, e d’improvviso il paravento è stato spazzato via da una folata di tempesta.
Ho atteso, e davanti avevo solo strada.
Ho atteso, t’ho chiamato ripetutamente, ho provato a cercarti nei vicoli più scuri.

Poi non ho più atteso – il tempo era trascorso e le stagioni si trasformavano.
Ho camminato sola e, ormai in periferia, ho visto una minuscola nube bianca nel tuo cielo ancora violaceo. Un piccolo cirro che mi seguiva, come una lanterna che nella notte mi mostra la via. M’hai salutato, così, e mi hai promesso che domani sarà diverso. Ma solo per me.

Anathea
fuori dalla tempesta

Photo: Jean-Sebastien Monzani

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