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Archivio Giugno 2005

Tu non leggerai, ma io leggerò

30 Giugno 2005 9 commenti


Davanti a me, una busta ermeticamente chiusa. Bianca. Bianco intonso. Bianco anonimo. Bianco formale. Bianco puro. Occhieggio attorno, cercando una buona scusa per non aprirla e rimandare questo violento batticuore, ma la stessa casa sembra tacere, sospesa sull?attimo in cui scioglierò la tensione. Allora mi vedo costretta a scollare la busta, lentamente, perché le mani fremono d?impazienza e assieme cercano ci contenere la paura. Tremano. Io tremo.
Provo a sedermi sulla poltrona di casa ? la stessa dove mi metto a studiare, la stessa che ha ospitato tanti anni di sogni su un diario, la stessa che mi ha sentita piangere, la stessa che adesso avverte i miei palpiti ? e nella prima busta ne trovo un?altra, unita a un lungo foglio protocollo. La seconda busta è la mia, quella che gli ho inviato cinque giorni fa, completamente chiusa. La guardo bene: sì, non è mai stata aperta.
Subito, mi raggiunge un senso di nausea e, se non fossi così ancorata alla poltrona, di certo perderei l?equilibrio. Respira, piano, respira, mi ripeto mentre un pugno ripetitivo mi scava dentro un solco e un veleno si spande. Veleno del disincanto. Veleno nero, spesso e poi sottile, come un rivolo di film horror in questa mia parentesi mattutina. Veleno sconosciuto, ancora più doloroso per questo. Veleno a cui non sono preparata, io che mi aspettavo il semplice fiele del rifiuto. Qua è peggio, invece: nemmeno sono stata considerata degna di attenzione. Non un minuto, rapito dal tempo di ozio in casa. No? Niente?
Allora provo a dirmi di fare altrettanto, restituire il mancato favore e cestinare il foglio protocollo allegato. Ma io non sono fatta così, no, non potrei mai farlo: mossa da curiosità, violentata da uno schiaffo dritto sulle illusioni. Apro la porta al dolore? Prego, entrate, tutti quanti, e fate festa deridendo la mia stupidità! Ecco che già dispiego il foglio e provo a guardare le parole, a casaccio, perdendomi nella fitta grafia della sua penna.
Poi, mi ricompongo e comincio a leggere:

No, non posso leggere? E non leggerò. Perché so che tu parleresti alla mia anima, lì dove tutto tace ed ha parlato a lungo. Quando mi superavi in bicicletta, quando mi telefonavi per parlarmi di Paola, quando ti lamentavi per una pessima performance, quando mi domandavi consiglio. Poi hai cominciato a farmi morire ? morire dentro, Cri, sai di che parlo? -.
È successo ogni volta che trovavi Luca, ti appoggiavi alla sua schiena da playboy e mi ripetevi che non importava, perché tanto adesso non volevi legarti. Poi ci sono state le tue magliette corte, gli sguardi interessati ad ogni uomo che ti apprezzava, le carezze sparse a sconosciuti di cui forse non ricordi il nome, il tuo errare continuo, di storia in storia. E infine ci sono volute le lacrime di sabato sera per farmi capire che non sarei mai arrivato in te, se non fisicamente. Sì, certo, avrei potuto accettare di fare l?amore con te, abusare della tua allegria contagiosa e trovare pace nelle tue braccia. Ma tu non ti saresti accontentata: avresti invece continuato a far guerra in me.
No, Cri, non ci siamo? Non leggo le tue parole per non farmi convincere che tutto migliorerà, che cambierai? Il tuo passato continuerà comunque ad accompagnarti, con i gemiti che ti hanno donato altre persone, i baci e le romanticherie di chi ha voluto solo raggirarti. E come un faro chiarissimo mi accecherà, per poi lasciarmi solo con un buio da terrorizzare.
Quel buio sarebbe la tua assenza. Mi mancheresti troppo. E mi perderei di certo.
Meglio questa penombra conosciuta. Non ti voglio più, Cri: vedo in te ancora la presunzione di una bambina che pensa di poter ancorare chiunque ai suoi baci. Forse è vero che crescerai, ma non sono disposto a pagare per i tuoi nuovi errori e rovinarmi la vita come ho fatto finora.
Quindi, ti prego di rispettare la mia scelta. Fatti da parte e lasciami alla mia apatia.
Buona fortuna
Paolo.

Abbandono la lettera al mio fianco, sulla poltrona. Penso che non lo merito, no, perché si dice che a tutti sia permessa una seconda chance. Perché a me no? Paolo, perché? Me ne sono resa conto tardi, è vero, avrei dovuto assaporare prima le sue piccole attenzioni, l?interessamento così vivo e naturale? Invece? Invece ho avuto come risposta una busta bianca, perfettamente ermetica, e la mia vecchia lettera indietro. Dalla rabbia, vorrei strapparla e gettarla tra la carta straccia: quanto tempo perso per trovare le parole adatte! Quante prove cancellate, cercando di prevedere le reazioni di Paolo! Adesso è tutto inutile. Tutto. Tutto. Anche buttare la lettera. Mi alzo stancamente e la nascondo in mezzo ai libri. Laggiù Cicerone mi guarda, compatendo la mia retorica sgraziata. Chiedo scusa anche a lui, ma adesso ho bisogno di non sentirmi giudicata, almeno per cinque minuti.
Fuori, intanto, la strada si riempie dei primi lavoratori e, tra le biciclette che sfrecciano nel corso, distinguo anche la sua. Sì, Paolo è là fuori. E io oggi non potrò superarlo, dicendogli che la camicia azzurra gli dona. Invece, ciò che mi resta è un sospiro da non sprecare.

A. (estratto da una storia di ampio respiro)

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Scusa, amore

29 Giugno 2005 4 commenti


Scusa, amore, se guardavo altrove:
avevo lunghi sguardi da stornare
sul bordo di vite altrui
per sentirmi rispondere “bene”.
Io lottavo, fredda e calcolatrice,
nell’ammaliare figure e nomi,
giocatrice perfetta di illusioni.
Alla fine, avevi ragione:
tra le mani,
un mazzo di cenere a raffreddare.

A.

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Sax di sera

28 Giugno 2005 3 commenti


Sera calda. Afa cocente. Rumore di sfondo. Ricerca di pace.
Cammino salda, attaccata alla borsetta come se fosse l’unica parte di me priva di volontà. Io, al contrario, so bene che voglio: un’astrazione di me, un corridoio buio con una luce al termine, obiettivo in lontananza, ben distinguibile però.
Errando in questo mondo che sembra essersi scordato di respirare, giro l’ennesimo vicolo e aspetto. Mi è parso… Ecco, ancora… Un suono arriva dall’interno di un edificio qui attorno. E’ un sax. Tendo l’attenzione rimasta e già scordo la spossatezza: adesso ho una meta, scoprire questo posto, immergermi. Sì, lì troverei l’astrazione, il corridoio, l’obiettivo distinguibile. Tutto, in un’attraente lontananza.
Ancora attendo, ma il sassofonista ha interrotto il suo esercizio; ti prego, suona ancora… Devo raggiungerti, aspettare dietro alla porta di legno – sono inspiegabilmente sicura che sia di legno – il suono di una canzone che continuerò a voce, come ricordo nascosto nel passato. Così, tanto per rovistarci un po’…
Il suono riprende; un paio di scale e poi ecco che parte la melodia. Sax solitario, dietro ai serramenti di un locale chiuso. Il mio cuore è una tarantella sfuggita di mano, mentre mi accosto alla porta – è davvero di legno – e ritrovo quelle note. Note conosciute a memoria che non mi è difficile riportare al presente. Canto, canto in mezzo alla strada, e che nessuno si fermi, perché potrei cantare ancora più forte, per dimostrare che non ho paura di semrbare pazza!
Dentro, il sax smette di suonare. E la mia voce smuore, mentre nasce una consapevolezza terribile, aspra e forte come un pugno alla gola. Poi, un tremito con fuori trentacinque gradi all’ombra. Quel sax è la mia malattia, il musicista la mia febbre. Arresto la mano sull’angolo del muro per sorreggermi: improvviso sudore alla fronte, occhi strabiliati del destino, cuore a ritmi insensati, voce pentita di sé.
Dopo aver riconosciuto l’identità, cerco di riprendermi, ma la musica riprende, avvicinandosi sempre più alla porta: lui sa, lui sa che sono qui, e che mi sono lasciata avvincere. Ancora una volta.
Mentre mi raggiungono le note del ritornello, lancio uno sguardo attorno: deserto di vie per lasciarmi sola con il passato di un suono.

A.

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Trottola d’assenza

27 Giugno 2005 9 commenti


Allargo le braccia, fredda di vento: mi piace ruotare su me stessa, senza nessun limite – sì, perchè alla fine perdi il conto delle circonferenze che tracci – e poi stordirmi, velocemente, fino a perdere l’equilibrio.
Sembra che la visione si fa sfocata, poi i disegni diventano semplici righe di colore davanti ai miei occhi, e si ricompongono, fino a formare quadri astratti della stessa realtà che vedo ogni giorno.
Oggi provo a rifare lo stesso percorso che conosco: giro, giro, io stessa trottola. Tutto sembra normale, eppure il fiato diventa subito affannoso, il respiro cresce e devo fermarmi. Anzi, sarà per l’afa, ma la pelle è umida di sudore e la visione non accenna a recuperare l’equilibrio. Mi siedo e mi insulto: posso essere tanto scema da perdere le coordinate? Improvvisamente nella mente le ultime righe colorate viste si trasformano in un quadro: terribile, io vedo l’assenza. Righe di rosso che sembrano colare e poi protendersi come mani insanguinate verso di me. Righe di bianco che sfumano la drammaticità. Righe di nero – tantissime – per ricordarmi che forse quel bianco è semplice illusione.
Il mio gioco smuore su quelle righe rosse, nella compassione per loro. Improvvisamente, riverso la testa all’indietro e mi lascio crollare per terra: fa che adesso quella visione sparisca! Non posso, non posso continuare a vedermi davanti l’assenza e provare pietà per me stessa.

A.

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Scusate, ma resto seduta

26 Giugno 2005 10 commenti


Andate pure avanti, io mi fermo un attimo su queste scale. Ho bisogno di guardarmi attorno, esaminare quante ferite mi trattengono, sistemare i sandali e, sì, perché no?, versare un paio di lacrime. No, non restate a farmi compagnia – è la solitudine che sto cercando, pazza ora di egocentrismo dove esisto io, ed io soltanto -. Quindi andate, vi guarderò proseguire, scendere gradino dopo gradino tra le vostre chiacchiere d’amici; so che vi volterete, a turno, per assicurarvi che sono ancora qui e che non ho bisogno di voi. Andate… Non c’è problema.
Adesso che vi vedo davanti a me, penso un attimo che è bello sentirsi per un po’ fuori dal gioco: sto a guardarvi, non muovo un muscolo, potrei esserci o non esserci – presenza accessoria -. Voi scendete, distinguo il fruscio della gonna di Daniela, il passo strascicato di Marta, la risata di Lucia. E io dietro, accompagnata solo dalla lieve brezza che sembra confortarmi dell’assenza. Tua assenza.
Sono una donna sola stasera, e quando una donna sola decide di sedersi su un gradino di pietra e pensare, certo non è una delle migliori serate della sua vita. Qualche passante se ne accorge, mi getta uno sguardo interessato – ancora mi domando se per la mia tristezza o per la profonda scollatura -. Sarà per la scollatura. Pensieri cinici. Scusatemi tutti, ma non ce la faccio a sorridere dopo che ho visto fuggire – gradino dopo gradino – ogni speranza di altri abbracci su questa scala con te.
Un colpo di vento è bastato a separarci: un coleottero appoggiato sull’obbiettivo rovina sempre la fotografia, e tu hai avuto la sfortuna di accorgerti che oltre all’amore eterno che giuravi esistono problemi. Problemi reali. Hai scoperto che il mio passato non era lindo come questa storia, e hai capito che nessuno avrebbe potuto ripulirlo.
Alzo gli occhi al cielo: si vede Orione, ma non la vorrei vedere… Vorrei un cielo nero, o al massimo blu, una catasta di nuvole spesse. Poi, la pioggia. Adesso che sono anche senza amiche, dare ancora uno sguardo dietro di me equivale a riassumere in un’occhiata l’ennesimo fallimento. Allora, scusate, ma resto seduta.

A.
26 giu. 05

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Il vero problema sei Tu

25 Giugno 2005 5 commenti


Hai spalle larghe dietro cui nasconderti; troppo larghe per sembrare indifeso; troppo nervose per esprimere dolcezza. Allora dimmi come ho fatto, mesi fa, a crederti l’unica traccia di bontà in questo mondo dove nessuno regala niente. Tu eri il mio regalo, inviato per chissà quale festività, lasciato davanti alla porta con l’aria di chi è stanco per tanto vagare.
Prego, entra, accomodati… Vuoi dell’acqua?
No, voglio te.
Sei sicuro?
Sì, voglio te.
E allora parliamone, perchè un regalo non dovrebbe decidere proprio niente! Sono io che ti ho ricevuto e dovrei scegliere da sola che cosa farti fare.
Invece, lo dico io… Voglio te.
E io lì, estasiata come una bambina che si guarda il cartone preferito e scopre che la fine è cambiata. Quindi, anche un po’ terrorizzata dall’assenza di una certezza. Eppure eri così accecante, così desiderabile, che alla fine lasciai scegliere a te. E tu hai scelto: voglio te, voglio te… Una ninna-nanna nelle mie orecchie, allora. Adesso è solo una traccia di lunghi graffi che stanno rimarginandosi. Ma ancora fremono, sì, come due lembi di pelle strappati e cacciati in un posto buio, perché nessuno li vedesse. Tu sei questa ferita che è staccata da me, che s’è rifugiata nel cantuccio del passato, cercando riparo dietro le tue larghe spalle. Ma, ahimé, ogni tanto uno spiraglio di luce filtra e la pelle torna a pulsare. Di te.

A.

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Ancora la pioggia cadrà [Da Baglioni]

24 Giugno 2005 2 commenti


Tra le barche a pancia all’aria
rauco il vento s’infilò
l’ultima boccata forte
poi le scarpe si cavò
con le mani stanche cariche di vene
i vestiti ripiegò
come chi non ha più fretta
verso il mare camminò

Rumore di conchiglie sciacquate dall’acqua. Ross si guarda attorno: già la notte è franata, il momento è arrivato, e quasi non se n’era accorto per quella distrazione di colori e forme. Conchiglie. Conchiglie sciacquate. Persino i loro frammenti spezzati gli sembrano belli, abituato com’è alla vita da marinaio. Ogni giorno ne ha viste a migliaia, a volte a milioni, e sempre ha mantenuto quell’aria sognante di chi rispetta un mondo a cui non appartiene, fatto d’acqua e creature. Perfette, esattamente come noi. Anzi, di più. A Ross per lunghi anni è piaciuto immergersi nel mare, a fine giornata: tutti gli altri pescatori lo schernivano, “Ross, non ne hai ancora basta? è tutt’oggi che tieni il culo sull’acqua!”. Ma Ross non ne ha basta – come potrebbe? -. Il mare l’ha accompagnato nelle sue decisioni più dure, è una madre che non si stanca mai di cullare i suoi figli, né di rimproverarli e scuoterli quando ne hanno bisogno.
Poi, certo, gli anni passano e la voglia di immergersi passa, soprattutto quando i reumatismi impediscono movimenti fluidi e l’artrite frena le mani.
Adesso – di sottofondo, rumore di conchiglie – Ross decide di provare di nuovo quella sensazione conosciuta. Si spoglia, lentamente, secondo le facoltà del suo corpo, e sempre senza guardarsi avanza nell’acqua.

la schiuma gli si fece incontro
e i suoi piedi incatenò
gli occhi acquosi di tristezza
oltre quel cielo
un altro cielo lui cercò
ti seguirò …
se tu lo vuoi …
dovunque andrai …
io ci sarò …
strinse intorno a se le braccia
poi nell’acqua scivolò

Il corpo di un vecchio sa quando le sue forze cederanno, e lo sa con una precisione spaventosa. Così Ross lascia che i suoi piedi vengano trascinati in mare, per risparmiare energie, e poi si unisce all’onda, galleggiando con calma. In fondo, ha tutta la calma dell’eternità davanti. Tutta l’eternità davanti…
L’acqua lo solleva, ritmicamente, e sembra salutare di nuovo il suo compagno, come una ricongiunzione dopo silenzi, come un abbraccio dopo tanta separazione. Come un abbraccio…
Ross ha un sussulto quando torna ad immaginare quell’abbraccio convulso, mischiato ad onde e schiuma, e rivive per qualche minuto le mani di Paula, sporche di sabbia e bagnate, così vicine al cuore. Quante parole passate da quella notte sulla stessa spiaggia dove adesso, Ross, ha lasciato i vestiti! E quanta acqua ha ricoperto il loro momento d’amore negli anni trascorsi.

i treni partiti senza portarci via
non si fermeranno più qua
finché la certezza non ci abbandonerà
e ancora la pioggia cadrà
il riflesso della luna
nel suo solco lo guidò
pallide le spalle magre
contro l’orizzonte andò
un silenzio nero come il culo dell’inferno
e lui si accompagnò
io non lo so …
cosa non va …
che cosa c’è …
cosa sarà …

I tempi che non torneranno spingono Ross al largo, metro dopo metro, e le sue mani grosse da pescatore remano con pazienza, allontanando fiotti d’acqua. Il rumore, adesso, è quasi inesistente, come se il mare stesse aspettando senza fiatare la decisione di un suo figlio disilluso. O, forse, di un figlio che è solamente stanco, tanto stanco. Ross adesso non s’abbandona più alla corrente, ma prova ad andarci contro, mentre le gambe si chiudono e si muovono, ritmicamente, e la testa sfida le onde, bagnando i suoi capelli lunghi e bianchi.
Il viaggio continua, fratello, continua, si ripete Ross, e non ascolta la voce del mare che, onda dopo onda, cerca di spingerlo indietro, sulla rena. Ross però non può farsi convincere: esistono limiti che un uomo si pone tutta la vita e poi, di colpo, scompaiono. E allora si ha voglia di correre oltre quel passato limite, di valicare tutto ciò che abbiamo sempre segnato come fine. Per avventura. Per conquista. Per cocciutaggine. Per disperazione.

metro dopo metro spinse il cuore
e la notte attraversò
i sogni sognati con tanta ingenuità
marciscono in fondo a una via
finché la paura non ci addormenterà

Dal cielo, una fitta e sottile pioggia raffredda il capo di Ross e le sue mani, uscendo dalla superficie del mare, sono scosse da continui tremiti. Adesso sì che la sua età torna a farsi sentire… Adesso che ricorda quando ripeteva a Paula “un giorno, ti raggiungerò in quella Corsica lì: ogni tanto all’alba la vedo in lontananza e, guarda, un mattino ti faccio una sorpresa e mi trovi davanti a casa!”. Lei rideva, scalciava, lo attirava a sé e… E… In quell’ “e” Ross lasciava in sospeso tutti i non-detti e tutti quei fatti che la sua memoria ricordava a menadito, ma voleva auto-convincersi che non esistessero più.
Mentre nuota ancora, Ross sa che tra un po’ dovrà pur arrendersi, ma per ora è ancora presto: pioggia dopo pioggia, lui si spingerà verso la terra straniera che gli ha sottratto Paula. Saluterà le sue conoscenze, le esperienze di mare vissute, e si abbandonerà su una sabbia sconosciuta. Una sabbia amica solo delle tracce di Paula.
Anche se non succederà, a volte è un conforto lasciarsi illudere dai desideri.

e ancora la pioggia cadrà
con le braccia più rabbiose
il suo corpo trascinò
e sfidò la nebbia densa
che pian piano lo abbracciò
le speranze mezze uccise dalla vita
tra le onde abbandonò
non ti amo più …
non sono tua …
che cosa vuoi …
vattene via …

Ormai la riva non è quasi visibile, ma risplende solo la serie di luci che Ross conosce. Luci di Liguria. Liguria amata, che l’ha accolto nonostante le sue origini irlandesi. Liguria che non rivedrà, perchè anche lui adesso vuole tradirsi e scappare tra le braccia di un mondo senza confini. Come il mare, che di confini proprio non ne conosce e, quando gli uomini fanno nuove dighe, lui si indispettisce e mangia tutto. Anche gli uomini, sì, anche gli uomini.
Ross lascia che la sua testa si immerga un poco nell’acqua del mare. Arti abbandonati, in superficie, a lasciarsi dondolare. Ross sa che per lui nuotare è come respirare: non puoi decidere da solo quando smettere e morire. Così, si lascerà trasportare in un altrove che non conosce, si lascerà corrodere e sciacquare dal mare, come se fosse una conchiglia. Frammento di conchiglia.

si aggrappò sfinito al suo dolore
ed il mare lo ingoiò …

A.
24 giu. 05

Be Yourself

23 Giugno 2005 6 commenti


Someone falls to pieces
Sleeping all alone, someone kills the pain
Spinning in the silence
She finally drifts away
Someone gets excited in a chapel yard
And catches a boquet
Another lays a dozen
White roses on a grave

And to be yourself is all that you can do
To be yourself is all that you can do

Quanto tempo perso a camminare osservando la mia immagine nello specchio delle vetrine… Quante scarpe rovinate per troppi passi sprecati… Quanti frammenti di me stessa cancellati perché avrebbero attirato troppa attenzione… Quante voglie represse per accontentare la morale…
Scusa, se non riesco a sorridere, questa sera. Ho le scarpe troppo stanche e piene di sassi vecchi per farlo. Così, con la seduzione della notte che ci striscia addosso e si adagia, sinuosa, tra i miei desideri passati, non faccio altro che domandarti di seguirmi.

Someone finds salvation in everyone
Another only pain
Someone tries to hide himself
Down inside himself he prays
Someone swears his true love until the end of time
Another runs away
Separate or united
Healthy or insane

And to be yourself is all that you can do
To be yourself is all that you can do
To be yourself is all that you can do
To be yourself is all that you can do

Casa mia stanotte è più nera del solito – riflesso d’umore scuro -. I passi felpati miei e tuoi si rincorrono come una calcolata danza, dove io sono preda e partner; cerca di non conoscere queste piastrelle, perché domani cambieranno, e non ti daranno il tempo per abituarti. Non guardare nemmeno i quadri alle pareti: alla luce non renderanno giustizia alle tue illusioni. Abbracciami senza attendere una promessa, perché si muore prima ancora di avere il tempo di slacciare vecchi patti e chi vive conserva sempre il dubbio.
Tu sai di che parlo: non domandarmi quale domani avremo – io non chiudo nessuna porta, ho smarrito da tempo i catenacci del cuore. Puoi uscire quando voi, prego, ma per entrare devi saper sgusciare con attenzione tra le mie remore. E ora, ti prego, trova la forza per non affezionarti e solo accompagnarmi tra queste lenzuola che trasudano la mia tristezza. Prova, se vuoi, a scordare il silenzio della notte e la freddezza del mio primo sguardo. Anche tu, come tutti gli altri, vedimi come vuoi.

Even when you’ve paid enough
Been put upon or been held up
With every single memory of
the good or bad, faces of luck
Don’t lose any sleep tonight
I’m sure everything will end up alright
You may win or lose

Mi sciolgo dall’abbraccio ed esco sul balcone: da lì si vede tutta quella baia che ho sempre sognato, costellata da mazzi di lampioni qua e là. Sentieri a caso dove ho camminato, per sfidare quel destino che mi voleva così… Così donna, così scordata la mia essenza. Così maschera.
Accendo la prima sigaretta dopo tanto tempo di attesa e la guardo – primo piano di rosso contro sfondo di luci e nero -. Dentro, tu dormi e già mi sogni: sono oggi un altro ologramma di come mi vorresti.

But to be yourself is all that you can do, eh
To be yourself is all that you can do
To be yourself is all that you can do, eh
To be yourself is all that you can do
And to be yourself is all that you can
To be yourself is all that you can
To be yourself is all that you can do

A.
23 giu. 05
Riferimenti: Il testo della canzone degli Audioslave

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Il nome che non hai [dai Nomadi]

21 Giugno 2005 3 commenti


Che nome hai, come ti chiami, chi sei?
io resto qui con i miei occhi nei tuoi
che nome hai, ti prego resta
perchè se tu sapessi quanto ho camminato
e poi mischiato pane e lacrime diresti che
che nome hai, come ti chiami, chi sei?

Voltarsi di scatto e non vedere nulla, se non una serie di colori e luci: ecco come t’ho incrociato lo sguardo. Nella spirale caotica della metropolitana, ecco due occhi neri. Nero velluto, nascosti sotto la frangia lunga di capelli. Capelli da accarezzare, ma soprattutto da spostare all’indietro: fammi vedere di nuovo i tuoi occhi.
Non può essere un caso, se sento improvvisamente dietro all’anonimato una carezza-velluto, coperta di promesse taciute, aspettative e incontri. Inizio a giocare di seduzione, alzando lentamente gli occhi verso i tuoi e sognando il tuo nome. Hai l’aria straniera… Spagnolo, penso. Condividiamo la pelle abbronzata e la passione per la vita. Vita terrena, intendo. Oppure sei solo un italiano che non è mai stato a Milano e vuole nascondere lo smarrimento per la confusione: certo, la prima regola è sempre mostrarsi a proprio agio per uscirne vivi. Sorrido: è quello che dissero a me i genitori quando mi trasferii a lavorare in metropoli. Sguardo basso, mi raccomando, non farti vedere a fissare nessuno, ché la gente è strana. Sto trasgredendo completamente ai consigli: frugo nei tuoi occhi con una fame di conoscenza che rasenta l’esplicita proposta.
Appena anche tu alzi gli occhi e inizi a fissarmi, capisco una cosa: continuerò a trasgredire. E mai m’è piaciuto tanto.

io resto qui, i miei pensieri nei tuoi
che nome hai? voglio parlarti perchè
ti ho già incontrata quando,
un tempo che non so, dicevi guardami ed io
sento che…
sento il mio cuore lassù
(sento il mio cuore lassù)
sento che si arrenderà, docile
sento il mio cuore lassù
(sento il mio cuore lassù)
sento che si arrenderà, docile
dentro me, dentro te

Oscillo per altri cinque minuti tra la voglia di parlarti, prendere l’iniziativa e restare sola con il mio sentimento. Sentimento irrazionale, da lasciare a decantare. Ma non de-canta: lui canta e basta, non accettando nessuna negazione, né rifiuto. Sta lì, impassibile, e s’alimenta al tuo minimo sguardo distratto. Aspetta, guardo meglio: non ce n’é nemmeno uno distratto. Quasi non ci facevo caso: dalla posizione in cui sei stato costretto ad incastrarti, così vicino alla porta, voltarti verso me è una vera e propria fatica. Quindi, merito forse la tua energia?
Dimmi di sì… E dimmi soprattutto con che nome chiamarti: potrei accettare un nome falso, ma calma questo mio bisogno di sussurrarti, adesso, subito, cosa sono quei tuoi occhi-velluto con ciglia-seta. Addosso, qui, adesso, sono certa che solo loro basterebbero a placare tutti questi dubbi su di te, ma anche su di me. Mai, prima d’ora…

Tell me your name i want to know who you are
Tell me the way is this the right way to go?

che nome hai?
non te ne andare perchè
se tu sapessi quanto ti ho aspettato qui

This is the first time i feel love i feel love

La fermata arriva prima ancora di avere il tempo di capire e accettare la passione che mi infuria dentro. Tu scendi. Per me, il panico più assoluto. Mi faccio spazio di forza, accetto di buongrando le invettive della gente e finalmente esco dal vagone. Attorno, quel caos a cui mi sono abituata: ma tu, dove sei in questo caos? Potrei averti sognato, forse? Perché giuro che se adesso ti perdo, io… No, in tutta la fretta di cercarti, ecco che ho trascurato l’unica figura in piedi, ferma e immobile, gli occhi fissi verso me.
Basta un sorriso, un piccolissimo sorriso che mi nasce e contagia le fossette, un minuscolo sorriso aperto per farti venire verso me. Avanzo anch’io, con le mani lungo i fianchi e le dita che tormentano le tasche dei jeans.
Dimmi qualcosa, ti prego, conforta la mia paura di sognare un punto fermo in questo continuo viaggio.
Tu tendi una rosa, bocciolo che portavi all’occhiello. Come un uomo d’altri tempi. Come un principe azzurro rischiarato da luci elettriche. Come un damerino che ha scordato le buone maniere. Come l’uomo che a lungo ho descritto a me stessa, illudendo ogni più piccola fiducia.
Raccolgo dalle tue mani quel piccolissimo bocciolo e ne sento il profumo. E’ vero. Sei qui.
“Dimmi qualcosa, ti prego…” dico, finalmente. La mia voce non esce stridula come avrei pensato.
E tu:

sento il mio cuore lassù
(sento il mio cuore lassù)
sento che si arrenderà, docile
sento il mio cuore lassù
(sento il mio cuore lassù)
sento che si arrenderà, docile
dentro me (dentro me) dentro te (dentro te)
ma il tempo che passa non sta a casa mia

Is there a reason to run away from here?

ed ora che… sei qui con me

E io apprezzo con un paio di lacrime di felicità il tuo arrivo, non mi interessa di aver sbagliato: mi tuffo nelle tue parole italiane che mi hai dedicato. Così insolite, così musicali… Accetto questo piccolo dono dalle tue mani e dalla tua bocca.
Camminiamo lentamente verso le scale, senza imbarazzo: per noi che non abbiamo paura ad osare, il nostro incontro è solo la giusta conclusione di una ricerca lunga, stancante.
Usciamo e tutta Milano sembra allargarsi davanti a nostri occhi increduli; ancora un attimo mi immergo nei tuoi: scusa se ho tolto ogni pudore, subito. Non sembri però farci caso: anche tu hai occhi solo per i miei. Scambio di iridi,
iridi che si riflettono a specchio in distorsione,
distorsione che personalizza ogni sguardo,
sguardo che indugia ancora su ogni particolare,
particolare che s’unisce al nostro Tutto.

sento il mio cuore lassù
(sento il mio cuore lassù)
sento che si arrenderà, docile
sento il mio cuore lassù
(sento il mio cuore lassù)
sento che si arrenderà, docile
sento il mio cuore lassù
(sento il mio cuore lassù)
sento che si arrenderà, docile

Ci sediamo con un caffè davanti ai sorrisi e un cucchiaino per concentrare l’attenzione altrove. Poi, di colpo, tu mi prendi una mano: è il primo contatto che abbiamo e mi sento tremare, mentre i pensieri rimbalzano dalla mano al cuore. Direttamente, senza ragione come intermediaria.
“Grazie per essere arrivata oggi… Non ce la facevo più ad aspettare”.
“Grazie a te, per non essere stato affrettato”.
“Così abbiamo avuto abbastanza tempo per disegnarci, ogni mattina, al nostro risveglio, come avremmo voluto che accadesse”.
“Ed è accaduto”.
“E sta accadendo”.
“Sei tu…”
“E ora, dimmi il tuo nome”.

Tell me your name i want to know who you are
Cause I feel love

21 giu. 05
A.

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City of blinding lights [from U2]

20 Giugno 2005 3 commenti


The more you see the less you know
The less you find out as you grow
I knew much more then than I do now
Neon heart, day-glow eyes
The city lit by fireflies
They’re advertising in the skies
And people like us

Tante illusioni per irretire tutte le mie convinzioni: sperare di cancellare con un biglietto aereo la tua presenza, la freddezza delle giornate più grigie. Cercavo una città che mi facesse anonima, volto piacevole tra tanti volti più belli e più piacevoli, ma sempre in grado di mischiarmi – mimetizzarmi, camaleonte depresso per un colore che non ama ma deve assumere -. In realtà, adesso che mi guardo attorno e distinguo ogni singola luce, ecco che vedo la motivazione: ho provato a cacciarmi in un mondo dorato per soffrire di meno, sentire nomi pronunciati in una lingua straniera che distinguo a malapena e lasciarmi coinvolgere dal semplice suono degli sconosciuti. Camminare per strade dai nomi ignoti, stanotte mi fa perdere coordinate e tempo: non ho bisogno dell?orologio per recuperarmi. Non ci sono orari per un luogo di perdizione. E questo posto lo è. Pienamente. Entro ed esco da locali dove la pista è piena di fotomodelli che, solo da vicino, rivelano la loro natura normalissima. Ma tutto splende? Persino i bagni splendono, persino le ciglia delle bariste, persino le scarpe delle cubiste. E tutto è un unico accecante miscuglio di finzione e sogno, tanto effimero da farmi temere che presto mi lascerà tornare al grigiore del mio piccolo paese borghese.
C?è una città intera che mi scorre accanto, offrendomi mille occasioni per perdermi seriamente e non tornare all?hotel pazzo che ho scelto, dove l?unico imperativo è denaro sonante.
Dovrei sentirmi meglio, non è così? Dovrei ammettere che il mio tentativo di fuga è pienamente riuscito. Complimenti, signorina, il suo passaporto per luci accecanti e perdizione, eccolo, vidimato e controllato: tutto in regola, si perda pure come preferisce.
Ma io cosa preferisco realmente? Stringo sul petto la camicia di seta e, di sfuggita, mi accorgo di comparire nella vetrina luminosa. Occhiaie per le notti in bianco, dimagrita tanto ? quasi non mangio quaggiù, non ho tempo per fermarmi -, vestita elegante: una donna come mille altre se ne incontrano, insoddisfazione come mille altre se ne incontrano.

And I miss you when you’re not around
I’m getting ready to leave the ground
Oh you look so beautiful tonight…

Insoddisfazione, fuga, desiderio di pace? E poi ci sei tu. Un uomo, uno straniero che pronuncia quelle affascinanti sillabe straniere e me le incolla nella memoria, con pazienza e ostinazione. Franato dal cielo, quasi per caso, in uno dei tanti locali luminoso. Anche tu, luminosissimo dai capelli con il gel alla camicia di raso scura, fino alle scarpe: un figurino, un?irraggiungibile visione da gustare per qualche minuto e poi lasciare che una altrettanto seducente compagna gli si accosti e lo sottragga alla mia vista. Così avevo pensato di te: illusione americana da Ferrari parcheggiata sul retro e cocaina in tasca.
E già mi manchi? Cammino a zonzo fino al locale di quella prima sera ed entro: nessun viso conosciuto ? lo mettevo in conto, scherzi? ?, nemmeno il barista è lo stesso di allora. Ordino e aspetto che arrivi il mio cocktail, ma appena arriva mi rendo conto della sciocchezza: è alcolico, tanto come quella sera. E quella sera mi aveva fatto perdere coscienza già a metà bicchiere: dopo aver accettato le tue chiacchiere, ti avevo domandato di ballare e, appoggiata alla tua camicia spessa a morbida, avevo sussurrato di non aver mai trovato nessuno così. In realtà, non avevo mai trovato nessuno in generale: nel mio paesino vecchio-stampo mi ero concessa solo una relazione storicamente riconosciuta, durata per cinque anni di terribile routine. Adesso, adesso è tempo per la riscossa e cominciare a fare ciò che voglio. Tanto, dicono che l?America è bella anche per questo: nessuno ti conosce e tutti possono giudicare solo sconosciuti.
Sto a metà bicchiere, quando tu entri dalla porta e ti siedi al mio tavolo. Meno costruito e forse ancora più illusione di normalità, appari ciò che ho sempre rincorso e, per tacere questa confessione, mordo una ciliegia. Ti chiedo come stai, ma i tuoi occhi sono lontani dai miei, proiettati come sono sul mio vestito azzardato.
?Oh, you look so beautiful tonight? dici, e allunghi una mano sul tavolo, sfiorando appena la mia.
Poi, come un sogno atteso a lungo, sorridi e continui a baciarmi, dimentico delle facce attorno, ché, tanto, nessuno ti conosce e tutti possono giudicare solo sconosciuti.

Don’t think before you laugh
Look ugly in a photograph
Flash bulbs, purple irises the camera can’t see
I’ve seen you walk unafraid
I’ve seen you in the clothes you’ve made
Can you see the beauty inside of me?
What happened to the beauty I had inside of me?

Cancelliamo il locale, usciamo nell?aria raffreddata della notte e caracolliamo su una panchina meno lucida del solito. L?altezza non mi fa paura, muovo i tacchi e volteggio davanti ai tuoi occhi, mentre mi alzi e sali anche tu in piedi, vicinissimo al mio viso. Voglio fermare la testa, la città che mi brilla davanti, convincendomi che davvero i miei mesi di ricerca non sono stati inutili: ma la felicità non esiste, non esiste? Dammi la forza per girarmi e andarmene, prima che tu veda i miei difetti e li reputi abbastanza pesanti da allontanarti. Dammi la forza per non volere le tue mani che risalgono lungo la schiena, e sono sulle scapole, e mi accarezzano la pelle, e mi trasformano in passione e fuoco. Dammi la forza per dire basta, ricordarti che siamo in un posto pubblico, che potrebbe uscire qualcuno, e il nostro gioco si sta complicando, avanza come un pugno nello stomaco: lo prevedi, ma non puoi fermare il colpo. Così, io ho cancellato dalla mia mente qualunque parola inglese che possa spiegare ciò che sento, ma anche i gesti non rispondono di me.
Mentre accetto di sdraiarmi con te su questo stretto spazio che c?è concesso, sento che mormori di stare tranquilla: notte, nessuno uscirà nel parco, e poi nessuno ti conosce e tutti possono giudicare solo sconosciuti. E io cedo, sciolta tra le tue braccia muscolose e glabre, troppo perfette per questa mia bellezza modesta. Eppure, decido di scommettere ancora una volta sulle possibilità del destino.

And I miss you when you’re not around
I’m getting ready to leave the ground
Oh you look so beautiful tonight…tonight
In the city of blinding lights
Time…time….time…won’t leave me as I am
But time won’t take the boy out of this man
Oh you look so beautiful tonight
Oh you look so beautiful tonight
Oh you look so beautiful tonight

Ancora chinati sulla notte, impegnati a tornare lucenti e brillanti come prima, sistemiamo i vestiti: già mi manchi? Oddio, già sento che le tue palpebre stanno chiudendosi su altri pensieri, e io non ci sono nemmeno di striscio nel sapore della sigaretta che reggi tra le labbra, infilando la camicia scura. Le insegne luminose saettano messaggi promozionali, offerte speciali e imperdibili: tu sei quell?offerta che ho deciso di cogliere, ma non so ancora se la mia scelta è giusta. Tu cerchi la mia mano, ma sei troppo lontano per farlo sembrare un gesto romantico. Persa nel tuo stordimento, ti cammino affianco, ancheggiando a sufficienza e mantenendo il sorriso migliore, quello che mi fa più misteriosa, perché abbastanza seducente da far pensare ad allusioni. Tu sembri stimarti della mia presenza e, ogni tanto, mi dedichi bocconi di frase sull?esperienza assurda appena vissuta. E io sono ancora incerta sui tacchi, ma fingo una camminata disinvolta. Fino al primo sasso che, svisto, mi farà cadere dal piedistallo di mille luci accecanti.

A.
20 giu. 05

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