Archivio

Archivio Marzo 2005

** La trappola del disinganno **

31 Marzo 2005 4 commenti


?Quanto tempo hai intenzione di restare là dietro, come una talpa imprigionata??.
Mentre mi alzavo, la presenza di Dean nella stanza si faceva opprimente, come se una tana troppo stretta si rivelasse trappola. Allontanai con gesti maldestri il paravento e mi mostrai davanti a lui, con quell?assurdo vestito di taffettà che mi rendeva ancora più goffa, con il suo tripudio di colori che non avrei mai indossato in nessun altro giorno.
?Lucy, sei bellissima? disse lui, avvicinandosi.
Troneggiava sopra le mie spalle e la sua imponenza era arrogante, come quella di qualunque altro stilista che vede la sua opera sfigurare addosso a una ragazzina immatura che non sa nemmeno sfilare. Io socchiusi gli occhi fino a rendere Dean un?accozzaglia di grigi diversi, ma sempre riconoscibili: da un lato sentivo la voglia di credergli, scuotere i miei capelli lunghi e fingere di non conoscere la quantità di doppie punte che li sfibravano; dall?altro, sapevo ogni particolare della mia vita privata, così glabra da renderla un?imberbe rappresentazione di vita privata. Dean, al contrario, sembrava un enorme baule di segreti privo di serratura, perché già i suoi occhi bastavano per comunicare qualcosa, sempre.
?Non posso, davvero, signor Preston, non ho mai sfilato nella mia vita, né intendo farlo adesso, con ventimila dollari addosso?.
Cercai di essere risoluta, cancellando la timidezza dalla mia voce, ma appena Dean si avvicinò a me per sistemare le pieghe, il respiro si incastrò in un antro sconosciuto tra stomaco e diaframma.

Davanti, uno specchio vittoriano mostra l?immagine di una ragazzina spaurita che ha avuto la disgrazia di crescere troppo e non saper ringraziare la natura per le sue gambe da pin-up. Dietro a quella ragazzina, un uomo sulla trentina le accarezza le pieghe di un vestito. Cerca di ammaliarla con le sue dita lunghe che scorrono nelle scanalature del taffettà, ma sa che non ne ha bisogno per sedurla. Basterebbe molto meno.

?Vedi, Lucy, qui le pieghe muoiono, lentamente, e sembrano morire esattamente attorno ai tuoi fianchi, come se si arrendessero alla loro evidenza? disse Dean, appoggiando la destra sulla curva del bacino.
Io restai attonita, muta e incapace di sillabare qualsiasi parola che assumesse un significato responsabile. Vedevo soltanto Dean dietro alle mie spalle e i miei occhi tornavano con un?insistenza insana sulla sua mano lunga e ombreggiata. Ascoltai il ticchettare lontano dei passi delle sarte altrove, forse nel corridoio stesso. Dean comprese la mia emozione e fece di tutto per schiantare la mia timidezza contro il muro della sua impudicizia: percorse il profilo del corpetto, fino a raggiungere la piega del seno e, con delicatezza e finta noncuranza, mi guardò negli occhi attraverso lo specchio. Subito, avvampai e sentire il contatto della sua pelle sul mio braccio mi procurò la stessa sensazione che darebbe un?ortica: un dolore tratteggiato, con un ricordo indelebile.

La ragazzina piega di lato la testa e fa un gesto grazioso, come un rossore immediato che le dipinge le guance e modera il desiderio dell?uomo. Lui l?accarezza e domina l?impulso di moderle il collo, fino a vederla gemere davanti allo specchio. Ancora un poco di attesa e sarebbe stata sua, con tutta la voluttà che sapeva suscitare. Intanto, per spezzare la tensione, l?uomo solleva dal tavolo accanto la sua tazza di caffè. Vede la ragazzina che fissa le dita attorno al manico della tazzina. Lì ha conferma della vittoria.

?Sai bene come gira il mondo, piccola Lucy?? sussurrò lui.
Mi vidi sobbalzare appena le sue dita si staccarono dal busto e raggiunsero il collo, appoggiandosi lentamente, come in un rito misurato e conosciuto. Allora ebbi la prova del passato di Dean, un passato che avrebbe sempre diretto da solo, senza necessità di un mio intervento, ma con l?egoismo di chi chiude da solo la porta. Da solo. Io non avrei mai ricoperto alcun ruolo nella sua vita, ma per qualche momento? Momento lento, momento veloce. A fotogrammi alternati sarei sempre stata un chiaroscuro nella sua esistenza. Allora scelsi di brillare per qualche istante, a discapito dell?eternità che, da sola, chiudeva la porta alle illusioni.

La ragazzina guarda l?uomo che appoggia le dita come un tentacolo attorno al collo sottile. Lei cede, esattamente come lui aveva pronosticato e si volta a lasciare che l?uomo le slacci la lunga cerniera del vestito. Il taffettà cade, lo specchio tace immagini che, se raccontasse, descriverebbero una scena di cinica passione. Intanto, la ragazzina smette di sentirsi una talpa uscita per sbaglio da una tana troppo stretta. È allora che, in un abbraccio affrettato, dimentica il piede nella trappola del disinganno.

31 mar. 05

Ricordando il primo bacio del 19 marzo

30 Marzo 2005 4 commenti


Notte tra il 19 e 20 marzo 2005 h. 02.21
Prima del sonno, mentre le orecchie ronzano ancora per la musica recente, voglio fermare due pensieri. Sarà ricordata così la serata, con due pensieri appuntati da occhi ormai struccati, dopo quel bacio, dopo le speranze, dopo la musica, dopo l’abbraccio, dopo gli sguardi. Nasce domenica su questi miei ultimi scarabocchi, tra il tuo profumo che imprimerò sul cuscino e il sapore di dentifricio che ha cancellato solamente in parte il tuo ultimo bacio. Dimmelo, Ale, dimmi adesso come faccio a fingermi lontana da quello che mi accade, quando ho paura di guardarti negli occhi e acere la certezza che stai capendo tutto di me, il passato, il presente e anche il futuro che si prospetta senza muri. Allora regalami solo un po’ di musica, questa notte: voglio un accordo della tua chitarra, con le tue dita a premere e pizzicare le corde. E ricorda: ad ascoltarlo, ci sono sempre i miei pensieri.

Sophia – remembering Lucius

28 Marzo 2005 5 commenti


Sophia allunga le dita sulle matite appena temperate e sente la loro consistenza lignea che non accenna a spezzarsi. Se insistesse, è certa che si incrinerebbero, ma non ne ha per niente voglia, adesso che questa lampadina bianca rigetta tutta la sua luce sui fogli, dando un riverbero fastidioso.
Vorrebbe avere lì Lucius, sentire i suoi passi stanchi che salgono la scalinata di marmo, con quella breve rassegnazione che sembra farlo fermare ad ogni gradino. Invece, lui avanzava sempre, girava la chiave nella serratura della casa ed entrava nello studio dove Sophia studiava. Gettava con noncuranza la ventiquattrore sotto la scrivania e iniziava a sbottonarsi la camicia, allentando la cravatta.
Pochi gesti, ma impressi con esattezza nella mente di Sophia, che saprebbe rappresentarli al rallentatore. Non che Lucius fosse sempre abitudinario, ma c?era alcuni movimenti che compiva in modo inconsapevole, quando era stanco. E negli ultimi tempi era sempre stanco. I segni della malattia erano apparsi attorno ai suoi occhi scuri, come due grosse sacche che non sanno rassegnarsi e ritirarsi, ma che, anzi, si ripropongono sadicamente. Anche il suo profilo levigato diventava incerto, acuminato con quei lineamenti sottili e appuntiti dalla sofferenza. Però Lucius non diceva mai nulla a Sophia, convinto che la malattia annoverasse tra i suoi sintomi i peggiori che si potessero ricordare: dolore, sì, certo, ma anche tanto rimorso per un passato che avrebbe potuto evitare.
?Giorno dispari?? gli chiedeva Sophia.
?Dispari e storto quanto può essere ogni giorno per un malato di HIV? commentava lui, togliendo le scarpe e restando scalzo.
Allora Sophia gli guardava i piedi, tanto scarni da fare impressione, e aspettava che Lucius andasse a fare una doccia, allontanandosi con quel passo ammaliante che non aveva mai abbandonato, né lo avrebbe fatto. Lei restava da sola, con la luce bianca e serica di quella lampada a stelo e provava la rassegnazione che ogni donna sente quando il suo compagno sta morendo. Morendo. Morendo per un capriccio di una sera. Morendo per un capriccio di una sera senza di lei.
Per quante sere ? sere uguali, rivoltate da capo a piedi ? Sophia aveva interrotto i progetti, per spiare Lucius e poi guardarlo di sottecchi a cena, come se non fosse in grado di capire cosa lo divorasse! Per quante sere i loro sguardi si erano incrociati ed erano tornati ad abbassarsi, vergognosi per un segreto che hanno diviso troppo tardi! Per quante sere lei si era affacciata davanti alla sua camera da letto e aveva ricordato!
Poi era successo. Era successo una notte d?estate. Faceva caldo, Lucius non tornava dal lavoro e Sophia aveva iniziato a cercarlo, ma tutti i recapiti telefonici erano disattivati. L?agitazione l?aveva afferrata con prepotenza, facendola sragionare mentre correva a perdifiato per la città, chiamando il suo nome. Di Lucius, nemmeno l?ombra. Aveva pensato di corrompere il proprio orgoglio e riversare il suo pianto in una preghiera. E l?aveva fatto, inginocchiata senza dignità su un marciapiede lercio. Poi era arrivata quella telefonata dall?ospedale centrale: Lucius era arrivato là, in stato comatoso e chiamava una donna, chiamava Sophia. Per quanto ci fosse poco traffico quella notte, Sophia era arrivata tardi e aveva potuto solo stringere un corpo inanime.
E adesso? Adesso Sophia allunga le dita sulle matite appena temperate e sente la loro consistenza lignea che non accenna a spezzarsi. Davanti agli occhi, tiene un progetto che non guarda più da mesi, esattamente da quella notte d?estate. Sopra al progetto, un foglio che diagnostica a Sophia la stessa malattia di Lucius. Mentre la lampadina riversa ancora un po? di luce, Sophia tambureggia con la matita sul tavolo: sa che è solo questione di tempo?

28 mar. 05

La possibilità del caso

27 Marzo 2005 3 commenti


La possibilità del caso è una scatola nera, dove non sai pescare.
Ho affondato le mani fino ai gomiti centinaia di volte, per abbracciare il vuoto di falsi conigli di cera, che si sfaldavano sotto le dita e mi dicevano ?cara, hai perso?. Ogni volta ho avuto la certezza che non basta fidarsi della magia per estrarre i tuoi numeri, per trovare le tue carte, per combinare i tuoi tarocchi.
Il guaio è che i numeri non si comprano, le carte non ascoltano, i tarocchi non si vendono. E, anzi, sembrano desiderosi di rivoltarsi al tuo volere, sfruttando fino alla fine le infinite combinazioni del caso. Anche se è ben raro che due circostanze positive si mostrino nello stesso momento. Potrebbe essere compensazione? Potrebbe essere l?eterna oscillazione dell?uomo?
Anche adesso, allora. Anche adesso che il mondo mi si rivolta contro. Anche adesso che ci sono punti fermi che iniziano a crollare nella mia vita famigliare, il caso ha deciso di ottemperare le mie ansie con una nuova gioia da mettermi accanto.
Vivo di queste contrapposizioni.
Dolore, impotenza, incapacità di cambiare le condizioni che mi fanno sentire estranea a me stessa, relegandomi in un angolo, come spettatrice inutile di una sofferenza altrui a cui non posso portare nessun beneficio.
Gioia, realizzazione, desiderio di vivere ogni momento accanto a lui, passando alle stelle di una storia che è appena nata e già mi regala più di un mondo. Mi regala una vita.
Vivo di queste contrapposizioni.
Intanto, continuo a rovistare nella scatola nera del caso e prego perché le possibilità inizino a serbarmi strani accostamenti di speranze.

Anathea
27 mar. 05

PS – Tantissimi auguri a tutti i cari amici Bloggers che passano di qui e mi dedicano il loro tempo. A.

Categorie:Argomenti vari Tag: ,

Scambiamoci le mani [ieri...]

25 Marzo 2005 3 commenti


Scambiamoci le mani,
per giocare con i nostri indici,
guardarli passare nella sabbia
e disegnare figure impensate.
Scambiamoci le mani,
per intrecciare i nostri anulari,
incontrarli piano sulla pelle
e infilare due anelli a ricordarci.

A.

Categorie:Argomenti vari Tag: , ,

Io e te, fuori dalla storia

24 Marzo 2005 3 commenti


Non apparterremo alla storia,
me resteremo a guardarla passare,
per scalciare ogni tanto
domeniche aperte dal sangue.
Vedremo solo aurore novelle,
e cancelleremo pagine buie
che fanno dell’umanità
un definito presente.

>A.<

Categorie:Argomenti vari Tag: , ,

Piccola storia inutile, davanti a uno yogurt scaduto [II parte]

23 Marzo 2005 1 commento


BARBARA
Lei vuole sapere, perché adesso Marcello è nell?altra stanza, nel suo pigiama blu e forse si sta eccitando all?idea di quella smorfiosa mora che Barbara ha incrociato tante volte, passando dall?ufficio. Lui forse si sta eccitando per un?altra donna nel pigiama che gli ha regalato lei. Marcello sta pensando che il suo dovere di uomo l?ha fatto, questa notte, e domani si darà al piacere? O semplicemente caccerà la testa sotto il cuscino, tra poco, per lasciare che Betti gli si conceda in sogno? Barbara è stufa, e un gorgoglio allo stomaco la costringe a capire che, per quanto si possa sforzare, lei sarà sempre limitata, come ogni altro essere al mondo, e non potrà cancellare dalla testa di Marcello i fianchi stretti e le curve da pin-up della segretaria.
Una storia inutile, una piccola storia inutile che Barbara ha rifiutato, sorridendo: troppo scontata per essere reale! E invece? Barbara sospira, girata com?è verso il comodino, dove una foto di Marcello le sorride e le mente: già al momento dello scatto, c?era una Betti a risvegliargli i sensi?
Lei ha deciso di smettere di chiedersi quando è cominciata. È da un mese che lo sa, che si arrovella e pensa ad atteggiamenti equivoci, appuntamenti rimandati, espressioni pensierose, doppi sensi o ambiguità. Il risultato è, in qualunque caso, lo stesso: niente. Marcello, con la sua faccia d?angelo, non ha mai tradito la minima insicurezza, né ha mai rifiutato a Barbara un?attenzione. Così, Barbara ha deciso di non chiedersi più niente, di prendere questo yogurt e lasciarlo a diventare stantio nel proprio frigorifero.
D?altro canto, Barbara non deve nemmeno domandarsi perché Marcello l?abbia tradita e continui a farlo. Vedere Betti è stata la risposta ad ogni interrogativo: lei è bella, giovanissima, in forma perfetta e intelligente. Un mix inverosimile, forse artificioso, ma era tanto brava a simulare spontaneità da ingannare chiunque. Come quello yogurt scaduto che, nonostante tutto, è stato finito da Marcello.
Dentro di sé, non c?è nemmeno un filo di sconfitta, ma l?amara consapevolezza che un uomo così non si sarebbe mai fermato a guardarla sformarsi ancora e degradare nella definitiva bruttezza. No, lui avrebbe saputo esattamente scegliere il momento adatto per andarsene, appena prima della disfatta definitiva, appena prima che lo yogurt coaguli. Così, con la rabbia di sapersi sfruttata, Barbara ha preparato questa serata. Meglio finire prima che tutto s?inacidisca, meglio freddare un amore prima di dedicarsi completamente a lui, meglio lasciare Marcello prima che il suo corpo s?imprima in lei?
Barbara raccoglie gli ultimi sprazzi di lucidità e si infila di nuovo i pantaloni del pigiama. Dal movimento in cucina, Marcello sta finendo lo yogurt. È arrivato il momento.

MARCELLO
Adesso Marcello può quasi dichiararsi contento, perché davanti a quello yogurt vuotato ha fatto una breve rassegna delle sue decisioni, passate presenti e future. Tutto sommato, è soddisfatto: ama ed è riamato, il lavoro aumenta e può pure attrarre una donna come Betti. In punta al bilancio, però, non può fare a meno di sentire una morsa gelida che incombe, accompagnata da un brivido da capo a piedi: forse, avrebbe fatto meglio a non mangiare uno yogurt scaduto.
Intanto, solleva lentamente gli occhi sul fondo della stanza, dove Barbara dovrebbe dormire. E la vede, dritta davanti a lui, con i boccoli neri che le colano sugli occhi, e gli occhi sono neri, grossi, tumefatti da un pianto che lui non ricorda. Deve aver pianto, certo, ma quando? Perché poi? Lei si avvicina, lenta e maestosa, e il seno le ondeggia sotto la faccia di paperino che, nella vignetta, dice ?try again?. Il viso di Barbara è rosso, chiazzato, e Marcello non sa dove scappare, perché vorrebbe esimersi dall?ammettere il tradimento, come pure dal negarlo. Adesso vorrebbe abbracciare Barbara, sussurrarle che lo yogurt era scaduto, ma l?ha mangiato lo stesso, visto che era stato comprato apposta per lui e? ed era buono. Sì, vorrebbe rassicurarla, cancellarle dal viso quell?espressione tetra e poco umana. Oppure? oppure vorrebbe buttarsi ai suoi piedi, guardare quelle unghie rosse smaltate e gridarle che l?ama anche senza quella finzione, anche senza le poche attenzioni che si concede.
Invece, sta seduto alla tavola, gioca col cucchiaino nella confezione e solleva di tanto in tanto gli occhi, da scolaro che ha appena confessato una marachella.

BARBARA
Barbara si raddrizza, mentre varca la porta della cucina. Come previsto, Marcello sta seduto con la gamba piegata sopra l?altra, il ginocchio contro l?orlo della tavola e la schiena curvata sulla spalliera. È tanto innocente per come si presenta, perso nei suoi pensieri, che Barbara vorrebbe gridare e guardarlo spaventarsi. Vorrebbe avanzare di corsa, afferrare il suo pigiama blu tra le mani e stracciarlo con forza. Sa che ci potrebbe riuscire, ma è tanto stanca di questa situazione da desiderare solo la fine. Adesso.
Certo, vorrebbe schiaffeggiarlo, vorrebbe piangere, vorrebbe insultare la Betti, vorrebbe improvvisare un rito satanico contro ogni futura storia d?amore di Marcello, ma non è cattiva, e non potrebbe mai augurargli un tradimento. Non potrebbe, anche se dentro sente uno stiletto sempre più calato nel cuore, appena di fianco allo sterno.
Barbara si avvicina, si siede davanti a Marcello, con un sussulto gli prende la mano e gli dice ?basta?.
Come se fosse il gesto più naturale e previsto, lei dice ?basta?.

MARCELLO
Barbara dice ?basta? e Marcello capisce l?errore, ma sa che ripartirebbe da zero. Lo sa anche adesso che la donna che ama lo sta allontanando per la storia di sesso con la Betti: Marcello, allora, non se lo sarebbe mai risparmiato, né adesso ha intenzione di farlo. Così abbassa la testa e prende la mano a Barbara: la sente sudata e umida di pianto. Lascia con rammarico che le sue dita si bagnino di quell?ultima traccia di lei.
Non può più tornare indietro, né nascondere l?evidenza che Barbara conosce benissimo. Marcello smette di fingere, perché quel ?basta? gli ha appena aperto un solco in petto, simmetrico a quello di Barbara. Il solco e lo stiletto resteranno sempre.

BARBARA & MARCELLO
Nella stanza, si leva un doppio pianto, a due capi opposti del tavolo.
Un uomo e una donna si tengono le destre, appoggiate accanto a una confezione di yogurt.
Lo yogurt è scaduto.

E questa è una piccola storia inutile, quotidiana come mille altre.

Piccola storia inutile, davanti a uno yogurt scaduto [I parte]

23 Marzo 2005 2 commenti


MARCELLO
Riemerso dal frigorifero, Marcello chiude lo sportello e rimira la confezione-famiglia di yogurt che ha tra le mani. Sempre, a quest?ora della notte, sente una fame chimica in fondo allo stomaco e l?unica soluzione è alzarsi, accontentare le sue voglie e poi tornare a letto, dove l?aspetta Barbara. Sì, lei lo aspetta, con la sua enorme maglia di paperino e i capelli scomposti, senza mai curarsi della sua posizione. Lei, ingenua come una bambina nel letto, si appallottola a feto e aspetta che sia lui a risvegliarla, lentamente. Non le interessa il pericolo di essere scoperta in una posa infantile e poco femminile; anzi, sembra gelosa di quei difetti che la caratterizzano.

Tra questi, adesso Marcello non può che storcere il naso davanti all?ennesima prova di distrazione di Barbara: lo yogurt è scaduto, e scaduto pure da una settimana abbondante. Il primo pensiero che sente Marcello è un moto involontario di rabbia: vorrebbe svegliare la donna, sventolarle davanti l?etichetta dello yogurt e, chissà?!, arriverebbe forse ad insultarla. Tuttavia si trattiene, siede alla tavola e appoggia sulla cerata la grossa confezione fredda e un poco appiccicosa. La tentazione di aprirla è tanta, soprattutto per ricordare le serate passate davanti al take-away messicano, ad inveire contro la lentezza dei commessi e la voglia di trovarsi l?uno davanti all?altra. Marcello ricorda le prime cene, e realizza che già allora Barbara non si mostrava affatto dispiaciuta per la sua situazione di pessima casalinga: ?non sono una donna da sposare, tutto qui?, aveva spiegato una volta, con un sorriso aperto e allungato che le allargava le guance in un buffo aspetto da clown.

Adesso, invece, Marcello non saprebbe rinunciare alla sua fresca spontaneità, alle camicie accatastate su un tavolo che non si svuoterà mai, alle sere davanti ai fornelli per la sua Barbara. È così che apre la confezione di yogurt, infila un cucchiaino che viene subito caricato di una generosa porzione di poltiglia alle fragole. Non serve farsi coraggio, dal momento che Marcello ha sperimentato i tentativi culinari di Barbara, le sue minestre che sembravano avvizzite. Contrariamente alle aspettative, il gusto un poco asprigno dello yogurt arriva subito mitigato dalla dolcezza delle fragole e Marcello non può tacere un mugugno di piacere: ha voglia di mangiarlo.

A dire il vero, Marcello ha sempre voglia di mangiare uno yogurt dopo aver fatto l?amore. È un?usanza stupida, immatura e di poco conto, ma s?è infiltrata tra le tante abitudini che fanno la differenza tra la spontaneità e la montatura. E lui, con Barbara vuole essere sempre spontaneo. Per questo Barbara continua a tenergli in casa lo yogurt: per ogni serata assieme, ci sarebbe sempre stata una piccola attenzione in frigorifero. Peccato che la disattenzione di Barbara questa notte ha rischiato di mettere alla prova l?abitudine!

Invece, ora Marcello continua a mangiare di gusto il suo yogurt e sente che, nell?altra stanza, Barbara deve essersi voltata nel letto. Dalla porta semi-aperta, può solo intravedere un paio di pieghe delle lenzuola che ondeggiano e cambiano forma. È lei, è la sua donna a modificarle, movimento dopo movimento; ancora, Marcello si incanta con il cucchiaino a mezz?asta e aspetta che il rumore di là si calmi.

Ecco, Barbara dorme. Ha recuperato la coscienza solo per decidere di muoversi, cambiare posizione e forse sistemare meglio il collo sul cuscino, perché la cervicale la assilla sempre negli ultimi tempi e non sa trovare pace. Magari adesso lei è di nuovo rannicchiata, rannicchiata sul lato destro del letto e con le sue gambe tozze raccolte a conchiglia si formano piccole e numerose pieghe sul ventre. Senz?altro le mani sono raccolte, una contro l?altra, come una preghiera piegata lievemente dal sonno e, tra le dita, un lembo di lenzuolo spiegazzato che accetterà di essere stretto. Gli sembra un piccolo scoiattolo, con quella coda enorme e morbida, esattamente com?è il corpo di Barbara: tra le zampe aggraziate, accarezza una ghianda, espressione di tenerezza ed affetto. L?immagine comunica a Marcello una grande pace, un senso di sicurezza di chi è approdato ad un?isola e ha appena scoperto di aver ritrovato la patria. Allora, confortato, affonda di nuovo il cucchiaio e succhia con voluttà altro yogurt.

BARBARA
Barbara si rigira nel letto, inquieta, con le gambe infuocate da un formicolio fastidioso. Di là, sente rumore di un cucchiaino sbattuto sul tavolo e immagina gocce dense di yogurt cadere sulla cerata: grosse, dure, maleodoranti e appiccicose. L?idea la lascia a rabbrividire e non può fare a meno di non comprendere quella goduria immatura di Marcello: vorrebbe tenerlo accanto a lei, domandargli di restare e dormire insieme, ma non ne trova il coraggio, visto che una volta lui le ha confessato che ?i momenti dopo l?amore richiedono sempre tanta riflessione?. Certo, Barbara si offendeva all?inizio, voleva correre davanti a Marcello, improvvisare un grande fascino e riportarlo, con voce suadente, tra le sue braccia. Erano i suoi piedi pesanti, le braccia da lottatrice di sumo, le natiche importanti, invece, a ricordarle che faceva meglio a stare ferma e immobile per non creare situazioni imbarazzanti.

Col tempo, però, la situazione è cambiata, ma non abbastanza: davanti alla rassegnazione di Barbara ? una rassegnazione mai comunicata, né discussa, sia ovvio -, arriva il momento drammatico in cui lei inizia a sentirsi solo un accessorio. Marcello ha lei, lei che non sa nemmeno cucinare un piatto di spaghetti, lei che si ciba di precotti, lei che non può portare le gonne che vanno di moda, lei che si infila addosso una maglietta di paperino e vede come i suoi grossi seni la deformino. A volte, Barbara vorrebbe cancellare Marcello. Come adesso, come adesso? Adesso lui la ritiene una bambina fedele, ne è sicura, mentre lei non può far altro che vedere in lui un perenne insoddisfatto che cerca un piccolo contentino dopo l?amplesso in uno yogurt alla fragola ? peraltro scaduto, Barbara lo sa bene ?.

Niente la distoglie da questa convinzione e, ancora una volta, si gira nelle coperte, cambiando inclinazione a quelle due lacrime che stanno per scivolare sul cuscino.

La verità, comunque, è che Barbara conosce bene il suo ruolo, sa quale epilogo l?attende, e l?unica strada che ha trovato per premunirsi è quello yogurt scaduto alla fragola che Marcello sta mangiando, in cucina, completamente ignaro del significato.

MARCELLO
Con tutti i gusti che di solito Barbara tiene in frigorifero, è strano trovare uno yogurt solo, e per di più alla fragola, visto che quel rosa chiaro la inquieta. Probabilmente, però, è per quello che l?ha avanzato. Tuttavia, Marcello lo gusta con calma e con la mente è già proiettato a quando, domani, andrà in ufficio, allungherà una mano sulla scrivania della Betti e preleverà tutte le pratiche che lei starà ancora pazientemente picchiettando sui tasti. Allora lui correggerà le parole della prima pagina per vederla impallidire, infierirà sulla sua esile autostima e poi la inviterà a cena.
Un ragionamento che fila, lieve e leggero, ma, soprattutto, un ragionamento che annulla in un nanosecondo la presenza di Barbara. Del resto, non è la prima, né l?ultima volta che segretaria e capo condividono qualche scappatella. Al contrario, è una storia comune, tanto banale da passare inosservata. Nessuno lo sa, né lo saprà mai, visto che la Betti non nutre gelosia, ma ha motivo di tacere, perché un uomo fedele le lava i panni a casa mentre lei accetta un invito a pranzo o a cena con Marcello.

Lo yogurt è quasi finito, quando lui inizia ad immaginare come Betti si presenterà e cosa gli dirà prima di pranzo; infatti, contrariamente alle aspettative, Betti è una segretaria con i fiocchi, bisogna riconoscerlo, e Marcello si diverte a torturarla così solo per ricoprire la parte di imprenditore crudele e incontentabile. Già, incontentabile? Anche adesso, davanti alla confezione vuota di yogurt, potrebbe gridare il suo amore per Barbara, piccolo scoiattolo con la ghianda in mano. Il problema è che, in caso di carestia, lei rinuncerebbe a quella ghianda pur di sfamarlo, anche se l?ha curata e lucidata per stagioni di povertà. Perché lei è affidabile, perché lei è scontata, perché lei è diversa dalle altre donne, ma così terribilmente uguale nelle aspettative.

Con il cucchiaio frega le pareti della confezione e guarda un po? di sostanza rosa depositarsi sull?acciaio. Subito, senza attendere di raggrupparne di più, mangia lo yogurt rimasto: lo fa con una serie di gesti meccanici e inevitabili, mentre i pensieri volano e l?idea del tradimento crea nella sua mente una serie di fotogrammi a luci rosse. Poi abbassa lo sguardo e vede il vuoto del contenitore bianco.

Nell’insonnia, pensieri quasi d’amore…

22 Marzo 2005 Commenti chiusi


Nasconditi, piccolo, prendimi sotto le tue braccia. Schienati dalla quotidianità, resteremo pur sempre con la faccia verso il cielo: non guardare la pesantezza di nubi sconosciute, perché esistono lunghe pensiline di ferro a proteggerci il capo e, se non ci vorranno, costruiremo un ombrello grosso abbastanza da contenerci. Forse ci vorrà tempo, fatica e tanti graffi sulle mani, ma so che ne varrà la pena, finché avrai voglia di baciarmi le dita e sussurrarmi che guarirà tutto, anche quella ferita che pensavo risalisse ad una guerra antica, che fosse uno di quei rimasugli che non se ne vanno mai. Invece, quando siamo atterrati su questa valle, ci siamo guardati e tutto il dolore è passato, come un palliativo miracoloso che sembra illudere e, al contrario, guarisce. Allora restiamo qui, insieme, e quando la vita ci schienerà con le sue pretese, saremo pur sempre rivolti alle stelle…

Nella notte tra 21 e 22 marzo ’05
Anathea

Se mi dimentichi…

21 Marzo 2005 3 commenti


Se mi dimentichi,
ci saranno posti e momenti
per le palpebre smemorate.
Allora frammenti persi
saranno unità di pensieri
e tutti i dubbi rosicheranno
le tue giornate, già piene.

Se mi dimentichi,
non avrò occhi per fissarti
e dirti che sopravviverai
alle avventure di routine.
Sospenderò il giudizio
e abbasserò la fronte,
dove non mi puoi vedere.

A.

Categorie:Argomenti vari Tag: