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Archivio Marzo 2006

Incontro al buio [sorpresa!]

31 Marzo 2006 3 commenti


In un primo momento, appena varcai la soglia, non distinsi niente. L’aria fumosa della stanza appesantiva le palpebre, già messe a dura prova da un buio fitto e inquietante. Non mi ero mai trovata in situazioni simili, e la tachicardia che sentivo nel cuore non mi permetteva comunque di fermarmi. A piccoli passi incerti avanzavo nella stanza.
“Vieni avanti così, stai andando benissimo…” disse una voce che, lontana da me, mi fece sobbalzare.

Sembrava provenire da una catacomba, tanto era profonda, e la sua fonte rimaneva ancora ignota. Dopo qualche passo, i miei occhi cominciarono ad adattarsi all’oscurità e videro in fondo alla stanza un vecchio tavolo massiccio, con i bordi intarsiati; poi si accorsero che c’erano due sedie accanto, che parevano scranni regali e infine, lì seduto, il vecchio che mi aveva incoraggiata. La prima cosa che mi colpì furono i suoi occhi nerissimi, che avevano continui guizzi di interesse. Sembravano tutti sguardi di un ragazzino, non di un vecchio!

Per cortesia, gli allungai una mano, che lui strinse con una gentile possenza e mi invitò a sedere con un cenno. Quell’ambiente mi metteva di cattivo umore, perché non potevo proprio evitarmi di ricordarmi di quando andavo da mia nonna, da piccolissima, e mi sedevo su sedie mastodontiche e scomode quanto queste. Il lavoro, tuttavia, mi aveva portato qui e mi tratteneva ancora. Aprii la valigetta, estrassi il registratore, attivai il piccolo microfono e, per precisione, preparai carta e penna.
“Signor Davide, sono qui per Lei… Mi è stato detto che ha voglia di raccontare la Sua storia… Eccomi”.
Davide scosse la mano nodosa e versò faticosamente il té in due finissime porcellane. Ne spostò una verso di me, ammiccando:
“Niente si può dire, senza un bel té… Rende tutto più famigliare”.
Avrei dovuto spiegare a Davide che non c’era necessità di un clima famigliare, perché me ne sarei presto andata da quella stanza antica e non avrei ricordato altro che il lieve sentore di muffa. Invece, tacqui e soffiai sul té bollente.

Davide mi guardava, occhi negli occhi. Quando si alzò dallo scranno e andò verso la finestra, per tirare le tende, provai una vaga delusione, perché m’ero abituata alla penombra e, anzi, mi ero addirittura affezionata al ruolo primario delle nostre voci. Tutt’attorno, in quel momento, si rivelarono gli altri pezzi d’arredamento e di colpo vidi. Vidi che la parete era tappezzata con antichissimi manoscritti, inquadrati e appesi secondo uno studio attento. Trattenni il respiro. Mai, in tutta la mia vita, avevo visto tanti frammenti da un privato…

“Dopo che lei morì, non mi restò altro…” sussurrò Davide, portandomi un antichissimo messale pre-gregoriano.
“E’ magnifico, mi creda…” commentai, sentendomi ancor più a disagio.
“Mi dissero che ero matto, perché scelsi di non abbandonare più questa casa. Nemmeno per una conferenza, nemmeno per un mercato o una fiera, nemmeno per trovare gli amici di un tempo. Io rimasi qui, facendomi rifornire di tutto il necessario, per pensare, nel buio e nel silenzio… Lei mancava”.
“Per ‘lei’ intende Delia?” chiesi.
Rimpiansi subito la mia domanda, perché Davide mi assassinò con lo sguardo e poi annuì, mutando i suoi bellissimi occhi vivi in uno sguardo rassegnato, da vecchio giunto al traguardo.
“Lei, sì… E io… Io che non mi sono sempre chiamato Davide, sa? Per un certo periodo mi chiamavano Flavio, e prima ancora Nico. Lei mi chiamava così…Perché lei mi amava, anche se le nostre vite si sono spezzate troppo presto…”.

D’istinto, presi la mano del vecchio nella mia, come per cullarla. Davide-Flavio recuperò in fretta la voce, come anche la sua forza, e si ritrasse dalla mia stretta cortese.
“Già da giovane mi chiamavano ‘pazzo’… Adesso che lo sono diventato a tutti gli effetti, forse è arrivato il momento per raccontarle tutta la storia…”.

Mi misi comoda, sorseggiai il té e controllai l’orologio: erano le tre del pomeriggio. Compresi che avrei tardato per cena.
Poi Flavio, cominciò a parlare.

A.
una possibile introduzione a “Essere chiamato Pazzo”… semplice ipotesi… che dite?

Photo: Jean-Sebastien Monzani
Riferimenti: La prima puntata… Continua a leggere la storia

Durasse almeno…Mezz’ora…

30 Marzo 2006 14 commenti


Sembra perfetto il cielo che ho lasciato
è lo stesso che ritrovo tutto l’anno qua
tornare tutto era al suo posto
quasi ad aspettare che me ne tornassi qua
da solo, quasi a ritardare il momento
di lanciarmi nella mischia

Stasera tutto sarà diverso. Dimetterò le mie parole da letterata e mi vestirò di parole da sballo, tacchi alti e borsetta pailettata. Truccherò le labbra con una vena di ironia cinica e abbonderò col profumo, per mascherare la paura di passare inosservata.
Stasera, sballo…
Stasera piede sull’acceleratore, sigaretta alle labbra, bicchiere nella mano destra. Stasera ancora sedici anni, voglia di baci e spensieratezza, voglia di scoperte e giochi a nascondino nella massa danzante. Stasera ballo lungo, interdetto, con l’unico scopo di non essere monotona. Stasera ancora le amiche che mi prendono per mano e mi sussurrano di fare in fretta, ché c’è un ragazzo all’angolo che mi sta guardando. Stasera sorriderò alla nostra anonimia.

Ma so che la sera tutto funziona
e che se cerchi una risposta forse ti arriva
è l’atmosfera che ti trasporta
verso la voglia che ti torna
un’altra volta meglio la sera
fuori dal mondo mentre il mondo
mi gira tutto intorno tra me e me
che penso a quello che mi aspetta
in questa sera che mi gusto senza fretta

Pista gremita, corpi strusciati e anonimi. Troverò tutto ancora eccitante, come se stessimo assistendo a una enorme orgia comunitaria, dove ciò che conta è sapere che sai ballare e il tuo corpo mi attrae. Regole del gioco: nessuna. Senza esclusione di colpi.
Sorrido e rispondo al telefono: è Paola, che s’è persa nel paese vicino. Ha la voce concitata e mi fa sorridere, perché mi ricorda le prime sere di patente, quando non si beveva nemmeno un drink per paura di uscire di strada e si sbagliavano comunque le inversioni.
Provo a tranquillizzarla. Due minuti, due minuti e arrivo io.
Concludo in fretta i preparativi, infilo le scarpe da ginnastica senza stringarle e sistemo in macchina i tacchi alti. Altra abitudine conservata.
Non ci metto tanto a trovare Paola e accosto. Quattro frecce, lampeggianti.
Lei ha un vestito azzardato che le mette in mostra tutti i difetti fisici, ma è bella, per chi conosce il suo spontaneo menefreghismo. Lei, lei che s’è sempre accettata, dopo aver rischiato l’anoressia.
Le faccio un cenno, ché siamo in ritardo e gli altri ci aspettano. Tutto torna come era sempre stato: gli effetti comici della sua fretta, il ritardo endemico di Moreno e Matteo, la chiccheria di Federica, le risate stridule di Gaia, i messaggi sconci tra Luca e Sandra.

per ogni giorno che passerò
spero che possa riavere questa voglia che ho visto
che so che questo cielo si dimentica na na na na na….
e troppo in fretta ma so che prima o poi passerà stasera
e che tutto ritornerà com’era

Mi sento ringiovanita, io che ho passato vent’anni da una manciata di mesi. E’ la leggerezza, però, che mi prende: cancello i problemi del mondo, e la più grande preoccupazione è abbracciare Fabio come se dovessi mandare un altro messaggio, o salutare Elisa sbracciandomi.
E’ uno stato di quiete e agitazione ormonale, insieme, mentre Maurizio mi invita a ballare. Accetto, tanto per non sedermi.
Stanotte, non si pensa…
Durasse almeno mezz’ora…

sarebbe bello durasse almeno mezz’ora
comunque andrà dovrà tornare com’era
sarebbe bello che durasse almeno mezz’ora

A.
solo divertendosi….

Photo: Randall Paul

Riferimenti: L’intero testo dei "Mezz’ora" di Zero Assoluto

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Guardandoti (mentre sei solo sonno) – omaggio a un "uomo senza vita sociale"

29 Marzo 2006 3 commenti


Stai dormendo, appoggiato al cuscino.

Io sono lontana da te, perché odio l’idea di dormire abbracciati: ho bisogno dei miei spazi, di stendermi all’ingiù e allagare la federa con i capelli, in un bagno castano che senz’altro ti irriterebbe il viso.

Sono lontana, ma ti guardo.
Tengo la cascata di capelli da un lato, mentre le dita stanno vicino alla bocca e giocano con le labbra, ancora umide dei tuoi baci.
Ti penso e sembra un eufemismo.
Ti penso e ti guardo, e sembra un’esagerazione.
Ti penso, ti guardo e ti voglio, e sembra uno slogan per un bene di lusso.
Ti penso, ti guardo, ti voglio e ti amo, e sembra una dichiarazione da Harmony.

Allora sto zitta, con i polpastrelli delle dita irritati da morsi leggeri e nervosi, da bambina. Erano anni che non mi succedeva più, ma in questo momento sei troppo per questo mio equilibrio e mi sbilanci, dal lato della felicità.
Felicità precaria.
Precarietà paurosa.
Paura…

Provo a pensare che, in fondo, oltre a te ho mille altre possibilità. E’ vero, come del resto non potrà mai mancarmi il tuo abbraccio nel sonno, perché non ti ho acconsentito di annegare tra i miei capelli, aspirare il mio profumo prima di addormentarti e sentire il mio respiro entrare nel tuo petto…

Non te l’ho permesso, perché avresti compreso dal mio respiro irregolare e dallo sfarfallio delle ciglia che non avrei mai chiuso occhio stanotte, perché, nonostante le tenebre, sei un sonno da godere.

A.

Photo: Oleg Malyshenko

Lettera al figlio che non mi odierà più

28 Marzo 2006 5 commenti


Caro figlio mio,

ti scrivo su questa pagina di giornale, perché ho finito anche la carta bella delle buste – mi odiano ancora i mittenti di un sacco di lettere, mai arrivate! Ma sai che io avevo bisogno la carta per scriverti a te (lo so che ho sbagliato, ma va bene così).

Adesso allora uso la pagina di giornale e una vecchia penna Bic rubata nell’ufficio di collocamento – non ho fatto fatica, ho solo dovuto accontentarmi di lasciare là il tappo. Pazienza, pazienza, basta che questa penna scriva fino alla fine della pagina e scriva tutto quello che devo dirti, perché poi sarà tardi per aggiungere altro.

Allora scusami, perché queste parole si mischiano alla pagina di sport di tre giorni fa e in tutto questo rosa faccio fatica a scrivere, senza fare casini tra le righe.

Non devo dirti niente, ma le abitudini sono le ultime ad arrendersi.
Qui tutto fa schifo: sai che il cibo non è mai stata la mia prima necessità, però adesso scarseggia e ci sono momenti che penso di morire dai rumori del mio stomaco vuoto. Bravo scemo, mi dico, io che mi sono scelto questa vita sbagliata, e sono finito in questo Paese, senza più soldi, senza più permessi, senza più passaporto. Ancora, però, ci metto la maiuscola – a questo Paese -, perché qui c’è un grande fiume, il Sakarya, e mi illudo che vicino a questa foce potrei incanalarmi anch’io, scivolare nel Mar Nero, passare per lo stretto dei Dardanelli e arrivare a te. Al nostro paese, che adesso scrivo così, senza nomi maiuscoli, senza pretese, visto che l’ho ripudiato. Mio malgrado, figlio mio, non credere…

Tornare tornerei, ma tutto è cambiato. Ti giuro su Dio che con queste guance incavate sto benissimo, né capiresti l’odore di spezie che porto addosso come una seconda pelle. Sto bene, mi sento un vecchio con le unghie sporche e rotte, ma con un sorriso addosso, perché ho finalmente compreso che non sono stato fatto per restare con voi, nella vostra società. Ho tutto qui, e tu lo sai. Per questo mi hai scritto che mi odi e non vuoi mai più ritrovarmi, nemmeno per uno sguardo, nemmeno per una lettera.

Ti fanno schifo, sì, le mie mani sudicie di felicità. Felicità terrena, raccolta in pugni di fango, senza paura di sporcarsi. Non sai perdonarmi perché ti ho lasciato la tua eredità troppo presto – tanti mi bacerebbero i piedi, per questo! -.
Tu volevi un padre, un padre e basta. E non hai avuto niente, se non un finto idealista che è andato agli antipodi della società (ancora mi ricordo ‘antipodi’… italiano conservato per te, figlio mio).
Hai ragione. E’ stato tutto fottutamente sbagliato.

Come sbagliata, adesso, è stato il telegramma di tua madre, così crudo e freddo. Mi ha detto: “FRANCESCO MUORE STOP CANCRO STOP GIA’ IN CLINICA DA UNA SETTIMANA STOP NIENTE DA FARE STOP NON TORNARE”.
E io sono rimasto lì, con gli occhi gelidi per il vento e un’aria di sabbia che mi rompeva la faccia in altre rughe. Mi sono sentito vecchio, perché un padre che sopravvive ai figli è una disgrazia maledetta. Ho bestemmiato, Francesco, e ho capito che tua madre non è più mia moglie da un pezzo. Ma questa è una storia che non ci riguarda.

Piango. Sto piangendo.
Questo non ti tirerà su, ché tanto non ti tirerà su proprio niente.
Nemmeno il mio merdoso senso di colpa, nemmeno il mio egoismo pentito, nemmeno le mani che adesso tremano su un mozzicone acceso. Dagli anni che son qui, sì, ho sempre mangiato il cibo degli altri, indossato i loro vestiti, scrollandomi dalle spalle la resposabilità. Non ha più senso.

Sì, stanotte verrò a cercarti. Non mi importa, sarò un santone turco agli occhi della tua Italia, ma non mi interessa. Lo stretto dei Dardanelli arriverà ancora, prima di accogliere te. Io passerò dalla foce del Sakarya e ti raggiungerò. Per chiederti ancora scusa.

tuo Padre

Anathea
(sgrammaticando un po’ la vita)

Photo: Nikola Borissov

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Te lo voglio far sognare il mio tesoro

27 Marzo 2006 1 commento


Oh marinaio che stanotte porti in porto la tua nave
tu che stringi forte i nodi con facilità
sarebbe bello senza reti dimenticare il tempo
ma se ne va questo momento non partire
sulla mia pelle giochi di nylon
nel mio respiro trabocca un bacio
sulla tua pelle si scioglie il sale
sei tu al timone e io mi sento in alto mare

Rasento il muro per sfiorarne le asperità. Socchiudo gli occhi.
Lontano, da me, l’America prende il largo, abbandona i porti conosciuti e già si protende, vogliosa, verso una costa sconosciuta. Questo, solo nei miei pensieri, perché l’America in realtà è attraccata e, di tanto in tanto, si vedono le luci intermittenti che segnalano la sua posizione. Se ne sta lì acquattata, in mezzo al mare, con lo scafo ricoperto d’alghe di chissà quale provenienza, mentre le onde leccano con avidità quei sapori lontani.
Presto, presto, anche America partirà. E io continuerò a fissare il mare, di notte, in attesa di ritrovare le sue luci intermittenti.

Oh marinaio ti inseguirò in un nodo dolce dolce
tra le perline sparse e perse nei dintorni
ovunque andranno le risposte cercando l’oro che ci lega
come bambini arricciolati di un mandala
sulla tua pelle mi leghi a un bacio
e sento sangue, sangue e odore di reato
sulla mia pelle veleno sacro
e sai di boschi di maremma e di bugie

Pensarti è lasciare che ti materializzi, alle mie spalle, e mi cingi i fianchi con una stretta dolce, direi quasi timorosa d’illusione.
“Camminiamo” mi dici.
“Laggiù, voglio andare laggiù” sussurro, indicando con un dito tremante l’altro pontile, lontano e già di per sé più scuro.
Camminiamo davvero, con le nostre braccia allacciate e un terrore che ansima in me. Sento che questa notte non riuscirò a chiamarti ‘marinaio’, consueto appellativo: non giocherò affatto, perché stanotte c’è in palio un ricordo eterno, che devo saper valutare per bene… Dare il meglio di me, mentre accarezzi la mia schiena solitaria. Sai cosa chiedermi.
Ci sediamo a terra, sui sassi della spiaggia e non vale sentire il dolore sotto la schiena, non vale a perdere questa voglia di domandarti di più, di più degli ematomi che solcheranno la mia pelle, per i sassi, di più della fatica delle tue anche, spinte contro le mie.
Sarà di più… Perché domani l’America salperà con le nostre fantasie e la voglia di succhiare ancora questa notte… Per sentirci altrove.

Sulla tua lingua cibo d’amore
e mi dai sete vento e inferno sulle vene
te lo voglio far sapere dov’è il tesoro
di questa nave
te lo voglio far sognare il mio tesoro
tra il collo e il cielo nudi solo
in questo bacio vero

Buon viaggio non vale in questa notte. Esploriamo insieme gli stessi luoghi, pieni di desideri esotici, e la stretta del tuo abbraccio è un’ancora poderosa. La nave, comunque, partirà.
Allora ti chiedo di lasciarmi da sola. Voglio vedere i tuoi passi incespicare nei sassi, così come farei io, e accorgermi che niente, in te, è divino.

A.
te lo voglio far sognare il mio tesoro (a Gianna senz’altro perdonate il pronome eufonico che a me non perdonereste… ;) )

Photo: Mircea Bezerghenau
Riferimenti: La canzone di Gianna Nannini

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[No one cares] …

26 Marzo 2006 3 commenti


No one cares…
Ridiamoci sopra, anima mia, così sdraiate sul pavimento.
Ridiamoci sopra, perché siamo corpo e anima e nessuno ci bada.
Possiamo abbracciare tutto il freddo del marmo, allargare le braccia in un approccio comico, imitando il nuoto a rana. E tanto siamo sole, sospese sul piano soprelevato di casa, ché, sotto di noi, sotto il marmo, c’è aria e un soffitto.
Tutto è relativo. Per noi pavimento. Per la gente di sotto, soffitto.

E intanto…
No one cares…
Ridiamoci sopra, e non ascoltiamo le voci che consigliano di abbandonare il sorriso amaro per una bella indifferenza. Almeno, anima mia, noi sorridiamo, e proviamo a buttarci oltre le spalle l’andirivieni di sguardi e opinioni. Noi, almeno, soffriamo.
E non ci importa affatto di essere le sole a soffrire, quando fuori si paventano litigi per una nuova borsa di Prada, e noi chiediamo solo un abbraccio…

Abbraccio che tanto non arriva…
No one cares…
Proviamo a gridare insieme questo stralcio di passione… Anima mia, hai dimenticato pure questo, non è vero? Ti rinfresco la memoria: su questa canzone avremmo sempre voluto gemere, gridare di piacere e poi abbracciare una schiena maschile che ben sai… Non faccio nomi, ché tanto No one cares…

Anima mia, sono un poco ingrassata,
ho le calze smagliate dagli stivali e la gonna sollevata.
Io… penso… che vorrei…
Diavolo, ancora non riesco a dirlo?
Io vorrei prendere un treno. Che pensavi?
Vorrei prendere un treno, fermarmi dove lui non aspetta e dirgli che sono in stazione e l’aspetto dietro l’ingresso. Vorrei rischiare la denuncia, fare l’amore nella piazza davanti alla stazione, e non importa se attirerei gli sguardi, perché attorno non avrei altro che lui…
Nota, anima mia, che t’ho lasciata fuori da questo sogno erotico.
In fondo, l’anima non serve quando vuoi sperperare passione per un bacio gelido…

No one cares…

A.
e più ci penso..

Photo: Jean-Sebastien Monzani

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Sintesi

25 Marzo 2006 5 commenti


Sei solo nebbia stemperata in fretta,
bianchi frammenti baciati di sole.

Sei bianco per contrasto
con il nero della mia anima.

Abbiamo sfocato insieme
i colori del giorno, sorridendo
il nostro destino opposto,
nonostante l’incontro.

Restiamo, congiunte le appendici,
come lunga scia di fumo
contro acqua di neve.

E noi, viandanti per errore,
abbiamo mischiato gli estremi
per ottenere tutti i grigi
di questa terra e di questo cielo.

A.
a cui manca il suo colore puro, senza grigi, senza bianchi, senza neri… (sono solo di passaggio oggi…)

Photo: Oleg Malyshenko
Riferimenti: [e se di te, perdo......] il ricordo

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[io non voglio esser...]… solo

24 Marzo 2006 7 commenti


C’è un posto dentro me che non ti mostrerò
É qui nascosto

C’è un bambino che ora sa che si è perduto,ma
Ancora resta là
Ancora ce la fa
E, mentre aspetta lui
Lui si accorge che è solo
Io non voglio esser solo

Stanotte non siamo soli.
Stanotte salutiamo insieme le stelle e poi chiudiamo le persiane, per tenerci caldo. Proviamo, stanotte, a scambiare i valori delle frasi, insultandoci con frasi d’amore e vibrando sulla scia di cattiverie. Invertiamo ciò che vorremmo sentire, per riscoprire la bellezza dell’inaspettato.
Io mi sto liberando di tutti i pregiudizi. Mi lavo l’anima prima di entrare in questo tuo mondo privato, osservare le foto che hai appeso alla parete e non chiedere niente, ché niente cambierebbe questa notte. Notte a persiano chiuse.

C’è un posto dentro me che non ti mostrerò
é un posto freddo
Lì c’è un uomo stanco che tra le sue maschere
Continua a vivere
Qualcosa che non c’è
Ed ogni volta lui
Lui si accorge che è solo
Io non voglio esser solo

Ci stringiamo forte le mani.
“Sei uno stronzo” ti sussurro, baciando prima tutte le tracce dell’assenza che, come una lunga strada, mi conducono dal collo alla tua bocca.
“E tu una strega” rispondi, socchiudendo gli occhi.
Siamo così, noi, pronti a sbirciare sotto le ciglia gli effetti che ci scambiamo, invertendo le frasi e ringraziando la notte per essersi lasciata estromettere dalla stanza. Noi parliamo, intanto, perché sono mesi che non sappiamo niente l’uno dell’altra e non si può lasciare sottinteso nemmeno il numero di scarpe.
“Ho cambiato la macchina” racconti appena, slacciandomi gli stivali in un gesto molto sensuale.
“Lo so… E io ho comprato una scrivania nuova, che s’affaccia alla finestra che preferisci” sei ai miei piedi e stai percorrendo con le dita i segni che hanno lasciato le cerniere degli stivali contro la pelle. Provo solletico e tenerezza.
“Com’è?”. Non smettere di chiedere. Non smettere di slacciarti la camicia.
“E’ blu, come il resto della stanza… E di fianco ho la bacheca delle fotografie. Ci sei anche tu” preciso inutilmente.
“Sulla macchina nuova ho portato un vecchio cd… Cd misto…” sussurri, baciandomi un orecchio.
“Era il cd che ascoltavamo insieme?”
“No, troppo romantico… Era il cd che ascoltavo quando non c’eri… Insomma, il cd che ascoltavo sempre, dopo di te”.

E tu ora mi chiedi che cosa vuol dire
Stare accanto a me
Se quello che vedi vuoi chiamarlo amore
Non lasciarmi mai solo
Io non voglio esser solo

Tra tutte le cose che vorrei chiederti, non ce n’è una in grado di esprimere l’esattezza di questo momento. Solo, ti domando che significa stare qui, adesso.
“Non credo che rinunceresti a tutto il resto, se non contasse qualcosa questa notte”.
“Non deviare il discorso… Io voglio sapere perché siamo qui… Io e te, voglio sapere perché mi stai baciando come se ti fossi sempre mancata, mentre in realtà i tuoi silenzi mi hanno spossata, costringendomi ai bordi della tua vita. Io, reietta…”.
“Sei una stronza” sussurri e già mi abbracci. Stretto, quest’abbraccio.
“Tu, sei uno stronzo” ti batto un pugno sulla schiena, ma è un pugno a me stessa e alla convinzione che ho ogni volta, di resisterti.
“Sei una stronza, perché poi mi lasci solo”.
“Sono stronza, sì, perché ancora mi convinco di poter partire da questa stanza e riaprire le persiane come se niente fosse, come se quest’abbraccio non significasse ti amo e, soprattutto, come se tu non mi baciassi, ancora ogni notte, in sogno”.

E torno a vivere
Qualcosa che non c’è
Qualcosa come se
Io non fossi più solo
Io non voglio esser solo
E torno a vivere
E torno a vivere

A.
la canzone di Renga è bellissima e chiedo perdono per la mia storpiatura… Presto, un esperimento stilistico… Buon weekend a tutti!

Photo: Craig McDean
Riferimenti: La canzone "Solo" di Francesco Renga

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Pur odiandoti [eri bella]

23 Marzo 2006 7 commenti


Tu vestita di fiori
o di fari in città
con la nebbia o i colori
cogliere le rose a piedi nudi e poi
con la sciarpa stretta al collo bianca come mai
ma…aha ah eri bella, bella
comunque bella.

A lungo ho pensato che l’amore avesse la tua fronte.
Importante e libera dai capelli, in caduta libera verso i pozzi celesti degli occhi. Ho dovuto graffiare a lungo la parete per accorgermi che era finzione e le mie dita erano già sanguinanti, affondate nel cartongesso: allora ho scoperto che eri una semplice puttana, venditrice porta a porta della tua bellezza.
Ci ho messo tanto prima di ammetterlo, perché più ti guardavo e più immaginavo gli occhi dell’altro uomo sul tuo corpo, quando tu boccheggiavi sotto il suo piacere. Magari fingevi. Magari fingevi con me.
Poi, un giorno sei entrata in casa e hai portato la pioggia. Io non ero uscito, con la scusa di sbrigare il lavoro dal mio studio, senza affrontare il consueto traffico cittadino. Io non ero uscito, e tu invece sì. Con l’assenza del tuo corpo e la presenza – prepotente – della mia immaginazione, avevo atteso il tuo ritorno. E tu sei tornata, portando odore di pioggia sui capelli bagnati e sulle mani infradiciate per tenere le borse della spesa.
Eri bella… Comunque bella…

Quando l’arcobaleno
era in fondo ai tuoi occhi
quando sotto al tuo seno
l’ira avvelenava il cuore tuo perché
tu vedevi un’altra donna avvicinarsi a me
prima ancora che io capissi e riscegliessi te
tu… aha eri bella, bella
comunque bella…

A lungo ho atteso prima di accennarti il problema. Il problema, che ancora non volevo ammettere, era questo: la tua bellezza faceva spallucce ogni giorno, mentre l’intero mondo si voltava a cercarti.
Temevo gli sguardi, e la gelosia mi divorava l’anima in silenzio, per non disturbare il tuo sonno placido di bambina. Ho anche pensato che avrei voluto ucciderti. Almeno, in questo modo, nessuno ti avrebbe rapito dal tuo fascino inconsapevole, sempre così spontaneo, sempre così vivace, sempre così mio. Pensavo alla tua morte, ormai, da un mese abbondante, cucendoti addosso tutte le possibili uccisioni. Addirittura già mi figuravo il tuo funerale.
Tu, intanto, mi sorridevi e mi chiedevi cosa m’adombrasse. Nulla, nulla, tesoro mio…
Infine, ho abbandonato anche questa insensata soluzione. Mi sono ritirato tra le gonne di un’altra donna, rifiutando la tua unicità, il tuo profumo, la curva dolce delle tue labbra, l’arrendevolezza dei tuoi fianchi.
Tu l’hai scoperto e hai chiuso la porta di questa casa. Per rientrare, dopo una notte di pioggia scura.

Anche quando un mattino tornasti vestita di pioggia
con lo sguardo stravolto da una notte d’amore
“Siediti qui non ti chiedo perdono perché tu sei un uomo”.
Coi capelli bagnati – so che capirai
Con quei segni sul viso – mi spiace da morire sai
coi tuoi occhi arrossati, mentre tu mentivi e mi dicevi che
ancora più di prima tu amavi me

Sei tornata. Volevi vedere la forma delle occhiaie di un uomo disperato? O scorgere nelle sue parole l’insensatezza del vino? Però sei tornata. Avevi la stessa aria distrutta che portavo io, e tra le mani condividevamo un tremito innocente quanto il nostro peccato.
Ci siamo traditi, tesoro, ed è stato tanto un gesto d’amore, quanto un atto di egoismo. Spaventato dalla tua bellezza, ho provato a rifuggirti, per poi spingerti lontano e perderti, vedendoti tornare ridotta così, in quest’alba uggiosa.
Ti ho accarezzato il volto: aveva ancora la stessa pienezza di un’albicocca matura. Forse sarà proprio questo che non scorderò: l’ultima lacrima vellutata sulla tua guancia, arrossata di baci altrui.

tu… uhu eri bella, bella
comunque bella…

A.
ancora Battisti… ;)

Photo: Norm Murray
Riferimenti: "Comunque bella" di Battisti

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Ridiamoci sopra [ancora tu... ma non dovevamo vederci più?]

22 Marzo 2006 7 commenti


Ancora tu, non mi sorprende lo sai
ancora tu, ma non dovevamo vederci più?
E come stai? Domanda inutile
Stai come me e ci scappa da ridere.
Amore mio, hai già mangiato o no?
Ho fame anch’io e non soltanto di te.
Che bella sei sembri più giovane
o forse sei solo più simpatica.

La notte sta sfoggiando un buio elegante e, al tempo stesso, umile, come se non sapesse evitarsi questa sua lunga seta nera. In quest’atmosfera, sembra tutto migliorare, compresa la pianura che odio: il piattume si trasforma in nero omogeneo, basso e limpido, davanti ai due cerchi rossi degli stop che mi fanno compagnia. Ho detto che tutto sembra migliorare, sì, ma è semplice apparenza: la tua presenza, qui, di certo non cambia i colori della notte.
“Beh, come stai?” domandi tu, affondando le mani in tasca.
“Così” ti rispondo, e scrollo le spalle.
Davvero non ho niente da dirti, e non devo giustificarmi se sto seduta al bordo di questo marciapiede, con i jeans chiari che senz’altro si sporcano. Non devo nemmeno spiegarti perché sto su una via del paese alle due di notte e ci sto da sola, con la macchina parcheggiata a un paio di metri e le luci accese, come se me ne dovessi andare in fretta, di lì a poco. Stanotte sono io a sconvolgerti e, credimi, non ne avrei alcuna intenzione.

Oh lo so, cosa tu vuoi sapere…
nessuna no, ho solo ripreso a fumare…
Sei ancora tu purtroppo l’unica
Ancora tu, l’incorreggibile,
Ma lasciarti non è possibile.
No, lasciarti non è possibile.
Lasciarti non è possibile.
No, lasciarti non è possibile.

Tu invece insisti. Levi dalla tasca una sigaretta, l’accendi e lasci che io mi abitui alla tua compagnia silenziosa: preferirei tornare ai miei pensieri sulla notte, sai? Ma l’educazione, ancora una volta, mi vieta di allontanarti, come mi ha vietato quasi tre anni fa di schiaffeggiarti in pubblico. Do uno sguardo al cellulare -muto- e mi accorgo che non ho nemmeno una scusa per indietreggiare e andarmene.
“Ho ripreso a fumare…” dici, pensoso.
Forse è più una riflessione per te stesso che per me, dal momento che non stai nemmeno cercando il mio sguardo.
“Il problema è che il fumo, per me, è sempre stato compensatorio… Ne farei volentieri a meno” continui.
“Allora smetti” faccio io, laconica.
“Non è tanto facile… Come smettere di pensare qualcuno… Non è tanto facile… Glo… Mi pensi ancora?” domandi a bruciapelo, gettando lontano la sigaretta.
Non ci penso molto.
“A volte”. La libertà di non giustificarmi mi permette di risponderti qualsiasi cosa e io mi sento ancora più sciolta da tutti i vincoli.
“Spesso?”
“A volte” ribadisco. Ti offro solo occhi di ghiaccio, sperando che tu ti arrenda.
“Lasciare il tuo pensiero, ancora no, non è possibile…”.
Sorrido. Ma non dovevamo vederci più?

Disperazione e gioia mia
sarò ancora tuo
sperando che non sia follia
ma sia quel che sia (sia quel che sia…)
abbracciami amore mio
abbracciami amor mio
che adesso lo voglio anch’io.

Tu mi offri una mano per rialzarmi. Guardo per un istante, o forse qualche secondo, o forse un intero minuto quelle tue dita tese. Le accetto e torno a fronteggiarti, viso a viso, provo a notare i cambiamenti di questo tempo. Sei ancora bellissimo e lontano, ma raggiungibile, se solo tornassi a crederci. Ma non torno.
Porto una delle tue mani al viso e, come previsto, avverto ancora l’odore di nicotina dalle dita. Questo non è cambiato.
L’indice sfugge dalla mia presa e mi carezza una guancia. Neanche questo è cambiato.
Sorrido, ma non prometto niente.
“E’ tardi e me ne devo andare”.
“In fondo, non mi sorprende di averti trovata qui”.
“In fondo, non mi sorprenderò a ritrovarti di nuovo, una di queste sere” sorrido. Ancora non prometto.
“Ancora tu…”.
“Ancora tu…”.
E ci scappa da ridere.

Ancora tu
non mi sorprende lo sai
ancora tu
ma non dovevamo vederci più?
E come stai?
Domanda inutile
Stai come me
e ci scappa da ridere

A.

Photo: Jean_sebastien Monzani
Riferimenti: Il testo della canzone di Battisti "Ancora tu"