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Archivio Giugno 2006

[Ed ero contentissima] ma non te l’ho mai detto

30 Giugno 2006 7 commenti


Ora che sarai un po’ sola
Tra il lavoro e le lenzuola
Presto dimmi tu come farai ?
Ora che tutto va a caso
Ora non sono più un peso
Dimmi quali scuse inventerai ?

Inventerai che non hai tempo
Inventerai che tutto è spento
Inventerai che ora ti ami un po’ di più
Inventerai che ora sei forte
E chiuderai tutte le porte
Ridendo troverai una scusa
Una in più..

Afa di estate.
Mi volto un poco su questo letto sfatto dal caldo e vedo che anche tu hai gettato il libro al tuo fianco, estenuato dal ripetersi di frasi ormai vuote di senso.
- Stanco? – ti domando.
Annuisci e controlli a che pagina sono arrivata: qui Cicerone sventa l’accusa della vicinanza alla morte della vecchiaia. Qualche sillogismo, a parer mio, ti dico, e mi basta abbassare il libro per sentire un languore strano che passa dai miei ai tuoi occhi.
Dovrei dire qualcosa, sai, spiegarti che è strano trovarci a studiare la stessa materia, anche se a pagine diverse, e continuare a spronarsi a vicenda. Dovrei dirti che è infantile spintonarsi su queste lenzuola umide di sudore, senza imbarazzo o spazi personali. Dovrei dirti che questo è l’ultimo esame che dividiamo, e poi io partirò, l’intera estate a casa, e poi un altro anno, in un altro appartamento, senza la tua sveglia che, puntuale, gracchia alle sei del mattino.
Invece so solo tacere, e Cicerone è già caduto dal letto: senza tonfi, deve essere scivolato dal lenzuolo al tappeto in un semplice sfarfallio di pagine.
Mi guardi incuriosito e io prego che tu non smetta. Non ora…

Ed ero contentissimo in ritardo sotto casa ed io che ti aspettavo
Stringimi la mano e poi partiamo?
In fondo eri contentissima quando guardando Amsterdam non ti importava
della pioggia che cadeva?
solo una candela era bellissima
e il ricordo del ricordo che ci suggeriva
che comunque tardi o prima ti dirò
che ero contentissimo
ma non te l’ho mai detto che chiedevo
Dio ancora
Ancora, Ancora…

Cerco la tua mano a tastoni e la avverto poco lontana da me, sudata per i trentacinque gradi dell’appartamento, inchiostrata da una biro che perde. Te l’avevo detto, prima, di cambiare penna! Ed ecco il risultato: la tua mano sporca di blu mi sfiora una guancia con tenerezza. Non hai vergogna, sai che fino ad oggi sono stata la coinquilina che usciva in accappatoio sul balcone, attirando i fischi degli studenti dell’altra palazzina. Mi hai vista ridere per una grande caduta e piangere per un insuccesso. Hai persino sfidato le leggi di natura, sussurandomi che il mio ragù è il migliore che hai mai assaggiato. Che follia! E, dunque, di cosa dovresti vergognarti? Forse del bacio che ora mi sta aprendo le labbra, o dell’odore di antizanzare che è onnipresente, in casa?
Del resto, dovrei vergognarmi io, adesso, mentre stringo le mani dietro alla tua schiena e abbraccio i tuoi fianchi con le gambe, come di sfuggita ho sognato in quest’anno di convivenza occasionale.
Ma non è così: non provo vergogna, nemmeno della stanchezza che mi ottunde la mente, e mi impedisce di essere come vorrei. Nelle mie mani, ora, la tua eccitazione mi parla di mesi passati a fingere di ignorarci, mentre un brivido caldo inumidiva i pensieri. E, già allora, ero contentissima, ma non te l’ho mai detto, che speravo che quest’anno non finisse mai.

Qualche cosa ti consola
Con gli amici il tempo vola
Ma qualcosa che non torna c’è
C’è che ho freddo e non mi copro
C’è che tanto prima o dopo
Convincendoti ci crederai

Ci crederai che fa più caldo
Da quando non mi hai ormai più accanto
E forse è meglio
perché sorridi un po’ di po’ di più
un po’ di più?

E la novità è questa: che mi accorgo, stringendoti le spalle, di non aver mai risposto alle tante domande su di te. Niente per scontato, adesso, tra le mie dita, ma solo tanti chiarimenti che mi lasciano sorpresa e stordita, mentre i desideri si accavallano e si intrecciano, gamba a gamba. Per la prima volta, non voglio agghindarmi a festa, controllare che questa luce bianca riveli tutti i miei difetti, ma continuo a baciarti, anche mentre entri in me, con lo stupore che sentivo durante i miei primi baci di quattordicenne, quando bastava stringersi la mano per ricordare.
Adesso, lontana da tutto ciò che è noto, ansiosa per un esame che tarda a concludersi, con una valigia già pronta in soggiorno, non faccio che mordere la vita proprio lì nel suo punto più debole: la felicità.
Già sento che sta per cedere, carne sotto i miei denti, sento che il corpo si piega in offerta e richiesta. Tutto torna, ancora oggi, a sorridere.

Ed ero contentissimo in ritardo sotto casa ed io che ti aspettavo
Stringimi la mano e poi partiamo?
In fondo eri contentissima quando guardando Amsterdam non ti importava
della pioggia che cadeva?
solo una candela era bellissima
e il ricordo del ricordo che ci suggeriva
che comunque tardi o prima ti dirò
che ero contentissimo
ma non te l’ho mai detto che chiedevo
Dio ancora, Ancora, Ancora, Ancora…

Tento un abbraccio e poi ricado sul tuo corpo bagnato, sporco, sudato. Dio, ancora, ancora… Penso che presto suonerà il telefono, e mia madre mi chiederà per l’ennesima volta se ho controllato gli orari del treno, e raccomanderà di non dimenticare il biglietto. Quanto mi costerà allora, annuire? Già adesso mi pesa spostarmi dal calore del tuo petto, ma sono ripagata da te che, nudo, vai alla doccia. Qui comincerà la parte conosciuta: ci impiegherai cinque minuti per regolare la temperatura, e ti lamenterai ad alta voce, come sempre. La differenza, stavolta, è che potrei varcare quella soglia, limite prima imposto dal buon senso.
Strano, invece taci. Raccolgo i nostri libri – copertina identica – e li appoggio alla scrivania, con matite ed evidenziatori accanto. Cosa fanno quei libri? Spiano ancora? Apro l’ultima pagina del mio e a penna, disegno un ovale, più bombato sulla destra. Dentro, la data di oggi. Non dimenticare…

E il mio ricordo ti verrà a trovare quando starai troppo male
Quando invece starai bene resterò a guardare
Perché ciò che ho sempre chiesto al cielo
È che questa vita ti donasse gioia e amore vero
E in fondo

Poi busso alla porta, ti domando se va tutto bene. Attraverso il vetro smerigliato, distinguo solo la tua sagoma, immersa sotto il getto d’acqua. Un baleno e sei di nuovo davanti a me: i tuoi capelli scuri gocciolano acqua per terra.
- Allora? – ti chiedo.
Non so cosa mi aspetto.
- Allora domani sarà un giorno triste – sussurri – Vieni con me, adesso, ché quest’estate sarà piena di ricordo. Dammi un altro ricordo.
E io accetto il tuo abbraccio, stretti nella cabina della doccia, mentre l’acqua troppo fredda mi raggela, scivolando lungo la schiena, e tu provi a proteggermi, stringendomi ancora. E io urlavo, ancora, Dio, ancora…

Ed ero contentissimo ma non te l’ ho mai detto
E dentro urlavo
Dio ancora
Ancora
Ancora

Anathea

Photo: Nejat Talas
Canzone: Tiziano Ferro, “Ed ero contentissimo”

Oltre [il piano si inclina e la biglia scorre]

29 Giugno 2006 3 commenti


Ti guardo. Sei intensa, mentre aggrotti la fronte per la concentrazione e poi scuoti la testa. No, dici di non farcela.
Provo a distrarti con un sorriso, e già ho mosso il libro di testo per portare l’esercizio sotto i miei occhi. Occhi promettenti, lo so, che vanno ben oltre il semplice rapporto di lavoro. C’è transfert, e ne sono fiera, quando ti appoggio una mano sul braccio e ti invito a riprovare.
Nella mia mano, il ricordo dell’aiuto che suggeriscono le mie labbra, per un semplice esempio. E così tu riprendi il cammino sul foglio, disegni parole con la calligrafia che mamma ti ha insegnato tanto limpida e poi prosegui nell’esercizio. Segui il mio esempio, e le frasi ti scorrono tra le labbra e la penna, per analogia.

Finalmente hai finito.
Togli la frangia troppo lunga dagli occhi, accetti una caramella e ti appoggi alla spalliera della mia poltrona blu. So che adesso ti scapperanno le solite confidenze timorose, chiederai i consigli in modo sbocconcellato ed educato, un po’ imbarazzato dalla paura che ti consideri sciocca. Ma come potrei, io che ai tuoi sedici anni pensavo di aver trovato l’amore, la strada, la carriera, e disegnavo per sfogare la creatività, ballavo in camera sognando abbracci sempre più sognanti?

Dunque, dimmi.
Ti torci le mani e controlli un paio di volte la mia espressione. Come sempre, resto imperturbabile, in attesa delle tue parole. Che begli occhi che hai!, quando li volti in quello sguardo furbo che cerca di contenere la curiosità!
Appoggi i gomiti alla scrivania, passi le mani tra i capelli e mi dici che è da tempo che non ce la fai più a resistere. Desideri T. con tutte le tue forze, e alla sera, nel letto, appoggi la sua fotografia sul cuore, ma i pensieri cominciano a non bastarti più.

Un fiume in piena, ecco cosa sei, con le tue erre arrotolate che si snodano su una finta convinzione. Ti lascio parlare, e poi finalmente ti domando:
- Scommetto che tutte le tue amiche ti hanno spalleggiata, non è vero? Sono tutte dalla tua parte…
Tu annuisci. Già forse con un dubbio in più.
- Non ti chiedi, però, perché mandano avanti te a sperimentare, mentre loro continuano a vivere di semplici fantasie?
No, non te l’eri chiesta prima. Ci guardiamo. In questo momento non sono niente di tutto ciò che hai avuto fin ora: non una conoscente, non una moralista, non un guru, non una semplice insegnante d’inglese, non un’amica. Solo un consiglio, e la voce che hai dentro, ma non sai esternare.

Ti raccomando di chiamare a casa. Oggi, quando avremo parlato, ti accompagnerò a casa io. Se ti fidi. E tu ti fidi.
Ora è il momento di un thé freddo. Io chiuderò la porta e tu aprirai i dubbi. Soprattutto, non ringraziarmi: sto solo realizzando il mio desiderio di ricominciare.

A.

Photo: Jean-Sebastien Monzani

Ricordami che devo tornare

28 Giugno 2006 5 commenti


Ricordami che devo tornare,

per riprendere il basilico che ora smuore per meriggi in clima improprio.
Ha perso ormai tutto il profumo che lo rendeva unico, mesi fa, quando lo portavo al viso e aspiravo dalle foglie in apparenza avvizzite il profumo di una rocca sul mare, affacciata su una riviera che conosco a memoria.

A memoria, è vero, ma come tornare ora?
Come tornare a piegare lo sterzo sulle stesse curve di allora, come inciampare negli stessi sassi dei marciapiedi, come affollare i supermarket all’ora del pranzo, come, se quando percorro quelle strade mi sembra di tornare a casa per la prima volta? Come, soprattutto, se so che potrei incontrarti dietro al primo angolo di strada?

Per questo non volevo tornare.
Croce sulla memoria, pennarello indelebile su una fotografia in bacheca. Ma poi quelcosa accade: il caldo scioglie quell’inchiostro che si denunciava incancellabile e lascia apparire ancora i nostri sorrisi. Di allora, quando non eravamo altro che sorrisi appesi a un plenilunio.

E allora
ricordami che devo tornare.

Anathea

Photo: Maurizio Melozzi

Io sono [pensieri sparsi senza rime]

26 Giugno 2006 5 commenti


Io sono la nuvola bianca che copre il tuo sereno – cirro intenso -,
sono la torrida afa che asciuga l’energia fresca e bagna il tuo petto di sudore irrisolto,
sono la voce che inframmezza i silenzi e avvolge a matassa caldi gomitoli di racconti, per riscaldarti le notti più tarde,
sono la ribellione all’affronto della tua resa davanti al destino, per non soffrire,
sono la strada da percorrere al meriggio, con la stanchezza di una lingua che arranca tra valli e colline, per scoprire asperità di pelle,
sono la persiana chiusa al tramonto, che si apre da sola al plenilunio, inondando i tuoi occhi stanchi di tanta bellezza – felicità indotta -,
sono il rintocco del campanile delle sei, ogni volta che cerco la tua voce anche solo per un sorriso – dopo l’impenetrata lontananza del buio, un sussurro di gioia nel mattino -,
sono la tessitrice rossa che ripara la sua tela e ti copre le spalle, dividendo il riparo;
sono il ritorno di ogni partenza, quando l’addio si piega all’arrivederci dai miei ai tuoi occhi, in una curva d’incanto.

Anathea
di ritorno dai seggi elettorali per il referendum… Mancata? :) Credevate che fossi in silenzio stampa… eheh… Abbraccio e mi scuso per la pochezza di questi pensieri sparsi

Photo: Jonathan Charles

Sempre più difficile l’amore

23 Giugno 2006 12 commenti


La fortuna aiuta gli audaci.

Da secoli questo proverbio risuona e si lascia tradurre dal latino, senza opporre resistenze. Ma quanto vale? Io sono stata audace, ho percorso fili di lana colorata a ritroso, conscia del pericolo che si spezzassero sotto i miei piedi o mi traessero in inganno con traiettorie curve. Ho sempre appoggiato un piede dopo l’altro, fino a percorrere metà del filo e incontrare colui che proveniva dall’estremità opposta.

Che hai visto da là?
Un’illusione. Dalle rispettive piattaforme, ancora spossati dalla salita per le scalette, non riusciamo a nascondere un’aspirazione sudata, conquistata con la forza.

Balliamo insieme.
E quasi dimentichiamo che solo un filo di lana – rosso, blu, iridato a volte – ci sostiene in piroette sempre più ardite. Occhi negli occhi, senza attenzione alle caviglie piegate ai margini, alle piante dei piedi che versano sangue per le piaghe della fatica. Noi continuiamo a ballare, ancora occhi negli occhi, con l’illusione che sembra realtà.

Allora, sì, la fortuna sembra aiutare gli audaci.
Chi, più audace di noi, si lancia in una danza sospesa sul nulla? Non conosco nulla di te, della tua sede, della passione che ti muove i muscoli e mi affascina. Ma voglio provare a capirti.

Poi qualcosa accade.
Non s’è mai realmente rotto quel filo di lana, ma i piedi feriti sembrano più importanti del movimento che prima ci nutriva, dell’incontro a metà del filo. Sospesi, decidiamo di tornare alle nostre scale, e scendere.
Quante volte ho visto allontanarsi una schiena amata, mentre io ancora ballavo?! E quante volte ho proseguito a inarcarmi sul filo, augurandomi di cadere nel vuoto e eternare quell’inchino.

La verità è che ora, prima ancora di cominciare un ballo nuovo, un refrain conosciuto canterella alle mie orecchie, raccontando di musiche passate, casché improvvisi e abbracci esatti. Tutto suggerisce, prima ancora di appoggiare il piede su un nuovo colore del filo, che sempre più difficile sarà l’amore. Anche per gli audaci.

A.

Photo: Evgenyi Shaman

Dimmi cosa vedi… [solo un uomo in mezzo al mare?]

22 Giugno 2006 3 commenti


Dimmi cosa vedi.
Un uomo.

E come ti pare?
Vecchio, stanco. C’è routine. Forse è abbacinato da un sole troppo rosso, o è solo piegato dai reumatismi.

Per me è diverso.

Quanto è bella la sua barca a misura di uomo, dei suoi piedi piatti, come quelli di ogni grande navigante, in grado di piegare il baricentro ad ogni onda e non fallire. Lui lo sa, ma lascia le mani dalla barca, perché sa che tenere le pareti basse non sarebbe che un motivo per abbassarsi ancora e davvero perdere equilibrio, accogliendo una caduta certa. Allora sta ritto, con la canna da pesca come unico stelo che tocca il mare, quel mare che l’uomo non ha nemmeno bisogno di sfiorare con un’unghia, perché ne conosce la temperatura, il grado di salinità e potrebbe forse ipotizzare la profondità – e sta certo che non sbaglierebbe di molto -.

Guarda dritto all’iridescenza dell’acqua, unico mutamento che non riesce a saziarlo. Nei riverberi rossi del tramonto distingue l’ombra del suo bastone di legno, del remo che sporge dalla barca, ma fa in modo di ritrarre la propria immagine di uomo da quel riflesso interrotto. Cerca l’astrazione, la lontananza, l’esserci su quell’immenso che lo affascina e lo stordisce di bellezza.

Reti vuote non ci saranno.
Anche questa sera. Non perché il mare sia pescoso, ma il mare sente attraverso il legno della barca, attraverso la posizione stabile, lo sguardo immutato a ogni onda, anche a quelle più alte… Sì, il mare sente che quest’uomo è conscio di non aver potenza, e rassegna ogni giorno il suo destino alla clessidra del tempo, tra un maroso e un’alta tempesta.

Il suo ritorno in porto, del resto, non è vittoria, ma semplice conclusione di un giorno di pesca. Anche scendendo dalla barca, lui continuerà ad ondeggiare per parecchi passi, fino alla sua modesta capanna, dove sventrando il pesce e cucinandolo non farà che toccare e impossessarsi del mare che non ha sfiorato prima, per il vitale e ossequioso rispetto del navigante.

a.

Photo: Kenvin Pinardy

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Vedrai, vedrai… [All by myself, I don't need anyone at all]

20 Giugno 2006 9 commenti


Mio caro, stasera quanto sollievo!

Mi concedo questa caduta di stile: avevo promesso a me stessa che non sarei scesa ad una lettera diretta, né a parole che sfacciatamente riportassero a noi. Il bello di questo mondo virtuale è che posso sempre scrivere e lasciarti nel dubbio: parla di me o di un altro? O e solo fantasia?

Stasera non ne vedo motivo.
Perché? Perché è sceso un tramonto rosso macchiato di rosa, come non se ne vedevano da anni in questa pianura dove l’afa porta nebbia anche in piena estate. Forse noi presagiamo già l’autunno, mentre voi non vedete mai la fine dell’estate, finché non vi piove dentro le scarpe e, forse, neanche allora cedete ai maglioni di lana. Per non crederci.

Dunque, ti scrivo.
Parola difficile, anche per me che imbratto pagine di Word ogni giorno, da anni a questa parte, e mi ritengo abbastanza sciolta con cursore e tastiera.

Ti scrivo.
I manuali di scrittura raccomandano di cominciare a scrivere, qualsiasi cosa, finché non si trova la vera strada.
Allora ti dico di oggi. Oggi afa assillante, partita a pallavolo sul cemento che fumava calore, gambe stanche per i pomeriggi sedute a studiare latino. Perché proprio questo esame? Altri cinque farei, piuttosto che questo!

Ti starai chiedendo che c’entra tutto ciò.
Me lo chiedo anch’io, io che mi ero ripromessa di non comandare le parole per questa sera soltanto, di lasciare che il cratere incontinente della mia ansia faccia sgorgare verità e menzogne, ché sotto ogni menzogna c’è un po’ di verità – e tu sai che è difficile leggere tra le verità fantasiose di una egocentrica che sogna di scrivere per sempre -.

Del resto, che aspettavi nel leggere il titolo?
Ti aspettavi l’ennesima dichiarazione, a vuoto, senza risposta?
No. Non è così, e non certo per ripicca.
Il senso di ripicca non mi è mai piaciuto.
Tantomeno adesso, che l’età avanza e sottolinea quanto siano vuoti i giochi di vendette aride e secche.

I giochi di opposti che si attraggono e respingono, ormai, sono vuoti. E temo per questo mio animo che da oltre sei mesi non riceve un palpito, né un incoraggiamento, ma la fredda ammissione che tutto ciò che è stato fu fatalità. Questo, forse secondo te. Fatalità sarebbe arida ripicca, contro la pretesa di sentimenti che si imponevano su un tramonto rosso come oggi. Anni fa.

Ti abbraccio ancora.
Chissà a che stai pensando…

A.

PS- in bocca al lupo ai maturandi!
Photo: Haleh Bryan

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Per fuggire l’anonimato

19 Giugno 2006 3 commenti


Non mi cercavi più. Ero voce anonima alle tue orecchie.
Ma ti parlavo comunque. Fiato al telefono.

Sigaretta alle labbra e fari spenti. Solo un piano che scandiva la mia ansia e la appianava tra volute di fumo e capelli arrotolati a un dito. Il petto cresceva ad ogni parola, per poi affondare in sé e recuperare altro ossigeno – compulsare di vita e timore -.

Timore che riattaccassi, perché le mie erano sillabe confuse a note di un pianoforte che non avrei mai saputo suonare, esattamente come le frasi che mi sforzavo a comporre, affolando azioni che non avrei mai compiuto.

Torno. Ritornerò.
Sono stupida…
Bisogno… Ho bisogno…
E dimmi che voglio…
Solo tu, solo tu lo sai…

E io che mi attaccavo disperatamente, e la cornetta non era altro che il tuo braccio fisso e atavico, mentre la notte presenziava con il tuo stesso sguardo lontano, fuori dalla finestra. Mi raggiungevi, sì, con il respiro che dedicavi alle mie parole sconnesse.

Scambiavo le mani per trattenere il telefono, perché dovevo asciugare un sudore che parlava di tensione e punti irrisolti. E dire che volevo solo parlarti di amore e immaginare il tuo stupore!
Attendevo, invece, che fossi tu a fare il primo passo, ma era una notte senza luna ed era difficile che ti rischiarassi i pensieri con la sola luce della mia confusione. Confusione innamorata.

Abbracciavo con il braccio libero le mie costole strette, carezzavo le scanalature che si spingono verso lo sterno e provavo a riconoscere la mia pelle, sotto la maglietta, mentre tu mi chiedevi di ripetere, perché non riuscivi a capire.
E io non ti aiutavo, certo, perché la mia bocca era impastata di vocali e consonanti che per mesi avevano permeato ogni singola cavità dei denti e del palato, e ora ben poche sillabe rispondevano all’appello disperato.

La canzone terminava, con una cadenza preannunciata che anche tu avvertivi. Avvertivi, in più, che la mia telefonata si sarebbe spenta su quelle note, dopo i cinque minuti e venti della traccia musicale.

Non restava altro.
Moriva tutto, e rinasceva il fallimento. Il solito, osceno, fallimento di chiederti “come stai?” e studiare a memoria la risposta da darti: “perfetto”. Sarei tornata nel solito tonfo di cuore strozzato al tuo minimo interessamento. E poi anonima, ecco che sarei tornata.

Mi puntellavo, allora, con i piedi contro i pedali della macchina ferma, per contenere la delusione.

“Sto uscendo di casa” le tue parole.
“Sono qui fuori” sussurrai appena.
“Da un pezzo ti sto guardando. Spegni l’autoradio e chiudi la macchina. Ora si parla”.
Oltre i cinque minuti e venti di un pianoforte che conteneva lo sfogo di un anonimato mai esistito.

A.

Photo: Maurizio Melozzi

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Essere chiamato pazzo (70)

18 Giugno 2006 1 commento


Una proiezione verso il futuro, ecco che cos?erano quei giorni.
Rasentavo la felicità completa, pensando che niente si sarebbe alterato, e un attimo dopo cadevo nella più totale disperazione, se solo la Delia non era al mio fianco. Questi miei mutamenti di umore mi lasciavano del tutto esangue, spettatore di un altro Flavio che prima non si sarebbe mai permesso simili sentimenti.
Se può consolarmi, non mi vergognai mai di quella frenesia che si attaccava alle palpebre ogni mattina: la paura di scoprire la cecità davanti a un amore corrotto. Semplicemente, spalancavo gli occhi di colpo e non mi quietavo, finché non vedevo la Delia che si riposava al mio fianco, del tutto assente nel suo sonno.
Tuttavia, il mio coinvolgimento non mi impediva di essere sempre presente all?università, dove arrivavo a bordo della mia Fiat, con i finestrini abbassati e una sigaretta alle labbra. Dio, se ero felice! Perfino i miei collaboratori se ne accorsero, e il rettore arrivò a spiegarmi che finalmente poteva accordarmi l?aumento di stipendio che era stato previsto dallo stato.
Niente di meglio, soprattutto in un momento simile! Mi concessi il lusso di comprare un vestito di Armani alla Delia, e una collana che lei non osava neanche toccare. Ma aveva riso. Sì, aveva riso tantissimo, quando nello specchio aveva riconosciuto una regina con le sue stesse fattezze. E questo mi bastava.

Come previsto, la settimana terminò. Anzi, volò, e non me ne resi conto. Da un paio di giorni io e la Delia stavamo facendo conti per valutare a chi lasciare il ?Florence? in gestione, come organizzare il matrimonio e dove. Nonna Teresa, da parte sua, si lasciò sfuggire qualche sorriso, per gli accenni velati che io e la Delia ci scambiavamo durante la cena.
?Quando tornerai?? le chiesi, una notte.
Ricordo che mancavano le stelle, per una coltre di nubi invadenti; cantavano i pavoni dalla villa poco lontana alla nostra e le loro voci stridule annebbiavano ancor di più il buio. D?altro canto, quel nero non era altro che il mio egoismo di non poter aver quella donna con me ogni momento. A partire da subito, senza impegni.
?Spero per settembre, ma non sarà facile? rispose lei, portandosi una mano alla tempia.
?Devi farcela, Delia, perché io preparo le nozze per quel periodo, e tu arriverai con il vestito bellissimo che hai provato l?altro giorno? Anzi, non arriverai, perché sarà già qui ad attenderti?.
Sono certo che lei allora spalancò gli occhi: aveva capito la mia allusione a quel pazzo acquisto, e non sapeva come ringraziarmi. Ci provò con una cascata di baci, ma non riuscì ad accontentarmi. La allontanai un poco:
?Settembre, hai capito?? volevo sicurezza.
?Settembre, e sia!? aveva fretta, lei, di abbandonarsi tra le mie braccia.
Le passai le mani sulla schiena e le raccontai che non ero mai stato tanto sollevato. Anche lei, ma non capiva che la sua facilità nel rivelare i sentimenti era l?opposto della mia prudenza.

Il mattino della partenza partì con una pioggia insolita, e una mesta aria che circolava per l?intera casa. Cercai più volte di strappare le valige dalle mani della Delia, promettendole che l?avrei lasciata partire un altro giorno, ma non ero affidabile: continuavo a procrastinare date, come uno jo-jo impazzito.
Quando compresi che lei sarebbe partita comunque, baciai le sue mani e la convinsi a lasciare che la vestissi io, come se potessi riportare indietro il momento della nostra conoscenza a un?infanzia vissuta lontano. Ma quanto era simile quella nostra infanzia da orfani, quanto! L?abbracciai a lungo, poi, mentre sentivo la seta del vestito che aderiva alle mie mani sudate e ai suoi fianchi.
Avrei voluto parlarle di quanto mi sarebbe mancata, del varco di attesa che apriva dentro di me, ma non riuscii a far altro che ripeterle:
?Ti chiamerò tutti i giorni, okay??.
?Sì, Flavio, ma adesso conosco anch?io il tuo numero. Parlerò ad Anna Lea e ti farò sapere come lei l?ha presa?!?.
L?idea di Anna Lea e della grande notizia non incuteva più timore a nessuno: anzi, io e la Delia ormai non facevamo che fantasticare sulle sue reazioni, sulle domande a cui non avremmo risposto, con la motivazione che era troppo presto, o alla voglia di vederla vestita da damigella, con un bel vestito da bomboniera.
Anche quella mattina, a casa, trascorremmo gli ultimi momenti così. Ed era la fine di giugno di un anno torrido.

Alla stazione, invece, smettemmo di parlare. La Delia era ancora commossa dall?abbraccio sentito di nonna Teresa, mentre io affondavo la mia malinconia in una valle di silenzio e tramestio interiore. Per tutto il tragitto, camminammo per mano, e avrei dovuto confessare alla Delia che mi faceva male la sinistra per il peso della valigia, ma non trovai mai il coraggio di sottrarmi alla sua stretta.
?Ti ricordi tutti i cambi?? le chiesi, preoccupato. Volevo dirle ?ti amo?.
?Sì, sì, li abbiamo scritti sul foglio, ricordi??.
?Certo? E vuoi ancora qualcosa da mangiare??
?No, grazie, ho già tutto? Mi raccomando, pensa a tornare a trovare Giorgio ché non ti vede da una settimana per colpa mia?.
?Figurati? ribadii. Cosa poteva darmi un?amicizia così, quando avevo l?amore sotto gli occhi?
Ci abbracciammo stretti, appena il treno arrivò sbuffando. Provai a rassicurarla, ma pensai che quei cinque minuti scarsi erano la nostra ultima occasione per ritrovarci.

Anathea

Photo: Andrea Endisch

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Solo perché non hai poesia

16 Giugno 2006 3 commenti


Le tue parole sono versi brevi da ermetico.

Non versi, anzi, versicoli di pensiero: non devo dare senso a ogni singola sillaba, ma al senso di ogni morfema. Morfema di parola, insomma. Te lo preciso, perché tu non hai poesia.

Così ti lamenti sempre, appoggiando la fronte sulla mia spalla, in cerca di protezione, o solo per deviare i discorsi. E io ti lascio fare, ma ti ascolto ancora, e cambio idea.

Le tue parole sono filosofia, ma non estetica.

Non ami perderti in sillogismi inutili: meglio chiarire quella massima che cerchi di applicare di giorno in giorno, con la fermezza stoica, e vivere ogni attimo, con la vera corrente edonistica – due estremi nella tua routine combaciano -. Sostieni di lasciar fare al destino, ma ancora non so capire se è sragionatezza, lassismo o senso d’avventura. O incoscienza, forse.

Le tue parole sono aforismi.

Partono da un’esperienza e, per induzione, ecco che arrivi alla tua verità. Quante ore passate a controbattere le tue idee, quante ore a giocare con le frasi teoriche per non addentrarci mai alla verità! La verità è che allora batteva il cuore, per ogni mia visione che difendevo a testa alta, per idealismo ma soprattutto per poterti guardare negli occhi.

Le tue parole sono il silenzio.

Ora sbattono di continuo nella memoria, in un maremoto che sciaborda e mi estenua di notte, quando le ultime difese sono state dimesse e non mi resta che abbandonarmi al sonno. Ma non è quiete.

Anathea
tornata da qualche giorno di vacanza tra conti e contesse :)

Photo: Jean-Sebastien Monzani

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