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Archivio Maggio 2005

Coperta vecchia

31 Maggio 2005 2 commenti


Insidiosa coperta vecchia
sulle spalle ingobbite dal peso:
vorrei gravare altri della mia condanna,
ma tutti corrono nell’afa
lamentandosi del loro giorno.
Mai, guardano dietro di sé
chi resta indietro, attardato,
dopo aver caricato il presente
di un fardello senza vezzi.

A.

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Parlar d’amore

30 Maggio 2005 5 commenti


Ci sono sentimenti che parlano da soli e, solo se sei capace di ascoltare la loro voce, allora capirai la loro profondità. Adesso c’è la mia voglia d’amare, chiusa appena da una pellicola di vergogna che non puoi chiamare timidezza. Non ho problemi a guardarti ed ammettere che ti voglio, ma c’è solo la paura di scoprirmi, dicendoti che t’amo. E che ti desidero come non ho mai desiderato nessuno.
Se vorrai stupirmi, allora frena le mie parole sul loro nascere, e porta una delle mie mani sul tuo petto, a sentire come ti batte il cuore. Saprò allora, senza alcun dubbio, che i miei sentimenti hanno bisbigliato a un orecchio ben fine. E avrò conferma che io e te parliamo la stessa lingua del silenzio.

A.

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La nostra solitudine

29 Maggio 2005 3 commenti


Stavolta la notte è senza occhi e non mi guarda, mentre guido veloce sulla strada che serpeggia, metro dopo metro, fagocitando l’asfalto. Se uscissi adesso dalla carreggiata, nessuno mi segnerebbe un’infrazione. Già, perché non c’è nessuno. Non un’auto, non un passante: tutto è chiuso in questa palla di cristallo nera che qualcuno si ostina a definire eccitante. Io, non faccio altro che fissare lo spazio davanti a me, e pregare perché il motore non mi dia problemi sulla strada. Perché non c’è nessuno, proprio nessuno che potrebbe darmi una mano.
Nel silenzio attorno a me, solo l’acceleratore mi riporta di tanto in tanto lontana dallo stato in cui mi trovo: vorrei che la notte non fosse così scura, vorrei che iniziasse a guardarmi, vorrei sentirmi addosso gli occhi di qualcuno. E questo qualcuno ha un nome che non oso pronunciare. Lentamente, come un rituale segreto, le mie labbra formulano quel nome, lettera dopo lettera, mentre la bocca si abitua nuovamente a contenerlo tutto senza smorfie di dolore. Poi, piano, anche la voce sale a testimoniare il mio pensiero: D-a-n-i-e-l-e.
Quante volte! Quante, ho detto di non ricordarlo? Quante volte ho cercato di sentirmi meno sola mentre tornavo a casa, e immaginavo gli amici che avrebbero finito la serata assieme, in un abbraccio, o anche solo in macchina a parlare insieme? Quante volte mi sono ripetuta che non è fondamentale la coppia per sentirsi meno soli? Quante volte mi sono burlata di me, dei sentimenti che non posso soffocare, anche in una notte come un’altra?
Con un po’ di rassegnazione per la sconfitta, mi passo una mano sulla fronte e aspetto che la città, in lontananza, torni ad illuminarmi a tratti. Aspetto il primo lampione per rasserenarmi, perché la strada è coperta da un manto di pollini tanto fitto e folto da farmi pensare ad un’ambiente pieno di bambagia. Si sa, la bambagia contiene sempre qualche terribile chiodo a togliere il benessere. Ogni illusione contiene già il suo opposto, con cui vive in simbiosi. E il mio opposto ha un nome: Daniele.
Vorrei gridare contro questi dannati piumini che, neve primaverile, mi accompagnano dall’inizio del viaggio. Basta atmosfera horror, basta pensieri sdolcinati, basta illusioni! Sono già tanto raggrinzite da fare più impressione di una vecchia mela avvizzita.
Rallento ed entro in città. Tra poco, passerò davanti a casa di Daniele e devo impormi di non voltarmi a guardare il suo ingresso, dove mi rifugiavo a piangere e a sognare. So che non riuscirò ad evitarmi uno sguardo, ma desidero che sia il più fuggitivo e sbadato possibile: come se un’insegna luminosa mi attirasse improvvisamente e poi si rivelasse inutile. Peccato che l’ingresso di Daniele è completamente nell’ombra e non ho alcuna scusa. Così, ennesimo scarto di dignità, rallento e mi metto a guardare, con la speranza di non trovare alcun cambiamento. Infatti, tutto è esattamente rimasto uguale a quando… A quando, come stanotte, Daniele stava fuori da casa e fuma una sigaretta prima del sonno. Distinguo benissimo i suoi lineamenti, lievemente rischiarati solo dal cerchio rosso del fumo. Un’altra mano, però, lo stringe alla gola: non è il mio amore, ma la sua solitudine. Esattamente come per me.

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Note dal passato

28 Maggio 2005 2 commenti


Note disperse sopra un giradischi:
oggi è tempo di danzare il passato,
linea dopo linea sdrucita dalla puntina.
Ogni sfregio sul disco come una breve uscita
dal percorso obbligato.
Ogni solco concentrico suona buona morale
dopo l’incostanza della giovinezza.
Laggiù nella stanza, la musica rallenta
il bilancio di un passato ancora ritmato:
forse interrompendo adesso
potrei smuovere la nostalgia
di questo ripetitivo palpito.

A.

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Oggi la mia Nemesi vive [vendetta silente]

27 Maggio 2005 4 commenti


Punizione, librata dal cielo,
senza aver nemmeno invocato Giove
come una moderna Arianna disperata
sull’isola della desolazione:
la sola giustizia ha piegato le ali
al tuo errare lontano, navigatore
tronfio dei tuoi inganni vittoriosi,
che riportano in patria premi violenti
di battaglie senza nemici.

Oggi la mia Nemesi vive, dibattendosi fuori dalla coltre di benessere che ho costruito. Lentamente, ha estratto le sue lunghe braccia scure dal nascondiglio che si era costruita: grazie all’amore presente, ha pensato di gettare le armi, ma, nel dubbio, le ha conservate nella sua soffitta. Bene, molto bene, perché oggi lei ha alzato la bella testa di capelli folti e nerissimi quanto la sua anima, oggi ha alzato la testa verso la vittoria. E’ stato tanto semplice da non avere nemmeno bisogno di armi: le è bastato aspettare che il destino compisse la sua scelta e abbattesse, passo dopo passo, la sicurezza di M.
Lui, lui che guardava il cielo con la stessa indifferenza che avrebbe provato per un marciapiede sporco, lui adesso ha avuto la certezza che ogni azione ha, prima o poi, una conseguenza.
Mentre sento che lui sta male, per lo stesso gioco d’abbandono che ho vissuto io, Nemesi ride trionfante e si rivolta nella spumosa valle di sogno dove lui non s’è mai sporcato il tallone. Muovendosi e ancheggiando con passi pieni di seduzione, la mia Nemesi controlla che anch’io sia partecipe alla disfatta di M.
E io gioisco, spaventosa del sorriso con cui apprendo il suo dolore. Forse, è mio solo modo per decantare il passato.

A.

Miracolo

26 Maggio 2005 12 commenti


Carezza, carezza di tempo che sfiora la pelle
e lascia un brivido.
Allora ci sei, dimmi che sei qui attorno a me,
con le tue braccia macchiate di attesa
e gli occhi iridati di stelle.
Trova piano un posto dove accoccolarti
e poi dimmi, nel buio, dove sei nascosto:
mi piacerà strisciare a te, metro dopo metro,
pensiero proibito dopo semplice sogno.
Tutto, avvolto dal nero della notte.
La nostra fretta è blu, livida di mesi,
agonizzante come i movimenti distesi e contorti
che ci colgono improvvisamente, appena ti sfioro.
Non è per sbaglio, non è previsto,
il nero ci dona infinite possibilità di tatto,
che non sfuggiranno se ci mettiamo ad ascoltare
il pallido infuocato palpitare del cuore e delle membra.
Allora sentiamoci, carezza e battito, gemito e abbraccio,
perché manca poco al congiungersi
che noi sappiamo ancora chiamare ‘miracolo’.

A.

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Sacrificio d’amore

24 Maggio 2005 4 commenti


Oggi m’è stato chiesto un sacrificio. Il sacrificio di te, mio unico compagno in questa schiera di indifferenti che mi urtano le spalle nel passarmi accanto. Rifiutare, certo, è stata la prima risposta: avrei potuto sbattere in faccia tutta la mia rabbia per un’idea simile, gridare che mai e poi mai ti lascerei, dopo che hai saputo amarmi, presente e passato compreso. Ma la richiesta è arrivata da tua madre, la stessa donna che ti ha partorito ventitré anni fa e che presume di sapere che non ci apparterremo mai abbastanza. Ha una presunzione assurda, quella donna, pari almeno alla determinazione con cui m’ha presa per mano e mi ha detto che tu avevi già Tina. Così l’ha chiamata… Tina, perché non le andava di rivelare il suo vero nome.
Hai potuto almeno immaginare quale tuffo al cuore m’ha preso? Tu eri per me un modello: anche se imperfetto, avevi sempre trovato forza da donarmi, tenendone sempre una buona porzione per te e per i tuoi mille problemi. Eri l’affetto, circondato da quell’aura misteriosa di passione che ti rendeva invitante e al tempo stesso tenera realtà. E pochi minuti fa, con la stessa facilità di una folata di vento, sono state abbattute tutte le mie certezze. O, almeno, le convizioni che mi ero costruita su te: eri un castello in cui abitare, senza temere spifferi ciechi e con un’atmosfera accogliente sempre pronta ad accogliermi.
Ed ora? Ora è il nulla della separazione. Inizio a vagare, ma tutto intorno a me ci sono solo corridoi che non so distinguere, porte con le serrature chiuse ermeticamente, angoli bui e torri sconosciute. Sei una prigione, per me, esattamente perché non so come potrò mai uscire; e sei anche un labirinto, capace di trattenermi con le sue anse che, una dopo l’altra, mi portano ad ali diverse dell’edificio. Tutto ciò che chiedo, dopo questa delusione,è una tinozza calda dove calmare i brividi e sentire che, dentro di me, il sangue continua a scorrere e continuerà. Nonostante tutto il mio errare, giorno dopo giorno, fiducia dopo fiducia.
Resterò senza casa, senza protezioni: pensi che non lo sappia? Ma adesso c’è lei, lei che ha bisogno di nascondere il suo nome, lei che prenderà posto in te. Chiedo perdono per aver usurpato tanto a lungo il suo regno, ma vorrei dirle che, da parte mia, c’è sempre stata la più totale ingenuità. Adesso, rimane l’amarezza del presente.
Con mani tremanti – scusa, ma proprio non riesco a evitarmelo -, percorro la strada dell’università fino alla prima panchina libera. Un posto pubblico e tanta gente attorno mi aiuteranno a mantenere il controllo della situzione, ora che mi trovo a disertare un sentimento.
Il telefono squilla. Poi, finalmente rispondi.
“Dobbiamo parlare” commento, lapidaria.
Tu taci, ma già capisci che tua madre ha confessato il vero che tu non osavi. Adesso, però, è arrivato il momento di fronteggiare la realtà e la tua codardia. Per me, è arrivato il momento di fare un sacrificio.

A.

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Lacrime senza fondo

23 Maggio 2005 5 commenti


“Ogni tua lacrima è un pozzo in cui vorrei affogare.
Profonda, ogni tua lacrima è altrettanto profonda e non riesco ad immaginarne la natura e la fine.
E’ insieme torbida e bianchissima, perchè dipende da quale luce la bagna.
E, dunque, non piangere, o affogherò del tuo pianto…”

Così dicevi, ed era un inverno tanto piovoso da non lasciarci nemmeno distinguere quelle poche lacrime che versavo per il mio cane, Berenice, trovato morto al lato della statale. Al momento non prestai attenzione alle tue parole, ma a casa mi concentrai tanto su ogni singola frase da convincermi che eri un poeta, esattamente quanto avrei desiderato. Trascrissi su un post-it giallo quello che ricordavo e appesi il foglietto sulla mia bacheca di sughero. Messo lì e visto anche a distanza, di passi e di tempo, la frase ingialliva ancora, ma conservava il suo bel significato. Bel significato, se l’avessi sentito veramente.
Già, perchè in questo mare di lacrime che hanno invaso il mio cuscino, saresti annegato senza dubbio: avrei riempito numerosissimi pozzi, tanto profondi e irraggiungibili che non avrebbero nemmeno lasciato intravedere il fondo. E dunque? Nessun lamento, nessun addio che mi avrebbe ammazzata, certo, ma solo dalla morte morale avrei saputo rinascere. Sono sei mesi oggi dalla fatidica telefonata in cui dicesti:
“Bambina, non piangere, ma guarda in alto in questo cielo d’agosto: tra poco sfreccerà il mio aereo. Mio padre mi vuole in ditta… So che fa male, ma resisteremo”.
Io non piansi, deglutii forte la saliva che mi riempiva la bocca di un sapore amaro, quanto mai simile ad un cattivo caffé. Da quel giorno, nessuna notizia, solo tante tantissime lacrime a colmare il vuoto che avvertivo. Ed il temibile post-it giallo a ricordarmi che, stropicciato dal tempo, restava sempre una frase di te. La frase migliore, quella che mi addolciva la separazione, senza altro motivo.
Guardavo ancora il telefono con ostinazione da bambina, poco cresciuta per i miei vent’anni, ma l’amore, a volte, è un filo precario che sopravvive nonostante le continue onde provocate da un cattivo equilibrista. Se decido di farlo cadere, sotto ci sarà solo un pozzo di lacrime senza fondo.

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E ti vengo a cercare…

22 Maggio 2005 3 commenti


Pensavo di farcela. Ci sono milioni di droghe in questo mondo – vere, naturali, sintetiche e metaforiche – che possono distrarre una mente per ore, farle credere di volteggiare sopra un’istmo o sognare di rilassarsi semplicemente nel proprio letto. Anch’io, mescolata a chi ha fatto delle distrazioni e degli impegni la propria droga. Anch’io, con le occhiaie che crescevano al mattino, dopo incubi che avevo fortunatamente dimenticato. Un incubo dopo l’altro, a parlare di te…

E ti vengo a cercare
anche solo per vederti o parlare
perché ho bisogno della tua presenza
per capire meglio la mia essenza.

Adesso, adesso che so che non posso rinunciare a te, eccomi a sfiorare i pendagli fuori da una porta bianca. Eccomi ad aspettare che la tua mano riapra la passione che era stata soffocata per mia volontà. Per volontà delle mie droghe. Io, drogata d’impegni fino a piangere per la assenza di tempo libero.
Sarei stupida a confessarti che in ogni mia proiezione di questo momento sogno di entrare, abbracciarti e cadere ancora su quel tuo tappeto blu che ha condiviso tanto di noi. Cancellare così le paure, con te che lecchi sul cuore tutti i frammenti irrisolti.

Questo sentimento popolare
nasce da meccaniche divine
un rapimento mistico e sensuale
mi imprigiona a te.
Dovrei cambiare l’oggetto dei miei desideri
non accontentarmi di piccole gioie quotidiane
fare come un eremita
che rinuncia a sé.

Potresti sempre rimpiangere anche tu i vecchi giorni, quando ci bastava condividere la noia per immaginare già un figlio nostro. Erano chiacchiere, lo so, ma tanto convincenti da ingannare persino il mio disinganno: ancora mi chiedo dove stesse in vero. Se nel passato remoto che parlava di figli, o nel passato prossimo che ha visto l’arrendersi di tutta la sensualità.
Così, con le dita ancora rattrappite da un vento freddo, spengo la macchina e risalgo il vialetto di casa tua. Stranamente, il cancello è già socchiuso, come se tu aspettassi visite. Forse mi troverò davanti a un momento topico, da film: scoprirò tu e la tua nuova fiamma avvinghiati sullo stesso tappeto blu che ricordo? Quanta attesa prima di sfiorare la maniglia che strattoni di fretta per uscire – tu, sempre in ritardo, non è vero? -.
Sto per suonare, ma sei tu ad aprire di scatto la porta. Vedo prima la tua espressione dubbiosa, poi i particolari del tuo viso, la camicia socchiusa sul torace. Di primo acchito, non capisco se sei indifferente o addirittura seccato per la mia presenza.
“Sei sempre in ritardo, vero?” domando io, portando ad alta voce un discorso tutto interiore.
“Sempre… Dovrei uscire, ma adesso entra…” rispondi.
Non sembri nemmeno meravigliato, ormai, e quando ti scosti per farmi passare una zaffata di dopobarba mi conferma che devi essere in ritardo ed esserti appena fatto la barba.

E ti vengo a cercare
con la scusa di doverti parlare
perché mi piace ciò che pensi e che dici
perché in te vedo le mie radici.
Questo secolo oramai alla fine
saturo di parassiti senza dignità
mi spinge solo ad essere migliore
con più volontà.

Dentro, all’ingresso, il solito tappeto blu mi conferma che qualcosa resiste al tempo e alle storie. Stupidamente, non posso fare a meno di sentirmi rinfrancata, almeno finché percorro con gli occhi il tuo fisico scattante e penso che potresti non appartenermi mai più. Paura, timore e terrore allo stato puro passano nella mia voce quando ti dico:
“Avevo voglia di vedere se resta ancora qualcosa del mio mondo, oppure tutto, in questo secolo pieno di vili, è già stato sorpassato da nuovi oggetti, nuove facce, nuovi pensieri”.
“Resta sempre qualcosa, meglio o peggio che sia…” commenti, con il viso perso sulle mie mani che passano le chiavi dell’auto da un dito all’altro.
“Senza ricordi, in fondo, cosa saremmo?”
“Ma con i ricordi quanto si soffre? Quanto stai soffrendo?”
“E tu, dimmi, quando stai soffrendo?”.
Stai fermo, poi metti le mani in tasca e lasci che la camicia si scosti di nuovo, rivelando pelle e abbronzatura, e passi una mano tra i capelli. Un mix erotico, lento e pieno di corteggiamento, quanto una proposta esplicita.
In risposta, schiarisco la voce, appoggiandomi meglio alla spalliera morbida del divano. Anche qui, tornano ricordi.
Adesso però l’unica realtà che conta è conoscere quanto stai soffrendo e, soprattutto, se stai soffrendo. Per cui, non mi pongo limiti e continuo a fissarti con occhi innocenti, come per rivelarti una minuscola parte di quella mancanza che sento.

Emanciparmi dall’incubo delle passioni
cercare l’Uno al di sopra del Bene e del Male
essere un’immagine divina
di questa realtà.

“Volevo fuggire, sai?, smettere di sentirmi in colpa per quei giorni lontani che abbiamo passato insieme.” dici tu, sedendoti sulla poltrona davanti a me, le nostre ginocchia a pochi centimetri le une dalle altre. “Volevo cancellare la perdizione che portavi in me, ogni volta che mi prendevi e mi lasciavi andare, ogni volta che ero io a prenderti e a lasciarti andare. Amore folle, il nostro, scellerato come quel pomeriggio di pioggia, sul tappeto blu. Ricordi?”.
“Ricordo” confermo io, con lo sguardo abbassato e la mente già oltre.
“Sarei stato più uomo a dimenticare quel giorno, non credi?”
“No, per quale motivo?”
“Mi sono sentito immaturo per la passione che sfiorava la pazzia, per l’inutilità di questa passione. Energia persa, risate inutili (perché la vita sai non fa per niente ridere). Dopo che tu eri con me, dopo averti persa per l’ennesima volta, io sentivo che qualcosa in me si staccava sempre più. E ho troncato.” Hai gli occhi bassi, colpevoli ma sempre sensuali.
“Non puoi essere un santo… Rinunciando a me, hai perso anche un po’ di te stesso: hai perso la sincerità che ti permetteva d’amarmi in modo assoluto. Che fosse di pomeriggio, di sera, di mattina! Come hai anche solo potuto pensare di odiare la passione?”.
Socchiudo gli occhi mentre la mente vacilla, e tu noti lo stordimento della mia testa da drogata d’impegni. Sto per crollare, me ne accorgo dopo che grosse lacrime hanno già incominciato a scendere, incontrollabili, sul fard. Tu le raccogli e con un lievissimo bacio provi ad assaggiare di nuovo la mia pelle, quasi sconosciuta dopo questo tempo.
Io mi riscuoto, ti allontano per un momento e ti chiedo del tuo impegno: non stai forse uscendo? Un breve sorriso ti nasce sul viso e vedo che togli una lettera dalla tasca.
Mi porgi la carta e lasci che, con sospetto, apra la busta.
Dentro, la lettera inizia con il mio nome…
“Sono sempre in ritardo” commenti.

E ti vengo a cercare
perché sto bene con te
perché ho bisogno della tua presenza.

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Oltre l’alba

21 Maggio 2005 2 commenti


Levati oltre lo schianto del giorno,
essere fresche testimonianze di vita.
E tornare al respiro.

A.

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