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Archivio Gennaio 2005

Dancing…

31 Gennaio 2005 3 commenti


Sento i pensieri vacillare su questa pista buia, illuminata da tratti obliqui di luci.
Tu non esisti qui, non sai che in lontananza un uomo ? bello ? si sta avvicinando. Ha tra le mani un cocktail e lo porta alle labbra. Brinda, sta brindando a me, ai miei fianchi che ondeggiano a tempo. Da parte mia, porto le braccia in aria, senza smettere di seguire la musica.
Musica che sa di sesso.
Questa musica è sesso. È sesso contro il silenzio, e il tuo movimento ti dice che lo sai, che lo senti e non puoi fermarti, non adesso, che ti è entrata ogni nota, ogni tamburo sotto la pelle. Sai che non vuoi smettere, non lo faresti mai, per nessuna visita. Potresti salutare, abbracciare, baciare, telefonare sempre con quel ritmo nei piedi, con la fame di riprendere spazio in pista, annullando le fitte alla milza, il mal di piedi, la stanchezza. Non c?è pesantezza, e l?equilibrio sui tacchi è magicamente realizzato. Da solo, dopo poche battute.
Adesso mi volto, lentamente, dove laggiù gli amici ballano. Mi piace, dopo un po?, estraniarmi dal gruppo, ballare vicino a persone che non ti chiudono in un abbraccio protettivo. Restare sola, in mezzo alla folla che non conosci, vibrante di ritmo. E qui sorridere delle mosse maldestre, dei passi e degli scontri, o infittire lo sguardo, come adesso. Laggiù, quel ragazzo alza di nuovo il bicchiere. Ci sono gli amici affianco, tutti distratti, e lui fissa impenetrabile il mio movimento. Se per me c?è movimento, lui sembra perfettamente fermo.
Fermo, ma a suo agio.
Spettatore consapevole di tutto.
Consapevole degli errori, delle imprecisioni, del potere che scaturisce da queste canzoni. Ripetitive, ossessive, ti spingono al limite della sopportazione. O al limite del piacere. Poi aggiungono la variazione ? e la variazione sul tema di ammazza, ti contagia di energia proprio quando pensi di sederti per qualche minuto. Invece dalla ripetitività arriva il cambiamento e sei costretta a restare, nonostante il sudore inevitabile, quel po? di pesantezza agli arti. Il fiato, invece, resta sempre, in un respiro che a volte diventa sottile ansito.
Ancora, e ancora?
Socchiudo gli occhi, perché è arrivata la canzone che preferisco.
Questa, in assoluto, è sesso. Sesso estremo, disperato, che fiocca di passione e piacere. Giù, nota dopo nota, respiro dopo respiro. Ti invita, ti dice di toglierti inutili inibizioni, in questa notte dove la stanchezza si mesce alla eccitazione.
Lontano, lui mi guarda.
So che conosce la mia stanchezza.
E io non voglio rischiare di perdere il tempo del ballo.
Così, alla fine del pezzo, mi fermo e mi dirigo verso il tavolo dei miei amici, in direzione opposta allo sguardo dello sconosciuto. Anche se mi accorgo che lui appoggia il bicchiere al tavolo e mi segue, fingo di non accorgermene. In fondo, nella conquista e nel lasciarsi conquistare c?è nascosta più arte di quanto si voglia dire.
Adesso, adesso che mi sento seguita e so che nessuno sa di questa mia tacita ombra, ho voglia di gridare tutta la mia indipendenza. E riversarla di nuovo, in un ballo meno stanco, con un pubblico che lasci il centro-pista a me e allo sconosciuto. Lì, alla luce intermittente dei riflettori, saprò accarezzare la novità con mani che già sanno dove cadere.
Lui è sempre più vicino. Sta per cominciare una nuova canzone.

30 gen. 05

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(°°°° Nonostante tutto °°°°)

30 Gennaio 2005 2 commenti


Lasciatemi stare qui stasera.
Seduta su questo avanzo di marmo, a specchiarmi nella levigatura. Ho bisogno di fissare di nuovo la mia immagine, per assicurarmi che è sempre lì, fedele ai miei movimenti. Nonostante le lacrime, nonostante la sfiducia, nonostante Morgan. Nonostante tutto.

Nonostante tutto, ho ancora le labbra morbide e rosse che chiedono un bacio, anche se i baci di Morgan non torneranno. È il marmo a dirmelo, così silenzioso com?è, così freddo, così coriaceo, così impersonale. Sarebbe tanto difficile, per me, sgusciare via dalla immagine riflessa che non ci penso nemmeno. Anche se fa male, vedersi giovane e bella, con un gran vestito elegante e tanta passione luminosa negli occhi. Nonostante la pioggia, nonostante le mani di Morgan sul collo e le sue dita impresse in me, sono ancora unita, ancora insieme. E dire che sembrava impossibile!

Morgan s?è scostato, con la freddezza di un francobollo strappato da una busta. Addosso, gli sono rimasti brandelli di carta ? i miei ? a ingigantirgli il corpo, i pensieri e il futuro. Senza riguardo per il mittente, senza interessamento per il destinatario. Tutto, con un menefreghismo acuto, inzuppato di amarezza. Morgan ha fatto con me ciò che era stato fatto a lui. È stato contrappasso, violenza vestita di ragioni sconosciute. È stata vendetta, sadismo verbale che ha allontanato me e lui.
Adesso sono una busta inutilizzata.
Non inutilizzabile, ma inutilizzata.

Raffreddata, su questo pavimento, sono anch?io dipinta di quelle vene più scure che si confondono nel bianco marmoreo.

Intanto, pensieri marmorei ? intrecciati, spezzati, drogati di ragione.

Fiotti di ?lo so?, ?lascia stare?, ?lasciami qui?, ?addio?? Per tutto c?è un motivo, e la ragione me lo spiega adesso, con la mia faccetta triste che si specchia nel marmo. Senza nessuno attorno. La ragione mi spiega degli errori, dell?immaturità dimostrata. Nonostante tutto, Morgan ha avuto la sua colpa, la colpa di non saper aspettare una bambina fragile e bella, ma di ritrarsi davanti alla passione che avvampava ? muta, umida, vorace.

E allora lasciatemi stare qui stasera, che non ho altro da dire, se non ?nonostante tutto?, perché dietro ad ogni concessiva, nascondo una speranza, fioca, ma viva. Voglio uccidere tutte le concessive, annullarle una dopo l?altra, per poter finalmente dire: ?non esiste perdono, non esiste motivo per pensarci?.

Invece? Invece?

Il marmo riflette due occhi fiduciosi, castani e fiduciosi, incorniciati da ciocche di capelli corvini che oscillano per il pianto. Tra i singhiozzi, qualche passo lieve mi richiama. Mi volto, senza più potermi specchiare nel marmo.

Dietro di me, Kik e Jean con la sinistra in tasca e una sigaretta accesa mi aspettano. Hanno finito di fumare e aspettano me. Sanno che sto piangendo ancora per Morgan, sanno che ho bisogno di vedermi intatta, bella ancora. Sanno che potrei metterci delle ore, dei giorni, dei mesi. Sanno che forse non mi rialzerò più, ma starò sempre accovacciata sul marmo, in attesa di una nuova certezza. Sanno che non sarò più l?amica di un tempo. Sanno che non berrò più con loro. Sanno che non invierò più una lettera, memore di Morgan. Sanno che non vorrò più pronunciare il suo nome.

E, nonostante tutto, m?aspettano.

29 gen. 05

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**– Silenzio di registrazione –**

29 Gennaio 2005 Commenti chiusi


Silenzio di registrazione.
Strano, lo stereo avrebbe dovuto cambiare cd automaticamente, e, invece, silenzio. Un poco irritata dal contrattempo, Dalila torna nel salotto con ancora lo strofinaccio tra le mani. S?avvicina allo stereo, allunga il dito e vede che il cd con le registrazioni di Ruggero continua, il display segnala l?avanzare dei secondi. Strano, molto strano, pensa Dalila, stringendo lo straccio. Poi, d?improvviso, una voce viene amplificata dalle casse.
La voce di Ruggero.
Così, inaspettata, in una traccia nascosta.

Dalila,
Nonostante ti avessi promesso il silenzio, mi sono riservato questa breve traccia nascosta per parlarti un poco. Parlarti dei cambiamenti, con questa voce che mi è sempre stata piena di fortuna.
Dalila, amore, sto per partire.
Tu sai bene quanto mi costi lasciare tutto, lasciare Roma, lasciare te, la nostra bella Italia e tutta la gente che conosco. A questo s?aggiunge lasciare questo lavoro di attore e doppiatore, che, se all?inizio era svilente per un militare come me, adesso cominciava a piacermi. Anzi, ha iniziato a piacermi quando mi hai fatto notare la sonorità bassa e vibrante della mia voce registrata.
Dali, non avevo mai pensato a me, alla mia voce registrata. Poi sei arrivata tu, con questo lavoro rimediato chissà come, con le mille aspettative che non potevo tradire. Grazie a questo lavoro, ho cominciato a studiare dizione, leggere Dante con una luce nuova negli occhi. La luce della consapevolezza.
E adesso, adesso parto.

La voce di Ruggero è diventata rassegnata. Le sue belle corde vocali sono scese di tono, emettono un lieve pianto trattenuto.

Adesso parto, perché questa guerra ha invaso tutto, anche gli spazi che volevo riservare protetti. Protetti per me, per te, per chi amiamo. So che è una follia, riprendere le armi a quarant?anni, spingersi di nuovo in territori nemici, senza aver alcun patto con il destino. Achille ha potuto scegliere una vita da leone; io non so cosa m?aspetta: se la gloria e la morte o l?anonimato e la salvezza.
È proprio per questo che capisco bene quando mi hai chiamato ?pazzo?, inveendo contro la mia immaturità. Qui, però, ti sei sbagliata: Dali, io starei vicino a te con il continuo rimpianto di non aver svolto il mio dovere di milite. Dici che è per fama, che rincorro un sogno di divise?
No, è una missione.
Laggiù, in un modo o nell?altro, vado a cercare di fare qualcosa. Più di tante parole perse per casa.
Adesso che sei arrivata alla fine di questa registrazione, ti saluto e t?abbraccio.
Tuo per sempre? Ruggero

Dalila freme e si affloscia sulla sedia: sentire di nuovo Ruggero, con quella voce perfetta e calda la lascia senza forze. Quel tono suadente, suo malgrado, la sta uccidendo di freddezza. Dunque, è partito. L?occhio corre al calendario: 28 gennaio. Dalila corre allo stereo, raccoglie la custodia del cd e cerca la data di registrazione: 6 novembre.
Due mesi e mezzo.
Cala il silenzio, un silenzio imprecisato, mentre il piatto dello stereo ruota e attacca con un album di tanghi. Caparbi, sfrontati tanghi.
A Dalila cadono le braccia lungo i fianchi, mentre la musica continua, imperterrita, a riempire la stanza. Passano tre canzoni intere, e ancora Dalila non s?è mossa: incapace di capire cosa le stia succedendo, sente solo il fortissimo desiderio di chiamare il fratello di Ruggero, Carlo, per assicurarsi delle sue condizioni. Così, spegne rabbiosamente lo stereo e corre al telefono, dove compone un numero vecchio di anni che conosce a memoria. Lo conosce benissimo.
?Pronto?? risponde Carlo.
?Pronto, Carlo?! Sono Dalila? Ciao??
?Ciao? riecheggia tutto lo stupore.
I convenevoli passano in fretta. Carlo sembra sollevato non è molto triste, né sembra preoccupato dell?interessamento di Dalila. Anzi, dopo un po? è proprio lui ad affrontare l?argomento:
?Dali, hai sentito il cd, non è vero??
?Come, lo sai anche tu??
?Certo? Ruggero l?ha registrato dopo tantissimi dubbi. Sono stato io a dargli conferma e ripetergli che faceva bene?.
?Sì? Ma, adesso, Ruggero come sta? Dov?è?? domanda Dalila, con una tachicardia che sembra battuta dal tango di prima.
Dall?altra parte del telefono, cala il silenzio. Poi Carlo si schiarisce la voce, lentamente, come se quel verso roco dovesse durare in eterno.
?Adesso sta meglio? Ha visto di tutto, Dali? E? un superstite da una strage. Una trappola, dice? Adesso è tornato laggiù, anche se la ferita non è ancora perfettamente rimarginata, ma, sai com?è fatto, non ha voluto saperne di aspettare?.
?Ferita? Che ferita?? Dalila pensa di non farcela a sostenere il senso di colpa per tutta quell?attesa inutile.
Anziché sostenere Ruggero, appoggiarlo e stare legata a lui, l?aveva maledetto pubblicamente per la sua decisione di arruolarsi di nuovo e partire per l?Iraq.
?Da arma da fuoco? Un mese e mezzo fa? Era partito da poco, quando c?è stato l?assalto alla sua squadra: tutti sterminati, tranne lui e un paio di compagni, salvati per miracolo. È stato curato qua a Roma un paio di settimane e poi è ripartito. Meno di un mese fa.?.
Da sola, nella stanza, Dalila annuisce. Meno di un mese fa, avrebbe potuto incontrare Ruggero per la città, e nemmeno lo sapeva!
?Tra due settimane, però, la squadra di Ruggero torna in Italia. Sono stati i più meritevoli ? degli eroi, dicono. Figurati che nemmeno li volevano ancora, dopo che erano sopravvissuti all?assalto. Avevano il permesso di restare in patria. Invece, sono tornati là per l?ultima missione e poi torneranno a Roma? Ah, Dali, se vuoi mi faccio vivo e ti informo??.
?Sì, ti prego, fammi sapere quando torna?.
Alla fine della telefonata, Dalila scopre quel pianto di cui non era stata capace, prima. Adesso, tra le lacrime che spiovono per le guance, ha una nuova scintilla di speranza. Dopo una guerra, a Ruggero offrirà la pace.

28 gen. 05

In corsa verso noi — [ad Alessia]

28 Gennaio 2005 11 commenti


In corsa affrettata lungo il bagnasciuga.
Ho te accanto, amica mia.
Ho te accanto, e si può correre.
Non aspettiamo gli altri, corriamo finché abbiamo fiato: c?è tutta la spiaggia ad attendere le nostre orme, fredde, umide. E con loro ci saranno respiri affannosi, chiacchiere e risa, come da bambine? Come da bambine?
Non mi importa quella fede che porti all?anulare ? ti chiederei di togliertela, giusto il tempo di illudersi di nuovo che sotto quel vestito fiorato da donna un cuore sta palpitando per la prima volta -. Fingiamo con questa corsa di tornare indietro, lungo una spiaggia serica e sterminata, verso la spiaggia che ci entrava nel costume a cinque anni. Io cinque, tu sei. Sono pronta a costruire di nuovo un castello, cercando stecche di ghiaccioli per il ponte-levatoio e tanti sassi ? piccoli e scuri, mi dicevi, che si vedono meglio ? come ornamento accanto al fossato.
Ma adesso corriamo allora.
Corriamo fino alla nostra vecchia spiaggia.
Fino alla sabbia che aspetta il castello, fino alle stecche che aspettano le nostre mani, fino ai sassi che raccoglieremo. Tutto, di nuovo.
Non ridere, ti prego, la tua corsa si rallenta.
Allora rallento anch?io. Ti aspetto.
Di nuovo. Tutto di nuovo.
Di nuovo anche la promessa d?amicizia eterna, sotto quei ?ti voglio bene? che sapevamo dire così facilmente! Dopo la merenda, dopo il bagno, ad ogni nuovo incontro, noi avevamo un ?ti voglio bene? da scambiarci: sinceri, il tuo e il mio.
Poi qualcosa è successo? I primi allontanamenti per parole che non abbiamo saputo dirci, per quei segreti che abbiamo considerato incomprensibili, per quelle scelte di vita che ci hanno distanziate. Niente castelli, allora, niente castelli: l?onda li ha atterrati tutti, e non ha salvato nemmeno un popolano.
Allora dimmi che significa, adesso, questa corsa.
Dimmelo, tu, con la tua fede al dito. Io ho le mani libere. Troppo libere.
Le sento vuote, vicino alla tua realtà famigliare.
Dovrei sentirmi incompleta ? un poco, forse, lo riconosco -, ma continuo a correre per la felicità di esserti accanto, dopo anni di pacato disinteresse, dopo ?ti voglio bene? che non hanno comunicato niente. Più niente. Ma adesso corri, corri, corri, amica mia, fallo con la liberazione che vogliamo donarci, senza più limiti e riserve. Cancellerò quei piccoli grovigli che ho dentro e li farò diventare errori passati, senza più senso. Ignorerò quella tua vita che non è stata mia nemmeno per un momento: non so niente di quegli anni, se non attraverso i tuoi riassunti. Non so della tua università, non so del tuo primo amore ? l?ho visto, una volta, ma nemmeno lo ricordo ? non so della tua prima volta, non so del dolore freddo con cui hai accettato la separazione. Non so, adesso, come vivi con tuo marito.
Adesso, che sei una bambina che mi corre accanto, con tutti i tuoi ventun?anni, adesso che te ne darei sette, adesso che acceleri e la gonna svolazza, accompagnando la tua spensieratezza.
Adesso non so più niente, perché il cuore mi scoppia ? sarà la corsa o sarà la felicità? -, i pugni sferzano l?aria e accelero anch?io, per raggiungerti e fingere di superarti.
Sai che non ti supero. E lo so anch?io.
Guarda, laggiù la spiaggia di noi bambine. Acceleriamo di nuovo!
Scivoli a terra, incurante della sabbia che ti sporca il vestito, ti entra tra i capelli lunghi. Pure io, accanto a te, col petto ansimante e un sorriso largo come la fanciullezza.
Dio!, se mi sei mancata!
E bastava poco, così poco, per recuperare un periodo. Senza riserve, senza dubbi: adesso sono qui, adesso tu sei qui. Vicino al tuo braccio, uno stecchetto di ghiacciolo emerge dalla sabbia. Adesso c?è un castello da costruire. E poi un bagno nel mare.
Intanto, bentornata?

28 gen. 05

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Consumazioni-consumate

27 Gennaio 2005 7 commenti


Sapessi quanto mi manca di te! Tanto che nemmeno credevo possibile. Tu sei stato prodigo di elargizioni, ma io sono un’attenta collezionista. Ho tra le mani una serie regolare di scontrini con altrettante date, consumazioni.
Consumazioni-consumate.
Dita-consumate sulle consumazioni.
Movimenti-consumati per dita-consumate sulle consumazioni.
Impulsi-consumati in movimenti-consumati per dita-consumate sulle consumazioni.
Tempo-consumato da impulsi-consumati in movimenti-consumati per dita-consumate sulle consumazioni.
Mi domando se tra tante energie-consumate e tanti sentimenti-consumati troverai tempo da consumare per un nuovo scontrino.
Consumato insieme.

————————————————–
Dopo questo che ho scritto, inizio a domandarmi se ho l’autorizzazione per preoccuparmi. L’unica sicurezza è che non voglio finire tra vent’anni tra gli Harmony, né tantomeno dire “da giovane mi piaceva scarabocchiare pensieri, ogni tanto…”.
La professione di modestia si ferma qui.
Qui_

[Rimembranze lucreziane] – L’assaggio del miele

26 Gennaio 2005 3 commenti


L’assaggio di ogni miele
si muta in amaro assenzio:
non ho medico che m’aiuti
e il cucchiaio in attesa
pencola sull’orlo del dubbio.

A.

Per chi fosse curioso… L’esame di stamattina è passato… I risultati li avrò verso il 10 febbraio. Alla fine ho scelto il commento su un sonetto di Petrarca… Vedremo… Sono esausta.
Ciao ragazzi
A.

_+** Incontro in stazione **+_

25 Gennaio 2005 7 commenti


Vestiti e polvere diventano uno,
come quei due, puntellati nel bacio:
uomo e donna, due gambe a terra
e due in volo verso gioia di ritorno.

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I tuoi occhi sul mio giro-vita [tradimento inconsueto]

24 Gennaio 2005 4 commenti


Mi guardi con intensità, come se non credessi di rivedermi, a distanza di tre anni, così, in un pomeriggio come un altro di gennaio. So bene di averti spaventato al telefono, chiedendoti un appuntamento per discutere di un argomento spinoso che potevo condividere solo con te. Così, così hai accettato. Mi guardi, e cerchi di carpire dai miei occhi cosa non vada. In questo bar, con i vecchi che bestemmiano per una mano di briscola truccata, è difficile iniziare a parlare e, al contrario, sento una mano allo stomaco che mi strozza il fiato fin su dalle corde vocali. Tuttavia, non cambio espressione alle labbra e succhio il cucchiaino del caffè con un piacere avido. Tutto, per aspettare?

?Daniela, per quale motivo mi hai portato qui?? domani, con le mani sulle ginocchia.
?Ho bisogno di parlarti?.
?Questo già lo so??.

Scusa di nuovo per questa mia risposta scontata, ma ho gli occhi pieni di lacrime e nemmeno distinguo il sapore di caffè. Come posso dirti tutto così? Così precocemente? Pensavo che avremmo parlato prima di noi, dei cambiamenti, del tempo, di quanto eravamo sciocchi tre anni prima. Invece, sono costretta a dirti tutto subito: a dirti di Mirko, del bambino che aspetto da tre mesi, della mia decisione di aspettare il matrimonio. E, scusa, per attenuare un poco la notizia, mi dilungo in particolari sulla felicità dei futuri nonni.
Un fiume in piena, sentirmi parlare, adesso. Più informazioni aggiungo, più l?angoscia cresce dentro di te, sotto questa pelle che sbianca improvvisamente, anche se abbronzata. Io non mi zittisco e, anzi, faccio di tutto per assediare gli spazi di silenzio e conquistarli, frase dopo frase.
Soprapensiero, ti passi una mano sul viso e mi guardi con maggiore intensità. Poi, lo sguardo scende sulla pancia che, così nascosta dal vestito, t?ha ingannata: sono incinta, e non te ne sei accorto. Risali subito con gli occhi, arrossendo un poco perché temi di aver appena fatto una gaffe: tranquillo, il mio giro-vita non ha mai attirato tanto l?attenzione come nell?ultimo mese!
I segni della gravidanza appaiono ora chiari sul mio viso disteso, sulla mia figura dolcemente arrotondata e tra i capelli più belli e fitti che sembrano annunciare la novità. Adesso annuisci, annuisci e accendi una sigaretta, nervosamente. Poi pensi che il fumo potrebbe nuocere all?embrione e spegni subito, in un posacenere. La tua sigaretta, ancora intera, spenta lì e storta per la velocità del gesto mi pare uno scempio. Uno scempio portato dalla mia gravidanza.

Arriva il momento più difficile. Il peggiore, sai? No, ovviamente, ancora non lo sai, caro Paolo. Ma adesso ti racconterò tutto, ti chiederò questo favore che non esiste tra nessuna richiesta formale. So che ti strofinerai gli occhi, per vedere se è realtà, e scuoterai la testa, raccontandomi di quella nuova donna che ti ha rubato il cuore.
Invece, ascolti in silenzio tutto, la mia domanda, le mie scuse. Nemmeno ti scomponi! Al contrario, sorridi appena davanti alla sfrontatezza della mia domanda e annuisci, lentamente, mentre rifletti un?ultima volta.

?Sì, Daniela, sì? Capisco cosa vuoi dire? Sono passati tre anni, ognuno di noi ha cambiato vita: tu hai un uomo, aspetti un figlio da lui. Io ho trovato lavoro, tra qualche storia poco importante e qualche rapporto passeggero. Sempre, però? Sempre è rimasta quella domanda nell?aria??.
?Sì?? confermo, con un po? di rossore sulle guance.
?Volevo sapere, anzi, voglio fare l?amore con te. Io non ho niente da perdere, ma tu, perché? Che ne è di? del tuo uomo??.
Abbasso lo sguardo, dove la pancia si sta lentamente allargando per ospitare questo piccolo che non ho desiderato. Ma è successo? E adesso lo desidero. Non per Mirko, non per me: lo faccio per lui.
?Vorrei trovare me stessa, un?ultima volta? Paolo, vicino a te non ho fatto altro che desiderare questo momento. Volevo amarti? Poi non accadde?.

Sorridi. Dici che anche tu lo vuoi. Non hai paura della mia dimensione di donna incinta: lo capisco dalle tenere attenzioni che mi riservi, dopo avermi accompagnata sul tuo letto. Per la prima volta, dopo tre anni, vedo quella stanza che avevo sognato ripetutamente: adesso ci sei tu accanto a me, a domandarmi se sono a mio agio, se sono convinta di quello a cui andiamo incontro. Annuisco e porto un dito alle labbra. Paolo, sono qui? per te, Cristo!, sono qui per te!

Per te che sei perfetto e, a distanza di tre anni, sei in grado di spazzare lontano tutta la lana che s?è accumulata. Vicino,lontano, aspetti a baciarmi fino alla fine dell?amore, quando mi abbracci e ti sento che sai di sale, mentre ti accosti alle mie labbra e le respiri, lentamente. Allora, sento un soffio caldo che mi pervade, e, anche se non avremmo mai dovuto agire in questo modo, le mie paure e i dubbi spariscono.
Poi ti allontani e mi lasci a riposare in questo letto enorme. Lo invado tutto, con le gambe e le braccia, per sentirmi libera un?ultima volta, prima di andare a casa, chiamare Mirko e domandargli della giornata di lavoro. Prima di congedare l?ultimo sogno e dedicarmi a questo scricciolo che mi sta deformando, io che tenevo tanto alla linea!

Paolo, dove sei? Ti chiamo, e riemergi dall?altra stanza. È strano lasciarmi sola così, dopo tre anni che non ci vediamo e un?ora d?amore come oggi. Invece è quello che fai: forse hai bisogno di diluire le sensazioni della giornata? Adesso ti avvicini, ti siedi accanto a me e accarezzi il ventre sporgente: ancora poco, sembro solo un po? gonfia.
?Come lo chiamerete?? domandi, con un soffio di voce. In quel plurale c?è la tua estraneità alla vicenda.
?Se è una femmina Alice? Se è un maschio? ancora non so, penso Lorenzo, come mio padre?.
Sorridi, al ricordo di papà Lorenzo che veniva a salutarti sulla porta e si ritraeva in fretta, per paura di scoprire un nostro bacio galeotto. Ne è passato di tempo! Adesso hai davanti una donna, una donna che ha saputo amarti in questo pomeriggio, ma non sa più quel profumo d?innocenza di tre anni fa. Una donna che adesso ha addosso le mani di un altro uomo che l?ha messa incinta. In questo momento, so che odi Mirko con tutto te stesso. Lo odi.

Per me è arrivato il tempo di andare, prima della tua saturazione, prima che mi domandi di rivederci, prima che mi domandi scusa per tutta la avventatezza della giornata. Inizio a vestirmi, mi trucco e lascio che mi guardi rimettere questo maglione aderente che rivela un poco l?escrescenza.
Paolo, siamo all?addio? Ed è un paradosso abbandonarci adesso, adesso che ho ancora il tuo odore sulla pelle, adesso che hai quasi sfiorato questo bambino, dentro di me. Così ti bacio sulla guancia e scendo sulle labbra, per assaporare l?ultima volta quest?antro caldo e ospitale.
?Addio, Paolo?.
?Addio, Daniela. Io?? inizi a dire.
?Sì, anch?io?? rispondo.

Pochi puntini di sospensione, poi giro le spalle e m?allontano. Sto piangendo, adesso, ma con la modestia che una donna incinta può permettersi. Attorno a me, la gente si guarda in viso e poi torna con lo sguardo sul mio giro-vita ingrossato. Nessuno sospetterebbe che dietro a queste lacrime la gravidanza non c?entra, ma solo un tradimento premeditato da tre anni e risolto in un paio d?ore. D?amore.

23 gen. 05

Ti scrivo con la faccia nuda [erotismo ipnagogico]

23 Gennaio 2005 11 commenti


Ti scrivo con la faccia nuda.
Senza trucco, non diletto nessuno con falsi sorrisi: non ne ho, né vorrei averne adesso, che ho voglia di ricordare un sogno di poco tempo fa. Un sogno erotico, sai.
E lo ricordo con la faccia nuda. Senza malizia, con la giusta dose di vergogna che mi tratterrà dai particolari più sensuali che immaginerai da solo. Tanto, so bene, la tua fantasia può arrivare laddove io taccio.

Ho sognato di stare in un cantuccio di una stanza squallida ? nemmeno so di che colore erano le pareti; anzi, a dire il vero sembravano con una mano di calce. L?atmosfera cupa, grigia, senza vita, e io sto in quel cantuccio, con le gambe rannicchiate contro il seno e le braccia attorno alle ginocchia. Penso, in quel momento, che sarei in grado di mettere radici in quel posto e le mie ossa assumerebbero la stessa aria stantia di quella stanza. Non so cosa sia successo prima, ma, di certo, ho gli occhi stanchi che pregano di chiudersi presto e rinnegano la luce che esce da una povera finestra, alla mia sinistra, sopra di me. Così, quando l?apatia cresce, mi stringo ancora di più e nascondo la testa contro le gambe, per riuscire a dormire e provare a dimenticare le pareti grigie e il pavimento ruvido, senza piastrelle.
Di colpo, mi accorgo di essere in una prigione, dove non ci sono sbarre, ma solo pareti fredde e umide. Vorrei morire, sai?, e me ne accorgo in un lampo di illuminazione che mi procura forti brividi contro la parete. È allora che appari tu, nella penombra di fronte. Sei nero come lo sfondo dei miei desideri, ottenebrati dalla paura di restare in questa stanza, per sempre, e di non potere vedere i colori. Vorrei vedere Van Gogh, sai?, vorrei vedere Van Gogh. Ma non posso uscire.
Tu ti abbassi sulle mie ginocchia, anche se non ti ho nemmeno sentito avvicinarti. Non hai niente da chiedere, tu che non hai un ruolo definito in questo labirintico mondo grigio.

?Ciao, bambolina. Cosa vuoi adesso?? mi sussurri appena.

Non faccio altro che alzare gli occhi ? gli stessi occhi stanchi di prima ? sul tuo torace nudo, che guizza al freddo di questa sala e osservo la pelle che si raggrinza leggermente sui muscoli disegnati. Hai freddo anche tu, vedo.

?Vorrei vedere Van Gogh? dico io.

Non so come sia uscita, questa! Vorrei vedere Van Gogh: so bene che non è la frase erotica per eccellenza, ma in quel momento del sogno tu sai benissimo cosa voglio. Non voglio un quadro, ma tutti i colori che vedo. Sì, io li voglio riportare in me, da te, dalle tue spalle piegate verso le mie in un caldo abbraccio.

Ti bacio con la faccia nuda.
Non scivoliamo subito su questo pavimento freddo: sappiamo che moriremmo congelati o cancelleremmo tutti i desideri, subito, violentemente, per riportare un po? di calore in queste membra sottili. Invece, ci alziamo di scatto, tenendoci per mano con le unghie che entrano nella pelle: falange contro unghia, unghia contro falange. Sbatto la schiena contro il muro, mentre le tue mani voraci superano la maglietta, s?infilano prepotenti e poi si quietano, lente, accarezzandomi con un piacere loro, quasi perfezionistico. Intanto, il tuo sguardo è sempre nel mio, dove i tuoi occhi neri hanno trovato una profondità reciproca. In quel momento, vorrei reagire, vorrei spogliarmi, ma il piacere contrasta il desiderio di morte di poco prima, e i miei sensi richiedono un po? di tempo per abituarsi alla nuova situazione.

Poi mi risveglio.
Rosso. Bordò. Arancio.

I colori saettano davanti alle mie pupille, mentre ti stringo contro di me e sento il tuo torace umido di sudore freddo che si contrae contro il mio petto. Siamo uno contro l?altra, mentre le nostre dita scivolano contemporaneamente giù dalla schiena e trovano le natiche. Ti stringo lì, a piene mani, mentre la tua bocca scende sul collo. Avverto ogni minimo morso: piccolo, consapevole, ma irrazionale.

Rosso. Rosso di nuovo. Sempre più rosso. E un po? di rosa, per quella vie che non ci siamo scelti noi.

Vorrei vedere Van Gogh? Van Gogh? Aiutami? Le anche sbattono con più violenza contro il muro, e sento il desiderio crescere. Il mio, il tuo. Ti vorrei lì, appesa a un muro d?inconsapevolezza che apre ogni possibilità: senza futuro o con un domani. Non importa: so che ti vorrei lì. Invece, tu aspetti, mi lasci a boccheggiare nell?aria umida, con le mani che sanno di istinto.

Rosso. Di nuovo. Rosso per una faccia nuda. Rosso per due corpi nudi. Adesso.

Ormai non è rimasto molto, non è rimasto niente. Niente vestiti. Niente attesa. Niente distanza. Niente parole.
Adesso quel freddo del pavimento mi gratifica e sento la schiena che reagisce e si inarca. Tu lo sai, e hai aspettato quel momento per amarmi. Ti accolgo come accoglierei la sentenza di morte, se fossi carcerata a vita. Ti accolgo come una promessa di quiete realizzata nonostante il diluvio universale. Ti accolgo come un maremoto in un paese che vuole essere sommerso.

Blu. Azzurro. Verde. E, tra le onde, il bianco.

Il tempo è fermo, o sei tu che ti muovi più di lui e superi il resto, attorno. Il bianco di queste onde sale a momenti. Intenso e ludico, intenso e serio, intenso e nudo. Come noi, come il mio viso, come il mio sogno, come la speranza, come un quadro che dovrà asciugare, come tutti i colori di Van Gogh, come la fine di questa storia, come un amplesso aspettato fino alla fine.

Come un amplesso.
Aspettato.
Fino alla fine.
F-I-N-E

22 gen. 05

L’alba tace per incapacità

22 Gennaio 2005 Commenti chiusi


Tace il giorno nuovo e tremante
con il mento freddo di ghiaccio,
dove non ha saputo ridere sole
e ammantare bianca la notte.

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