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Archivio Dicembre 2005

Bilancio 2005 (seconda parte)

30 Dicembre 2005 14 commenti


LUGLIO
Iniziò con il concerto dei Nomadi, in data 3 luglio, con accanto Alessandro. Fu una giornata intensa, una nottata di piene sofferenze, in cui mi domandavo perché c?era lui a respirarmi accanto e non un?altra persona, non lui, A./N., che d?improvviso era tornato nella mia vita come un fulmine a ciel sereno, dopo aver fiutato il naufragio della mia storia con Ale e il mio malessere.
Continuai gli esami, certo, con un po? di magone per la mia storia che si trascinava spudoratamente e finì a metà mese, con la rabbia di Alessandro e il mio dispiacere. Avrei perso il suo affetto, ma ero disposta a pagare quel prezzo, pur di essere coerente a me stessa.
Mi diedi altri giorni per lo studio e gli esami, finché il 25 luglio non partii per Albisola, dove Elisa, una delle mie migliori amiche, aveva affittato un appartamento. Là, staccai completamente la spina con casa mia, con i problemi e le fatiche universitarie. Là, la sera del 26, rividi A./N e ci fu un bacio rubato, a farmi capire che non era cambiato veramente niente, nonostante i mesi di distanza, e quasi un anno di lontananza. Là compresi che non sarebbe finito tutto lì.

Voto: 2 per la prima parte del mese; 9 per la seconda; 10 per l?impegno universitario

AGOSTO
Agosto partì con una voglia matta di rivedere A./N., per parlare di quel che c?era stato. Pochissimo, è vero, ma sufficiente a farmi mettere in gioco il resto dell?anno.
Contrariamente alle aspettative, raccolsi l?invito a partire per il lago di Garda, per cui già il 3 presi il treno con meta Desenzano, buttando alle spalle studio, casa, problemi (fortunatamente in via di risoluzione) e mi diedi al turismo con i miei zii-amici. Passai splendide giornate, prima da single disperata con mio zio (miracolo che la cucina non abbia preso fuoco!) e poi con anche la zia, mitica cuoca e ascoltatrice.
Per il resto, passai per la prima volta Ferragosto e il resto del mese a casa, con il caldo che solo la Panura Padana può immagazinare, così afoso. E io, tutta coinvolta a scrivere sul blog, a sognare ad occhi aperti.
Rividi anche Alessandro, perché mi aveva chiesto di parlarci, a distanza di un mese abbondante. Accettai, però non variò nulla; al contrario, il bacio di A./N. era ancora sulle mie labbra, mentre Alessandro era lontano, dissolvenza di secoli prima.

Voto: 9 per la vacanza; 9 per gli scritti molto ispirati; 5 per lo studio (vacanzaaa!)

SETTEMBRE
E così il 2 partii per la Liguria. Partii con una valigia piena più di quanto richiedessero cinque giorni di mare, ma la riempii perché sapevo che avrei rivisto lui, ed era tanta l?aspettativa da farmi stipare vestiti e inutilità in valigia, tra cui il libro di filologia romanza.
E lui ci fu, ci fu per migliorare il mio settembre, e farmi sentire piena di felicità per almeno un mese abbondante. Ci furono le attenzioni, le carezze, ci furono i momenti, gli abbracci e quanto l?animo femminile possa desiderare. Ci furono momenti, purtroppo finiti cinque giorni dopo, ma votati a restare tra i pochi giorni felici ? veramente felici ? dell?anno.
La partenza, come è ovvio, fu la peggiore della mia vita, ma ce la feci, senza dirlo a lui che, forse, adesso sta leggendo queste righe (ci sei?).
Poi non ebbi tempo di perdermi a elucubrare il passato: mi aspettavano tre esami lunghissimi, studio e notti insonni sui libri. Intanto, continuavo a sentire profumo di salsedine nell?aria e, soprattutto, sulla mia pelle.
Fu anche un mese di mostre, acquisti (portatile e autoradio), regali per il mio compleanno (16 settembre), festeggiamenti con gli amici e tutto, per cercare di distrarmi.

Voto: 10 ai bei momenti; 9,5 allo studio; 6 al compleanno (passato sui libri), 9 ai festeggiamenti, 10 agli amici insostituibili, sempre

OTTOBRE
Ottobre fu mese di lezioni: amici che si incontrano di nuovo, tutta un?estate da raccontare e qualche caffè di troppo, ogni giorno, per riabituarsi alle abitudini pavesi.
Dire facile è una parola: avevo in testa i giorni liguri come un?ossessione e la speranza di rivedere presto A./N. sfumava ogni giorno di più, davanti ai rispettivi impegni da far collimare.
A metà mese, purtroppo, un lutto in famiglia: si trattò di un carissimo vecchio zio, una delle persone più acculturate che conoscessi, letterato e amante della letteratura molto più di me. Nonostante la sua età avanzata, fu un momento di grande riflessione per me.
Dopo i mesi di maggio, giugno e luglio, finalmente avevo recuperato la fiducia in me stessa e avevo chiaro cosa volessi fare nella mia vita. La morte dello zio, di colpo, mi aprì ulteriormente gli occhi sulla poetica oraziana: carpe diem?
E riuscii a far rivalere questo principio a fine ottobre, 29 e 30, quando di colpo per me e per A./N. si offrì un intero weekend insieme, in montagna. Lì, ricominciai a sognare e a vivere, contemporaneamente, con la sua presenza accanto.
Riprendere la routine ? sospiro ? fu ancora peggio.

Voto: 3 in famiglia; 10 per i bei momenti; 8 per le riflessioni

NOVEMBRE
A novembre cominciai con la laurea di un carissimo amico, occasione per rivedersi e un ottimo pretesto per ripensare ai miei progetti lavorativi futuri. Studiare, di colpo, aveva una ragione in più. Forse fu proprio per questo che mi gettai sullo studio per gli esami di fine trimestre, pronta ad affrontare chissà quali scogli.Tutto si rivelò più facile del previsto, stranamente.
Fu anche un mese di strano attaccamento ai soldi: niente avidità, per carità, ma mi pesava spudoratamente la mia dipendenza economica dai miei genitori. Iniziai a pensare di trovarmi qualcosa di extra, anche se, si sa, è difficile trovare lavoro al giorno d?oggi.
Di A./N. poche notizie, una grande solitudine a rimestarsi nel cuore.

Voto: 9 per l?impegno, 2 per il resto

DICEMBRE
Dicembre migliorò, di colpo, riportandomi al mio equilibrio difficilmente raggiunto: oltre alle quotidiane lezioni, mi presi veramente tanto tempo per me e gli amici. Frequentai mostre, tra cui quella di Caravaggio, visitai Vigevano e qualche altra piccola cittadina, partecipai a feste, rimpatriate, aperitivi, andai a Milano a fare shopping e a perdermi nel caos pre-natalizio.
Poi rividi persone che pensavo di aver perso per sempre, vecchi amici passati sotto silenzio (ciao, mitico Andre!), spesi il resto dei miei risparmi in fantasmagorici regali ? in parte ancora da consegnare -, autocompiaciuta del mio sentirmi impegnata.
Inaspettatamente, arrivò anche il lavoretto che cercavo: sarò ?english teacher? per due scolarette del linguistico, e mi cimenterò con le famigerate ripetizioni.
E domani, capodanno. Capodanno con pochi e buoni amici, proprio come anche era cominciato l?anno precedente. Il resto, è tutto da scrivere.

Voto: 10 per il tempo sfruttato bene, 1 per i sentimenti, 1 per l?amarezza, 8 per generosità

Infine, al di là dei limiti di tempo, vorrei ringraziare tutti voi che partecipate alla mia vita, sebbene indirettamente. Voi, che nei vostri blog avete una traccia di Anathea e venite a leggere le novità. Voi che mi volete bene, anche senza conoscermi. E io che ve ne voglio, convinta come sono che saremmo una grande cerchia, se solo ci contassimo tutti!

Auguri di buon inizio anno, con la sincerità di un mio abbraccio
Anathea (o semplicemente… Gloria!)

Svuotiamo il sacco (bilancio 2005)

29 Dicembre 2005 7 commenti


<Anche quest’anno, da che ho il blog, ecco che è arrivato il momento di prendersi pausa, varare il 2005 e provare a fare un bilancio. Calendario alla mano – quest’anno di Dalì -, e si comincia…

GENNAIO
Mese vuoto d’impegni, pagina bianca, ma terribilmente ricca di lacrime non piante. Senza dubbio il mese peggiore dell’anno, dovetti impegnarmi tantissimo per continuare a lezione e non pensare alla tristezza che mi riempiva la casa. Sì, un mese pieno di incertezze, tutte pronte a rincorrere i miei buoni pensieri e ammazzarli, uno dopo l’altro, quando di sera mi infilavo sotto le coperte. Per la prima volta, la malattia di mio padre e la tristezza del suo sguardo impotente e vuoto. Voglia di piangere, la mia nascosta, la sua plateale. E sentirsi indeterminati sotto il suo imbarazzo, soffrire per non saper che dire o che fare.

A questo, si sommò la fine dell’amicizia con A. che prometteva ben altro. Oddio, amicizia è una parola grande; diciamo, abbiamo messo la parola “fine” a una parentesi di emozioni del 2004. Era inevitabile e, sinceramente, ero troppo sconvolta dal resto che stava succedendo per soffermarmi a riflettere sulle mie emozioni.

Voto: 2,5, pessimo

FEBBRAIO
Dovendo identificare il mese con una parola, direi “studio”. Reduce da un cattivo inizio d’anno, mi gettai completamente nella preparazione dell’esame più esteso che mai mi trovai ad affrontare: 12 volumi, per nben 6.500 pagine. Fu un successo, un grande successo, che il 23 febbraio mi portò un meritatissimo (modestamente) 28 a libretto.
Per il resto del mese, tanto sonno e uscite in compagnia, dopo mesi di reclusione molto solitaria.

Tra le ultime serate in compagnia, ricordo un incontro che avrebbe cambiato i mesi a venire: Alessandro. Eravamo a uno stupido tributo agli U2, niente di indimenticabile, quando lui si aggiunse al nostro gruppo e mi venne presentato. Da lì, iniziò amicizia.

Voto: 10 per l’impegno; 4 per la compagnia; 7 per l’ultima metà mese

MARZO
Marzo, marzo di grandi uscite in compagnia, di lezioni e vacanze pasquali. Marzo, con il 19 che vide il primo bacio tra me e Alessandro e una buona manciata di illusioni che rinascevano.
In casa, infatti, le cose sembravano lentamente migliorare e da parte mia c’era sempre la voglia di scappare da problemi troppo grossi per la mia schiena. Voglio ricordare che non era per menefreghismo – tutt’altro -, ma per sopravvivenza.
Belli gli ultimi giorni del mese, passati in giro per la provicia a rivedere amici e davanti a film con Ale e gli amici.
Di tanto in tanto, un po’ di studio.

Voto: 8 per i bei momenti; 1,5 per lo studio (:P)

APRILE
Altro mese molto pieno, con esami che spuntavano da tutte le parti e il mio senso di spossatezza, nonché d’ansia. Non facevo in tempo a tornare dall’università, che dovevo studiare, per poi vestirmi e vedere Alessandro e gli amici. Allora ero ancora convinta della mia storia recente, anzi, pensavo fosse un dono, dopo il cattivo inizio. Passai anch’io per la solita trafila di giovane coppia: cena romantica, regalini inaspettati, telefonate (poche), viaggetti da Pavia a casa.

Alla fine del mese, il 25, ricordo una splendida giornata con mia cugina Laura, grandissima amica, alla mostra di Vintage locale. Nonostante fossi stata abbindolata con un sacco di splendidi vestiti, riuscii a trattenere la mia voglia spendacciona per la moda!

Voto: 9 per i bei momenti; 9 per lo studio

MAGGIO
Via e vai di lezioni, uscite con Ale e compagnia, ma soprattutto la comunione della sister, la piccola Lele, in data 8. Ricordo quanto tempo passai in ansia per lei, sulle soglie della chiesa per vederla entrare con la sua vestina bianca, da angioletto. Fortunatamente, fu un’ottima giornata per me e una grande prova per papà, ancora in cura.

In questo mese ci fu anche l’ennesimo tentativo di recuperare un cattivo rapporto famigliare in cui continuo a credere, purtroppo, nonostante le porte in faccia. Iniziai a credere in un possibile miglioramento.

Voto: 10 per le uscite; 9 per la buona volontà, 3 per lo studio (proprio non ci pensavo)

GIUGNO
Giugno va male: la mia storia con Alessandro era minata dalla testa ai piedi, mi resi conto che non eravamo compatibili e, peggio ancora, che avevo scambiato il suo egoismo per attenzioni nei miei confronti. Mi dissi che il mio turbamento poteva essere causato dai mille impegni universitari o dagli esami incipienti, per cui parlai ad Ale, ma cercai di darci tempo. Lui, dal canto suo, mi riversò addosso la responsabilità di tutta la mia tristezza, con grandissima immaturità.
Agli impegni scolastici, si aggiunse la breve esperienza del referendum: venni chiamata come segretario e fu un?ottima occasione per mettersi un poco in gioco all?interno del paese che ho sempre considerato poco più di nulla.
Affrontai con grande senso di responsabilità i miei esami, frequentai amici e purtroppo, anche all?interno della mia compagnia, iniziai a domandarmi per quale motivo ci fosse Alessandro accanto a me. Proprio non lo capivo. E a nulla valevano i suoi tentativi di salvare il rapporto.

Voto: 2 per i momenti; 10 per gli esami; 8 per l?impegno

….Pausa…. a Domani con l’ultima (nonché la più interessante) metà-anno.
Un abbraccio a tutti
Anathea

In tutta risposta, un brindisi alla tua idiozia

28 Dicembre 2005 8 commenti


Questa sera brindo.
Senza remore, alzerò la bottiglia e la porterò alle labbra, con un colpo di polso e gomito farò sì che il liquido ambrato percorra l’imboccatura fino a me. Berrò, e il primo sorso sarà amaro, fortissimo, in grado di farmi perdere la testa, già da solo.
Non smetterò così, no, perché è facile assuefarsi alla gola che brucia e alle tempie che pulsano. Ecco, un’altro sorso nella mia bocca, scava lo spazio del palato, risuona e sbatte contro le pareti dei denti e poi scivola, in un gioco di rimbalzi fino allo stomaco.

Non so cosa mi aspetto da questa bottiglia: non sono abituata ad affidare all’alcol decisioni che dipendono da me. Forse vorrei solo far tacere la noia, chiudere tutti i resti di te nel vetro vuoto e poi renderlo, sapere che tu verrai schiacciato dalla pressa del reciclaggio. Finiresti, così, riutilizzato per un buon fine, contrariamente alla tua inutilità.

E io, crudele, riderei vicino al surrogato di te che m’è rimasto in fotografie e ricordi. Mi ciberei, di quei ricordi, come di resti cannibali, anche se non smetterei mai di portarti sull’anima, così. Carne e anima, sottile limite dall’una all’altra.
Sospiro e bevo ancora un sorso. Buono, mi piace.
Una goccia di liquore è ancora qui, appigliata alle screpolature della bocca, pronta ad attaccarsi e svanire per evaporazione. E’ bella, tonda, tradisce una certa bombatura su un lato, dove si attacca al labbro inferiore.
Baciavi tu, allora, queste labbra, provavi a sorbirne ogni singola imperfezione, a saldare nella memoria le abitudini con cui questa bocca si curvava contro la tua o s’inarcava in sorriso.

Erano, allora, bottiglie di liquore da spaccare in testa, una dopo l’altra.
Adesso, la mente comincia a vorticare, per la mezza bottiglia svuotata, mentre la mano va a cercare un bicchier d’acqua. So dove sta quel bicchiere, ma proseguo a tentoni – sarebbe troppo facile -.
Sarebbe troppo facile, del resto, accettare le tue giustificazioni e ricominciare.
Sono febbricitante, è vero, ti do ragione, adesso che ho messo il passato a gambe larghe perché non perda il baricentro. Ma ho ancora idea, ho ancora volontà e ancora cervello.
Mi chiedi di alzare il bicchiere per te.
In tutta risposta, avrai solo un brindisi alla tua idiozia.

A.

Photo: Pavel Krukov

ProPoSta iNDeCentE [to a chosen public]

27 Dicembre 2005 6 commenti


Life is a mystery, everyone must stand alone
I hear you call my name
And it feels like home

When you call my name it’s like a little prayer
I’m down on my knees, I wanna take you there
In the midnight hour I can feel your power
Just like a prayer you know I’ll take you there

Smettila. Sei seduttore, stanotte, e sai che non ti dirò di no.
Lo sai dalla lentezza con cui le mani risalgono le mie gambe, fino al pizzo delle autoreggenti. Baci quel pizzo, e i momenti si accavallano, fotogramma per fotogramma, quasi identici, per la calma delle tue azioni.
Sicuro di te, indugi in un gioco umettato di ricordi e di presente: allora non facevi così, allora contavi sulla velocità per far tacere tutti i miei pensieri e farmi pregare, irragionevolmente, di averti.
Non così, non adesso, che le tue dita si infilano sotto l’elastico delle calze e le abbassano, lentamente, fino alla caviglia. Vuoi che io rimanga immobile, sotto il tuo sguardo e la pressione delle dita, tanto variabile da lasciarmi in balia dei tuoi desideri. Sono anche i miei, dannazione!, e proprio non voglio sottrarmi a questa scoperta.
Non parli, non dici niente, stai inginocchiato davanti a me, con la camicia socchiusa sul petto – contrasto col bianco -. Poi, di colpo, scendo dove sei tu, sul pavimento gelato, e sento con un brivido di piacere il freddo che si espande sulla mia pelle, assettata di baci.
“Stanotte sei mia” sussurri al mio orecchio, mentre mi apri le braccia e le fai aderire al pavimento.
“Non possiamo… Tu…”
“Non dirlo, noi possiamo”.

I hear your voice, it’s like an angel sighing
I have no choice, I hear your voice
Feels like flying
I close my eyes, Oh God I think I’m falling
Out of the sky, I close my eyes
Heaven help me

When you call my name it’s like a little prayer
I’m down on my knees, I wanna take you there
In the midnight hour I can feel your power
Just like a prayer you know I’ll take you there

No, non possiamo; anzi, non potremmo. Poi le tue labbra si schiudono attorno al mio collo, tormentandolo con fioche pressioni. Individui tutti i muscoli con la lingua, li percorri e mi ribadisci che stanotte sarò tua. Non vuoi che guardi, però, perchè i miei occhi ti hanno sempre ferito. Questo non lo dici, ma lo so capire alla perfezione. Allora mi bendi gli occhi con la mia sciarpa: posso riconoscere il mio profumo sulla stoffa, la morbidezza che normalmente mi protegge dal vento. Adesso, invece, mi stringe con perseveranza e mi separa da te, mi fa sentire vulnerabile, sotto il tuo sguardo indecente, scoperto perché tanto sai di non essere controllato.
Sai che questo ritorno, così improvviso, mi piace. E mi terrorizza, al tempo stesso, come le tue spalle che si fanno spazio tra le mie gambe, e la tua testa che solletica la pelle sensibile delle cosce.
Sto soffrendo la tua presenza, adesso che ti stringo la schiena e cerco aria, oltre di me, adesso che ho freddo e caldo al tempo stesso, adesso che le mani sono piene dei tuoi capelli, e della tua carne, e dei tuoi vestiti, adesso che le dita ti sfilano la camicia, ti abbassano i pantaloni, adesso che tutto torna alla violenza del possesso, adesso che ti voglio e ti voglio subito.

Like a child you whisper softly to me
You’re in control just like a child
Now I’m dancing
It’s like a dream, no end and no beginning
You’re here with me, it’s like a dream
Let the choir sing

Lo sai anche tu, mentre i nostri baci fremono, labbra a labbra, e i nostri movimenti si accompagnano in noi. Sei un desiderio che sboccia, su questo pavimento tirato a lucido, dove resteranno le impronte di una ricerca convulsa e attesa. Ti sento e ti stringo: dal mio abbraccio al tuo abbraccio ci sono gli spazi minimi di sopravvivenza. Altrove, solo e sempre noi. Ci sono tutti i nostri egoismi, nascosti sotto la pelle, nel piacere dilagante e ci sono anche le paure, tra cui la solitudine, celata dalla veletta dei gemiti.

Just like a prayer, your voice can take me there
Just like a muse to me, you are a mystery
Just like a dream, you are not what you seem
Just like a prayer, no choice your voice can take me there

“Ricordami, ricordami” sono le tue parole.
E io non ti parlo più, perché parlare sarebbe confessare un segreto che non posso rivelare. A tutti i costi, dire che ti amo non è possibile, né cambierebbe niente. Allora ti bacio, ti mordo e aspetto che mi sleghi la benda dagli occhi, mentre un altro, potente brivido, mi fa incontrare un’altra proposta. Indecente.

Just like a prayer, I’ll take you there
It’s like a dream to me

A.

Dreamin’ Passion… A volte ci vuole, tanto per rompere la mia routine di narratrice

Riferimenti: La canzone di Madonna (interpretata da MadHouse)

Buona giornata, Ste, Romantico aviatore

26 Dicembre 2005 5 commenti


A MOLTI E? CAPITATO DI UCCIDERE IL PASSATO, NON A ME
SCORDARE CIO? CHE E? STATO, LASCIARLO SOTTERRATO, NON A ME
CAPIRE CIO? CHE ERO E? UN DATO RILEVANTE PER COMPRENDERMI
PER CONVINCERMI A RIMANERE

PER MOLTI E? PIU? IMPORTANTE IL FUTURO DEL PRESENTE, NON PER ME
PER MOLTI E? TROPPO TARDI PARLARE DI RICORDI, NON PER ME
E TUTTO CI TRASFORMA, MA C?E? QUALCOSA DENTRO DI IMMUTABILE
COME UN CODICE GENETICO, PROFETICO

Ridevi di piacere ai miei auguri. Non mi fa più gli auguri nessuno, mi spiegavi, allargando le mani in un gesto teatrale.
Ma c’ero io, io che sempre mi ricordavo dei tuoi appuntamenti a calendario, io che scrivevo i tuoi impegni per tenerli a mente, e poi ti sorprendevo con una chiamata: allora, come è andata?
Ti stupivo, mi divertiva che tu mi ritenessi “memoria di ferro”, come dicevi sempre. Giocavamo: tu dai tuoi ventun’anni, io dai miei quattordici.
- Ma quanto ero piccola, Ste? -
Tu lo sapevi, sapevi benissimo che ero una bambina, avevo una manciata di esperienza che portavo dritta sul palmo della mano per esaltarla. Mi volevo sentire grande, anche quando mi intromettevo senza richiesta nei tuoi problemi famigliari.
Non piangere, ti dicevo.
Tu non piangevi, ascoltavi la sincerità della mia voce mossa.
E poi sorridevi, dicevi grazie, ero io la fonte del tuo sorriso.
E adesso dove siamo andati?

SONO QUI, SONO QUI
L?ULTIMO ROMANTICO AVIATORE
SONO QUA, SONO QUA
CHIUSO NELLA GABBIA DI UN?ETA?
QUELLI CHE CI HANNO AMATO VIVONO DENTRO NOI
CHE FATICOSAMENTE SALUTIAMO CON LA MANO

Siamo lontani di anni, ma vicini da sempre, nei nostri racconti che non smettono. Abbiamo vissuto una vita modesta insieme, una specie di capolavoro in miniatura, con noi dentro e gli altri lontani, scacciati dalla parentesi uncinata che ci chiudeva.
Poi ci siamo rivisti. Ricordo quel momento teso, pieno d’ansia tonante, che rimbalzava tra i piedi che correvano – corsa senza fiato – verso di te. Tu mi aspettavi con la schiena appoggiata a una palma, il cellulare in una mano, una coca-cola nell’altra. Appena ti vidi, rallentai e ti guardai bere, lentamente, pensoso.
“Ste, ciao” ti salutai.
E tu mi abbracciasti: avevi seguito nascostamente tutta la corsa, mica potevi dimenticare l’appuntamento!
Hai ragione. Ci abbracciammo di nuovo, respirando i nostri cambiamenti e apprezzandoli per osmosi: a cominciare dalla mia altezza un po’ cambiata – ero sempre la tua nanetta, però -, i tacchi dei sandali, e questo corpo che era cambiato, sì, era da donna. Tu, invece, portavi solo un’altra acconciatura di capelli e mostravi un tatuaggio sulla schiena, dietro la scapola sinistra.
Noi, quel giorno, non eravamo segno di una nostra assenza.

VI SFIDO A RINTRACCIARE MOTIVI DI RANCORE DENTRO ME
NEL CUORE, NEL PARLARE, NEGLI OCCHI E IN TUTTO QUELLO CHE C?E? IN ME
E TUTTA LA MIA VITA E? STATA L?OCCASIONE PER COMPRENDERMI
PER CONOSCERMI, E PER CAPIRE

PER MOLTI E? UN?ILLUSIONE TENERE TUTTO QUANTO DENTRO SE?
I POSTI, LE PERSONE, LA MINIMA EMOZIONE QUANDO C?E?
IO SONO CIO? CHE ERO, SARO? QUELLO CHE SONO TRASFORMANDOMI
RIPROVANDOCI FINO ALLA FINE

Quella era la nostra estate, il cambiamento dei miei baci sulla tua pelle, e la scoperta di cosa significa lottare per vedersi, uscendo dalla finestra. Io, piccola pazza, ancora una volta, per arrivare alle tue braccia.
Ma adesso dove siamo andati? Siamo tornati alla nostra vita: non esco più dalle finestre, perché penso che mi spaccherei la testa; non corro per rivedere nessuno, perché mi hanno detto che una donna deve farsi attendere – tre minuti -; e allora siamo rinsaviti, noi, che cerchiamo ancora le nostre voci, anche solo per un paio di raccomandazioni.
Ti voglio al mio matrimonio, hai detto tempo fa.
Già, Ste, sai che ci sarò, ma dalla parte del pubblico, mentre tu troverai Sabrina, la aspetterai all’altare. E vi sposerete.
La nostra parentesi uncinata s’è allargata, da tempo, e ci ha lasciati scoperti a mille possibilità. Le mie, bruciate in fretta, forse troppo. Le tue, risultato di attesa e riflessione.

SONO QUI, SONO QUI
L?ULTIMO ROMANTICO AVIATORE
SONO QUA, SONO QUA
CHIUSO NELLA GABBIA DI UN?ETA?
QUELLI CHE CI HANNO AMATO VIVONO DENTRO NOI
CHE FATICOSAMENTE SALUTIAMO CON LA MANO

Ancora oggi, comunque, non posso smettere di chiamarti e sentirti ridere. Adesso hai chi si ricorda delle tue feste, e dei tuoi impegni, senza bisogno di appuntarsi a calendario anche le tue date.
Ma sorridiamo, amico mio, sorridiamo lo stesso. Mi racconti del nostro ultimo incontro, quando tu tenevi per mano Sabrina e io ero sola, per strada, in attesa che mi raggiungessero gli amici.
Sembravo splendente, dici. Lo ero, sospiro, perché sapevo che ritrovavo nella tua felicità anche una buona parte della mia.
Noi, sempre, affacciati sul passato – nostro -, perché i cortometraggi da sogno, lo sai, non si cancellano. Restano capolavori.

SONO QUI, SONO QUI
L?ULTIMO ROMANTICO AVIATORE
SONO QUA, SONO QUA
CHIUSO NELLA GABBIA DI UN?ETA?
QUELLI CHE CI HANNO AMATO VIVONO DENTRO NOI
CHE FATICOSAMENTE SALUTIAMO CON LA MANO

Anathea to an old “friend” (or… an old lover, a new friend)/i>

Photo: poor baby

Riferimenti: "Il romantico Aviatore" di E. Ruggeri

Oggi sarà così *auguri*

25 Dicembre 2005 9 commenti


Oggi sarà così. Non darò tempo ai pensieri – non emergeranno, ci sono troppe palline e decorazioni per casa -.
Mi vestirò con i regali dei miei, cancellerò degli occhi quest’ombra che tanti trovano in me, e mi dicono: sorridi, bella, sorridi che sei splendida! Io non mi sento tale, ma oggi sorriderò, con le labbra migliorate da un bel rossetto in tinta, i capelli più morbidi per la spuma aggiunta. E’ festa, è festa…
E allora stringiamoci addosso i cappotti, salutiamo gli amici, baciamo i parenti. E’ festa, è festa… E ci sono i regali, la messa, i parenti, gli amici, le telefonate, il cibo, i panettoni, pandoro… E ci sono anche i pensieri, sì, loro che si affacciano e provano a riempirmi di ipotetiche: “Se tu fossi via di qui…”, “Se solo avessi più tempo…”, “Se solo non volessi deludere i parenti…”…
Ma io cancello questi se… Oggi, sarò io padrona indiscussa di questo tempo, e potrò così stendere le mani verso di voi e accarezzarvi con i miei sorrisi: A u g u r i

Anathea (Gloria)

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Auguri di Vigilia ***[parole d'autore e pensieri...]

24 Dicembre 2005 11 commenti


La nebbia rosa
e l?aria dei freddi vapori
arruginiti con la sera,
il fischio del battello che sparve
nel largo delle campane.
Un triste davanzale,
Venezia che abbruna le rose
sul grande canale.

Cadute le stelle, cadute le rose
nel vento che porta il Natale.

Alfonso Gatto, Natale al caffé Florian

Non mi muovo, in questa vigilia. Non ho voglia di trovare problemi, nè che altri ne facciano a me. Mi siederò sulla poltrona di camera mia, tra un riepilogo di regali e una masnada di telefonate.
Auguri, auguri, a tutti e anche a me… Anche a me, già, tanti auguri a me, perché smetta di guardarmi attorno e avvertire più vuoto di quanto in realtà sia. C’è chi mi sostiene, non è vero? chi mi strattona per un braccio, per chiamare la mia attenzione, abbracciarsi e sentirsi dedicare gli auguri. Eccoteli, non voglio essere io a toglierti le speranze. Auguri, auguri… Ma auguri di cosa? Di non fare come me.

Sospiro, tendo le mani sulle ginocchia e, d’improvviso, enumero a me stessa le ore perdute davanti a carte colorate, nastri e stelle luminose. E mi sento terribilmente ingrata, perché io ho avuto la possibilità di perdere quelle ore, di sprecare ritagli di carta e riccioli di nastro, mentre altrove non esistono nemmeno piccoli pacchetti.

Altrove, però, anche altrove si soffre di solitudine. Non parlo di solitudine generale, ma di quella grossa manata nello stomaco che fa nascere piccole e sottili lacrime di commozione davanti a una commedia. Si prega, insconsapevolmente, di farne parte, di tuffarsi in quegli stereotipi di casa perfetta e amore eterno.
Così, anch’io, oggi, mi guardo attorno e penso al mio augurio: che nessuna vigilia sia prossimamente senza abbracci. Sia chiaro, non parlo di sesso, se volessi, basterebbe uscire con una gonna un po’ più corta e dannata disponibilità; no, parlo di abbracci veri, che dicano:

“Natale con i tuoi; pasqua con chi vuoi –
è vero,
io sto con te, che sei famiglia e amore”.

Vivrei di quegli abbracci, con tutta la voglia di illusione che ancora ho di vedere una stella cometa in mezzo al cielo e additarla. Due indici, però, ad additarla, non solo il mio.

Buona vigilia a tutti, con l’augurio che sia decisamente meno solitaria della mia
Anathea

Photo: Jean-Sebastien Monzani (sovrapposta, una poesia di Umberto Saba)

Essere chiamato pazzo (30)

23 Dicembre 2005 8 commenti


Quando tornai al bancone per pagare, arrivò il proprietario che la Delia aveva trovato tanto triste, la sera prima. In effetti, aveva un?aria smorta in faccia, e una brutta cera, come chi non esce mai a prendere uno spiraglio di sole, neanche per caso. Sapevo di fallire fin dall?inizio della mia domanda malferma, ma provai comunque:
?Non è che per caso avreste bisogno un cameriere qui?? chiesi.
?No, signore? era evidentemente stupito ?Per un vostro amico??
?No, per me? Vede, dovrei arrotondare lo stipendio per la famiglia?.
Quello scosse la testa, rassegnato, e mi confessò che il ristorante stava passando un gran brutto periodo, tra alti e bassi, cibo di scarsa qualità e un cuoco incontentabile. Era chiaro che quell?uomo ? si chiamava Karl Hosemann ? trovò nella mia espressione disperata un qualche appoggio. E si appoggiò, lui, si appoggiò a me con le sue parole in tedesco stretto, che serpeggiavano tanto velocemente da perdersi in fretta.
Gli confessai che conoscevo una persona in gamba, una donna italiana, italiana vera, che avrebbe potuto dare qualche consiglio al suo ristorante.
?Vede, signor Montebelli? mi spiegò, rassegnato ?Noi siamo disposti a pagare parecchio, ma solo a risultato assicurato. Non possiamo rischiare un fallimento?.
?Il fallimento non l?avreste mai, signor Hosemann, permettete che vada a parlare con la mia consorte: lei è la persona che vi serve?.
Avevo fatto la felicità di un uomo e la disperazione di una donna: realizzai tutto questo appena arrivai a casa, e cominciai a girare la chiave nella porta.

Dal piano superiore, arrivavano le parole concitate della Delia, evidentemente in compagnia di Julia. Salii le scale a due a due, e non tardai a trovarmi davanti le due donne, in preda a un litigio folle: non erano la Delia e la Julia, quelle, no, non era possibile! I loro capelli non erano avvolti nella crocchia quotidiana, ma saettavano per aria, testimoni della tensione, e occhi sbarrati sostituivano la loro dolcezza abituale.
?Che succede qui?? domandai. Forse c?era davvero bisogno di un intervento esterno.
?Proprio tu!? gridò Julia, additandomi.
Per istinto, feci un passo indietro.
?Lascialo stare! Lui mi ha salvata, che credi?? rispose la Delia, aggredendola. ?Esci da questa casa, se non lo capisci!?.
?Signore, v-i p-r-e-g-o?? scandii con attenzione. ?Volete spiegarmi??
?Tu hai portato questa brava ragazza all?estero e hai fatto finta che fosse tua moglie! L?hai circuita!? gridava Julia.
Così, capii che la notizia era circolata, non so per quale sorte. Poi mi sovvenne, di colpo, il brano dell?Eneide ? libro IV -, a proposito della fama e della sua rapida azione: ecco, anch?io ero sua vittima. Tuttavia, ritrovai un po? di autorità e imposi a Julia di ascoltare tutta la storia: ormai era l?ultima speranza mia e della Delia, perché si mettessero a tacere le solite voci esagerate.
Alla fine del nostro racconto, anche Julia si trovò in lacrime e cominciò a domandare perdono a tutti, persino alla piccola Anna Lea che guardava dalla culla con qualche punto interrogativo.
La Delia, dal canto suo, se ne stava con le braccia conserte, vicina al camino ancora spento, e non accettava di guardare in faccia la vecchia amica.
?Su, su, Delia, non fare così?? le dissi io, avvicinandomi. ?Julia non poteva sapere come erano davvero andate le cose??
?Se mi avesse ascoltata, lo saprebbe!? protestò la Delia, in un borbottio infantile.
Sapevo, ormai, che la pace era stata silenziosamente stipulata, ma bisognava ancora firmare la vera fine bellica. Solo per questo lasciai da sole le due donne. Bastarono dieci minuti, infatti, e poi si salutarono con un abbraccio.

Sulla porta, la Delia si voltò verso di me e fece sbattere l?uscio. Sembrava stanca, invecchiata di colpo, quasi rassegnata.
?Delia, non so che diavolo prenda a tutti? Io sono licenziato??
?Anch?io? sussurrò la Delia, piombando a sedere.
?Cosaaaa???? gridai, di colpo.
?Per quale motivo credi che Julia sia venuta qui? Per consolarmi! Poi, lungo la strada, ha scoperto parte della storia ed è passata per aggredirmi?.
?Quei cani!? sibilai.
?No, non dirlo. Loro non volevano, ma sono arrivate delle carte che io non capivo, in un tedesco serio: obbligava la gastronomia a lasciarmi a casa, la obbligava, capisci??
Annuii, stanco, invecchiato di colpo e quasi rassegnato. Proprio come la Delia. Le presi le mani, stringendole un poco e poi le chiesi in un filo di voce:
?Ma la lettera???
?Sì, Flavio, era firmata von Kleist? confermò la Delia, precedendomi.
Avevo addosso tutte le colpe del caso, mi sentivo terribilmente reo e, al tempo stesso, vittima della situazione. Pensai che se soltanto avessi visto in faccia la contessa, sarei riuscito a schiaffeggiare una donna. Mai, mai prima di allora avevo tenuto in considerazione una simile ipotesi: ormai dovevo sopravvivere, ero chiamato a crescere una bambina e la madre. Il cerchio si stava chiudendo, e sentivo sempre più insicuro l?appartamento dove stavamo dormendo. Angela avrebbe potuto privarci anche di una casa. A tutti i costi, avrei lottato, a costo di essere di nuovo chiamato pazzo.

A.

Dopo tanta attesa, un altro capitolo…

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Lettera dal mio sonno, per quando tornerai

22 Dicembre 2005 5 commenti


Sarai stanco, tesoro…

E io già dormirò, quando appoggerai le scarpe vicino alla porta per non svegliarmi. Avrò i capelli sopra le orecchie perché non si raffreddino – anche oggi, amore, quanto freddo sulla strada hai trovato? -, mi troverai raggomitolata nell’angolo destro del letto, dopo tanti spostamenti tra le lenzuola, in cerca della posizione giusta.

Mi guarderai? Verrai a controllare che tutto questo sia vero?
Il solo pensiero mi fa scorrere un brivido in corpo. Fai come vuoi, rilassati davanti alla tivù e togli la cintura per metterti comodo. Prova a cancellare con una bella doccia le tracce di stanchezza di questa giornata per il mondo, dove giacche sconosciute hanno scontrato le tue mani, documenti hanno sovrapposto altre impronte digitali sulle tue.

Ritrova te stesso, fai con calma, perché io sarò nel -nostro- letto, accompagnata da un sonno in un altro mondo. E se sarà incubo, basterà chiamarti per trovarti al mio fianco: tu, ogni volta il mio salvatore da malefici draghi. Sorridi, dai!, io esagero, ma tu sei la mia custodia, così come io sono la tua.

Quando arriverai di qui, ho una richiesta. Svegliami.
Magari ti dispiacerà, ma non farti influenzare dalla mia apparenza tranquilla da addormentata: risali con le tue dita lungo le mie braccia, svegliami nel tuo abbraccio caldo, senza scostarti da me. E baciami, trova la mia bocca e svegliala dal sonno con la tua passione.
Solo questo ti chiedo, di svegliarmi.

Dopo, saremo semplice rappresentazione dei nostri desideri.
Amore, fai presto, ché non resisto…

Tua
A.


PS – lettera solo immaginaria, vista la situazione attuale… Ma sarebbe bellissimo che fosse così… Ecco, sono certa che comincerei ad amare la routine

Photo: Jean-Sebastien Monzani

Test *Le mie stranezze*

22 Dicembre 2005 3 commenti


Direttemente dal blog di Laura, ecco che anch’io raccolgo il testimone e provo a svelare qualcosa in più su di me…

Le regole:
bisogna scrivere le cinque cose più strane che si fanno, poi scegliere cinque bloggers a cui passare il testimone, avvertendoli con la dicitura sei stato scelto, nel loro blog.

Le mie cinque cose (più) strane:

1) Prima di un esame universitario, devo contornarmi dei miei porta-fortuna preferiti. Ci sono sempre un vecchio fermaglio per capelli, legato al mio primo moroso, qualcosa dato da mia sorella (di solito un piccolo pelouche che lei sostiene di riempire di poteri magici?!), la penna con cui ho preso appunti durante il corso e con cui ho scritto gli schemi, un maglione/maglietta non troppo appariscente, ma di carattere (per la serie: prof, non sono appena uscita da una sfilata, ma neanche da un collegio britannico)

2) Per passare a un argomento un po’ più scottante, sono molto permalosa in fatto d’amore. Non sopporto che mi si facciano notare mancanze o difetti fisici nei momenti intimi… Ci sono altri modi per correggersi… :P

3) Vediamo… Odio i formaggi, soprattutto quelli che hanno un odore insopportabile, per cui ho passato i primi anni della mia infanzia a mangiare sul divano, con il mio piattino da emarginata, pur di sottrarmi alla tortura! :)

4) Non sopporto le persone bigotte. Di conseguenza, prima di incavolarmi, c’è un lasso di tempo in cui mi diverto a prenderle in giro, sfruttando frecciatine sottili o portandole a contraddizioni. Sinceramente, quasi sempre arrivano a contraddirsi: che sia semplice manifestazione di ipocrisia latente?!

5) Quando parto per un viaggio, ho sempre una serie di riti nella mia stanza: controllo la lista dei preparativi, sistemo il tappeto, svuoto il comodino dai libri (non ho ancora capito perché?!), tolgo tutte le spine del computer e lo bacio (lo so, sono pure matta). Poi, controllo sempre l’orario segnato dallo stereo, prima di uscire, e tendo a ricordarmelo – lo giocherò all’enalotto con i numeri della vacanza! (non gioco normalmente, ma è divertente farlo un paio di volte all’anno, con numeri particolarmente significativi!)

Passo il testimone a:
- Andrea
- LadyCris
- Magica
- Martina
- Sabri

Un abbraccio a tutti!
Anathea

Photo: Al Magnus

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