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Archivio Febbraio 2006

A mani nude

28 Febbraio 2006 12 commenti


A mani nude, la tua riscoperta mozza il fiato.
Non vale guardarsi attorno, adesso, nella filigrana del tramonto.
Hai di fronte me, la nudità delle mie risposte, sinceramente lente e calibrate, per non soffrire oltre.
Tiro indietro l’ultima cortina di indifferenza e distolgo lo sguardo.
Tu, invece, mi guardi, in questa penombra lunga che ci fa sembrare giganti, insconsci delle nostre dimensioni. Avanzi e mi fermi i polsi, dietro la schiena, e sento la possanza di questo contatto, la stretta intensa delle dita che mi arrossa la pelle.

Non cerco di ritrarmi, nemmeno quando mi sfiori la schiena, e sento tutti i brividi dell’inconscio sfiorarmi e trapassarmi, da una parte all’altra.
Se continui così, sai che cederò alla nostra debolezza, per trasportarti in una notte senza colori, ma con gli odori e i profumi del desiderio. Fermati.

Provo ad avvertirti sugli effetti collaterali del nostro ritorno, ma le tue mani – nude – stanno implorando attenzione, e io non so venir meno alle tue richieste.
Tu sai già tutto. Sai ogni rischio. Sai che poi resterò di nuovo invischiata nel morbo del tuo amore.
Adesso zitto.

Parlami.
Sussurrami, nel silenzio delle dita, quali saranno i tuoi movimenti.
Annunciami l’arrivo ai miei punti più deboli.

Spingi nell’anima ancora qualche pensiero.
E saremo nervi tesi e cuori vibranti, mentre la sera si inchiostra.

A.

Photo: Jarek Kubiki

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In questo diluvio penso a te… [il vento che cambiava la stagione]

27 Febbraio 2006 3 commenti


Alla fine dell’Italia
Un bacio fa rumore
E sotto le ciglia piove già
Sei rimasto senza piu’ parole
A guardare in faccia la realtà
Non ci insegneranno mai l’amore
I potenti e la carità
Le croci rosse sulle rovine

Gli ulivi seminano lunghe vie chiare, di foglia in foglia, su questa terra appena rischiarata dalla luna e dai fari. Ho già fatto inversione, e non mi resta che risalire in macchina.
Prima. Accelerazione. Seconda.
Tu, lontano, ancora in piedi in mezzo alla strada.
Rovisto nella tasca per trovare il coraggio di accelerare ancora e salutare questa terra che, di notte, dimette nome e pretese. Tu non sei altro che un punto nello specchietto retrovisore, e di certo tieni ancora le mani in tasca, mentre il tuo collo proteso alle stelle non fa che evidenziare le spalle incassate. Non l’avevi detto che finiva tutto, stanotte, alla fine dell’Italia, sotto le ciglia, sopra la riviera, di fianco alla Francia.
Accelero. Terza. Ci penso ancora.

Ora che fai
Raccogli bombe qua e di la
Magari esplodi tra gli ulivi
Salti in aria con la verità

Non vedi mai l’orizzonte che immagino io
E te ne vai dalle mani che dicono addio

Penso a te, alle tue spalle incassate, al collo proteso, alle mani in tasca, e penso alla poca voglia che avrai di guidare, senza me al tuo fianco. Senza la voglia di tornare a farti una doccia, per cancellare il nostro odore d’amore, attaccato anche alla radice dei pensieri.
Quarta. Freno prima della curva, calibrato.
Penso che siamo passato. Fottutamente passato. Ogni guerra si fa in due, amore, e io ho solo lanciato l’ultima bomba sul nostro territorio di battaglia, già arido. Allora, allora dobbiamo solo farci una ragione.
La mia ragione sarà questa strada che serpeggia nella notte, di curva in curva, con buche e dislivelli da valutare e schivare. Non ho voglia di tutta questa fatica.
Rallento. Quarta-terza. Terza-seconda.
Vorrei accostare, ma qui non esistono margini. Sosterò in mezzo alla corsia, finché non arriverà qualcuno alle mie spalle e dovrò per forza avanzare. Intanto, cerco risposte sul sedile del passeggero, ma i miei occhi continueranno a vagare, invano: niente risponde, tu sei ancora lontano, probabilmente scenderai dall’altra strada e nemmeno ci incontreremo.
Non ci scontreremo, lo sappiamo, perché saremo disposti ad allungare la strada pur di non sfiorarci le giacche. Allora, è proprio addio? Quasi non ci credo.

Davanti a me si perde il mare
Io sto con te senza lacrime
Tu come fai a darti pace
In questa immensita’ in questa solitudine

Alla fine dell’italia
Un bacio fa rumore
In questo diluvio penso a te
Il vento che cambiava la stagione
Tu mi mangiavi con avidità
E trovare sempre una ragione
Per spaccare tutto a metà
Perché ogni guerra si fa in due

Due e trenta.
Sigarette: zero, ho smesso. Ho smesso per te, che mi accusavi di non essere forte. Lo sono diventata, dannazione!, fino a dirti che i nostri baci erano bastati a irretire tutte le speranze. Quante idiozie!
Non ho voglia di parlare. Avanzo e parcheggio la macchina in una piccola piazzola, poco più avanti. Scendo, chiudo e mi allontano. Adesso non sono altro che un punto bianco e nero davanti a un mare che si perde, di occhio in occhio. Questo, questo è l’orizzonte che mi ha sempre tranquillizzato e adesso, al contrario, non riesce a darmi un momento di pace.
Perdita d’occhio. Perdita d’occhio e perdita di cuore. Perdita di te.
Non è perdita, è scelta. E io devo accettare questa verità.
L’asfalto è duro, ma accoglie lo stesso la mia stanchezza. Sono sul bordo della strada, prima del precipizio. Attorno, ancora ulivi e altri tornanti, tutti i terrazzamenti, fino al mare. Verde e blu, uniti per diventare tonalità grigiastre. Poi il nero. Nero profondo.

Ora che fai
Metti ponti di qua e di là
Nascondi i segni conti i giorni
Che cominciano senza di noi

Ci pensi mai
Ai ricordi che scappano via
Mi mancherai
E cosi’ mi farai compagnia

Sollevo la testa. Oltre la strada, sopra di me, i tornanti che ho lasciato indietro per scappare da te. Quasi non mi sorprende trovarti sul bordo del tuo tornante, una decina di metri sopra la mia testa. Non sorridi, ne sono certa, e distinguo appena che hai ancora le mani nelle tasche dei jeans. Sono sorpresa da questa prospettiva da cui non ti ho mai visto: sei, ancora una volta, sul piedistallo che ti ho donato ogni giorno, dal risveglio senza te all’appuntamento della sera.
Tu alzi una mano, a palmo aperto, e non riesco a capire se saluti o cerchi pace. Io non rispondo. Semplicemente, mi rialzo e salgo in macchina. Rivederti è un dolore avido, pronto a creare ripensamenti e parlare d’errori. Adesso non posso fermarmi, non posso per non cedere al tuo armistizio. Scenderò a valle e comprerò un pacchetto di sigarette.
Mi farò male e tu non dirai nulla. La mia debolezza è sempre stata la tua forza. Addio.

Davanti a me si perde il mare
Io sto con te senza lacrime
Tu come fai a darti pace
Se non finisce mai per un giorno intero
Per tutta la vita

A.

Photo: Sue Anna Joe
Riferimenti: "Alla fine" di Gianna Nannini: il testo

Possiamo sempre [s-fregarci l'anima]

26 Febbraio 2006 8 commenti


Ma chi
Sei tu per farmi male
Ma chi
Ti ha detto di sparire
Ma chi
Ti ha tolto il paradiso
Ma chi
Ti ha dato e poi ucciso
Ma chi
Hai perso per la strada
Ma chi
Ti manca la mattina
Ma chi
Ha rotto la tua vita
Ma chi ma chi

Tu, tu, sei sempre tu nel silenzio di questa folla.
Firenze vociante, Firenze muta, Firenze nel cuore. Firenze in contrasti.
E tu, tu che non sei con me, ma sei passato per queste stesse strade, hai fotografato il Ponte Vecchio e mi fai tremare il dito, sull’otturatore. Clic. Foto eseguita.
- Ricordo immutabile, ma perdibile -.
Tu, tu, tu che sei immutabile, nonostante tutti i tentativi di presentarti altre strade, cercare di affascinarti con cambiamenti e possibilità. Tu, la faccia tosta dell’indifferenza: non diventerai altro, nemmeno volendolo.
Tu, tu, tu che sei perdibile, portachiavi di pelle che, attaccato alla cintura, prima o poi si sfila. E si dimentica, su questo Ponte Vecchio che non trema d’Arno e si burla dell’occhio: non è strada, non è ponte. E’ unicità e si beffa di un portachiavi inutile. Tu, ricordo inutile.
Mentre Firenze soffia vento freddo.

Possiamo sempre vivere
Possiamo sempre farci fuori
Anche se siamo soli possiamo sempre
Possiamo sempre scegliere
possiamo sempre farci suore
Possiamo sempre far l’amore come comanda Dio

Credi possiamo sempre chiedi possiamo sempre

Tu, tu, sei sempre tu a sapere il mio ritmo di viaggio.
Firenze è l’approccio giusto per fermarsi, la sosta che protrarrei, l’arte da stringere tra le palpebre, con incredulità nuova, ogni giorno.
E tu, tu che sei passato di qua, hai capito in fretta che questa sarebbe stata la mia città, la città cercata con la disperazione di uno sguardo affrettato dal timore di non arrivare, mai.
Tu forse hai capito, tra la miscellanea turistica e studentesca, quale fosse il mio possibile passo e il mio viso. Mi hai anche riconosciuta, in mezzo a facce estranee e a sentimenti che non puoi condividere, se non di striscio.
Striscio… Ancora, ti striscerei sul cuore le emozioni di Firenze, il mio andamento veloce per vedere il più possibile, e succhiare ancora una volta la linfa di un nuovo scorcio, di una nuova fotografia, di un nuovo monumento, di una vita che qui è tutta letteraria e artistica.

Ma chi
Sei tu per giudicare
Ma chi
Lo vuole il tuo dolore
Ma chi
Ti prega di tornare
Ma chi
Ti ha preso per il culo

Sempre la stessa scena
Dietro ogni porta un grido
La casa è un muro stretto intorno a me

Tu, tu, sei sempre tu a violare la mia privacy.
Tu che hai carezzato lo stesso muro in restauro dove sono appoggiata, tu non hai mai cercato di ammazzare la tua presunzione, per sentirti più reale. Non sei fiero di te, è inutile mentire, è inutile fingere di compiere scelte: tu non sei mai stato davvero a Firenze, corpo e mente. Ci sei finito, sballottato da questa tua vita che è delusione allo stato puro, è impegno e ruvidi riconoscimenti. E’ altro da me.
Eppure… Eppure noi possiamo… Possiamo ancora sfregarci l’anima, palmo a palmo, polpastrello arrossato dietro il collo, per stringere e non lasciarci scappare lontano.
Io a Firenze.
Tu non so.
Possiamo sempre incontrarci. E, sai bene, che niente è per caso. Neanche il mio viaggio.

Possiamo sempre vivere
Possiamo sempre starne fuori
Anche se siamo soli possiamo sempre
Possiamo sempre scegliere
Possiamo sempre farci suore
Possiamo sempre far l’amore come comanda dio

Credi possiamo sempre chiedi possiamo sempre

A.
tornata da Firenze… Senza fiato per la passione di una città che mi rappresenta, corpo e anima…

Photo: Anathea
Riferimenti: Il testo della canzone "Possiamo sempre" di G. Nannini

Arrivata [la goccia che fa traboccare il vaso]

23 Febbraio 2006 12 commenti


E’ arrivata. E’ la goccia che fa traboccare il vaso.
Tutto il resto tace. E io domani pomeriggio parto.
Parto per non pensare. Parto con un mazzo di impegni.
Parto senza chiavi di casa, di macchina.
Parto con i soldi necessari e qualche vestito.
Insomma, parto.

Un caro saluto a tutti.
A lunedì (o, se riesco a collegarmi, avrete mie notizie prima)

A.

Spremuta di giorno e di notte [e di link]

22 Febbraio 2006 5 commenti


Mentire è un gioco arancio, amaro e aspro.
Riuscire a mentire a se stessi è un frutto maturato con difficoltà, tra mille peripezie della mente e del cuore.
Ho pensato di riuscirci, ma non è così.
Basta, oggi voglio chiudere la porta di questa camera, chiudere i libri di filologia medievale, ascoltare una musica leggera e stupida, spegnere il telefono, chiudere il calendario e sorridere a vecchie foto, passate al baule. Dimenticate nel baule, con le lacrime irrisolte di quei tempi.

Cerco di scucire pensieri e ottimismo da pagine del diario.
Ero piccola, molto piccola, e la mia grafia si curvava per ogni minimo problema, come se non sapesse sopportarne il peso. Parlavo di simpatie, di litigi, dei miei genitori che non capivo. Adesso sì, adesso non posso fare a meno che sorridere per la mia cocciutaggine e le mille peripezie per sfuggire alle regole.

Inutile.
Inutile, perché oggi non si sorride. Ci si mettono mille impegni a occuparmi la mente, ma uno solo è grosso e freddo, pronto a penetrarmi ad ogni respiro.

Qualcosa, qualcosa non va.
E io non faccio che guardarmi intorno, pregando che tutto torni come prima. Il problema è che, questo benedetto prima, non è mai esistito.

A.
solo un po’ di nuvole… Mi sorprende quanto sono autobiografica …

Photo: Steve Chong
Riferimenti: E se io… (sono l’eccezione e tu no)

Ma non mi dire… [come sarebbe andata tra noi?]

21 Febbraio 2006 13 commenti


Tu, per me, sei sempre vestito da sposo.
Hai il completo blu, la cravatta chiara, abbinata al gilet.
E sei bello, con le tue spalle larghe e il sorriso ansioso, sul sagrato della chiesa. E ti stropicci le mani,e parli con gli ospiti, e sorridi a tutti, in attesa che arrivi il momento.

Tu, per me, sei così.
Non posso evitarmelo. Ricordo come fosse oggi quel giorno di agosto, quando mi hai telefonato ed eri quasi commosso. “La sposo” hai detto. E io ho aspettato a rispondere, perché mi avevi appena mostrato un’enorme tela, con le ninfee di Monet. Ninfee del periodo tardo, quelle poco considerate, perché senza contorni. Se t’avvicini, infatti, vedi macchie di colore e basta, niente fiori, niente ninfee. Ma se ti allontani, capisci che quei fiori sono ninfee… E io niente realtà, niente matrimonio. Ho preso le distanze, prima di risponderti, e ho visto ninfee. Le tue ninfee, Ste, quelle che hai dipinto con tanta fatica.

Ho cacciato in un sussulto tutto il mio stupore e t’ho detto “Congratulazioni”.
T’ho detto “Congratulazioni”, perché ci vuole coraggio a rimboccarsi le maniche e dividere la vita, soprattutto quando per trent’anni hai lottato per non soffrire per la tua indipendenza costretta. Ora, ora che sei un uomo, sembra strano tornare a cercare un abbraccio. Un abbraccio per sempre.
Per questo t’ho detto “Congratulazioni”, e anche perché la tua voce non si vergognava di emozionarmi. Del resto, come avrebbe potuto? Il “sì” di Sabrina era ancora recente, come il suo bacio lungo ed agitato, mischiato alle lacrime.

Ho sorriso per te. Faceva caldo, era un giorno vicino a ferragosto, e stavo per casa con i capelli legati e il viso struccato. Davanti allo specchio, mi sono fermata, mentre tu mi raccontavi tutto, parola per parola. Io t’ascoltavo, annuendo alla mia immagine riflessa, e passavo un velo di rossetto – forse color mattone – sulle labbra per cancellare il mio pallore, nonostante l’abbronzatura.
T’ascoltavo, comunque, mentre la nostra foto scendeva in fondo al dimenticatoio, nell’obblio di un vecchio sogno andato in frantumi anni fa, ma solo ora scorto.

“Fammi da testimone”…
Da testimone? Io, farti io da testimone, io… Io che ti sognavo vestito da sposo, con me accanto, in bianco. Io che ero davvero una bambina, ma ho visto solo te in questa veste, con il mio braccio attorno al tuo. Ancora mi domando se fosse incoscienza o qualcosa in più. Io, testimone?… Come potevo? Ho detto no. E tu non hai capito.

Non ci siamo allontanati per questo, né per l’ironia che sentivo nella tua voce. Appuntamento regolare: telefonata di Ste ogni tre giorni. Avrei potuto ricordare a memoria le telefonate, sempre puntuali, sempre alternate. Una volta Glo a Ste, una volta Ste a Glo.
E la tua voce, distorta dalla stanchezza, appoggiata al cuscino. Indimenticabile. I tuoi litigi con i genitori, e la nostalgia per l’allontanamento. Indimenticabili. Le tue rassicurazioni, i baci in fronte che mi mandavi, da fratello e amico. Indimenticabili. I tuoi sos per i miei disegni tecnici: da dove tiro l’altezza? Dal punto A? Sì… Indimenticabili, anche loro.

Tutto indimenticabile.
Ma ormai sei vestito da sposo, e proprio non posso capire la tua domanda della scorsa settimana.
San Valentino. La tua chiamata. Io avevo rotto la nostra consuetudine dei tre giorni e ti avevo chiamato il giorno prima, per evitar la festa e ambiguità. Tu hai chiamato, comunque. Io ho risposto e ti ho ascoltato parlare di tutto, come sempre.
Poi, la tua domanda: “Glo, come sarebbe andata tra noi?”.
E la mia risposta: ho riagganciato, per ignorare il tuo vestito inamidato, il matrimonio che ti congiungerà con Sabrina, a settembre, e il dubbio che rimarrà sempre, in noi. Tu non hai detto niente. Io, almeno, non ho sentito, perché hai solo ricalcato la mia stessa domanda.

A.
opened heart

Photo: Jean-Sebastien Monzani

Riferimenti: [E tu eri già qui...]

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L’ultima notte [sapori e pensieri]

20 Febbraio 2006 7 commenti


Dai, dai che è l’ultima notte!

Io sorridevo e negavo con la testa, mentre F. mi passava l’ennesima bottiglia di birra e io ridevo, e bevevo, e raccontavo a tutti di come non avrei mai pensato che sarebbe andata così. G. rideva con me e mi teneva con ostinazione il braccio intorno alle spalle. Poi ridevamo tutti: S. ballava nella stanza, con la radio troppo alta per non fare vero e proprio baccano, mentre F. saltava sul letto e diceva che dovevamo farli impazzire, questa schiera di francesi puzzoni! Proprio così diceva, e rideva, con i capelli biondi che le incorniciavano il viso e S. che cercava di approfittare dei primi segni di ubriacatura.

Ubriacatura? Sì, io e F. eravamo ubriache di felicità.
Era la voglia di vivere bene l’ultima gita del liceo, la voglia di dimenticare due cattivi ragazzi che hanno lasciato un solco sanguinante nei nostri ricordi: Giovanni per F., Marco per me. E allora ridiamo, buttiamoci alle spalle tutti i ricordi di casa, ché qui siamo a Parigi, e persino l’aria parla d’amour frizzantino, di caviglie grosse per i tacchi dopo un’intera giornata al Louvre. Avevamo le labbra che sapevano ancora di caffé allungati e gli occhi indolenziti dalle opere d’arte.

Parigi.
I profumi di Parigi, sui Champs Elisée.
E quella sera dovevamo festeggiare. Dopo i bagordi di quadri e statue, dopo le mille fotografie storte e dopo il freddo sulla Tour Eiffel, avevo il respiro accaldato di G. sul collo e le sue mani che mi massaggiavano le spalle. Di fianco a noi, F. e S. sussurravano idiozie e ridevano, mentre F. allontanava le mani di S.

Eravamo giovanissimi, stupidi, in una città che parlava una lingua straniera troppo affascinante per non storpiarla e sentirla respirare.
Così, con le gambe malferme e i vestiti eleganti, ci siamo allontanati dall’hotel e abbiamo camminato.
Insegne rosse. Luminose. Moulin Rouge.
Stasera ci si diverte e si assiste allo spettacolo. Con noi, anche L. e N., così carini da sembrare realmente una coppia. Mentre le ballerine uscivano e il palco si riempiva di corpi bellissimi, G. mi sussurra all’orecchio che sono mille volte meglio. Ruffiano. Mi va di stare al gioco.
E F. sorride con me, bella nel suo vestito rosso, mi schiaccia un occhio.

Stasera è l’ultima sera.
Noi non faremo nulla di ché, ma ci sono gli abbracci per una notte troppo sola e l’idea che Parigi, entrata nel cuore, è per sempre…

A.
Thinkin’ of my last school trip

Photo: Steve Tapper

Non ti amo e non ti odio, ma ti vivo

19 Febbraio 2006 6 commenti


Debole e disturbata
Arrivavi a mala pena a casa mia
Per chiedermi un sostegno e una canzone,
la mia benedizione e così via

Pirata
E fu per questo che ti ho amata
Libera dimostravi più che mai
Pura e sincera e non contaminata
Un’italiana guitta adesso sei
Che cosa è mai successo alle tue onde?

Non nasconderti ai miei occhi.
Dopo averti compreso dal primo sguardo la prepotenza della tua sicurezza, ecco che ti imploro di non imbrogliarmi. Sai bene che smonterei, uno ad uno, i preconcetti dei tuoi occhi neri e ti lascerei in lacrime, spiumata delle tue stesse difese.
Anzi, dimmi che è successo alle tue idee patriottiche, cadute miseramente sul selciato della routine, del lavoro da mandare avanti dei regali da accontentare e delle tue lunghe ciglia sul rimmel. Io amavo il tuo vezzo nel vestiario, la personalità indipendente che bussava alla mia porta solo per un nonnulla.
“Ho bisogno che mi benedici” sussurravi, sconvolta da una giornata che non andava.
E io ti lasciavo entrare, ti mettevo a sedere sulla poltrona rossa, ascoltavo le tue lamentele e tutti i silenzi, per poi ripropormi di non dimenticarli. Tu eri la donna che non apprezzava il mio menefreghismo, eri la donna che mi chiamava egoista solo perché avevo una fottuta paura d’amare.
Eri la donna che mi toglieva le mani dagli occhi per osservare le mie lacrime e convincermi che, di un pianto sincero, non ci si deve mai vergognare.

Se oggi il tuo gracchiare mi confonde
Ti aggiudichi lo spazio prepotente,
onnipotente di pubblicità
Radio o non radio
Come vedi non ti amo e non ti odio
Radio o non radio
Come vedi sono vivo e non t’invidio
Radio o non radio
Questa musica raggiunge la sua meta
Radio o non radio
L’obiettivo nostro è ancora scrivere di vita
mmmm

Ora ti guardo, abbattuta sulla solita poltrona, con un viso apatico e la radio che erutta canzoni diverse, così diverse dai nostri primi balli. Allora ti stringevo, proponevo un lento e sempre la radio mi accontentava; poi bastava cambiar frequenza e tu sorridevi per un brano dance spuntato per caso, dai nostri passi quasi fermi.
Adesso non hai voglia di danzare e, anzi, scruti i miei movimenti in cucina come se mi stessi curando. Hai paura che arrivi a te e prenda il coraggio a due mani per parlarti di questi cambiamenti. Hai paura che ti allontani, così, con le tue valige di sogni lasciate in stazione e tutto il tuo lirismo accantonato nel cassetto della biancheria. Ma io non farò niente di tutto ciò: tu non hai capito che mi stai ferendo con le mie stesse armi. Peggio di un’osmosi, hai assorbito i miei lati peggiori e adesso non fai che riversarli su di me, mostrandomi il ritratto di una donna insicura, senza ideali, senza requie. Io sono diventato lo specchio del tuo passato e ti ho lasciata sola: adesso sei tu a fare spallucce e io a infervorarmi per un cavillo legislativo; adesso sei tu a dire che non importa, noi un tetto sopra la testa l’abbiamo, mentre io scalpito e cammino per le vie, a far carità assurde. Come potrei, adesso, allontanarti? Dimmelo e torna a piangere.

Non è la tua giornata
Sei muta e un po’ stordita amica mia
Non chiedermi un sostegno e una canzone
Il tuo menù è carente di magia

Pirata
Solamente per dispetto libera
torneresti ci scommetto
pura e sincera e non contaminata
un’italiana fiera come noi

Ti preparo una tisana che, di certo, non berrai interamente, mentre osservo la tua stanchezza. Ti muovi a stento, ringrazi per puri residui d’educazione, mentre ti raggomitoli sulla poltrona e io sparisco. Sparisco ai tuoi occhi disinteressati, alle tue mani che hanno digitato fatture tutto il giorno. Sparisco alla tua voce che s’è abituata alle informazioni del banco assistenza, sparisco al tuo corpo che chiede solo sonno.
Guardandoti, mi sento esplodere. L’intero mio corpo sente il bisogno di scuoterti per le spalle, spogliarti del sorriso di circostanza e farti godere, gemere, scatenarti e poi sentirti piangere, sul mio petto fermo. Sarei rispettoso dei tuoi tempi e delle pause, dei respiri affrettati e ansimerei con i tuoi singhiozzi. Ma smettila di indossare questa maschera, spogliati di questa falsa amicizia che ci sta strattonando, di mese in mese. Riprendi a vivere, ti prego, e afferra la libertà che prima sbandieravi ai quattro venti, baciandomi la bocca e leccandomi il cuore.

S’è il fatturato che t’ha resa grande
la mia canzone un’altra strada fa
adesso non ci sta
si libera orgogliosa negli stadi
è questo il senso della libertà

radio o non radio
come vedi non ti amo e non ti odio
radio o non radio
come vedi sono vivo e non t’invidio
radio o non radio
questa musica raggiunge la sua meta
radio o non radio

Mezzanotte è passata da un pezzo.
Il pendolo ticchetta l’ora e tu finalmente spegni la tivù, come ogni maledettissima sera. Non ti chiedo se tornerai a casa tua, perché ormai hai portato i cambi di vestiti nel mio armadio, e hai disseminato il bagno dei tuoi profumi. Sei approdata per restare. E io non ti caccio, non ti dirò niente, ancora una volta.
Seguo i tuoi passi fino alla stanza da letto, dove ti guardo indossare un pigiama di seta, ultimo rimasuglio di questa nostra passione antica. Poi tu ti volti: evidentemente, senti la mia presenza sul tuo corpo e non fai che guardarmi. Per un secondo, un attimo violento e fugace, vedo un lampo di interesse che ti accende il viso di rossore. Esploro con gli occhi la tua pelle bianchissima, il collo lungo così femminile, le gambe lunghe e mi sento improvvisamente un uomo, desideroso di desiderarti, ancora.
Anche stasera, è arrivato il momento di andarmene nella stanza di fianco. Ti bacio sulla fronte, mentre tu chiudi gli occhi e mi abbracci, nel silenzio di una mezzanotte milanese, uguale a tante altre.
Sento, dopo tanto tempo, il sapore delle tue labbra. Resto chinato sul tuo viso, baciandoti lentamente, violando tutte le difese della tua apatia e tornando ad accenderti i sensi. Solo una proposta, non temere, perché me ne vado, girando le spalle al tuo sonno.
Dormi bene, amica mia, e ricorda che stanotte ho lanciato una sfida che vinceremo appena tu tornerai a vivere.

l’obbiettivo nostro è ancora scrivere di vita
radio o non radio
tu decidi il tempo, il senso e la durata
radio o non radio
il talento, scusa, è fuori dalla tua portata
raccogli questa sfida

A.
liberamente ispirata ad alcuni tratti di questa canzone

Photo: Gabriele Rigon
Riferimenti: "Radio o non radio" di Renato Zero

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Caramello e vaniglia [piece by piece]

18 Febbraio 2006 7 commenti


First of all must go
Your scent upon my pillow
And then I’ll say goodbye
To your whispers in my dreams
And then our lips will part
In my mind and in my heart
Cos’ your kiss
Went deeper than my skin

Ancora un cucchiaino.
La crema alla vaniglia lampeggiava, bianca, sul cucchiaio d’argento che portavo alle labbra. Avevo dipinto le labbra con un rossetto troppo rosso per non attirare la tua attenzione.
Tu stavi seduto a un altro tavolo e sorseggiavi il tuo caffé con un’espressione distratta. Distratta dalle mie labbra o dalla lussuria golosa che scorgevi nei miei occhi scuri, ancora non so.
Accavallavo le gambe, di tanto in tanto, per attirare il tuo sguardo che si concentrava sulla minigonna e sulle scarpe dal tacco alto. Tu cedevi alla provocazione, sorridevi alla vaniglia che si posava nella mia bocca e perdeva sapore per donarlo a me.
E tu sorridevi. Sorridevi. Quanto eri bello!

Piece by piece
Is how I’ll let go of you
Kiss by kiss
Will leave my mind one at a time
One at a time

Eppure, non eri il mio desiderio. Avevo, quel giorno, una voglia tremenda di cancellare dal cuscino un profumo antico, che sapeva di un uomo che avevo desiderato tanto, con risultati mediocri. Allora, per quello avevo optato al bar e alla crema di vaniglia. E a te, come corollario.
Pensavo all’altro uomo, alla sua vena di menefreghismo che mostrava nei miei confronti, per trattenermi a sé. Mistero e desideri irrisolti che mi faceva immaginare, fino a riempirmi la testa di quegli insuccessi. Ero diventata fantasiosa, però, e avevo ricominciato a scrivere. Un’amica ancora ringraziava quell’uomo, per l’ispirazione che aveva portato.
Io, sinceramente, non sapevo cosa pensare, perché avevo un sapore di vaniglia che si liquefaceva, bollente e seducente, senza ritegno, nella gola.
Quasi per sfida, così, ti sorridevo. Tu ricambiavi, quasi per sfida.

First of all must fly
My dreams of you and I
There’s no point of holding on to those
And then our ties will break
For your and my own sake
Just remember
This is what you chose

Noi eravamo la sfida della dimenticanza. Lui aveva G. nel cuore, ed era di sicuro la donna straordinaria che gli accendeva i racconti con sorrisi e mezzefrasi. E io avevo te da dimenticare, una nota amara di caramello bruciato, ai margini della tazza. Anche così, però, non stonavi: eri contrasto con la dolcezza della vaniglia.
Così era andata: lui aveva ordinato una tazza di vaniglia al caramello e mi aveva chiesto di unirsi al mio tavolo. Prego, avevo risposto, nascondendo sotto un sorriso di circostanza il mio orgoglio.
E avevamo cominciato a parlare, mentre le tazze si svuotavano e il bar si riempiva di persone. Caos e altre parole, altri racconti, altre persone da dimenticare, altre promesse da rompere, altri affari da braccare, altre gonne da ammirare, altre ragazze da invitare. E noi, presi a dimenticare.

Piece by piece
Is how i’ll let go of you
Kiss by kiss
Will leave my mind one at a time
One at a time

“La lascerò andar via da me pezzo a pezzo” aveva detto lo sconosciuto. “Prima, per assurdo, perderò il ricordo del suo corpo, e diventerà solo una nuvola di carne, pelle e cuore che stringevo come volevo, e come lei voleva. G. era una donna eccezionale, ma ora che non c’è la sua immagine si sta squagliando, come vaniglia bollente…”.
“Non puoi dimenticare il suo viso, il suo corpo” avevo protestato, quasi avvinta però dalla sua sicurezza.
“Invece posso: stasera, a casa, ricorderò meglio il tuo viso, del suo. Non perché lo voglia, ma perché la memoria si lascia schiacciare dal presente, sempre…”.
La sua sicurezza mi intimoriva, come la tazza vuota che avevo davanti: se mi concentravo, potevo ancora immaginare vaniglia e caramello là dentro, mentre in realtà era rimasto solo l’aroma ad ingannarmi. Così, tra noi? Guardavo l’uomo che avevo davanti, la sua saggezza prematura, il dolore che non passava più nei suoi occhi, né rassegnazione: c’era presa di coscienza e gusto per la vaniglia, da sola.

I’ll shed like skin
Our memories of lazy days
And fade away the shadow of your face

Piece by piece
Is how I’ll let go of you

Pensavo alla sicurezza di questo sconosciuto, alla liberazione che captavo nelle sue frasi. Al dolore risolto, così bene, non si poteva non dedicare un applauso.
Lui era un modello ineguagliabile: io ero sempre avvinta dall’unione di caramello e vaniglia. Troppo dolce, troppo amaro il gusto solo. Lui mi aveva stretto una mano e mi aveva detto ‘arrivederci’.
Avevo risposto a monosillabi, incantata com’ero verso un punto che andava ben oltre la parete o la città. Lui se n’era andato e, con l’ultimo sorriso rassicurante, aveva lasciato un aroma di caramello nell’aria. Esattamente come te. Lui eri tu.
E io, come una sciocca, pensavo che dovevo ancora dimenticarti e questa sfida era ancora irrisolta, mentre tu, con il tuo cappotto, seminavi per la strada profumo di caramello per altri nasi e altri sorrisi.

Kiss by kiss
Will leave my mind one at a time
One at a time
One at a time
One at a time

A.
L’esame è andato veramente al top! Ben 30!!! :) Sono al settimo cielo..

Photo: Andrea Tognoli
Riferimenti: "Piece by piece", by Katie Melua

E’ la tenerezza che ci fa paura [storia di Blog]

16 Febbraio 2006 22 commenti


Vado punto e a capo così
Spegnerò le luci e da qui
Sparirai,
Pochi attimi
Oltre questa nebbia
Oltre il temporale
C’è una notte lunga e limpida,
Finirà

Ma è la tenerezza
Che ci fa paura

“Che ci stanno a fare tutti questi puntini di sospensione?”.
“Tra i puntini un pensiero non detto”.
Così mi hai risposto. E io sono tornata sulla tua pagina del blog, ho schiacciato un paio di link e poi ho percorso tutte le righe delle frasi. Avevi ragione: i puntini arrivavano esattamente a interrompere pensieri troppo intensi. Avevi paura delle righe di tenerezza che avresti dovuto mostrare, scegliendo una virgola e un pensiero.
Non ammiravo la tua scrittura, non ammiravo nemmeno la scelta delle fotografie che accompagnavano le tue ispirazioni. Avevi buone idee ma nessuno strumento per rivelarle. E allora… Esatto, puntini.

Sei nell’anima
E lì ti lascio per sempre
Sospeso
Immobile
Fermo immagine
Un segno che non passa mai

Poi sono tornata.
Quel tuo sfondo scuro mi parlava della notte, delle tue mani stanche sulla tastiera del computer, pronte a parlare ancora di vita, del tuo giorno e soprattutto di quei desideri, tra i puntini di sospensione. Mi sono adagiata sulle pause che, piano piano, hanno cominciato a non intimorirmi più.

Tu scrivevi nudo. Ti immaginavo scendere dalla macchina con il completo che il lavoro ti impone, appoggiare la ventiquattrore sul tetto dell’auto e cercare le chiavi di casa. Mi sembrava di sentire i tuoi passi sulla scala, pensavo alla cravatta allentata e alla serratura che si apriva. Udivo il grido di silenzio della tua casa hi-tech, la poca soddisfazione dell’arredamento moderno, e poi finalmente musica. Tu che ami musica classica e il tuo stereo di design che emana calore di note, violini e pianoforte.
Infine lo schermo a cristalli liquidi. On.
Windows che si accendeva. Password, sistema operativo avviato.
Trattengo il respiro, mentre ancora oggi ti penso.

Vado punto e a capo vedrai
Quel che resta indietro
Non è tutto falso e inutile
Capirai
Lascio andare i giorni
Tra certezze e sbagli
E’ una strada stretta stretta
Fino a te

Ti bastava schiacciare un pulsante e subito si aprivano tutti i blog preferiti, in ordine alfabetico. Destino o premonizione, il mio tra i primi.
“Ti ho aggiunta ai preferiti, perché amo le critiche”.
Così scrivevi, e io sorridevo, mentre un sottile batticuore mi portava a cercare i tuoi scritti nuovi. Trovavo i puntini di sospensione, ma di giorno in giorno diminuivano, per lasciar posto ad aggettivi e sensazioni. Sensazioni sottopelle, che avvertivo con l’anima muta, in ascolto.
Nudo, ecco che cominciavi a scrivere, con una tazza di thé bollente che ti scaldava le dita e il sottile gioco di immaginazione. I tuoi vicini che, al di là della strada, avrebbero potuto scorgere un uomo nudo, seduto al computer con una tazza di thé.
Ridevi di te stesso, della spontaneità dei tuoi gesti da single e la freddezza del giorno che lasciavi fuori, fuori dalla tua porta di casa.
A lungo mi sono chiesta quale fosse il tuo lavoro, ma non ho mai indagato, per non ferirti. Poi, di colpo, la tua spiegazione non richiesta: rispondevi a un mio pezzo, quando hai scritto “Ecco, da bravo avvocato posso dirti che rischi una bella denuncia per atti osceni”.
Scherzavi. E ridevo io, coinvolta dalla tua vena ironica.
Ormai ti salutavo ogni giorno.

Quanta tenerezza
Non fa più paura

Sei nell’anima
E lì ti lascio per sempre
Sei in ogni parte di me
Ti sento scendere
Fra respiro e battito

Sei nell’anima

Pochi giorni per noi hanno rappresentato mesi e mesi di pura conoscenza.
Ho scoperto il tuo nome, le tue paure e le poche sicurezze, la voglia di prendere in mano i tuoi trent’anni e giocarci ancora, come un bambino sa fare con i vagoncini ferroviari. Ma tu ormai sapevi che a capo del carbone c’è sempre da porre la locomotiva: gli appuntamenti con una donna non ti attraevano più, il lavoro t’assorbiva le energie e ti sentivi schiavo di questa realtà che solo nel virtuale liberava.
Quasi soffrivo per queste tue parole e, io che non avevo mai incontrato i suoi occhi, sognavo un modo per aiutarti a rinascere. Non pensavo all’idiozia delle mie pretese, né alla tua riservatezza. Intanto, mi avvicinavo e osservavo diminuire tutti i puntini di sospensione.
Era passata un’altra settimana, quando sono approdata ancora al tuo blog e ho distinto un post. Un post con il titolo rosso:
“Stanotte faccio l’amore con te. Non dirmi di no, Anathea”.
E io non ho risposto a priori, ma ho aperto tutto il testo e ho dato un’occhiata sommaria alla pagina: era lunga, non lasciava adito a puntini di sopensione, se non alla fine. Ho iniziato a leggere, e sentivo crescere i battiti del cuore, le pulsazioni che venivano e mancavano, di colpo, quando andavo punto e a capo.
Tanti erano i tuoi punti e a capo. Tanta l’attenzione che mi chiedevi. E io leggevo, dandoti tutto ciò che speravi.

Sei nell’anima
In questo spazio indifeso
Inizia
Tutto con te
Non ci serve un perchè
Siamo carne e fiato

Ti ho scritto tre commenti per poi cancellarli, uno ad uno.
Immobile, davanti al cursore intermittente, almeno come le mie vene. Controllavo questa stanza di cuore, così diversa dalla tua, così impossibile da arredare con le tue emozioni. E poi ho pensato che hai vissuto tutto questo con me, in questa notte che rasentava la primavera, ma non l’afferava mai. Come noi, davanti a due lavagne luminose. Opposte, però così vicine.
Goccia a goccia, fianco a fianco“.
Ho scritto questa risposta, mentre la canzone risuonava a memoria. Pochi minuti e il bip freddo di un’emai. Erano le tre di notte, o del mattino.
“Dimmi che non vuoi fuggire”. Erano le tue parole.
Forse non lo sapevi ancora che, dall’anima, non si fugge mai. Ma te l’avrei insegnato io.

A.
potrebbe essere la storia di tanti di voi, di tanti di NOI…

Photo: Steve Stanford
Riferimenti: "Sei nell’anima" di Gianna Nannini