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Archivio Luglio 2006

E domani… vacanza! [Ciao a tutti, ci si ritrova nel fine settimana]

30 Luglio 2006 9 commenti


Saranno pochi giorni, il tempo sufficiente appena per prendersi un minimo di abbronzatura e soprattutto per abituarsi alla passeggiata sulla spiaggia, alle ore sul telo da mare a pregare perché non ci si scotti, ai pisolini di straforo nelle ore più calde, per prepararsi a serate lunghissime.
Saranno le chiacchiere di quattro amiche nella stessa casa, i pettegolezzi sotto l’ombrellone, le docce prima di cena e la crema dopo-sole da stendere a vicenda sulle schiene arrossate.
Saranno le ore vuote, quando ognuna ritroverà il proprio silenzio, i pensieri un po’ più profondi o la semplicissima quiete. Tutto sapendo che le altre sono lì, a pochi passi – piccola ma piacevole certezza -.
Saranno i festeggiamenti di un compleanno anticipato, le candeline che galleggiano sulla baccinella di sangria, come l’anno scorso, gli incitamenti a spegnerle tutte, senza che la cera cada di sotto.
Saranno le corse mattutine, quando s’è svegliato da poco anche il sole, e il fiato stenta ad abituarsi alla frescura.
Saranno le prove dei vestiti davanti allo stesso specchio, dividendosi frammenti di visuale, per provare a sistemare una scollatura troppo provocante.
Saranno i piedi doloranti sui tacchi dopo la poca abitudine del periodo universitario, gli sguardi ammiccanti solo per un ballo con perfetti sconosciuti che si riveleranno gli idioti di sempre o possibili conoscenze.
Saranno gli spostamenti sui treni, i cambi da rispettare e le zaffate di aria condizionata nei vagoni – fin troppo freddo -.

Saranno – e questo solo per me – le passeggiate in riva al mare, mentre le amiche di nuovo fanno la pennichella post-cena. Camminerò fino agli scogli – questi scogli che non hanno niente a che fare con gli scogli che conosco bene, quelli di tutt’altro paese – e lascerò volare il pensiero, là dove non c’è onda che si esaurisca.

Anathea
in partenza… Ci si ritrova!


Photo: Norm Murray

Senza naufragio (1)

29 Luglio 2006 1 commento


Oltre la linea dell?orizzonte, una barca di pescatori saluta l?avvento del tramonto. Pescano, loro, provano a sfidare le prime ombre con una bagnarola da quattro soldi e una rete rattoppata.
La battigia è coperta di alghe secche che serpeggiano in una curiosa traiettoria. Curiosa, almeno per chi non è pratico della zona. Siamo in un paesino ai bordi della Liguria, dove il territorio italiano sfuma in Costa Azzurra e quasi non te ne accorgi, se non vedi il confine segnato dalla dogana. Colme delle stesse serre, terrazzamenti qui e là, ma soprattutto la distesa del mare ha l?identico colore, con sfumature di verde limpidezza.
Un vento di terra soffia via i capelli dalle teste, spirando verso le onde, come se invitasse con gentilezza ad avvicinarsi alla spuma bianca. È un richiamo pericoloso, irrisorio quanto l?illusione, ma troppo ammaliante per chi si trova solo, sugli scogli ciottolosi.
E in questo momento c?è una donna, una donna che in questo momento porta capelli biondi e sapremmo che le superano le spalle, se solo li tenesse sciolti! Sguardo fisso all?orizzonte, la donna si scherma gli occhi con una mano: spera che, fermando il riflesso accecante, un nuovo profilo di nave si fissi sulla retina. Una nave non molto grande, mercantile, che senz?altro arriverebbe al vicinissimo porto di Nizza e là attraccherebbe, per scaricare nuove spezie, tessuti e merce pregiata. Pregiata come gli uomini del suo equipaggio. Pregiata come un uomo che torna alla propria donna e le porta in dono se stesso, il suo profumo esotico, la sua esperienza recente, la sua attesa.
La donna cerca ancora, ma la linea dell?orizzonte si sta lasciando camuffare dalla foschia della sera calda d?estate, e i contorni sfumano in un lividore malsano. A nulla valgono le preghiere e l?attesa, né serve a qualcosa restare lì, con le braccia strette addosso per cercare di trattenere la veste troppo leggera che viene trascinata verso il mare. La brezza è diventata fastidiosa da una manciata di minuti, ma la donna non fa che protendersi verso gli scogli scivolosi, avvistando false apparizioni.
Poi, finalmente, si volta, offre al mare le sue belle spalle scure, per muoversi con agilità di sasso in sasso, senza paura di scivolare di sotto. Sa che nessuno riuscirebbe a salvarla, a quell?altezza: sbaglia chi pensa che non la sfiori il rischio di cadere giù. Semplicemente rischia, e nella sua vita un azzardo in più o in meno farebbe poca differenza.
Quando finalmente ritorna alla piccola spiaggia ghiaiosa, recupera le zoccoli a fascia alta e si incammina lontano, oltre il mare e la sua proposta allettante, oltre le onde che si allungano a provano a toccarla, oltre l?illusione di ritrovare una barca. Sale una scarpata aspra, macchiata qui e là di vita e arbusti, ma pochissimi fiori. E? lontana dalle serre, e cammina tendendo gli arti con una primordiale volontà di salvezza. Ha pochi indugi, perché ormai conosce a memoria ogni passaggio sdrucciolevole, nonostante da pochi anni sia in quella terra dimenticata persino dal turismo di massa.
Se alzasse la testa sopra di sé, vedrebbe il paesino arroccato, con le case aggettanti sulla costa sassosa, riconoscerebbe la chiesa, con il suo campanile modesto, e, se volgesse il collo ancor più in alto, capirebbe che il vento ha portato dalle montagne una massa di nubi nere e la promessa di una tempesta prossima. Se facesse queste cose, però, la donna cadrebbe all?indietro, una volta perso il senso d?equilibrio. Per questo procede a capo chino, e anche perché una serie di pensieri poco felici le adombrano il bel viso angoloso. Sembrerebbe una dea greca, ma non certo Venere: nei lineamenti, forse richiamerebbe Diana, dea di grande bellezza, dea vergine, ma cacciatrice. Potrebbe proprio essere Diana, adesso che le si accosta un pointer dal pelo bianco e fulvo. Si accarezzano a vicenda, pelo contro mano e mano contro pelo. Salgono insieme, ormai, e la salita sembra meno dura, anche se una prima pioggia fredda scende dal cielo e s?insinua oltre ogni pudore degli abiti.

?Ancora in giro, povera bambina!?.
La donna che ha parlato è Norma, un?anziana che abita a pochi metri dal sentiero scosceso dove sta salendo la donna che sembra Diana con il cane da caccia. La scena stringe il cuore, è vero, ma soprattutto a chi, come Norma, non può più percorrere quel percorso accidentato a causa di una brutta malattia che le appesantisce le gambe in buffi ma dolorosi reticoli di vene blu. Allora diventa più facile immedesimarsi nelle storie della donna col cane, come in quelle dell?intero paese, visto che tutti sono costretti a passare davanti a casa di Norma, qualunque direzione scegliessero.
?Lo sai, ogni sera scende fino a riva, e guarda il mare. Tanto lui non torna, non così presto? Da quanto tempo è partito?? domanda un uomo più giovane, che è anche il marito di Norma, meglio conosciuto al paese come il Magretto.
?Un mese? risponde Norma, senza tentennamenti.
Il Magretto ? nessuno conosce il nome reale, e quasi sicuramente anche lui sbaglierebbe a firmare, ma nessuno gli presenta da anni carta e penna ? si sistema sulla sua sedia e allarga le braccia, desolato per la donna col cane.
?Allora manca tempo ancora?? sospira lui, e si stiracchia sulla sedia: gli fanno male le vertebre, a furia di stare appoggiato alle coste dure del legno.

?Nina! Nina!?.
Così Norma si rivolge alla donna col cane. I due si voltano, quasi simultaneamente: sono alla fine del percorso accidentato, e volentieri fanno una sosta alla vicinissima casa dei due anziani, visto che la pioggia s?è fatta battente e non resta che ripararsi la testa. Nina ? ma in verità la donna col cane ha un nome assurdo che preferisce tenere nascosto ai più ? scuote la mano e incita il cane Sabbia ad andare con lei verso i due vecchi.
?Buongiorno!? saluta. E usa una voce autorevole, di chi è abituato a farsi rispettare.
?Vieni qui, ché ti prendi un raffreddore!? raccomanda Norma, mentre il Magretto s?è già alzato per andare a prendere un?altra sedia e una salvietta pulita.
?Grazie ma non ce n?è bisogno. Appena torno a casa, mi lavo e mi scaldo? a Nina si stringe il cuore ? adesso tocca a lei ? perché la vista di questi due vecchi che abitano in centro al paese le fa sempre una certa impressione. In parte per lo strano assortimento che ha voluto la sorte, con Norma strabordante dalla sedia e il Magretto che riempie lo spazio di uno stuzzicadenti, ma soprattutto perché rappresentano l?ideale mediazione tra abitudini e reciproci adattamenti. Sente sempre una punta di invidia, Nina, per quei due, brutti solo di primo acchito.
?Oh, tempo che arrivi su a casa tua, ti buschi una influenza!? il Magretto accenna intanto a un crinale più alto, ben oltre il paese, dove Nina ha casa e vive con il suo pointer Sabbia.
?Ogni tanto mi ripeto che è stata una follia scegliere quella casa!? ammette lei, e si avvolge nella salvietta, lasciando appena fuori le dita delle mani per trattenere i lembi davanti al petto. ?Altre volte guardo dalla finestra e questo posto mi dà davvero ogni regalo che avrei voluto: il mare, così alto, si leva fino al cielo, e io lo posso vedere!?.
?Una poetessa, una poetessa!? si complimenta Norma, assestando una carezza quasi violenta sulla testa di Sabbia.
Vorrebbero dirsi tante cose, quei tre, però il rumore della pioggia lascia le loro teste ferme, incapaci di osservare altro che quel temporale estivo, pronto a risolversi in pochi minuti. Non succede tanto spesso, e vale la pena sostare davanti allo spettacolo di una bianca vena di fulmine che si scaglia sulla cima dei monti.

Anathea
qualcosa comincia… Non chiedetemi cosa… Potrebbe essere un semplice miraggio estivo o, forse, una storia destinata a durare… Intanto vi offro questo primo spaccato, in attesa di tempo e di ispirazione…

Photo: Jonathan Charles

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Essere chiamato pazzo (88) e conclusione

28 Luglio 2006 9 commenti


E alla fine di ogni allora,
il presente torna a rimordere gli animi?

?Dunque, oggi è un giorno nuovo? Dieci anni sono passati e? che accadrà?? chiesi, fermando la mia penna sul notes d?appunti.
L?uomo mi guardò, a fatica estrasse dalla tasca dei pantaloni una busta stropicciata e me la porse. Forse s?aspettava che capissi? Per quanto provassi a tenermi estranea alla storia che andavo a raccontare, ormai Flavio Montebelli, quest?uomo che avevo davanti, vecchio, piegato e soprattutto piagato ? nel cuore -, non riuscivo a trattenere commozione.
?Devo leggere?? chiesi.
?Solo se vuole? e mi fece un cenno accomodante.
Aprii l?involucro, prestando attenzione a non sgualcire la busta piegata. Dentro, un foglio con una bella grafia antica e inclinata sulla destra. Cercai l?approvazione di Flavio prima di leggere, e subito lui mi rinfrancò con un cenno del capo. Era scritto in tedesco e grossomodo riportava queste parole:

Quando ti incontrerò di nuovo, sarà in mezzo a una strada affollata. Farà tanto freddo, che i nostri respiri condensati fuoriusciranno a malapena dalle sciarpe alte.
Inconsciamente, saremo tutti impegnati a rabbrividire, mentre tanti visi ci passano accanto, fremendo per la fretta e il gelo.
Non avremo meta, quel giorno, finché i nostri sguardi non saranno arrivati all’incrocio – il nostro -. Allora ci sarà un rallentamento, la gente ci scanserà a fatica per la sosta improvvisa e, mentre tutto attorno scivola sul ghiaccio, noi saremo perno dell’azione.
Azione ferma. Gioco d’ossimori su due marciapiedi. Opposti. Anche i marciapiedi.
Respireremo a fatica, in questo marasma di ghiaccio – piccole gocce umide che calano oltre i vestiti e ci scuotono -.
Avremo tempo per guardare i nostri cambiamenti ed esplorarci, impietosi, da due parti opposte della strada.
Fa male analizzarsi, ma fa bene scoprirsi ancora uniti.
Con le mani abbozzeremo un saluto, un ‘ciao’ senza che i nostri polsi ondeggeranno nell’aria tremula. Ci avvicineremo e appoggeremo le dita gelate, palmo a palmo, per riscoprire contatti e differenze.
Ci ritroveremo, sarà così, e dietro di noi si affloscerà un tramonto sbiadito che parlerà d’inverno. E sarà Firenze, ancora una volta?
Attendimi? Tu sai?
A. von Kleist, che non ha mai tolto dal suo scrittoio l?altra copia dell?Eneide che aprivi sulle ginocchia

?Quel giorno? è oggi?? domandai, colta da un?improvvisa intuizione.
Infatti, ormai abituata alla penombra del palazzotto, avevo visto che il professore portava un completo elegante, e una cravatta gli stringeva la gola rugosa. Improvvisamente capivo l?ansia per anticipare l?intervista a questo giorno, la precisazione che avrebbe dovuto terminare il racconto entro il tramonto. Lì per lì avevo ritenuto si trattasse di una semplice moda degli intellettuali, la pretesa di risultare originali per forza. Quanto sbagliavo! Come potevo, fino ad ora, non essermi accorta dell?ansia che aveva portato Flavio a struggersi e commuoversi, raccontare con tanto ardore e poi con tanta rapidità? Le ore infatti stavano avvicinandosi al tramonto, non restava tempo da perdere. Cominciai a raccogliere il registratore, a fermarlo e poi riporre penna e matita nella borsa, subito seguite dal notes.

?Mi dica, signorina, cosa vede?? con difficoltà, il professore andò al muro e accese la luce che mi ferì le pupille, ormai disabituate alle lampadine.
?Un uomo? risposi, ma tradii un?esitazione ?che sta andando incontro al suo destino, e sarà un destino felice, dopo tanta sofferenza?.
Flavio Montebelli scosse la testa vistosamente, con una rassegnazione che mal si addiceva a un?anima instancabile.
?Sono solo un vecchio pazzo, che ancora osa provare a sognare come un ragazzino, ma per capire cosa voleva, ha buttato metà della propria vita? spiegò, rassegnato.
?Non è così!? mi ribellai. ?Lei ha sbagliato, può essere, ma ancora ha potuto volgersi indietro e dedicarsi di nuovo alla felicità!?.
?No? Ricorda quando le ho parlato della morte della Delia? Allora dissi che, terminata la felicità, non restava che mantenersi a galla, o qualcosa di molto simile. Bene, ci sono voluti questi dieci anni di esilio volontario, lontano dalla vita attiva che avrei altrimenti condotto, per farmi capire che era amore. Con Angela, era amore. E lo è ancora. Per questo mi sono vestito da buffone, perché so che lei mi vuole elegante. Per questo ho scelto ancora una cravatta da ragazzo, perché con questa lei e io abbiamo fatto l?amore per la prima volta. Per questo ho sveltito la narrazione, perché non posso arrivare in ritardo, di nuovo? spiegò, sistemando la sedia sotto il tavolo.
Io lo imitai e non potei smettere di trovare ammirazione nei miei occhi umidi.

Avvicinandomi alla porta del soggiorno, per ripercorrere lo stesso vialetto ghiaioso che, prima di me, avevano pestato la Delia, e Angela, Anna Lea e nonna Teresa, Giorgio e uno stesso Flavio ragazzino, gettai lo sguardo all?intera sala da pranzo, che si apriva davanti ai miei occhi increduli. Faticavo ad allontanarmi da quella favola, e soprattutto premevo per conoscerne l?epilogo, ma ancora mancava tempo.
?Mi dica, professore, sarà lieto fine?? chiesi, titubante.
L?uomo si infilò sciarpa e cappotto e poi si appoggiò a un bastone robusto. Lì per lì pensai che non avesse ascoltato la mia domanda, ma poi capii che stava solo riflettendo.
?Così le dirò: che non conosco fine, ma solo un nuovo inizio. Per la prima volta nella mia vita, sono certo di me, non ci sono quid, né altre possibilità di rimandare. E poi le dico che L?ho voluta qui oggi, a scrivere le mie memorie, prima di poter contaminare i miei ricordi con la felicità del presente?.
?Dunque, non mi anticipa nulla?? ero delusa, lo ammetto.

?Le anticipo che sarà come nella lettera di Angela. Ci saranno due teste canute che, davvero, non temeranno di mischiarsi i capelli, perché ormai gemelli della stessa sorte. Cammineranno con lo stesso bastone, sfideranno l?aria natalizia per uno sguardo alle vetrine di una Firenze che non riconosceranno e poi si specchieranno nelle vetrine, per accorgersi che finalmente sono due. Due, e molto più di due, con tutti i ricordi e le figure che hanno accompagnato questi destini, per allontanarli e riunirli, di nuovo. E mai come oggi, le confesso, mi sento pazzo, per questa gioia infantile che ora, mentre il cerchio si sta chiudendo, mi porta a sognare i voli delle allodole, sul far del tramonto?.

Gloria M. Ghioni
11 nov. 05 – 25 lug. 06

Photo: Norm Murray

Stai dimenticando… [le tue impronte sulla sabbia]

27 Luglio 2006 3 commenti


Stai dimenticando il vento di libeccio, e il freddo sfarfallio che avvertivi appena, davanti agli occhi. Non erano stelle, no, era la pressione troppo bassa e un movimento improvviso per rialzarsi da terra. Giacevi in terra, le mani sul ventre, pacifiche ormai, e due iridi grandi di lacrime per tutto ciò che hai contenuto.

Hai contenuto amore, quella sera, hai contenuto rabbia, frustrazione, hai contenuto nostalgia, rimpianto, ma soprattutto hai contenuto gioia.
Abbracci il tuo corpo, e ti chiedi se è lui che ha contenuto tanta gioia, o s’è limitato a trasmetterla all’anima. Ti chiedi se ci sono davvero persone che riescono a fare provvista di felicità e poi centellinarla per i tempi di carestia. Tu non lo sai: hai sdrucito il cuore con la tua canottiera troppo corta, hai aperto la gioia con le tue cosce ancora tese, hai sollevato i desideri con i tuoi stessi fianchi in attesa. E hai sentito di esserti trovata, davvero, dentro di lui.

Ma lui adesso non c’è.
No, lui l’hai mandato via dopo aver fatto l’amore. Sapevi che non se ne sarebbe mai andato, lasciandoti sola di notte, e così l’hai ingannato, su quella porta di casa che poi non hai varcato. Al contrario, sei tornata indietro, proprio quando il tuo corpo ti chiedeva una doccia e il sonno. Sei tornata sui passi che avete tracciato insieme, sulle vostre impronte che ancora erano calcate nella sabbia e hai carezzato i contorni, da quelli più chiari alle semplici orme dei piedi.

Di nuovo sulla banchina, così sdraiata. Quanto sei rimasta così? Dillo.
Ci sei rimasta tanto, non ricordi l’orario. Hai ricordato i gemiti trattenuti, le parole sussurrate e quelle promesse che non erano promesse, ma semplice idillio di un istante. Allora ti sono arrivate le lacrime, le spesse e profonde lacrime di commozione che avverti solo quando sei stata attraversata da un giorno indimenticabile. E, allora, senti che dimenticare sarà solo una bella proposta per la tua razionalità, mentre il resto continua a tornare.

Anathea
che vuole dimenticare, ma non lo fa… (ma davvero vuole?) … DEDICATO AI RICORDI CHE NON CONOSCONO MINUTI, NE’ ORE, NE’ GIORNI…

Photo: jEAN-Sebastien Monzani

Essere chiamato pazzo (87)

27 Luglio 2006 1 commento


?Sei pazzo!? inveì Anna Lea, quando le raccontai della mia decisione al telefono.
Solo nella mia camera da pranzo, con lo stesso mobilio di anni fa, vidi fluttuare le memorie della Delia e di nonna Teresa, di Angela e persino di Anna Lea,da piccola, come fantasmi buoni, sostenitori del mio stesso bisogno di pace. Divenni consapevole del fatto che la mia idea, ancora vaga ma quasi compiuta, si trasformava in necessità impellente e irrimandabile.
?Mi hanno considerato tale per anni. Forse è il caso di chiudere il cerchio e tornare alle origini?.
?Non dire così! Sai che non intendevo?? era chiaro che Anna Lea fosse scioccata, ma non riuscivo a convincerla della mia serietà.
?Bambina mia, lo so, ma non mi hai offeso, hai solo detto la verità, quello che tutti pensano. Flavio Montebelli, al culmine della carriera, quando tutte le università lo richiedono per seminari e conferenze, chiude i battenti? Accidenti, deve essere proprio esaurito, o forse ha fatto soldi a sufficienza? Di certo è diventato pazzo. Di certo, vedi, la gente pensa così??.
?Ma hanno torto!? protestò.
?Appunto, vedi, cara? Ti sei contraddetta e ora dai ragione a me: hanno torto a chiamarmi pazzo, solo perché ho finalmente la possibilità di riaffermare la mia libertà e uscire dal vortice. Certo, ho fatto soldi abbastanza da consentirmi una buona vecchiaia e delle cure, se ce ne sarà bisogno, ma non è questo il fulcro della mia decisione. Voglio tornare a capire, e per capire devo ritrovarmi, senza l?aiuto di nessuno?.
Anna Lea continuò a tacere per qualche secondo: immaginavo il suo profilo di donna splendida, così terribilmente somigliante alla madre; immaginavo le mani aggrappate al telefono, e poi le immaginavo rilassarsi di colpo, come se non avessero altra forza per lottare, o semplicemente ammettessero la possibilità che non avessi tutti i torti.
?E cosa farai?? domandò, spaventata.
?La follia è che, anche se ci metterò il triplo del tempo per questa gamba acciaccata, non ho mai avuto tanta voglia di dedicarmi a me. Non preoccuparti, Anna. Quando vorrai, sarò qui?.

E lei venne. Scese da una bell?Audi sportiva, tipica degli anni Novanta, portandosi appresso una valigia e un paio di scarpe che doveva aver usato per guidare più agevolmente. Alzando lo sguardo, mi riconobbe alla finestra del primo piano, quella della mia vecchia stanza. Lei mi salutò con le scarpe in aria, e io ricambiai la sua felicità, per poi accorgermi che mi ero incantato sulla sua aria giovanile e sul tailleur cangiante.
Scesi a fatica, ma valse la pena abbracciarla: profumava di costose fragranze francesi, e le sue labbra tradivano sorrisi bambini, nonostante il rossetto scuro e spregiudicato. Erano cinque anni che non ci vedevamo, a occhio e croce, ma non mancai di comportarmi come se non ci fossimo mai separati. L?accompagnai in casa e servii della limonata fresca, bevanda che non mancava mai dal mio frigorifero, neanche in autunno, come era allora.
Mi accorsi che i suoi occhi erano costellati tanto di commozione quanto di senso critico. Anna Lea, non analizzarmi, pregavo silenziosamente. Ma lei agiva senza malizia, poneva le domande con una cura eccessiva a non turbarmi e controllava sempre la mia reazione, quasi temesse di ferirmi.
?Anna Lea, canti ancora?? la interruppi. Lei stava parlando del suo studio di avvocati a Monaco, di quando avesse avviato l?attività e tutto sembrasse fiorire.
?Cosa?? si riscosse.
?Ti chiedo se canti ancora? E? una mia curiosità, perdonami?.
Lei parve arrossire, ma riuscì a far rientrare la sua vergogna in un normale stato di turbamento. E confessò che sì, qualche volta cantava, sotto la doccia, che tanto era sola in casa e non disturbava nessuno.
?Niente compagno?? domandai, ma già sapevo.
Lei scosse la testa e poi, quasi a fior di labbra, mi chiese:
?E qui, gli altri come stanno??.
Gli altri avevano, in realtà, un solo nome: Giorgio.

Si videro. Non servì affatto che Anna Lea me lo raccontasse; bastò la cena a sorpresa, la cura con cui si truccò e mi domandò consiglio, nonostante avesse ormai quarant?anni. Ci furono parole e complimenti per l?abito rosso che osava indossare con tanta disinvoltura, come se fosse stata una ragazzina. Benché fosse certa di stare benissimo con quell?abito, amai la sua domanda; sì, proprio così: non mi limitai ad apprezzare il riguardo, ma amai la sua richiesta. Sembrava chiedermi di considerarla di nuovo, come donna, come alter-ego di sua madre, come bambina che ancora correva attorno al tavolo dei miei pensieri.
?Fai tardi?? domandai, un po? preoccupato.
Lei sorrise della mia preoccupazione e poi rispose con semplicità che non sapeva. E la salutai, mentre si allontanava dal palazzotto per il vialetto ghiaioso e tornava verso la sua automobile. La salutai di nuovo, con il palmo della mano alzata. Mi chiesi se fosse il caso di avvertirla che Giorgio era cambiato, e i suoi bei ricci giovanili si erano trasformati in una zazzera canuta, e i suoi occhi erano ormai infossati tra le rughe da cinquantenne, e? E compresi che non sarebbe servito a nulla, se non a sottolineare un?evidenza di poco conto: Anna Lea tornava da un sogno. E i sogni, si sa, quelli non hanno età.

Anna Lea, per tutta la settimana che si fermò a Firenze, portò su di sé i segni indelebili di un amore che era sbocciato in ritardo. Forse a causa mia, pensai più volte, ma ormai era inutile recriminare la mia condotta di anni e anni prima: ero certo di aver agito per salvaguardare la mia bambina da un pericolo, da una relazione adulterina. Volevo risparmiarle le stesse ansie che avevo vissuto io, ma, in fondo, che diritto avevo? La prova era giunta adesso, con Anna Lea che, quarantenne, ostentava la stessa gioia di un?adolescente per il semplice dono di poter girare le strade di Firenze con Giorgio, beffandosi della moglie, che di certo era sempre vissuta all?ombra di una storia troppo prematura per nascere, ma troppo fervida per morire.
In quei giorni, ricevetti la lettera con cui il provveditorato mi accordava il pensionamento. Insieme, il rettore dell?università mi invitava a riconsiderare la mia decisione o, almeno, a tener presente la prospettiva di tornare come ospite, a determinate conferenze. Accennava ad eventi di fama mondiale, incontri di grandi critici a cui avrei comunque potuto presenziare. Forse, pensai, forse sarei andato, ma di certo non avrei alzato la mano nemmeno per una domanda.

Prima che Anna Lea partisse di nuovo per Monaco, stavolta con una diversa luce negli occhi, le domandai di Angela. Non era un segreto per nessuno che durante gli studi la contessa avesse tenuto Anna Lea con sé, nella propria residenza in centro, beandosi di una compagnia così giovanile e vitale. Anche dopo erano sempre rimaste insieme, finché Anna non aveva riscattato un ufficio in centro per aprire il proprio studio di avvocati.
?Siamo sempre amiche? spiegò Anna Lea, chiudendo la valigia.
?E come sta?? domandai, stando attento alle sfumature della voce. In realtà, avevo il sangue che pulsava freneticamente alle tempie.
?Come vuoi che stia?!? Anna fece spallucce e incastrò un golfino dimenticato nell?altra tasca della valigia. ?Gode di buona salute, è una splendida nobile settantenne, dall?aria tanto triste?.
Ci guardammo: nei nostri occhi passò un?intesa piena di studio e amore famigliare. Sapevo che Anna Lea conosceva ogni anfratto della mia storia con Angela, dopo tanti anni con la contessa, ma ignoravo cosa ne avesse tratto.
?Puoi farle avere questa?? chiesi poi, all?atto dei saluti, porgendo una lettera.
?Certamente? Anna Lea continuò a fissarmi.
?E?? importante? conclusi, aprendo le mani nodose in gesto di resa.
?Lo so? e il suo sorriso sparse tutta la consapevolezza che mai avrei ritrovato altrove.

La mia lettera per Angela era una missiva spoglia di bei termini o di altri vezzi stilistici: semplicemente, chiedevo perdono e poesia. O meglio, imploravo lei di ritrovare un argomento con cui tornare al passato. Attesi una settimana, due settimane, poi tre. La risposta tardò, ma giunse, proprio quando ormai disperavo: mi domandava quali fossero i miei progetti, ora che ero definitivamente in pensione.
Vivere, risposi. E soprattutto smettere di fingere.
Fu così che tornammo a scriversi, senza le sciocche affermazioni melense che sono proprie della giovinezza: rivivemmo fasi della nostra vita, ci confessammo l?inconfessabile, ovvero che ci desideravamo ancora, nonostante fossimo costretti ad ammettere che in questa vita non c?era più spazio per l?amore fisico. Sarebbe stato ridicolo, pensai a lungo, ma non sarebbe stato ridicolo restare di nuovo a tu per tu con una donna che resta ad attenderti per trent?anni, che riserva una dose della sua vita proprio per te.
Così pensai, ma ci vollero altri dieci anni per metterlo per iscritto. Ci vollero questi dieci anni per chiudersi nella solitudine del palazzotto, uscire pochissimo ? lo stretto indispensabile -, vedere amici e parenti solo per le feste, e poi ritrovare se stessi nei libri che da ragazzi non si capivano.
Dieci anni. E la fine di questi dieci anni è ora? Ora.

Anathea
qui l’ultima parte dell’antico flashback… In fondo, non resta che tornare al presente dell’intervista…

Photo: Raphael Lopez

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Essere chiamato pazzo (86)

26 Luglio 2006 1 commento


Così lieve, così leggero quel giorno mi era scivolato addosso, fino a rendere il tutto plausibile. Del resto, in quel periodo ogni sguardo che avevo adescato, per il semplice gusto di farlo, non mi aveva mai comunicato sensi di colpa per i residui di Angela che mi aveva lasciato sulla pelle e nel cuore.
Facevo di questi pensieri, e forse davvero avrei potuto ritenermi soddisfatto e maturo, nelle vesti di professore sempre più affermato. Avrei continuato a portare a casa il mio stipendio sicuro, avrei fatto tardi di notte per assecondare i miei desideri o concludere appuntamenti con studiosi importanti. Forse non mi sarei mai degnato nemmeno di chiedermi perché meritassi tanto? In quegli anni però venne a mancare nonna Teresa. Aveva surclassato le aspettative di vita che mai si potesse sperare: oltre centenaria, s?era spenta come auspicava, con un bell?infarto fulminante nel suo stesso letto. Senza disturbare nessuno, né dare segni di malore, semplicemente un mattino non rispose alla mia domanda:
?Nonna, toast o biscotti??.
Avevo quasi cinquant?anni, sì, e la morte non mi parve mai tanto palpabile come allora: per la seconda volta perdevo mia nonna, e ormai definitivamente. Accettai le condoglianze da parte di tutti i colleghi e gli amici, e persino da parte di Angela ? avvertita da Anna Lea, aveva spedito un telegramma e una corona di fiori -. Niente, però, poté togliere da me quel senso di solitudine che vivevo in casa, di giorno, quando Anna Lea era a scuola e io mi trovavo a fronteggiare un?intera giornata di ferie.

Già, Anna Lea era fuori sempre più spesso? Anna Lea cresceva, e cresceva? Dio, quanto cresceva! Questo fu un altro problema, a dire il vero: lei più si avvicinava alla fine del liceo, e più si trasformava nella copia della madre defunta. Più esile in corpo, conservava la stessa vivace vitalità, e non faceva che cantare per casa, dimostrando la stessa bella voce della Delia. Non di rado la sorpresi a indossare quei pochi vestiti della madre che avevo portato a Firenze, nell?armadio vecchio. Da lontano osservavo i cambiamenti che avvenivano in lei, la fierezza nel portamento e la prontezza a sorridere, il gusto nella moda e la tendenza a provocare gli uomini con un semplice sguardo. Persino con me, a volte sfoderava certi occhi grandi e immensi da farmi perdere la ragione!
Davanti a un compito di latino, in preparazione alla sua maturità, compresi che non avremmo potuto proseguire così. Non a lungo. Anna Lea non si comportava affatto da figlia: o meglio, dava per scontato di potersi lasciar andare a certe confidenze solo perché io su un documento falso mi ero dichiarato suo genitore! Non capiva, certo, non capiva che girare per casa mezza nuda in estate mi turbava, né i suoi baci così conturbanti potevano assomigliare a quelli per un padre! D?altro canto, non potevo cacciarla, né accettare di farle del male con spiegazioni inutili. Quel famoso giorno, davanti a latino, per esempio, lei non faceva che accavallare le gambe, nude sotto una minigonna stringatissima. Erano i primissimi anni ottanta, e la moda le faceva portare buffi ricci cotonati al posto dei capelli. Ma quanto era bella! E provocante?

Anna Lea doveva partire. Doveva partire assolutamente. Non solo io la pensavo in questo modo, ma anche Giorgio, Giorgio Calvi, il mio studente preferito. Ormai era diventato professore, alla stessa università di Firenze. Lavoravamo fianco a fianco, come colleghi e inseparabili amici; ancora ci incontravamo per le corse in campagna, come per le cene a casa mia. Non servì appostarsi dietro un muro e origliare le loro conversazioni, per accorgersi che tra Anna Lea e Giorgio si stava stabilendo una certa intesa. Fitti, gli occhi negli occhi, seminavano i discorsi di ambigui riferimenti e allusioni assurde. Del resto, quante volte mi ero trovato nella stessa situazione di Giorgio? Studentesse promettenti, intelligenti e bellissime? Mai mi ero immedesimato tanto, però, nel ruolo dei loro genitori. Desiderai spezzare sul nascere quell?infatuazione, motivo in più che Giorgio portava con fierezza una fede nuziale al dito!
Mi arrovellai per mesi, badai a non dichiarare le mie illazioni ? così avrebbero definito i miei pensieri, dal momento che loro sembravano incarnare l?innocenza e l?ingenuità! -. Evitai, tuttavia, la maggior parte delle occasioni che richiedessero sia Giorgio sia Anna Lea. Poi finalmente l?idea sopraggiunse.

Non ci volle tanto per convincere Anna Lea che l?Italia non era il massimo per i suoi studi ormai prossimi di giurisprudenza. Le serviva un paese straniero, una secolare tradizione alle spalle, un?università accreditata con una esperienza europea. Erano follie, sapevo bene che Firenze o un?altra città italiana avrebbero soddisfatto le aspettative, ma Anna Lea credette alle mie spiegazioni. In fondo, ero o non ero un grande studioso?!
Senza grandi dubbi, né dispiaceri, Anna Lea salutò gli amici e accettò di buon grado la proposta di fermarsi in Germania, per coltivare di nuovo il tedesco. Come prevedibile, si trasferì da Angela che aveva comprato da poco un atelier d?arte a Monaco ed era tornata in possesso della sua residenza passata. Ben volentieri Anna Lea si mescolò a quell?atmosfera di apparente rinascita, ancorché ogni tanto dichiarasse indimenticabile l?Italia. L?Italia o, come più spesso dedussi, Giorgio. Angela, complice, mi raccontò spesso per lettera che Anna Lea le parlava di uno studioso fiorentino tanto bello, che senz?altro si interessava a lei. Ma la distanza? La distanza aggiustò i cuori. Davvero il proverbio ? occhio non vede, cuore non duole ? si rivelò efficace: Giorgio, sebbene non lo confessò mai, si pentì della sbandata e tornò dalla moglie, mentre Anna Lea uscì con coetanei tedeschi dell?università.

E io? Io in quegli anni rimasi a casa da solo, assaporando un?insolita quiete che rendeva magico il giardino, nelle sere d?estate. Confesso che di anno in anno mi accorgevo con quanta più fatica scendessi i gradini per poi raggiungere il gazebo, dall?altra parte del palazzotto, però non ne soffrii mai: sentivo il peso di un fisico asciutto sulle mie gambe, invecchiato con consapevolezza e, per questo, degno di impiegare almeno cinque minuti buoni per percorrere duecento metri. Ammiravo con dedizione l?avvicinarsi della vecchiaia definitiva, della canizie e della lieve curva che angustiava le spalle, ancora larghe, o la barba che diventava più ispida. Curavo con una paziente curiosità le trasformazioni fisiche, i reumatismi che cominciavano a presentarsi, i dolori alla cervicale che mi costringevano a passare meno tempo sulle mie sudate carte.
Fu allora che cominciai a raccogliere manoscritti in questa casa, a incorniciare i frammenti che avevo acquistato per due soldi ai mercatini, anni prima. E accorgermi che nel frattempo, nell?Europa, stava riprendendo l?interesse per il passato che avevo sempre coltivato mi diede un altro scopo di vita. Uno scopo di vita a sessant?anni è una follia? Non credo, specie quando mi accorsi che in quelle testimonianze altri uomini, passati, rincorrevano la comprensione. Dell?amore, della vita stessa, della società e dei valori? Anche quando scrivere comportava un lavoro di mesi, e ottenere un?intera opera richiedeva soldi e perseveranza, il rischio di imbattersi in copisti inaffidabili? Eppure la letteratura era progredita, oltrepassando tutti i colli d?imbuto che avevano provato a stoppare i classici.

Ma non è questo il fulcro del mio discorso: basti sapere che sentii sempre meno il desiderio di uscire da questa casa. Le persone che amavo venivano a farmi visita, le lettere di Angela ricomparivano nella buca della posta, almeno una alla settimana, e il giardino era lo spazio ampio ? ma non indefinito ? di cui avevo bisogno. Mi permisi una domestica per i lavori più impegnativi ? e viene tuttora -, cominciai ad ammiccare a un mio possibile pensionamento, in facoltà. Tutti, a cominciare da Giorgio, manifestarono disapprovazione e fecero di tutto per farmi rimandare. Così rimandai, arrivai ai sessantacinque anni compiuti, trascinandomi in facoltà ogni mattina, nonostante ormai non ci fosse nessuno sguardo che riuscissi a trattenere, a parte le occhiate intimorite degli studenti. E, sinceramente, non me ne parli! Non riconoscevo nelle nuove generazioni neanche una traccia della mia ingenua voglia di sapere; pochi, pochissimi visi dimostravano interesse, di contro ai miei tempi di studio.
?Ti devi rassegnare, Flavio. La gente adesso può permettersi di pagare anche una buona manciata di anni fuoricorso!? mi ripeteva Giorgio, così a proprio agio nella sua figura di docente canonico.
?Forse se avessi la tua età saprei abituarmi?? proponevo ogni volta, ma continuai a mantenere un po? di sano scetticismo.
?Mai, perché tu non sei un gregario, maestro? ribatteva.
Non potevo che dargli ragione: a sessant?anni o a quaranta avrei continuato ad odiare le masse di ebeti laureandi, che studiano solo parte del programma e tentano di salvarsi in corner, arrampicandosi su specchi che ormai rivelano solo sciocchezze e tanta tristezza.

Anathea
vi comunico che possiamo stappare champagne: ieri sera ho terminato Essere chiamato pazzo – ovviamente è solo la prima bozza – ed entro lunedì avrete tutte le puntate finali! :D

Photo: Nejat Talas

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Ancora le tue caramelle

25 Luglio 2006 6 commenti


Camicia a mezza manica sulle tue braccia esili e smunte.
Una matita appuntita nella mano destra e una enigmistica nella sinistra.
Poco distante, la gomma rossa e blu con gli angoli smussati dall’uso.
Eri tu, immagine irriconoscibile di un uomo che dimostrava troppi anni rispetto alla realtà anagrafica; tu, con le sopracciglia canute e spesse, aggrottate in un’apparente serietà.

E poi ero io, una bambina chiassosa, dai mille vestiti colorati a balze, una bambolina vivace che correva attorno al tavolo e poi si bloccava davanti a te, per cominciare a sollecitarti e tamburellare le mani sul tuo braccio – lo stesso che reggeva la matita -. Giochiamo, dicevo, giochiamo, e già ti stavo strattonando verso un altro posto della casa. Ma tu non ti spostavi mai dal tuo posto a capotavola: appoggiavi, invece, la schiena alla sedia e ti allontanavi dal tavolo, lasciandomi lo spazio per arrampicarmi sulle tue ginocchia.

- Gloria Maria Giovanna… – mi canzonavi. Sapevi che io andavo fiera del secondo nome, mentre odiavo quell’altro appellativo che non so come fosse nato nei nostri scherzi.
- Giuàna no! – rispondevo, storpiando tutto.
- Giuàna sì invece! – e riprendevamo a bisticciare, con la solita foga che ci portava poi a ridere.
Ridevi anche tu, sì, nonostante provassi sempre a sembrare burbero e certamente non volevi sentire chi suggeriva che ti stessi rammollendo davanti alla tua nipotina. Ma così era: ti scioglievano le mie frasi spontanee, le corse nel cortile, le retate nel pollaio per cercar le uova e quelle immangiabili poltiglie che sempre preparavo nel padellino. Ti eclissavi sempre, mentre io facevo la cuoca con la nonna; tornavi nell’altra stanza, al tavolo di marmo e ai senzaschema che amavi sfidare. Poi tornavi a guardare i risultati – disastrosi – dei miei esperimenti culinari, portando con te il solito odore di tabacco misto a menta: fingevi di assaggiare e la tua faccia magra si torceva in tante buffe espressioni di disgusto.
- Manca questo, manca quest’altro ingrediente… – e mi davi retta. – Dai, vieni che ti faccio provare una delle mie caramelle!

E ti seguivo, sapendo che sempre avresti ceduto a regalarmi una delle tue caramelle di menta. Buone, ma troppo forti per una bambina. Ricordo che strizzavo gli occhi per trattenere un paio di lacrime e poi non rivelavo a nessuno questo nostro segreto, se no la mamma ci avrebbe sgridati! E anche la nonna!
Ieri, sistemando la stanza, ho ritrovato l’ultima scatola delle tue caramelle, ormai rafferme e vecchie di anni. Era stato un passaparola di affetto, prima di confessarmi che tu, tanto, non le avresti più mangiate. E nemmeno io, adesso, andrei a riscoprire un sapore che deve restare legato solo al nostro passato di gioco.

Anathea
remembering Nonno Angelo

Photo: Al Magnus

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Essere chiamato pazzo (85)

25 Luglio 2006 Commenti chiusi


Angela mi guardò: era dorata, e a tratti rosseggiava per i riflessi solari che continuavano ad abbagliare, nonostante fosse ottobre. Cercai le sue labbra, chiedendomi se fosse per riconoscenza, ma subito cambiai idea.
Mi ripetei che era solo un bacio. Un bacio lento, tra due sorrisi indecisi, due bocche che si scavavano, piano e una via di miele dolce che rapiva la ragione ai sensi. Era un’intimità svelata, tra labbro inferiore e superiore. Un incavo di sorpresa e buio – ancora mistero, nonostante tutto -. La mia lingua che cercava la sua, senza falsi pudori, come, del resto, non ce n?erano mai stati. La voleva. E io volevo lei.
Provai ad attendere. Niente impazzava in noi, questa volta. Ci frugammo il cuore ad ogni incontro di labbra per cercare di liberare le noie e le apatie. Passato, tutto passato… Angela andò a indagare se vi fosse ancora la Delia dentro di me, ma avvertì solo il sapore di una richiesta cieca, sventata e naturale: eravamo esploratori di abitudini e gusti. Il suo palato ruvido e i suoi denti bianchi, ancora zigrinati in fondo, come se fosse una bambina. Il suo collo che si inclinava a destra, per prendere spazio, che concedevo solo dopo una giusta sfida.
Sapeva di buono, dopo tanti mesi di agonia sentimentale.
Sapeva di verità, e questa fu una stilettata che si sfilò dal mio cuore, liberandomi dal passato, ma pur sempre con una lunga ferita. Non avrei guardato quanto sangue si sarebbe versato da lì a poco, sarebbe stato un semplice salasso. Poi, sarei rinato tra le sue labbra, avvolto di nuove bende e sole cicatrici.

?E ora arrivederci, Flavio? mormorò Angela, rizzandosi in piedi e sistemando il vestito.
?Dove vai?? gridai quasi, spaventato.
?A casa? rispose, e mi parve serena.
?Ma cosa significa? Cosa, dopo il discorso che mi hai appena fatto? Non hai capito allora cosa ti ho detto io?? domandai, sciogliendo le frotte di paure che mi pungolavano.
Lei mi carezzò il volto con la mano, con quella delicatezza delle dita che caratterizza una signora.
?Ho capito benissimo, fin troppo? Forse non te ne accorgi, ma anche queste tue preoccupazioni sono dettate dal terrore di restare da solo. Non vuoi che io mi allontani, perché hai bisogno di qualcuno accanto. E io, credimi, come amica ti offrirei volentieri il mio appoggio, ma non come donna. È l?amore a muovermi: prenderò questa macchina e mi allontanerò, ma solo con il corpo. Non con la mente. Per me è tutto fermo lì, sotto il tuo gazebo, tutto è fermo a quel bacio. E così resterà?.
?Che significa?? domandai. Sentivo lacrime amare pungermi gli occhi.
?Arriverò a Stuttgart e resterò là. Spero di poterti ancora sentire e di restare in contatto con te per telefono e per lettera. Così ti attenderò. Ricordo il poeta, Tagore, e queste parole, riferite al fiore del proprio amore:
Non so se potrà trovare
posto nella tua ghirlanda,
ma onoralo con la carezza pietosa
della tua mano – e coglilo.?
Ci guardammo a lungo, e le carezzai la guancia, ricordando con vaga eccitazione la folle passione che attraversava quella donna minuta nell?amore. Mi chiesi se fosse ancora così, ma non osai chiederle nulla. E la guardai partire.

Restai nel giardino, con un sorriso inappropriato che rivelava dolcezza e tanta confusione. Camminai stropicciando l?erba con i piedi e senz?altro dovevo tenere le spalle curvate all?interno, per affondare meglio le mani nelle tasche. Mi ero giurato tante volte di non innamorarmi più: una prima volta dopo l?abbandono di Angela sul treno, una seconda dopo la morte della Delia, e già ero costretto a ricredermi!
Vergogna, Flavio, sei peggio di un voltabandiera! In realtà, più tornavo a vedere Angela e più concludevo che era splendido riuscire ad abbandonare il lutto per la felicità, di nuovo. Tuttavia non era naturale e razionalmente possibile, aveva ragione Angela: avrei avuto bisogno di tempo per assicurarle che lei non sarebbe mai stata un semplice ripiego. Ma come chiarire le idee? Come raggiungere la sicurezza che mi chiedeva?
Conclusi che l?unica soluzione consistesse in una bella riflessione: un mattino, di certo, mi sarei accorto che era solo Angela il mio futuro o, al contrario, avrei smesso di equivocare.

Tempo. Scelsi la via del tempo. Quale follia! Forse irretito da tanti esempi letterari ? attenzione, si noti però come i grandi artisti si limitassero a sfogare il proprio romanticismo, inventando personaggi, pronti a sacrificarsi in amorosi epistolari, mentre la realtà era ben altra -, intrapresi una battaglia pazza contro il mio materialismo. Bacchettai più volte i miei desideri terreni, cacciai dagli occhi apprezzamenti davanti a una gonna troppo corta o a una scollatura prorompente, tacciandomi di mania e possibile perversione.
Ma ero un uomo, ero solo un uomo che progrediva verso i quarant?anni, e non capivo quanto fosse normale avere prospettive inchiodate a frenesie erotiche! Questo fu il primo errore che commisi. Il secondo riguardava Angela, con cui davvero cominciai ad intrattenermi in lunghe lettere poetiche, pronte a rigurgitare sentimenti che non erano dedicati a lei, ma a quell?ideale di donna che mi ero sempre figurato.
Continuai così per anni, benché fossi certo che dietro alla nostra apparente sincerità si nascondessero avventure impudiche. Doveva essere così, per forza. In quegli anni, infatti, non feci che ripromettermi di tenermi al riparo da storie serie, ma inciampai in storie di letto con la stessa frequenza di quando ero ragazzo! Bionde, brune, giovani studentesse e assurde colleghe, impiegate d?ufficio e mogli scontente. Mai, però, permisi a una di queste donne di arrivare a casa mia, di entrare nel palazzotto e violare la mia reale intimità. Certo, loro dividevano con me parte delle lenzuola, sapevano come mi muovessi per la stanza, nudo, e persino quale fosse il mio profumo, ma tenni un riserbo più che onorevole. Nessuna, per quanto affascinata, provò mai a inoltrarsi in territori off-limits.

Prima di perdermi in questa parentesi, dicevo appunto che tenni vivo il mio rapporto con Angela, riducendolo all?idillio che vivevo ogni anno, dopo la sua partenza dall?albergo. Rimasticavo ogni giorno insieme, sentivo di nuovo le ore, il gusto dei menù in camera, la seta dei capelli e delle lenzuola, riesaminavo gli sguardi e straziavo tutto, finché non arrivavo allo strano vuoto che mescola finzione e passato.
Campo nero della memoria. Una frase che tornava, appena sdrucita, appena intarsiata con ipotesi di parole. Forse c’era un altro aggettivo. Forse un articolo determinativo. Forse mi guardava in un altro modo. Forse… Forse solo fantasie.
Di sicuro, erano parole allo specchio: io che tornavo nei suoi discorsi, lei che parlava come avrei voluto. E poi il buio. Buio assoluto.
Sarebbe poi giunta la solita fitta allo stomaco, un lieve rimestio di sangue e pensiero, una bollente fantasia come intercapedine tra due realtà. Ero ormai abituato alla malinconia leggera che aleggiava col suo ricordo: sapevo che c’erano percorsi obbligati nella mia memoria e sarei passato a rivisitare il primo incontro, le frasi davanti a un piatto di pasta, i complimenti sottovoce, i gemiti sotto le coperte, i ‘mi manchi’ attaccati ai plenilunii.
Dopo mesi e anni di estenuante rivisitazione, però divenne come se questi percorsi richiedessero impegno, e provassero a farsi spazio in un tunnel troppo stretto, avanzando a spallate. Un’immagine qua, un pensiero là. Ma Angela non tornava al presente.
Restava impigliata tra i ricordi di un passato che davvero, per la prima volta, mi sembrava uncinato al solito attaccapanni di belle esperienze. Indimenticabile lei, ma la nostra storia ormai sembrava scordata.
E non capivo se mi fosse permesso star male o solo ritenermi disimpegnato. Per la prima volta, non stavo male davanti ai suoi silenzi epistolari, o all’egoismo. Sentivo che lei si stava allontanando da me, e con sparizioni sempre più lunghe annichiliva ogni possibilità di ritorno. Del resto, erano passasti dieci anni dal nostro ultimo incontro al palazzotto, dieci anni da quel bacio che mi aveva rivoluzionato, dieci anni dall?ultima volta che avevo pensato di poter indossare le vesti di innamorato. A quasi cinquant?anni forse era ora di dichiarare la fine di questa mia battaglia da Don Chisciotte, contro i suoi mulini a vento.

Anathea

Photo: Martin Gleit

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Essere chiamato pazzo (84)

24 Luglio 2006 4 commenti


Niente per quella settimana, come avevo già detto. Poi accadde l?inaspettato.
Non vi fu alcuna goccia che fece traboccare il mio vaso, né gesti epifanici o lezioni del destino. Tornai a casa, un giorno, e mi accorsi solo che il cancello era scostato e una grande macchina era parcheggiata nel vialetto. Risalii il sentiero di ghiaia con una vaga fatica, mentre nelle vene pulsava un?aspirazione assurda che, contrariamente alle aspettative, si dimostrò fondata.
Lì nella veranda, c?era Angela. Il suo viso bianco, affilato, gli occhi svegli e vigili, le mani delicate sul braccio di Anna Lea. Una bambola a tesa, nelle destre. Levarono gli occhi insieme, quelle due, come se avessero sincronizzato lo sguardo. E io, in tutta risposta, valicai il colosso di commozione che avevo stipato in me.
?Flavio, devo parlarti? si alzò subito Angela.
Anna Lea, quasi avesse intuito il messaggio, corse in casa, tra le braccia di nonna Teresa. Vi fu solo uno scambio di occhiate tra me e la anziana matrona, ma bastò ad ammonirmi: niente sciocchezze. Solo la verità.

?Vieni, andiamo al gazebo? proposi.
Camminammo fianco a fianco, godendo degli ultimi silenzi per raggruppare le idee e provare già a figurare frasi e possibili risposte. Ci sedemmo, l?uno di fianco all?altra, sul divanetto in vimini che avevo sempre trovato scomodo. Romantico, diceva la Delia. Romantico, forse, cominciavo a vederlo anch?io, ma quanto era scorretto e squallido affibbiare al gazebo lo stesso aggettivo, in presenza di un?altra donna?
?Così a Firenze? Non me l?aspettavo? cominciai, stropicciandomi le mani. Con la schiena curva e i gomiti appoggiati alle gambe, non guardavo altro che gli alberi smossi dal vento, davanti a me.
?Anch?io non avrei mai creduto. Non sono rientrata a Stuttgart, perché all?inizio pensavo di volermi concedere un viaggio di piacere. Così sono rimasta a Milano, poi una brevissima tappa a Venezia. E mentre stavo là, sì, ho capito che stavo sbagliando tutto. La mia volontà di fermarmi in Italia non era altro che la speranza che giungessero di nuovo le tue scuse?.
?Ma io?? cominciai.
?Aspetta, Flavio? Ti prego, non è facile parlarne. Volevo un gesto eclatante, una di quelle sorprese che tutte le donne sognano? spiegò, sospirando.
?Tu?? domandai, incredulo.
?Io, sì? Non pensare che solo perché ho fatto l?amore con te per anni, senza mai chiederti niente, fossi insensibile ai sentimenti veri. Perché credi che allora scelsi te??.
Diedi una scrollata di spalle. Nel cuore, però, tamburellava una speranza egoistica: forse, finalmente, avrei avuto risposta ad anni ed anni di questioni irrisolte. In nome dell?antico sentimento, mi riproposi di lasciar parlare Angela fino alla fine.

?Per anni mi sono ripetuta che senz?altro avevi capito. Mi sono accorta a Monaco, quando mi hai raggiunta per Anna Lea, che evidentemente mi ero sbagliata per tutto questo tempo?.
?In effetti, Angela, non ho mai osato chiederti?? confermai. Fui io a sospirare, allora.
?Io non amo le dichiarazioni? aggrottò il labbro superiore in una smorfia infantile. ?Ma ormai ho quasi quarant?anni e mi accorgo che tu invece sei un uomo che ha ancora davanti tutta la vita?.
?Anche tu, che fandonie!? sorrisi.
?Ho davanti anni, sì, ma non la vita? E? diverso per un uomo. Soprattutto, Flavio, non è normale che sia una donna, secondo la nostra educazione, ad esternare i propri sentimenti. Io ho fatto di più, allora: ti ho invitato nel mio letto. Forse l?errore è stato non precisarti, prima, che dal mio primo ingresso all?albergo la mia attenzione era stata catalizzata da te, che allora non eri altro che un facchino. Neanche un facchino normale, in divisa, ma un estemporaneo! Pensi sia stato facile, per me, ammettere che mi stavo lasciando coinvolgere da una relazione con te? E tornare ogni anno allo stesso albergo, conquistare la tua compagnia, ben sapendo che per te ero come le altre??.
?Non lo eri, Angela, né lo sei mai stata? confermai, sicuro, ma triste.
?L?ho capito tardi, quando eravamo in treno per Monaco, la prima volta. Quando hai confessato di amarmi, e nel vagone accanto dormiva quella povera ragazza!?.
?Mi avevi allontanato, allora! Ti eri presa gioco di me, Angela, come posso crederti?? rasentai dubbi e miscredenze.
?Volevo il tuo bene, Flavio? sussurrò appena.
?E ora? Perché ti sei decisa a rivelare tutto??.
?Perché ora voglio il mio bene?.

Ci guardammo, per la prima volta da che eravamo nel gazebo. Non avevamo più riserve, i bicchieri di limonata erano stati svuotati da un bel pezzo, e il sole volgeva al tramonto.
?Lasciare il cuore al cielo è un rischio?. Lo dicevo sempre e lo dissi anche quella sera, disegnando quadri e immagini che provassero a rendere ciò che provavo: ?Attende. Il tuo cuore attende un vento che raschi tutti i malfunzionamenti degli anni passati, i battiti d’ansia per vanità e la freddezza di certe risposte.
Attende. Sotto un cielo che sembra pompelmo rosa, aperto in fette e spicchi di luce crepuscolare. Il tuo cuore respira nell’aria, muto e agitato, poi sempre più libero, di palpito in palpito. E sogna di camminare per quella scogliera, lasciarsi bagnare dagli spruzzi delle onde e poi riconoscere su di sé il profumo di salsedine seccata. Così, il tuo cuore si accorge di aver bisogno di un corpo, un corpo che l’accompagni in questo viaggio che sa d’esistenza.
Il corpo che ha bisogno non ha nome.
Chiede una piccola nicchia che lo scaldi, senza troppe pretese, dove ci siano buone vene, pronte a battere all’unisono, adattandosi alle sue metamorfosi.
Niente arriva. Il corpo che ha bisogno il tuo cuore non ha risposto, ma da lontano il tramonto è turbato da nubi nere, minacciose e dense di paura. Nemmeno lo sanno, loro, che a distanza di un migliaio di metri giace un cuore solo, in attesa. Le nubi vanno, tronfie del contrasto che portano nel cielo aranciato, e si tuffano ad adombrare il mare, gli scogli. La tempesta è un attimo, una pioggia violenta, rapida e dolorosa, in continui mutamenti, come la delusione cocente e la consapevolezza che, quando tornerà il sereno, il cuore sarà stato sbattuto lontano da un’onda e sarai smarrito. Fermami, ti prego?.

Anathea

Photo: Haleh Bryan

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Essere chiamato pazzo (83)

23 Luglio 2006 2 commenti


?Allora, ci sono novità? E dove è andata la fatina?? domandò Anna Lea.
?Amore mio, pensa che bella sorpresa: andiamo a casa, domani o dopo!?.
La strinsi nel mio abbraccio, provai a massaggiarle la schiena, tenendo sempre il mento sulla sua clavicola esile e aguzza. Dovevo averle riempito la mente di favole e prospettive, per poi stornare i suoi dubbi in certezze quasi finte, tanto erano ostentate. Alla fine, però, mi accorsi che le mie parole rischiavano di diventare vuote e, soprattutto, palesavano ormai di voler deviare l?attenzione di Anna Lea su tutto ciò che non avesse a che fare con la contessa.
La bambina, tuttavia, sembrava avere a cuore la sua nuova conoscenza. Picchiettò sulla mia schiena, sistemando un paio di pieghe e poi mi chiese, con innocenza:
?Ma a Firenze verrà a trovarci la fatina?? domandò.
?Non penso? riflettei, ammettendolo per la prima volta anche a me stesso.
?Perché? A me sta simpatica? spiegò.
Guardai i grandi occhi blu di Anna Lea, così simili a quelli della Delia da costringermi a deviare lo sguardo.
?E? molto impegnata? inventai.
?Peccato. Sai, lei parlava con me la lingua della mamma? Nessuno qui la sa parlare come faceva lei?.
?Ma ci sono io?? ribattei, commosso.
?Non è la stessa cosa?? e Anna si chiuse in un silenzio apatico.
Sì, aveva ragione; ricordavo quanto tempo ci avesse messo la Delia per perdere del tutto le sue vocali aperte piemontesi, e con quanta felicità ripetere le parole con l?umlaut, ostentando la chiusura delle U e delle O. Era buffa, allora, ma tanto determinata da ispirare tenerezza.

?Forse hai sbagliato, Flavio?.
Era Giorgio ad aver parlato, quella sera, nella nostra camera milanese. Lui stava visionando tutti i documenti che mi aveva passato Angela e impiegava una minuzia concentrata.
?Cosa intendi?? chiesi.
?Non dovevi trattarla così? Anna Lea ha sentito, tra l?altro?.
?Ah sì? E da cosa l?hai capito??.
?Me l?ha raccontato quando sono passato a trovarla, dopo di te. Deve aver origliato alla porta, quando siete usciti nel corridoio. È chiaro che capisce il tedesco in cui vi siete espressi, senz?altro meglio dell?italiano! Se fossi in te troverei un momento per parlarle di quello che è successo con Angela e soprattutto toglierle dalla testa che può essere per causa sua!? disse Giorgio, dimostrando una maturità di gran lunga superiore alla media dei suoi coetanei.
?Proverò, ma a me non ha detto niente?? meditai.
?Non farai fatica a dirottare la conversazione con una bambina sugli argomenti che vuoi tu, non è vero, prof??.
Non risposi niente, ma quella sera, con gli occhi fissi al soffitto, ripensai alla giornata e mi accorsi con sgomento che c?era solo amarezza e un retrogusto salato di lacrime. Di nuovo, di nuovo senza esito felice.

A lungo, durante l?adolescenza si pronunciano promesse catastrofiche, provando a ipotecare il proprio carattere per sempre. Nel mio caso, ad esempio, avevo dichiarato che non si può amare e odiare contemporaneamente una persona, né amarne due nello stesso momento. O ancora, avevo chiamato ipocrita chiunque fosse semplicemente confuso. Quanto ero stato sicuro, allora, nel giudicare gli altri! Senza accorgermi della mia presunzione, avevo puntato il dito contro semplici esseri umani che a malapena assecondavano i loro voleri.
Ormai, invece, non ero altro che uno sfollato. Ero sfollato dalle mie convinzioni, perché avevo amato disperatamente due donne, sorprendendomi ad amarle ancora, nonostante non potessi raggiungerle per motivi diversissimi. E le odiavo anche, sì, perché continuavano ad aggrovigliare possibilità e io inciampavo sempre, troppo fragile per ammettere la mia responsabilità. Ma era tempo, a questo punto, di annuire davanti all?evidenza e scarcerare le due donne dalle loro false imputazioni.

Attesi un?altra settimana. Mi ero da poco trasferito a Firenze con Anna Lea, avevo assaporato la gioia della sua libertà e la freschezza della sua corsa in giardino, mentre nonna Teresa le ricordava di non spingersi fino all?orto, perché c?erano ancora delle ortiche. Io stavo sulla sdraio in legno, correggevo e trascrivevo parte delle lezioni che avrei presto tenuto in università, ma non facevo che riflettere sulla vanità della mia precisione. Controllavo tutte le frasi più volte, sistemando persino la punteggiatura, nonostante fossero semplici bozze di lavoro!
Ero così, sì, e non facevo che osservarmi dall?esterno, indossando i panni di uno sconosciuto critico. Non mi accontentavo nemmeno delle mie qualità, del fisico asciutto o della naturale propensione agli studi. Non trovavo traccia della mia apparente generosità, perché la pensavo cosparsa di egoistico appagamento. E se volevo mantenermi fedele alla Delia, era in realtà un modo come un altro per autoincensarmi e celebrare la mia integrità. Dentro, infatti, conoscevo quanto il sangue si rimescolasse al solo pensiero di Angela e del suo corpo di luna!
Provavo a esaminarmi e sempre trovavo solo lati odiosi e patetici, volontà di riscatto all?inverosimile, fino a rendermi impietoso e troppo poco altruista.
Persino Anna Lea, lì a casa, mi sembrava un dono per tenere vivo il mio ricordo della Delia, e la mia ossessione di riempirla di affetto e regali era una esagerazione di attenzioni. Il suo bene, lo sapevo bene, non consisteva in vizi e vita facile, ma in sincerità. E in tutto ciò, nel grande controsenso che racchiudeva tutto il mio presente e passato, non feci niente per alterare la situazione.

Anathea
buona domenica!

Photo: James Quinn-Hawtin

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