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Archivio Settembre 2005

Sigaretta vicino a me [pensieri a sigaretta spenta]

30 Settembre 2005 3 commenti


Sigaretta mezza consumata vicino a me, il posacenere lontano.
Resti di nicotina e carta cadono sul tavolo beige e si camuffano in piccoli coriandoli. Cadono, si abbandonano con i loro punti interrogativi a cui non risponderò. Silenzio. Tanto silenzio in questa sera fresca, anonima, da non farsi sentire sulla pelle. E il ronzio del computer che è appena percettibile.
Io ascolto la cenere che brucia, il piccolo cilindro rosso che potrei chiamare cerchio, ingiustamente. Anche lui ha il suo spessore. Non importa se ai miei occhi sembri un cerchio. Lui, cilindro, richiama la sua oggettività.

Se giro lentamente la mezza sigaretta tra le dita, distinguo meglio le traiettorie del fumo che sale al soffitto. Ci faccio caso, muovo più rapidamente la mano e seguo le oscillazioni, i cambiamenti, mentre la bocca s?atteggia a un?espressione di disgusto.
Odio fumare.
Odio la sigaretta.
Odio l?odore.
Odio chi l?ha accostata alle mie labbra per la prima volta.
Odio i ricordi che mi riportano a quel momento.
Odio l?arrendevolezza con cui la sigaretta, integra, si lascia attaccare dal fuoco.
Non prova nemmeno a sottrarsi. Non scappa, no, si mostra intera per l?ultima volta e posso immaginare con quale piacere masochista guardi l?accendino che si avvicina. Labbra e fiato da un lato, fiamma dall?altro. Una goduria voluttuosa per la sua natura: vede finalmente compiersi il suo destino.

A fatica, distolgo le dita dalla tastiera e getto ancora un po? di cenere in giro. È una piccola ribellione, questa, tanto immatura come il divieto di non fumare in casa, ché i libri ingialliscono, le pareti si impregnano di fumo, il soffitto annerisce. E i miei polmoni? E il mio disgusto? E la mia bocca? Tutto mi allontana dal tuo sapore, dal tuo odore, i miei sensi si obnubilano e cadono vittima della nicotina, che si attacca ? gialla ? alle dita e copre il callo dello scrittore sull?indice. Scrittore perduto.
Provo a cancellarmi, a cancellarti, a rimuovere tutto a colpi di fiamma. Cerchio rosso nella penombra della stanza. Fumo bianco ? grigio? ? davanti alla luce fioca. Alone giallo della lampada, contro l?armadio a muro.

Deglutisco la notte. Solitudine umettata dal cinismo.
Voglio fare l?amore. Con te. Tu non mi vuoi, certo, non mi vuoi vedere mentre mi comporto da bambina, gioco con la mia salute, provo inutili rivolte che nessuno nota mai. Però questo non cambia quello che c?è davvero. Sai che c?è? C?è che voglio fare l?amore con te, con te che mi ubriachi di sensazioni e di palpiti, sprecati al di qua di un telefono. Il telefono squilla, e quando rispondi un brivido mi porta a guardare in basso: cerco il pavimento per non accorgermi della vampata di calore alla testa. E soprattutto al cuore.

Ormai non posso pensarci. Pensarci è inutile stasera.
Pensarci è difficile stanotte. No. Sopravvivere ai pensieri è difficile stanotte. Perché pensarci è troppo facile, come abbandonarsi al fumo di una piccola stanza e illudersi che, dietro a una sigaretta spenta come questa, ci possa essere una svolta.

A.
29 set. 05, notte

Non chiedo altro

29 Settembre 2005 4 commenti


Non chiedo altro:
con le tue dita alla schiena
e frammenti di parole sospese
tra labbra e denti,
anche la nebbia alla finestra
non sarebbe coltre, ma incanto.

Non chiedo altro:
con le tue spalle sulla pelle
e invasioni di pensieri caldi
tra mente e mani,
anche la folla nella strada
non sarebbe caos, ma compagnia.

Non chiedo altro:
con i tuoi occhi nello sguardo
e liste di fantasie rosa
tra ricordi e piaceri,
anche la sveglia sul comò
non sarebbe gemito, ma buongiorno.

a.

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Cosa vuoi che sia #[da Ligabue]#

29 Settembre 2005 2 commenti


Gli occhi fanno quel che possono
nientemeno e niente più
tutto quello che non vedono
è perchè non vuoi vederlo tu

Tempo grigio, tempo da masticare con fatica sotto i denti d’erba di questa pianura. Uguale da anni. Ripetersi di stagioni uguali da anni. Per gente che ha spesso bisogno di ritrovarsi nella rassicurante routine di una pianura uguale da anni.
Io respiro. Sono nata qui. Non ci voglio restare.
Un paio di piccole certezze con cui è bene fare subito i conti. Poi passano i sospiri, ci si rimbocca le maniche e si pensa che ci sono le nostre radici quaggiù, quelle che i nostri nonni hanno costruito a fatica, di metro in metro, fino a rendere loro un metro quadrato di terra spessa e nera. Ecco l’unica cosa buona: terra che rende. Ma sono sempre frutti che io non ho piantato, nè cresciuto, nè alimentato. Frutti estranei.

cosa vuoi che sia
passa tutto quanto
solo un po’ di tempo e ci riderai su
cosa vuoi che sia
ci sei solo dentro
pagati il tuo conto e pensaci tu
è la vita in cui abiti
nientemeno e niente più
sembra un posto in cui si scivola
ma queste cose le sai meglio tu

Una folata di brezza a portare odore di autunno. Mancano le foglie cadute – ancora troppo caldo – e poi potrei già dire addio alle tracce di estate che mi lasciano a faccia in su, a cercare parentesi di ricordi e sogni. Ritorno della mia vita, del caos e dello smog cittadino, dei pullman in ritardo, delle corse frenetiche tra una lezione e l’altra, delle gite fuoriporta per respirare. Tornare. Al frastuono della routine. Al rumore del tuo silenzio. Alla sordità del cuore.
Fa male, fa male guardarsi attorno e riconoscere strade dove preferiresti non essere. Fa anche male provare a guardare questi angoli con occhi nuovi e scoprire che cambieresti tutto. Sempre e comunque.
Questione di adattarsi, dicono. Questione di rinunciare, penso io.

cosa vuoi che sia
passa tutto quanto
solo un po’ di tempo e ci riderai su
cosa vuoi che sia
ci sei solo dentro
pagati il tuo conto e pensaci tu

Poi ci sono i moralisti, peggio sono quelli nascosti che annuiscono finché le tue sono solo voglie di evasione e poi storcono il naso e ti considerano pazzo, perché vuoi andartene davvero. Non voglio evadere, voglio cambiare. Cambiare routine, angoli e strade, ricominciare a cercare i supermarket che tengono aperto fino a tardi, i benzinai più convenienti, il pub raccolto dove incontrare gli amici. Amici fidati, quelli che non ti credono una persona senza cervello, ma, anzi, stringono l’abbraccio e ti aiutano a fare i bagagli. Anche se non approvano, però ti rispettano. Sempre e comunque.

chi ama meno è meno fragile
tutti dicono così
ma gli occhi fanno quel che devono
solo tu puoi non accorgerti
e il mondo che ti dice
“tu pensa alla salute”
che c’è chi pensa a quello
a cui non pensi tu

E infine ci si mette questa storia. Sì, ci si mettono i giudizi gratuiti per la tua vita sentimentale. Fai sesso, non fai sesso, non devi, non farlo, con chi esci, lui ti sfrutta, non hai una storia, hai bisogno di una presenza fissa, di certezze, di regolarità… Al diavolo! Se è un gioco per tutti i benpensanti, allora me ne tiro fuori. Stufa dei loro tranelli, delle false confessioni e confidenze che si torcono contro di me, taccio. Ma guardo la vita con i miei occhi, quelli che mi dicono di provare a prendere le cose come vengono. Fidarmi dell’istinto e provare a superare le difficoltà. Ho me stessa, lo ricorderò sempre.
Mai tradirmi, unico imperativo. E non amarti sarebbe stato tradirmi. Tradire ogni minimo pensiero ti ho dedicato in quest’anno, tradire ogni desiderio che ti coinvolgeva, da quella sera in cui ho capito che pensarti, sognarti ancora era una realtà lucida, lì da mesi, pronta ad essere ammirata.

cosa vuoi che sia
passa tutto quanto
solo un po’ di tempo e ci riderai su
cosa vuoi che sia
ci sei solo dentro
pagati il tuo conto e pensaci tu

Adesso, con la routine che fiocca, padrona, e l’attesa che divora il tempo tra noi, non penso più a niente. Provo a svuotare la mente, e il primo pensiero che torna è la tua pelle da stringere. Al cuore. Alla mia.
Non mi vergogno di dire che, in questo momento, pagherei oro anche solo per un caffè da condividere, guardandoti negli occhi.
Agli altri i commenti. Io accetto ciò che sento.

e il mondo che ti dice
“tu pensa alla salute”

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Di te e di me – dietro i silenzi e le parole -

27 Settembre 2005 5 commenti


Quante pareti ha il tuo pensiero?
Sudo camicie di seta per capirlo
- seta che accarezza la pelle e accompagna i respiri -.
Aspetta, sento un sussurro appena accennato,
vergognoso per la tua timidezza nascosta
che solo noi che ti conosciamo riusciamo a vedere.
Perché ci tieni. E, a volte, tenerci significa mettere in piazza chi siamo, valutare bene con che parole e gesti far capire l’amore.
Provarci, almeno. Senza parlarne troppo, ché si sciupa quello che è realmente e tutto nsi camuffa dietro alle promesse senza fantasia.
Così, mi lasci a indovinarti addosso i pensieri.
Nei tuoi puntini di sospensione, più parole di quante ne accatasto io. Ma questa è un’altra questione – già sai -.
Poi, sia chiaro, non pretendo di essere radar di ciò che vivi, scandagliarti i discorsi e forzare le interpretazioni a mio vantaggio, tanto per diventare visionaria di sentimenti.
Solo, provo a indovinare. Accerto se tra te e me, dietro i tuoi silenzi e le mie parole esiste davvero ciò di cui tacciamo.

A. a Nick

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Intrecci e citazioni [thinkin' of you]

26 Settembre 2005 10 commenti


Finestra socchiusa.
La strada davanti.
Tutte le strade portano a Roma – detto popolare -.
Tutte le strade portano a te – Ligabue -.
Sospiro. Basterebbe poco per rivederti.

Tra un bacio colto e l’altro donato,
l’inesprimibile nulla.
Ungaretti modificato.
Ho tolto il suo fiore, ho messo il mio bacio, il tuo bacio.
Ho tenuto il nulla, perché è in quel caos di silenzi che abbiamo mischiato tutto.

Mentre tutto scorre – Negramaro -.
Ho bisogno di tornare a sentirti. Bisogno di contatto.
Portarti con me ad occhi chiusi, dove la paura di inciampare resta sempre, mista ad un’eccitazione latente. Sedermi vicino a te, accoccolati su una cima che non conosci.

e ti dirò per qual segreto
le colline sui limpidi orizzonti
s’incurvino come labbra che un divieto
chiuda, e perché la volontà di dire
le faccia belle.
- D’Annunzio, la sera fiesolana -.
Lì, labbra a labbra, mentre la natura sussurra citazioni di autori passati. Sognarci addosso, e segnarci sulla pelle questo gioco che ci avvince. Rincorrimi. E poi cadi con me, torniamo alla terra.
E lì, riconoscimi. A pelle.

Nessuno ti conosce. No. Io però ti canto.
- Garcia Lorca -
Non riesco a smettere, intreccio le parole in una tela conosciuta da tesserti addosso, con la maschera che mi hai mostrato.
Tu ed essenza,
tu e abitudine,
tu e passioni,
tu e ciò che eri,
tu e ciò che sei,
tu e ciò che sarai.
Sarai. Non pensarci. Sarai lo stesso.

Afferra l’oggi, credendo al domani il meno possibile.
- Orazio -

Non c’è poi niente

25 Settembre 2005 5 commenti


Non c’è poi niente:
dentro le scarpe
un passo di danza trattenuto,
smorto per pallidi giudizi.

Non c’è poi niente:
dentro le mani
una distesa di pelle imperfetta,
privata per giochi di cuore.

Non c’è poi niente:
dentro il cappello
una polvere di noia invecchiata,
repressa per desideri d’eccessi.

Non c’è poi niente:
dentro la stanza
una melodia di organetto in stereo,
dolce per tormenti di passato.

Infine,
luce di taglio:
melanconia appoggiata
a sapori antichi.

A-

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Troppo eccezionale

24 Settembre 2005 4 commenti


Scavo a fondo. Non ho paura che le dita si infanghino di ricordi, né che si impregnino di sangue e iridi sgranate. Semplicemente, ti fisso mentre giri il cappuccino e sembri non prestare attenzione alla mia mano.
Sei già passato. Un passato che non riesco a stringere tra le dita, perché hai addosso una patina di dissolvenza, individualità, per una passione e una vita soltanto tua. Io, una piacevole appendice da appendere al muro, come perfetta vittoria.
Poi, togli il portafoglio dalla giacca interna, lo sbatti sul tavolo con una violenza che mi fa socchiudere gli occhi. Dentro, vedo la mia fotografia e, accanto, quella di una giovane donna: lei ha quegli occhi neri che ho sempre sognato di avere, la carnagione chiarissima, le labbra turgide e un’espressione sorridente. Io, di fianco, sono stretta nel mio abbraccio, senza sorrisi sul viso – sempre stupida l’illusione di fermare la felicità, anche su una pellicola -. Sul suo sfondo, un raffinato divano di pelle bianco. Sul mio sfondo, la piramide di Cheope dove eravamo stati insieme e qualche manciata di sabbia. Sabbia… Come adesso…
Con una calma dolorosa, tu estrai la mia foto, dove ci sono ancora le tue impronte digitali, i segni delle tue labbra, appoggiate, tante e tante volte. Accarezzi gli angoli, stropicciati dal tuo portadocumenti, e lasci che cada davanti ai miei occhi. Tombola! Hai appena superato l’esame, mio caro: lasci in un bar l’ennesima prova della nostra storia.
Mi guardi negli occhi, provando a prendermi per mano, ma non ho bisogno di nessun pulisciscarpe che cancelli tutto il fango dai miei stivali. Rovinati. Sono rovinati ed io, miope, non mi sono smentita: solo adesso apro veramente i miei occhi e vedo in una luce strabica il futuro.
- E quindi? Cosa mi dici? – domando io.
- Niente… Cazzo, cosa pretendi adesso? Che ti dica che sono un pirla? Ascoltami… Il fatto è che mi sono innamorato. Lascio tutto il resto. Per lei.
Lo dici e vedo lacrime di commozione che sopraggiungono al solo guardare la foto. Lei, con il suo pallore congenito, la gioia negli occhi e quella vivacità invadente. Lei, che devi aver visto tante volte, prima di entrare in questo bar e restituirmi la foto. Lei, che è stata per tanto tempo nel portafoglio, spalla a spalla con me, scontrandosi di continuo con la mia serietà.
Adesso che posso dire?! Tombola… Hai fatto tombola, amore mio: hai trovato esattamente il numero vincente per essere felice. Così ti auguro. Intanto, qualche lacrima non richiesta mi cola a perdifiato, annega nel mare delle successive. Il pianto si mischia a un sorriso.
- Mi dispiace… Il problema, piccola, è che sei troppo eccezionale per me. Aspetta! Non dire niente… Crederai che si tratti di una scusa, ma non è così: ho provato a rincorrerti per tanto tempo, intristirmi con te, ridere con le tue battute, ma le tue lacrime erano troppo intense, i tuoi successi troppo lontani dai miei, tu troppo avanti…
Io piango, non conosco ritegno, né mi interessa. Ti chiedo di vedere per qualche momento la foto, mentre penso di aver incontrato miriadi di volte questa ragazza al supermarket, o in coda al cinema, in posta… Sono solo fantasie. Marasmi di fantasie.
E rido. E piango.
Tu mi stringi una mano, ma sono stufa di dare spettacolo davanti ai tuoi occhi. Cerco il coraggio, respiro a fondo nella vampata di calore che mi assale e domando:
- Lei, adesso, sta al tuo passo?
- Sì…
Annuisco. Per me è tempo di andare.
Usciamo insieme dal bar – ultima volta – e faccio un cenno con una mano. Ci salutiamo, come se dalle nostre dita le stesse strade divergessero con più facilità. Il mio passo è ormai consapevole: tu vai verso quella che vorrei chiamare mediocrità, io vado verso un presunto successo. Da te, il successo reale; da me, mediocrità per una donna troppo eccezionale. Anche troppo, per essere amata.

A.

** Nightmare **

23 Settembre 2005 9 commenti


La stanza è penombra, ritagliata nello sfondo illuminato della città.
Aria pesante, aria di solitudine e malinconia.
Cattiva macedonia sulla tavola ancora imbandita. Rossa e gialla.
Tu guardi la ragazza che hai davanti.
E’ giovane. Lei ti sorride. Ammicca.
Poi ti appoggia una mano sulla spalla e senti le sue dita che ti arpionano la camicia e ti avvicinano a quel corpo sconosciuto. Corpo da esplorare.
Non sei convinto. Provi a cercare nella stanza un appiglio qualsiasi alla realtà, un impegno dimenticato a cui ricorrere. Per andarsene. Scappare. Tu vuoi scappare da questa offerta spudorata, perché sai che non sarà così, non sarà la stessa cosa.

Aspetti, vuoi avere una certezza in più: a piedi nudi, avanzi verso di lei, le appoggi il respiro sul collo e aspiri il suo odore. C’è un profumo costoso, senz’altro, tanto falso da nascondere la sua essenza. Questa ragazza offre solo un istante di piacere, pronto da archiviare, già adesso.
Lei offerta. Io, invece, offerta e controfferta. Scambio fantasticato per un anno. Ma io non sono altro che spettatrice stanotte, impotente, nell’incubo. Lei, al contrario, è qui, vicinissima a te, e s’è compromessa già dalle prime carezze sul viso.
Dille che non le vuoi. Prendila per il polso, allontanala e spiegale con dolcezza che ha frainteso. Ma, poi, frainteso che cosa? Il fatto che tu la stessi guardando, prima? Ti è venuto naturale appoggiare lo sguardo sulla sua giovinezza, sulla sua manciata di esperienze che deve per forza aver accumulato. Chissà cosa sa e cosa non sa dell’amore questa ragazza!
Forse hai pensato questo.

Io deglutisco, provo ad avvertirti, dirti che mi sto struggendo sotto queste lenzuola fredde. Ma l’incubo continua. Determinato. Freddo. Aspettato. Temuto.
D’istinto le passi una mano dietro la schiena e premi la ragazza contro di te. Provi a sentirla addosso. Non la riconosci. Non solo perché ancora non la conosci, ma perché tu e lei siete due sinusoidi che possono incrociarsi per caso, una volta. Siete onde sfasate. Sempre, tranne che in un punto. Questo.
Provi a baciarla, ma nella sua arrendevolezza non c’è neanche una traccia della nostra sfida sottile, del gioco che resta sotteso e ci avvicina, presto. Noi, che non sappiamo farne a meno. Voi, adesso, potreste benissimo.
Le stringi il mento tra le dita, per portare alla luce il suo viso e mettere in rilievo la perfezione dei lineamenti, così diversi dai miei da renderla eterea, pallida e gentile. Lei è un sacrificio volontario, una proposta disonesta.

Poi, di scatto, ti vengo in mente. Non è altro che un flash, riportato alla mente dalla ragazza che ti sta sbottonando la camicia. Ricordi di noi, ricordi quando impigliavo le dita nei bottoni e rimandavo la nostra vicinanza. Così, noi, pelle a pelle. Le mie mani su te, così diverse da queste dita che non sanno nulla di chi sei. Però ci sono.
Diffidente, abbassi lo sguardo e vedi le sue dita chiarissime sul petto scuro e chiudi gli occhi. Dietro alle palpebre, puoi continuare ad immaginare. Immaginarmi, al posto di questa sconosciuta. Immaginarmi, a mordicchiare la via che percorre la mia lingua su di te. Immaginarmi, sconvolta e tremante, seduta sul letto mentre l’alba ha appena soppresso la notte. Notte d’incubi per l’inevitabile. Prima o poi.

A.

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Sono qui per l’amore [da Ligabue]

22 Settembre 2005 7 commenti


Sono qui per l’amore
per le facce curiose che fa

per la coda alla cassa
con il saldo più o meno a metà
per le gabbie di carta
e la chiave scordata in cantina
per il giro del sangue
e per quello del vino

EDOARDO – Il ticchettio dell’orologio intervalla l’attesa della tua risposta… Tut… Tut… Ada, rispondi, ti prego. Questo rumore sordo di telefono mi farebbe pensare di riattaccare, subito, cancellare dal cuore la sensazione di essere statua, qui davanti alla tua finestra. Io, fermo immobile, con addosso uno status sociale che non mi sono scelto, ma mi hai appioppato tu: io, schiavo. Edoardo Monti, schiavo. Schiavo di una concubina, che ha saputo irretire tutte le mie prime necessità, illuderle di non esseci, ammantarle di idiozie. Avanti, rispondi…
Sto per riattaccare, quando vedo la tua sagoma, appena sfocata dalla tenda, dietro ai vetri della finestra. Ada, trattengo il respiro e, se me lo chiedi, continuerò a farlo. Fino alla morte, anche.

sono qui per l’amore
per difendere quello che so
per le rampe di lancio
e lo sporco che riga gli oblò
che nel lancio ci siamo
con la torre controllo lontana
con il bricco sul fuoco
e la fiamma puttana

ADA – Il telefono trilla. Edoardo. Non so perché, ma ho come l’impressione di riconoscere nella suoneria una nuova nota, così caratteristica da portarmi ad alzarmi. Mi fa male la testa, da quando sono entrata ho tirato fuori dall’armadietto del bagno tutte le pastiglie che ho, le ho messe in sfilata sul tavolino di cristallo, come un bel campionario farmaceutico. Che prendiamo, stasera? Ho la vista sfocata, come tutte le altre volte che decido di alzare il gomito. E versare ancora nel bicchiere, e versare il bicchiere nella mia bocca, e deglutire. Acido. Amaro. Dolore allo stomaco. Piacere di calore che affonda e mi stordisce.
Peccato, poi, per questo mal di testa violento. So che non capirai nulla, Edo, so che comincerai a denigrare le mie scelte, a considerarle immature. Allora resta al freddo, resta lì di sotto, a fottere tutti i giudizi sul mio modus vivendi sotto la luce del lampione. Io non mi alzo, non importa. Continua a strisciare davanti al portone. Tanto, lo sai, è solo questione di tempo.

con tutto il sangue
andato a male
e poi di colpo questo andarsi bene
un solo sole
che forse basterà
con tutto il sangue
andato a male
e poi di colpo questo andare insieme
in una vita
che forse basterà
questo andarsi bene qua

EDOARDO – Io la guardo. Non la vedo, ma la guardo. Dentro. La guardo così distesa sul suo divano di pelle bianca, con addosso ancora la pelliccia che la rende una regina moderna, non convenzionale. Fiera, con la piega della bocca rigida, dove bisogna faticare per infilare le dita. Sul petto, un ciondolo grosso che le sbatte contro lo sterno e le fa male, per riportarla alla realtà, ogni volta che si muove. Lei, lì dentro, immagina. Il braccio sulla fronte, a coprire per metà gli occhi socchiusi, la luce gialla e il suo metronomo impazzito, sul pianoforte, a battere il tempo. Tempo che lei ha smesso di battere alla prima bottiglia. Per non soffrire. E per immaginare. E per soffrire d’immaginare.
Potrei andarmene, ma resto… Ancora qui, con il suo richiamo che mi riecheggia nelle orecchie e mi porta ad uno stato di eccitazione costante. Ada, rispondi…

sono qui per l’amore
per tutto il rumore che vuoi
e i brandelli di cielo
che dipendono solo da noi
per quel pò di sollievo
che ti strappano dall’ombelico
per gli occhiali buttati
per l’orgoglio spedito
con la sponda di ghiaia
che alla prima alluvione va giù
ed un nome e cognome
che comunque resiste di più

ADA – Tengo la testa all’indietro, mentre il mio stomaco si contorce in me, prova una ribellione interna, ma poi desiste. Sa bene che sono io a dettare le regole, fino alla vera e propria controversia che porterà all’ammutinamento. Ammutinamento finale, dove qualunque Alessandro Magno soccomberebbe. Sono qui, sono pronta, pronta ad essere crocefissa al mio stesso gioco pericoloso.
Il telefono suona ancora. Edoardo deve avere parecchio freddo, laggiù, con il cellulare stretto nella mano sinistra – sinistra? sì, è mancino – e un tremore diffuso. Siamo sottozero, stanotte. Non parlo solo di tempo, parlo anche di umore. Vattene, Edo, vattene, e lasciami libera di saltare di ramo in ramo, come una babbuino dubbioso su ogni traiettoria. Se cadrò, sarà un mio errore. Vattene… Se no… Lo sai…

sono qui per l’amore
per riempire col secchio il tuo mare
con la barca di carta
che non vuole affondare
con tutto il sangue
andato a male

EDOARDO – Insisto, so di esagerare, specialmente quando non rispetto i desideri di indipendenza di Ada, ma lei non è in sé, adesso non capisce quello che potrebbe perdere. Con me. Senza di me. Sono il rischio dell’incertezza che lei ha sempre cercato, l’astensione alla realtà che sta rincorrendo. Posso offrirle tutto, senza bottiglie, se solo… Se solo rispondesse… Ada… Avanti, so che mi vuoi…

e poi di colpo questo andarsi bene
un solo sole
che forse basterà
con tutto il sangue
andato a male
e poi di colpo questo andare insieme
in una vita
che forse basterà
questo andarsi bene qua

ADA – Così schiaccio il pulsante, sento di sotto la serratura che scatta. Poi la porta che si richiude: e ti immagino, Edo. Hai tra le mani la maniglia pesante, la tieni con forza per non svegliare tutto il palazzo. Il tonfo sordo e appiattito della chiusura mi fa sobbalzare, anche se è solo un sussurro, in questa notte trafficata. Resto sul divano, mentre con la mano getto tutte le scatole di farmacia giù in un angolo. Non voglio che vedi e pensi ciò che non è. Voglio che arrivi. Il desiderio di vederti comparire è tanto forte da farmi mordere le labbra, fino al sangue. Avanti, sbrigati, la tua presenza sta diventando urgenza… Sì, gira la chiave, sento che stai per arrivare. Spalanco la pelliccia – contatto morbido, in previsione della tua pelle – e lascio che tu mi veda sdraiata, con due lacrime pesanti negli occhi e un abbraccio aperto. Arreso. Arreso alla ribellione dello schiavo più fedele.

sono qui per l’amore
per le facce curiose che fa
per le giostre sfinite
che son sempre più fuori città
stabiliamo per sempre
le corsie che ci mandano avanti
e prendiamo le multe
tutti belli e cantanti.

A.
Riferimenti: Il testo della canzone di Ligabue

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Quanto tempo è passato da te? [de amicitia]

21 Settembre 2005 4 commenti


Quanto tempo è passato da te, Matteo?? Troppo. Mi tocca ricordare, ancora una volta, chiudere gli occhi sulla nostra serenità di adolescenti e provare a sorriderne. Così mi vieni in mente tu, i tuoi occhi neri, grandi da cerbiatto, le tue mani grosse da chirurgo quale saresti diventato.
Ricordo i pomeriggi sull?erba, con i libri davanti per mandarci a memoria un paio di nozioni stupide. Io mi incaponivo, mi riversavo sulla schiena e continuavo a fissare il cielo. Tu, invece, non ti distraevi per guardare le mie esibizioni, perché sapevi che alla fine avrei ritrovato la concentrazione. Difficile, però. A volte ci si mettevano le farfalle svolazzanti, quelle che tu chiamavi ?lepidotteri?, perché sei sempre stato troppo esatto ai miei occhi. E ti prendevo in giro, ovvio: cominciavo a scherzare la tua passione per le cinciallegre, che, per me, erano tutte cornacchie. Bruttine, senza senso. Quanto t?arrabbiavi, Teo! E mi tiravi la coda di capelli, chiudevi i libri e dicevi che era arrivato il momento di farmela pagare. Solletico. Quanto solletico tra noi!

Da lì, provenivano anche tutte le illazioni dei nostri amici che ritenevano insensato il nostro stare appartati, così, senza fare nulla. In realtà, tu eri un piccolo maniscalco dell?amicizia: sempre lì a plasmarla, risistemarla, metterla a punto. Il più delle volte, io restavo a guardare, partecipavo con aria sorniona e sognante. I sogni e le idee, però, erano sempre i tuoi. Non sono mai stata tanto propositiva, perché mi piaceva lasciarti vagare di continuo con la mente, aiutarti a raddrizzare le offerte. Questa, per me, era una bella abitudine, come i tuoi richiami da Tarzan quando non volevo seguirti o i saltimbocca che cucinavi con le ricette di mamma. Quanto ti scherzavo, Teo? Tanto, sicuramente abbastanza da meritarmi l?appellativo di ?peppia?. Ti riempivi la bocca, come per prendere la rincorsa e poi cominciavi a tempestarmi:
- peppia, peppia, peppia, peppia?
- Uff! ? ripetevo io, inforchettando un saltimbocca.

E mangiavamo. Mangiavamo troppo bene, insieme! Mi mancano i sapori che avevano le tue portate, tutte rigidamente nei piatti quadrati che ti eri comprato. Per piccole manie, mica altro. Anzi, tu stesso eri una piccola mania. Prima di scendere dal treno, ti dondolavi due volte a destra e a sinistra, per aggiustare l?equilibrio. Ma hai mai scoperto, poi, dove diavolo sta nascosto il famoso baricentro?

Ascolta, Teo, il tempo è passato? Ho cominciato così e così finisco. Quel drammatico camionista del destino ha già suonato il clacson per te, ti ha rapito troppo presto ai miei occhi. E non posso fare altro che pensare, ogni volta che passo per la statale, che tu laggiù non hai lasciato la vita. No, tu hai solo fatto l?autostop per una fermata migliore. Un posto dove cucinare saltimbocca e parlare di cinciallegre. Un posto dove puoi vagare ancora con la mente. Un posto dove, però, non vedi più la tua ?peppia?. Mi manchi.

A.