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Archivio Aprile 2005

Come una campagna di conquista

30 Aprile 2005 4 commenti


Girarci attorno ancora,
quando le falangi sembrano troppo stanche per sfregarsi le une contro le altre. Nel tempo che quasi non conosciamo più, siamo sempre due baci realizzati tra le notte e le prime luci di un’alba fredda… Tanto fredda…
Girarci attorno ancora,
mio caro, non ha più senso.
Tua per sempre… Lucille

Persa per un’ultima volta nella stanza, Lucille mastica i resti di una lunga liquerizia che continuava a ricordarle quei primi anni della sua vita, così drammaticamente lontani dall’attuale tormento che sente in sè. Mentre il legno, dolce, si insinua nella sua bocca, osserva la posizione di Lukas nel letto e pensa di non aver visto nessuno più appartato di lui in una realtà che a lei non competeva. Così, con il corpo nudo affusolato e abbandonato nel sonno, potrebbe morire o riprendere a vivere.
Lo farà.
Lo farà, ma Lucille non starà ad aspettarlo, perché quella terribile conquista che hanno intrecciato è stata solo una parentesi d’amore folle. E tutti gli amori folli muoiono o si dannano, pensa Lucille raccogliendo il vestito di meglia. Le ossa le fanno male, così come i muscoli indolenziti da una notte pazza: aveva pensato di morire, di perdere quasiasi respiro mentre Lukas non si fermava, non accennava nemmeno a rallentare, nè a darle un momento di tregua.
Poi, era arrivata quella grande pace, come un fiume lento che s’insinuava negli ultimi spazi lasciati tra loro. Lucille pensava di svenire, con Lukas addosso in quel frammento di vita che non avrebbe mai più cancellato, mentre l’aria era piena dei loro movimenti, come lunghissimi fotogrammi che si mischiano in dissolvenza.
Invece, nessuno era morto, nessuno era svenuto. Entrambi, però, s’erano stretti come se non ci fosse altra paura che quella di perdersi.
Perdersi…
Lucille controlla il viso nello specchio: è palese la notte perduta, come pure lo sono le lacrime sottili e imprecisate che le avevano lavato la stanchezza.
Adesso è arrivata l’ora di andarsene, raccogliere quei quattro stracci che erano disseminati a terra e sparire. Sparire così, da Lukas, dalla notte, dall’amore che Lucille non poteva tenere per sé e in sé, ma doveva liberare in mesi di interminabile decantazione.
La liquerizia sta finendo per quella bambina troppo cresciuta; Lucille controlla i filetti che si sono staccati dal legno principale e pensa che tutto è terribilmente triste. Come se adesso la sveglia fosse arrivata su una sbronza che lascia ancora abbastanza lucidità per accorgersi della distruzione. Così Lucille doveva andarsene, nell’ultima razionalità rimasta.
Con i capelli al vento, le calze appiccicate alla pelle, le occhiaie di rimmel, Lucille socchiude la porta e lancia un’ultima occhiata a Lukas: lui, laggiù, non l’ha raggiunta, ma l’ha solo posseduta. Con la voracità di una campagna di conquista.

Aspettare te

28 Aprile 2005 7 commenti


Aspettare te, dopo il vento portato da un pullman di passaggio.
Aspettare te, con la sigaretta alle labbra e un sapore amaro in bocca, prima della tua dolcezza.
Aspettare te, guardando di traverso la strada per non sembrare ansiosa.
Aspettare te, appoggiata alla macchina con l’aria stanca del giorno.
Aspettare te, che non guarderai il rimmel sbavato agli estremi.
Aspettare te, affrettando il respiro ad ogni motore di auto che s’avvicini.
Aspettare te, dopo aver sistemato la macchina e controllato il parcheggio.
Aspettare te, con la voglia di sorprenderti con un bacio improvviso, senza parlare.
Aspettare te, continuando a guardare al polso un orologio dimenticato a casa.
Aspettare te, pensare che non verrai.
Poi voltarmi appena.
E vederti arrivare.

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"""Là con te"""

28 Aprile 2005 3 commenti


Là,
dove hai seminato paglie sparse,
mischiando alle spighe d’esperienza
piccoli trifogli di speranza,

là,
dove la presenza del mare verde
sembra unica perifrasi d’amore
inconsuento alla tua bocca,

là,
frugare con gli occhi umidi
per trovare un errore di Dio,
oltre frattaglie di nembi.

Là,
nel groviglio ammucchiato di fiori
senza colori, con troppi colori,
diffondere uno sguardo d’intorno.

E capire che di perfezione si vive.

Anathea

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Finalmente al nostro paese… [Amore]

27 Aprile 2005 6 commenti


Stasera ho bisogno di te, delle tue mani calde dietro la schiena, dei tuoi pensieri che mi frugano dentro e sono già oltre.
Oltre me, oltre la caterva di baracche di sogni che ho creato in un paese troppo stretto e falso per durare. E’ bastato unire le dita per far cadere tutte le scale, lasciando solo impalcature fluttuanti che si potevano solo guardare da fuori.
Pianiterra di grossi castelli, anche le fondamenta hanno iniziato a perdere ogni senso alla prima congiuntura di labbra: il paese diventava sempre più una scenografia di un vecchio film western che, una volta svutata di ruolo, era lasciata a marcire.
Tra sè e sè, il solo pensiero del passato trova spazio in questo sconosciuto Bengodi che ci stiamo costruendo, mattone dopo mattone, con quella calcina che osiamo appena chiamare col suo nome. Amore.

A.

SMooTh CriMiNaL [Annie, are you ok?]

24 Aprile 2005 6 commenti


Lenta, nella stanza ancora avvolta dal respiro caldo della notte, sposto un braccio. Attorno a me, il rumore del traffico in strada, mai rallentato, nemmeno dopo la nostra resa al sonno. Mentre le auto di sotto frenano e accelerano in un continuo tran-tran, non posso fare a meno di sentire nella testa un dolore fitto alle tempie, come un martello incessante di stanchezza che mi appesantisce le palpebre. Vorrei dormire, appesantire ancora di più i pensieri e impedirmi di andare oltre. Oltre a questa notte.

A fatica, sollevo la testa dal cuscino e mi volto, piano, per non svegliare Rob che giace supino accanto a me, tanto vicino da percepire il minimo deglutire della sua gola. Osservo nella penombra il suo torace alzarsi e abbassarsi, come invece non avevo visto prima, quando mi aveva alzata da terra tra quelle sue braccia possenti che non sembravano provare nulla. Nulla per me, ma la sua eccitazione violenta mi aveva presto contraddetta. Rob era una grande passione.
Non voglio farmi vedere dal suo risveglio: con la presunzione che si ritrova, si compiacerebbe troppo, convinto com?è che mi sono affezionata. Ignora, forse, che sono terribilmente affezionata solo ai suoi addominali scolpiti. Altrove non esiste.

Silenziosamente mi ritraggo e mi volto, trascinando un po? di lenzuolo sulla schiena, ma sento il freddo percorrermi velocemente, ricordandomi per un momento la incomprensibilità di quel piacere vorace che mi ha avvolta stanotte. Allontano brevemente la mano e l?avvicino tanto al braccio di Stephan da sfiorare quasi la sua pelle, ma non posso farlo: appena addormentato dopo l?ultima carezza, ha bisogno di dormire. Probabilmente anche la vodka ha mischiato alla perversione quel fioco barlume di volontà e irrazionalità. Stephan, che stanotte ha saputo appagarmi dopo Rob, dopo William.

Dal fondo del letto, William mi accarezza un piede e mi ricorda di essere ancora sveglio. Non mi sono accorta prima del suo sguardo addosso, ma non ho pudore e, un po? per gioco, un po? per noia, gli tamburello addosso e aspetto una sua reazione. In tutta risposta, William afferra tra le mani salde e nerissime il mio piede che spicca, bianchissimo, e lo morde. Soffoco a stento un grido e poi sento già le sue dita che risalgono lentamente lungo la coscia dove Richard tiene ancora una mano. William si fa spazio in questo carnaio che mi piace chiamare ?il mio piccolo regno? e noto come mi guarda: non è passata un?ora dall?ultima volta, ma già ha voglia di salutare l?alba nascente. Sorrido e fingo di tenerlo a distanza: sono solo le intensità dei nostri sguardi a ricordarci che stiamo mentendo alle nostre voglie.

Senza poesia, lancio uno schiaffo alla spalla di Richard: voglio che ci guardi, voglio che torni alla vita e mi aiuti ad allontanare la consapevolezza che tra poco mi arriverà la morte per una patologia dichiarata incurabile. Adesso, però, ho ancora tempo.

24 apr. 05

(annie are you ok)
(will you tell us that you?re ok)
(there?s a sign in the window)
(that he struck you-a crescendo annie)
(he came into your apartment)
(he left the bloodstains on the carpet)
(then you ran into the bedroom)
(you were struck down)
(it was your doom)

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Mia madre non parla di te, ormai sparito ai miei occhi

23 Aprile 2005 3 commenti


Lei ormai non parla più di te. Alza lo sguardo, con i suoi occhi di madre, e pensa che mi farebbe altro male a nominare il tuo nome. Allora restano sempre le frasi ridotte a capziose reticenze che capiamo entrambe fin troppo bene: tu sei lì che aleggi nei nostri discorsi, fantasma congelato nel momento dell?addio. Quando hai girato le spalle al nostro vivere insieme, mia madre ha chiuso la strada delle illusioni, per difendere per sempre la sua bambina dagli occhi malvagi di un usurpatore. Tu.
Adesso che sono passati quasi due anni da quel momento, guardo ancora gli occhi di questa donna che m?ha dato la vita. Comincio a capire cosa significa per lei ammettere che sono cresciuta, con quelle prime remore sull?amore che lei, dall?alto della sua unica storia felice con mio padre, non può proprio capire.
Mia madre non crede quando le dico che ti vorrei più, perché dal suo amore non capisce come si possa rimuoverne uno che ha rappresentato tanto. Sì, ma in un passato troppo datato per palpitare ancora. Allora stringo le braccia attorno alle gambe: sono sola a capire che tu non esisti più. E ormai hai smesso di fare male: potrei ripetere a non finire il tuo nome, ma conserverebbe sempre l?inconsistente suono di una parola senza significato.

A.

Sweet dreams [are made of this]

22 Aprile 2005 3 commenti


Ci incontrammo che la metropolitana era ancora sprofondata nella notte. Intorno a noi, una leggera Eroica di Chopin cercava di rasserenare una notte cittadina come le altre, colta nello sferragliare torbido e ripetitivo dei treni. Con la borsetta ben stretta al braccio, aspettavo il mio vagone per tornare a casa, togliere le scarpe che mi facevano male e cancellare le tracce di questo giorno. Il nuovo lavoro mi aveva colta impreparata, con una serie di mansioni che non sapevo iniziare e? Tutto era come se oltrepassassi questa linea gialla d?attenzione e continuassi a camminare: un enorme salto nel buio.
Attorno a me l?aria puzzava di smog e treni passati, ma non ci prestavo quasi attenzione. Nella testa, avevo la sola sensazione di non saper reggere il tirocinio, di sbagliare qualcosa di tanto irreparabile da farmi bollare come ?incapace? a vita.
Fu in quel momento che ci incontrammo. O, forse, più che incontrarci abbiamo alzato entrambi la testa verso l?altoparlante che aveva iniziato a versare una assurda versione hip-hop di ?Sweet Dreams?.

Everybody’s looking for something?
Io l?avevo cercato, avevo cercato ancora quel battito sincopato che mi svegliava i sensi, senza bisogno di imbottirsi di alcolici o droghe che non avrei comunque provato. Riflettevo? Per quanto cozzare a destra e a manca, quel senso di sano stordimento e follia non mi era mai più arrivato, dopo te.
Avevo sentito centinaia di volte, alla radio, questa canzone, ma solo in questa versione così antiestetica che mi martellava in testa sentivo parole che assumevano un senso diverso. Un senso di appartenenza. Il mio senso.
Alzai lo sguardo verso di te, proprio mentre la canzone sembrava parlare di te.

Some of them want to use you
Quanto volevi usarmi, quanto?, pensai salutandoti con un cenno, già a distanza. Intanto, tu mi raggiungesti, con la tua calma e un pacchetto di sigarette nella mano sinistra. Tu accendesti una sigaretta, me ne offristi una e io accettai. Un passaggio semplice, quasi da buoni conoscenti, se non da amici. Ma, mentre aspiravo, vidi i tuoi occhi su me, come se niente, nessun capitolo fosse stato concluso.
Tu mi usasti, senza pietà. Io, sigaretta finita da te, dalle tue labbra che mi avevano sfinita ancora sul nascere del sentimento, ero stata accantonata in un angolo di portacenere. Non comprendevo con quale coraggio ancora mi guardavi in faccia e sorridevi alle mie parole. Come se niente fosse?

Some of them want to get used by you
In quel momento, la metropolitana sferragliò davanti a noi, frenando con quel rumore assordante che tanto conoscevamo. Tu mi cedesti di salire per prima, ma i nostri piedi sfiorarono la gomma del pavimento nello stesso istante. Allora compresi che avresti voluto stringermi alla vita, attirandomi a te: vicino alla porta, saremmo stati due fotogrammi sfocati che corrono nel tunnel. Il nostro tunnel.
Fu allora che provai un desiderio fortissimo di cancellare la mia giornata stancante, la disillusione che avevo sentito nel ritrovarti. E, soprattutto, pensai di iniziare ad ammettere che quel battito sfinente era in me dal primo sguardo che mi dedicasti, risvegliandosi adesso.
Invece, iniziai a fissare i pannelli in alto, che riportavano brani di vecchie poesie, note nel mondo. Cercai di rinfrancarle nella mente, ma la tua mano mi accarezzò i capelli, nel punto esatto in cui la nuca cede posto al collo.

Some of them want to abuse you
Some of them want to be abused.

Nessuno a parte noi si accorse di quel gesto lento e meditato. Nessuno vide le lacrime che ostinatamente restavano nei miei occhi, tanto pietrificate da non riuscire a sciogliersi. Ti guardai, implorante, sperando che la tua mano si ritraesse e, insieme, sperando che la tua mano restasse incastrata in me per un viaggio ben più lungo di questo.
Tu non rispondesti nulla. Lontano, da noi, ci sono ancora due mozziconi che fumano nel buio di una fermata di metrò. Sono due mozziconi affiancati, che aspetteranno a spegnersi in un unico istante comune. Quei mozziconi siamo noi. In attesa di spegnerci. Insieme.

Sweet dreams are made of this
Who am I to disagree?
I travel the world
And the seven seas–
Everybody’s looking for something.

22 Apr. 05

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Quando iniziai a capire

20 Aprile 2005 7 commenti


Quando iniziò la nostra guerra, non avevo ancora compiuto sedici anni. Anna era davanti a me, in autobus, con quei suoi jeans che le modellavano le curve, ancora incomplete, ma già annunciavano la perfezione futura. Lei masticava una cicca rosa ? lo ricordo come fosse oggi ? che le riempiva le guance delicate di una spregiudicatezza inaspettata. Pochi passi più indietro, io lottavo per tenermi dritta, visto il peso dello zaino, e mi sembrava quanto mai innaturale il dolce ondeggiare di Anna. In quel momento lei mi guardò, tanto di sfuggita da comunicarmi l?esatto posto che avrei occupato, oggi come domani, nella sua vita: una nullità su cui far cadere lo sguardo, come un cartellone pubblicitario da scorgere distrattamente.
Fu allora che, per villania, per ignoranza, per invidia, scambiai quella mia sottile insofferenza per odio. Un odio atroce, che portavo dentro giorno dopo giorno, con Anna che non faceva che diventare più bella e io, piccolo anatroccolo, sembravo sempre un rifiuto della natura, messa a confronto con la sua figura da donna. Bella donna.
Inutile dire che anche Anna si accorse di quel mio astio e iniziò a fare di tutto per attirare l?attenzione: alla fermata, salutava tutti e sfidava il mio sguardo; per strada si pavoneggiava continuamente, in mia presenza. Poi, un giorno di tre anni dopo, sbagliò provocazione: si mise in testa di farsi corteggiare da Pietro, un mio compagno di università, nonché amico del cuore. Allora non valse avvertirlo del pericolo, né della battaglia aperta tra me e Anna: una battaglia tanto vuota di motivazioni da farmi arrossire ancora adesso.
Pietro cascò con Anna. Anna lo lasciò un mese dopo. In lacrime.
Giurai vendetta, per quel mio amico che si lagnava che non si sarebbe mai innamorato. Guardandolo negli occhi, sentii una rabbia piena di passato che mi arricchiva l?odio per Anna.
I due anni successivi feci di tutto per far del male a quella donna. Non mi accorsi che il mio aspetto incassato stava evolvendo, trasformandomi in una ragazza di tutto rispetto, con il mio metro e sessantacinque di altezza e piccole efelidi attorno al naso. Presa com?ero dal desiderio di vendetta, non prestai nemmeno attenzione alle occhiate che suscitavo per strada, alle parole di Pietro che si avvicinava a me, e non più come amico. Nei miei scopi c?era solo fare del male ad Anna, e perseveravo con un accanimento senza motivo. Volevo farla pentire del suo senso di superiorità. E ci riuscii: Luca, il suo moroso, si incapricciò di me e, quando me lo disse, mi sembrò tanto impossibile e irreale da farmi ridere di una gioia cieca e insana per almeno un paio d?ore. Allora Anna comprese l?errore.

Fu in un giorno di quel periodo che uscii dalla facoltà, sigaretta alle labbra e mano in tasca, con la noncuranza di sempre. Quella sera avrei visto Luca: per lui avrei indossato una di quelle minigonne che mai avrei scelto di mio. In lontananza, vidi Anna che stava seduta su una piccola panchina, di quelle di ferro, e la ruggine le si attaccava ai pantaloni firmati. Lì per lì pensai di andarmene, ma si offriva ai miei occhi una grande possibilità di rivincita. Così, andai vicino a lei e fumai due boccate di Malboro prima di decidere di sedermi vicino a lei e domandarle se stesse male. Lei alzò due occhi enormi di lacrime, tanto gonfi e scuri di rimmel da farmi tremare per un secondo.
?C?è che non ce la faccio? Senza di lui non ce la faccio?? mi disse.
Erano parole semplici, ma non seppi fare altro che aspettare che parlasse ancora. Il sorriso interiore con cui mi ero avvicinata a lei lentamente moriva, lasciando un grande senso di vuoto.
?Non capisco? Di che parli?? domandai.
Anna alzò lo sguardo di nuovo, poi tornò a fissare il ciottolato a terra, in mezzo ai suoi piedi e aspettò un po? a rispondere. Capivo l?umiliazione che sentiva dentro, tanto forte quanto quella che avevo provato nella mia adolescenza. A causa sua. Compresi il freddo delle sue ossa, compresi che Anna aveva smesso di sentirsi bella e irraggiungibile, compresi che il suo desiderio era un ragazzo che le avevo sottratto con astuzia, senza reale interesse. Compresi che tutto era nuovamente in discussione.
?Luca non mi vuole? Vuole te!? mormorò.
Non c?era odio, nemmeno una piccola traccia, ma una rassegnazione dolorosa. Sentii una grande frattura aprirsi nelle mie convinzioni, legate al niente di un passato che avevo voluto costruire ad ogni costo, per riempire il mio vuoto affettivo con un po? di sfida.

Adesso era arrivato il momento di dire basta, di fermare questo stillicidio.
?Anna, Luca è innamorato di te, ma gli piaccio io. Come capriccio, ma domani già non saprebbe ricordarmi? Sai che facciamo? Stasera lui mi aspetta al BlackBull. Io non ci vado, ma ci vai tu?.
Non so come mi uscirono quelle parole, ma certo è l?effetto di stupore e sollievo che diedero ad Anna. Le grosse lacrime grigie che aveva in volto sembrarono fermarsi ad ascoltare, prima di riprendere la loro corsa verso il dolce-vita. Per sottolineare la mia convinzione, le appoggiai una mano sul braccio e mi accorsi che Anna stava tremando: mi apparve una creaturina in preda al vento, come Luca, come Pietro. Come me.
Poi, dalle sue guance nacque un sorriso piccolo che sapeva di ringraziamento e io annuii, senza bisogno di dire altro. Quel giorno fu il nostro trattato di pace, fu il momento in cui iniziai a sentirmi tanto bene da amarmi, quasi.
Dopo averla rassicurata di nuovo, riaccesi una sigaretta e salutai Anna con la mano, mentre si allontanava per il cortile dell?Università. Leggera, leggera come un fuscello, leggera come la donna più bella del mondo, leggero come il mondo, dopo aver fatto l?amore. Dietro l?angolo, Pietro mi prese per il braccio e si mise a raccontarmi, concitato, dell?esame appena superato. Poi, con atteggiamento noncurante, mi invitò ad uscire. Io accettai. E iniziai a capire.

20 apr. 05

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La luce dell’est – omaggio a Battisti – [II parte]

20 Aprile 2005 2 commenti


Le foglie ancor bagnate lascian fredda la mia mano e più in là un canto di fagiano sale ad est Qualcuno grida il nome mio smarrirmi in questo bosco volli io per leggere in silenzio un libro scritto ad est
Quando Vera aveva lasciato l?Italia ? ?per sempre?, mi aveva detto, con un accento un po? strascicato ? io non avevo fatto altro che correre qui, ogni volta che la nostalgia violentava il presente. Poi, una strana frenesia mi aveva portato a comporre il numero di telefono di un vecchio conoscente di mia madre, emigrato in Italia da anni: da quel momento, ogni giorno ho preso lezioni da lui per imparare le parole che Vera mi sussurrava all?orecchio.
Ero lento, io, ad ricordarle, ma il mio maestro pazientava e pensava che presto sarei riuscito a parlare correntemente.
?Lucio, guarda! Ci sono frasi in qualche lingua slava? Dai, dimmi cosa vuol dire! Me le traduci??.
Bruna è un pozzo senza fondo di domande e insistenza, quando si mette in testa qualcosa. Io mi passo una mano sulla fronte, poi sulla bocca, come per dire: non capisco, non parlo. Invece, dopo la prima esitazione, mi trovo a tradurle in italiano quelle frasi che avevo inciso anni prima. Ancora, vivevano nella mia mente, indelebili essenze di ricordi.
?Le mani rosse un poco ruvide la mia bocca nell’abbraccio cercano il seno bianco e morbido tra noi. Dimmi perché ridi amore mio proprio così buffo sono io la sua risposta dolce non seppi mai!?.
?Ehi, amore, ma è una canzone, vero? La ricordo bene? Aspetta, come faceva?…?.
E guardo Bruna che canticchia Battisti, ondeggia nella grotta e cerca di coinvolgermi, ma le parole slave sono tanto più incisive delle originali. Laggiù, c?è il sudore di attenzione nella ricerca, nella scrittura, nell?incisione. Qui, c?è solo la voce di Bruna che rinnova un dolore.

L’auto che partiva e dietro lei ferma sulla strada lontana ormai; lei che rincorreva inutilmente noi
Me ne ero andato io, la sera di dieci anni prima, quando Vera mi aveva mostrato il biglietto d?aereo e mi aveva detto addio. Al momento, nemmeno avevo fatto caso alla strana incidenza del presente: proprio il giorno in cui le avrei confessato d?amarla alla follia e di volerla con me, per sempre, lei se n?era uscita con quella partenza. Per sempre. Un ?Per sempre? diverso dal mio. Tanto diverso da farmi sgommare sull?ultima notte di felicità che avevo avuto dalla mia vita.
Sì, perché Vera aveva deciso di lasciarmi dopo un bacio dei suoi, tanto vero da sembrare un ?bentornato? e non un addio.

Un colpo di fucile ed ecco che ritorno col pensiero? e ascolto te, il passo tuo, il tuo respiro dietro me A te che sei il mio presente, a te la mia mente…
In lontananza un cacciatore spara un colpo. Non è per me, ma dallo sguardo curioso e astioso di Bruna capisco che deve avermi parlato. Io, come sempre, non l?ascolto.
?Lucio, devi smetterla, avanti! Adesso dimmi: cosa ti passa nella testa??.
Io guardo nei suoi occhi per cercare uno stralcio di pietà, ma c?è solo un?ostinata perseveranza. Non si fermerà fino a che non le risponderò. So benissimo. Allora qualcosa si rompe. Sono le allodole che volano e salutano di nuovo il sole; sono i passi di un vecchio che costeggia la grotta e ci evita un bacio amaro; sono le nuvole che hanno deciso di passare; sono dieci anni che si buttano da soli da una rupe. Laggiù non moriranno, no, ma riprenderanno a vivere, in quella stessa dimensione dove io incontrerò di nuovo Vera.
Allora accade quello che pensavo impossibile: nel mio relativismo, inizio a pensare che farò male a Bruna, certo, ma ho inflitto eccessive pene a me stesso! Sollevo lo sguardo, sfido gli occhi scuri di Bruna dove non vedo la minima traccia di emozione e le parlo come non avrei mai osato pensarlo. Le dico che la storia è finita, che non è mai iniziata, né potrebbe funzionare. Le dico di un amore passato, che porto dentro più di ogni parola di slavo che mi ha reso traduttore internazionale. Le dico di un sogno che devo seguire a qualunque costo, anche se è troppo tardi.
Lei sembra masticare il colpo, poi annuisce e conclude con un: ?Lo sapevo già?.
Poi Bruna sbatte quella metaforica porta che avevamo già chiuso in partenza.

e come uccelli leggeri fuggon tutti i miei pensieri per lasciar solo posto al tuo viso che come un sole rosso acceso arde per me…
… Solo, finalmente, dopo tanto peregrinare tra eremi che mi creavo da solo. Adesso che Bruna si allontana, una piccola frattura in me si sta ricomponendo: Vera, annullo tutte le resistenze, parlo col cuore quella lingua che ho a lungo ammirato in te, e adesso parlo correntemente. Parlo quello stesso slavo che, in un giorno simile a oggi, ci faceva sorridere, nella nostra incomprensione.
Adesso è arrivato il momento per capirsi, versare nella realtà quel soffio di conoscenze che voglio sentire da te, assieme alla vita passata che non hai saputo regalarmi, se non a carezze. Carezze non imparate da me. Non imparate insieme.
Adesso è arrivato il momento perché gli uccelli fuggano insieme alla razionalità del passato, lasciandomi solo e svuotato da un?esperienza che ho voluto asfissiare a pezzi di bambagia.
Adesso è arrivato il momento per cantare quelle parole che conosco a memoria nello slavo che prima non sussurravo nemmeno e mi vergognavo.
Adesso è arrivato il momento per ritrovare un biglietto chiuso nella giacca di mille inverni da solo.

come un sole rosso acceso
arde per me…

La luce dell’est – omaggio a Battisti – [I parte]

18 Aprile 2005 2 commenti


La nebbia che respiro ormai si dirada perché davanti a me un sole quasi bianco sale ad est La luce si diffonde ed io questo odore di funghi faccio mio seguendo il mio ricordo verso est
Cammino per una valle oscura, densa di ricordi pesanti, come quegli stivali che sei costretto a mettere se non vuoi sprofondare. Accanto a me, Bruna ride e si protegge i capelli dal sole con un grosso cappello di paglia. Stivali e cappello. Un accostamento stridente, almeno come questi raggi villani che vogliono raggrumare il fango.
Bruna non sembra accorgersene, fiera com?è di stringermi la mano, ma i miei pensieri sono lontani, lontani a un altro giorno simile, quando avevo accanto Vera e giocavo a rincorrerla. Io, un bambino pedante che si era appena comprato un dizionario di croato? Ma questa è una storia lunga, una storia che chiede tempo e attenzione. E io adesso non ho per niente tempo: ho Bruna da ascoltare, in questo pomeriggio assurdo che profuma di villaggi antichi, di anni andati, di Vera?

Piccoli stivali e sopra lei una corsa in mezzo al fango e ancora lei poi le sue labbra rosa e infine noi Scusa se non parlo ancora slavo mentre lei che non capiva disse:”bravo” e rotolammo fra sospiri e “da”
Pioveva, pioveva tanto da far male alle spalle, nonostante gli impermeabili e i cappucci. L?appuntamento con Vera, però, non avrei potuto rimandarlo, perché non conoscevo ancora niente di quel maledetto piccolo dizionario che ci permetteva di capirci. O, almeno, avrebbe dovuto. Così, nonostante fosse da matti uscire, mi infilai addosso un maglione di più e il mio impermeabile blu – sta ancora appeso da qualche parte, se non sbaglio! ? e corsi da lei, rischiando almeno tre volte di scivolare sopra uno strato viscido di fango e acqua. A pochi minuti di strada dal posto dell?appuntamento, avevo iniziato a chiedermi se lei sarebbe venuta.
Fortunatamente, eravamo entrambi abbastanza matti: stretta in un impermeabile rosso che la faceva una piccola Heidi, Vera mi aspettava e si passava le mani tra i capelli bagnati.
?Ciao?, mi aveva detto subito, fiera di quel suo piccolo progresso.
Poteva sembrare italiana, con quella sua aria sbarazzina e poco ingenua. Uno di fianco all?altra, camminavamo senza una meta precisa, ma sapevamo benissimo che saremmo arrivati in questo stesso posto: due campi verdi in un giorno grigio, persi a farsi ingrigire pure loro. Di fianco al fosso, conoscevamo bene una piccola grotta, luogo di tanti amanti poco rispettosi che lasciavano loro tracce per terra e sulle rocce. Vera aveva storto il naso quando eravamo entrati la prima volta; poi, lentamente, a mano a mano che gli occhi si abituavano alla vista dell?interno, qualcosa era cambiato. Forse, era accaduto lo stesso anche agli altri.
Resta il fatto che quel giorno noi ci sentimmo tanto bambini da rotolarci nel fango, baciandoci piano e ridendo, labbra contro labbra. Non accadde altro, o, forse, già questo era il mio intero desiderio?

Poi seduti accanto in un’osteria bevendo un brodo caldo, che follia!, io la sentivo ancora profondamente mia
Dopo un po? di passi nel fango, avevamo scelto una piccola osteria dal nome tanto buffo che andai a cercare sul dizionario la traduzione. Lei rise, rise tanto forte da attirare l?attenzione dei clienti: non era sboccata, ma la curva spontanea delle sue labbra trovava corrispondenza in un suono cristallino, da bambina appena cresciuta. Ricordo che qualcuno si era unito in un sorriso, ma poi tutto era tornato a lei, alla sua bella testa bionda che si rifletteva in una scodella di brodo fumante.
Lì per lì, non sapevo fare altro che tracciare sulla tovaglia dei segni con la forchetta: quei segni avevano scritto ?ti amo?, ma Vera non capiva e continuava a soffiare sul suo brodo. Avevo pensato di dirglielo, di spiegarle che quella grotta dove avevo cercato di mettere a tacere il mio desiderio, in realtà, l?aveva solo amplificato in sentimento. Invece, avevo abbassato lo sguardo con un sorriso: lei non avrebbe mai saputo niente. Quel giorno, sepolto dal tempo, sarebbe stato un passo incespicato. Allora ignoravo che avrei ricordato tutto, persino il lieve pennarello con cui l?ostessa aveva scritto il conto.

Ma un ramo calpestato ed ecco che ritorno col pensiero? E ascolto te, il passo tuo, il tuo respiro dietro me A te che sei il mio presente a te la mia mente… e come uccelli leggeri fuggon tutti i miei pensieri per lasciar solo posto al tuo viso che come un sole rosso acceso arde per me.
Bruna richiama la mia attenzione: ha scoperto la piccola grotta che, inaspettatamente, è poco bagnata. Mi fa una strana impressione vederla entrare: è come se stesse violando un tempio già profanato dal tempo, ma serbato intatto nel ricordo. Ovviamente, nella sua purezza ingenua, Bruna si infila con la giusta dubbiosità e sorride, alla vista delle tante iscrizioni sulle rocce. Ne osserva qualcuna, sfiora con le dita i margini intagliati e sorride:
?Guarda, Lucio, sembra di essere nella grotta di Angelica e Medoro! Ricordi??.
Ricordo bene quel passo dell?Orlando Furioso, tanto da poterlo quasi riportare a memoria. Invece, mi limito a pensare tra me e me che Medoro s?era tenuto stretto la sua Angelica. Io, al contrario, me n?ero restato con le mani in tasca, come adesso.