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Archivio Novembre 2004

Al solito posto, alla solita ora, sul solito pullman — [ricamando la realtà]

30 Novembre 2004 5 commenti


Ancora stracolmo.
Il pullman sulla linea Lodi-Pavia delle 18.30 è pieno di cicalecci che occupano non solo i sedili disponibili, ma anche i pensieri di tutti i presenti. Senza richiesta, si assiste a liti, pettegolezzi, baci, chiacchiere, e tutto ciò che ti risparmieresti volentieri, quando esci dal lavoro e sei esausto. Luca lo sa, adesso che si guarda attorno e vede davanti a sé Rita, la ragazza lodigiana che ha imparato a riconoscere per quella sua risata sbarazzina che invade il silenzio. Poi ci sono gli ingegneri, Andrea e Davide, dietro di lui e già sente iniziare un discorso di politica.

Luca non ha voglia di parlare di politica. Anzi, a dire il vero non ha proprio voglia di parlare. Non che la giornata gli sia andata male: al contrario, si tratta di una semplice e normale giornata di impiegato, con i soliti orari rigidamente impacchettati nelle sue otto ore. Qualcosa, però, lo infastidisce nelle espressioni falsate e gioviali dei presenti che, a suo parere, ostentano una spensieratezza inesistente. Ma Luca ama la corsa delle 18.30, perché la sera invernale è già scesa da un pezzo, oscurando l?esterno e rendendo particolarmente accogliente i sedili polverosi e le luci artificiali del pullman. Nessuno, pensa, vorrebbe uscire, dopo essersi scaldato le mani e aver tolto i cappotti pesanti. Soprattutto, però, nessuno vorrebbe scendere dopo che arriva lei.

Non sa come si chiami, e non ha nemmeno trovato qualche amico che la conoscesse. Lei arriva dalla fermata di piazza Castello, trafelata, perché è sempre in ritardo, e saluta sempre con un cordiale ?buonasera? l?autista, che le risponde volentieri. Poi si guarda attorno e cerca di sedersi, senza mai cercare di rubare i posti agli altri viaggiatori, sebbene si legga chiaramente nei suoi occhi il desiderio di sedersi ed isolarsi. Sì, Luca è sicuro che lei voglia sedersi, togliere la sciarpa, accomodare il cappotto e ascoltare la sua musica. Tutto questo non prima di aver gettato un?occhiata attorno, per identificare i presenti o cercare qualche amico. Luca l?ha vista ridere, scherzare, chiacchierare e gli piace la sua voce, il lessico da universitaria che la contraddistingue e, al tempo stesso, la immerge nell?atmosfera degli altri viaggiatori.

Se pensasse al loro primo incontro indiretto, Luca non ricorda nemmeno a quando risale. Ha in testa dei fotogrammi precisi di momenti passati: ricorda un periodo in cui lei saliva con un grande sorriso, e sembrava inquieta, continuava a muoversi, come se scalpitasse in attesa dell?arrivo. Poi, qualcosa deve esserle successo: non guardava più il cellulare, temeva di essere osservata, così schiva com?era diventata. Ma Luca non si è preoccupato: qualcosa, in lui, confermava che era questione di tempo, che la sua compagna di viaggio presto avrebbe ripreso quell?aria ?di chi sa qualcosa in più? e non l?avrebbe persa facilmente.

Così è stato, e Luca se ne è rallegrato: lei ha ripreso a muovere per il pullman quegli occhi allungati e scuri, coperti sapientemente di trucco leggero.

Anche adesso che lui si nasconde dietro ad un libro, gli occhi percorrono la figura della ragazza, seduta appena di fronte a lui, e gli piace vedere come dietro alla sua immagine di donna precisa, alla moda, si celi un?irresistibile attrattiva. Se gli chiedeste che significa ?attrattiva?, lui non la catalogherebbe, ma vi racconterebbe del dolce fascino che lei emana, anche solo nel muoversi. Non ancheggia, non ha passi pesanti, non è frettolosa: unisce quelle caratteristiche che fanno della sua camminata un elemento di seduzione. Eccola sistemarsi i capelli, un?altra volta: Luca si concentra e la guarda, ancora e ancora. Teme che, finiti questi mesi, lei cambi orario di ritorno e la perda di vista. Allora, sarebbe una grandissima tristezza.

O, forse, gli piacerebbe riservarsi un?ipotesi tutta da scoprire, un incontro casuale per strada, la possibilità che lei passi per il suo ufficio e gli dica, con il suo tono lento: ?forse l?ho già vista da qualche parte? e lui non sappia fare altro che confermare ?sul pullman?.

Luca si ripete che non ci sono motivazioni per continuare a sognare un incontro, che la ragazza non lo ha mai degnato di uno sguardo: non per vanto, ma per puro e semplice disinteresse. Improvvisamente, capisce che nemmeno gli interessa una risposta particolare, un approccio comune come quello di prima: si potrebbe accorgere che lei è diversa dalle sue aspettative, che non ha l?intelligenza che lui le attribuiva.

Semplicemente, lei rimarrà allo stesso posto, alla solita ora, sul solito pullman una presenza che saprà distinguersi dalla solita indefinitezza di sconosciuti.

29 nov. ?04

]- Le rimane questo pacchetto di sigarette -[ Parlo di Katy

29 Novembre 2004 6 commenti


Il fumo dell?ultima sigaretta puzza di coiti interrotti, di una notte macera di cattivi pensieri e la ripetitività della sigaretta alla bocca annienta Katy, ancora una volta, ancora? Katy conosce tutti i gesti che seguiranno al suo risveglio: lui si alzerà, stropicciandosi le palpebre e stirandosi, già lontano mille miglia da quella notte sudata. Poi si guarderà attorno e nel vedere Katy spalancherà gli occhi, come se lei fosse una presenza inaspettata, un sogno che alle prime luci dell?alba svanisce.

Katy quello sguardo non lo vuole vedere. Per questo quando lui dormiva ancora pesantemente si è chiusa nel bagno e ha lasciato scorrere l?acqua della doccia per un lunghissimo momento, senza infilarvi nemmeno un braccio. Quel getto le ricorda il getto eruttato senza pietà da decine di altre docce, in decine di altri mattini assonnati, quando lei ha provato la stessa sensazione di nostalgia, stessa sensazione per decine di volte. Così, dopo aver fatto spallucce istintivamente, si guarda in questo specchio enorme che ritrae una donna seducente, dalle proporzioni perfette, con il rimmel colato agli angoli degli occhi e i segni di quella notte sul corpo. Rabbrividisce, Katy, davanti a quelle impronte che non conosce, perché quell?uomo è solo di passaggio, come decine di altri.
Quest?ultimo pacchetto di sigarette le rimane. Non piangere, Katy, non piangere.

Sorella, taci sorella, si impone, e non provare nemmeno a piangere! Le prime volte, immancabilmente, Katy piangeva i resti dell?alcol della nottata, piangeva la sua avventatezza e, soprattutto, la mancanza che provava per Alex. Poi le scene sono cambiate, la pelle s?è ispessita, i sapori si sono attenuati, le mani si sono abituate. Tutto, apparentemente, è avvezzo a quel genere di improvvisazioni: relazioni di una notte, così le chiamava Alex con un sorriso malizioso. La loro, no, invece, non era una relazione di una notte, perché non potevano, si erano mischiati i sogni e i pensieri? Loro, che si domandavano quanto fosse svilente abbandonarsi ad un corpo sconosciuto, ad un?intimità in cui non sarebbero mai entrati.

Bene, Alex, accomodati, adesso Katy può mostrarti come ci si sente: è diventata una vera esperta di questo tipo di fughe dalla realtà! Sa degli sguardi, del desiderio di possesso, della disperazione con cui ci si aggrappa ad uno sconosciuto. Sa che queste ore annientano le successive, che non si smette di sentirsi sporchi, ma soprattutto laceri dentro, sempre più. Se guardi bene, a terra, ci sono brandelli del presente, tutti attorno. Katy ha vissuto tutto, con l?odio che si prova verso se stessi quando ci si sente causa della propria infelicità, e non si riesce a piangere e sfogare le ingiustizie commesse da un compagno immaturo.
Ancora una sigaretta da quest?ultimo pacchetto. Non piangere, Cristo!, non piangere?

Così, incapace di sottrarsi ad una mano imprevedibile, alla sorte, Katy sfida i pericoli, conscia che di quegli sconosciuti ama soprattutto il rischio. Ma lo ama veramente? Ancora una boccata di fumo e poi la rabbia di finire la sigaretta, che viene bruscamente spenta sul lavabo bianco. Resta una cicatrice nera di cenere. Katy vede se stessa in quella cicatrice. Nera, lei. Nera, la sigaretta.

Appoggia il pacchetto e si immerge completamente sotto il getto d?acqua, senza controllarne la temperatura. Fredda, è fredda. Si sente rabbrividire e cerca a tentoni il rubinetto corretto per regolare il calore. Finalmente è giusta, e Katy si lascia trasportare dalla fantasia irrimediabile di bambina campagnola, non ancora cresciuta: immagina che da quella porta entri l?uomo che ha amato quella notte, che la raggiunga, le cinga la vita e le parli di ciò che lei teme. Ovvero, del domani: lui le deve insegnare a non diffidare del partner, ma a lasciarsi cullare da due braccia che non cercano solo un amplesso forzatamente veloce. Invece, dalla porta non entra nessuno.

Katy trattiene a stento un paio di lacrime e si ricorda che si confonderebbero meravigliosamente con quell?acqua fitta fitta. Sa però che lei saprebbe riconoscerle comunque e questo basterebbe a cancellare le ultime tracce di dignità.

In fondo, appena uscirà dalla doccia, avrà ancora l?ultimo pacchetto di sigarette. Le rimane ancora qualche sfogo, qualche speranza di annullare il sapore aspro che le ricorda terribilmente questa notte assurda, pari alle precedenti. Non piangere, non piangere?

E se? Se da quella porta ad entrare fosse Alex? Katy chiude gli occhi mentre una serie di spruzzi d?acqua le schiaffeggiano la sommità della testa. Le piacerebbe sentire le sue scuse ? non sa se per svilirlo o appagare tutte le ipotesi che ha serbato in caldo per una simile occasione -, poi magari piangere un po?, perché in tutte le storie che si rispettino la donna piange di quando in quando. No, lei piangerebbe per giorni interi, se lui le riproponesse l?amore, perché ci sono aspettative che il tempo non riesce ad annullare, nemmeno dopo convincimenti e propositi. Lei annullerebbe i propositi, li annullerebbe dal primo all?ultimo, ma Alex dovrebbe entrare da quella porta, spalancare il plexiglas della doccia e adorarla con gli occhi. Senza rispetto, mettere in piazza tutti i suoi sentimenti.

Poi, come un vento freddo quando si è ancora bagnati, la voce sconosciuta nell?altra stanza chiama Katy. Lei si ferma, immobile, pietrificata. Quell?uomo la chiama? Cosa vuole?

Chiude l?acqua, si scuote frettolosamente, perché si sente davvero ansiosa di conoscere cosa voglia quell?uomo. E si sente tanto nervosa da accendere un?altra sigaretta che aspira voracemente. Si asciuga a poco a poco, con un grosso asciugamano bianco e poi tira la porta.
Sul letto, lo sconosciuto la guarda e si riferisce alla sigaretta.
?Non fumare, qui, mi dà fastidio!?.
?Cosa dovevi dirmi?? chiede Katy, senza spostare la sigaretta dalla bocca. Lei lo osserva e così immobile sembra ancora più bella.
?Di spegnere che non mi piace il fumo!?.

Improvvisamente delusa, Katy capisce che è arrivato lo sguardo che non voleva, e con questo l? ?arrivederci? non richiesto. Raccoglie i vestiti e li indossa, come se l?avessero appena scacciata. In effetti, è accaduto qualcosa di molto simile.

Katy se ne va senza nemmeno salutare e sul pianerottolo accende la nuova sigaretta.

Le rimane ancora questo pacchetto di sigarette. E un gusto amaro che sa di nostalgia.

29 nov. ?04

Pierre e il violoncello —- [c'è chi la chiamò una storia d'amore]

28 Novembre 2004 6 commenti


Pierre scuote l?ombrello velocemente, l?apre e mette al riparo il violoncello dalla pioggia battente. Non è che una stupida scultura, quel violoncello, e i passanti non l?hanno degnato d?uno sguardo per tutta la giornata, ma adesso attira l?attenzione, dal momento che c?è un pazzo che lo protegge, a costo di infradiciarsi i vestiti. Pierre non se ne interessa, continua la sua missione e raddrizza con attenzione l?ombrello, assicurandosi che tutta la superficie lignea sia coperta: quel violoncello non deve nemmeno prendere una goccia, o ne resterà irrimediabilmente compromesso!

La gente attorno osserva con curiosità, per poi voltare lo sguardo verso le innumerevoli sculture e quadri che sono disseminati per lo spiazzo, tutti rigidamente protetti da una tenda impermeabile. Così perché sono tele di valore, loro, mica come quel rustico violoncello coperto da un pazzo! Invece, quel pazzo, come dicono, sa benissimo che la sua scultura vive solo del significato aggiunto e che, vista in sé, appare davvero banale, per non dire bruttina. Sinceramente, però, non si interessa ai pareri altrui, né la esporrebbe, se non avesse una speranza insita in fondo a quel cuore duro e impenetrabile ai più.

Pierre sa che un giorno, un giorno che deve ancora arrivare, lei camminerà tra le bancarelle e con aria distratta incontrerà il violoncello. Allora capirà che la loro storia non s?è conclusa, né che potrebbe mai accadere: quel violoncello, così puntellato su grossi piedi intagliati, è la prova della compiutezza del loro amore. Pierre ricorda con malinconia leggera le sere trascorse a sistemare le superfici di legno, ad incollarle insieme, a vederle assumere una forma e una coerenza. Per non parlare di quando, ad opera conclusa, si era seduto sul letto, accanto a lei, e avevano guardato assieme quella scultura. Lei aveva parlato bene, allora: aveva capito che dentro a quella falsa cassa di risonanza scorrevano e si battevano tra loro note sconosciute al mondo, note che rivendicavano la loro ragion d?essere nella storia d?amore che vivevano, nella sciocca credenza che quella dolce armonia sarebbe rimasta invariata.

Invece, invece? Invece, Pierre si ritrova adesso con un alta scultura che è sempre fraintesa, e la ricorda ad occupare un angolo della camera da letto, un angolo che allora era guardato ogni notte, prima di andare a dormire, prima di alzarsi. Là, là dentro, Pierre si sforza di vedere ancora le note e le impronte di Francine sulla superficie. Le impronte indelebili di quella notte d?amore, in cui lei, bellissima, si era avvinghiata alla scultura e aveva sussurrato a Pierre di ricordare per sempre quel momento, in cui il suo corpo nudo s?è appoggiato al violoncello. Aveva detto che, allora, contro a quella superficie liscissima, si era sentita se stessa e aveva sperimentato l?appartenenza. Pierre, al momento, non aveva obiettato nulla, sebbene gli fosse sembrata una frase criptica.

Adesso, adesso sotto alla pioggia fredda, Pierre capisce d?improvviso quella rivelazione antica: Francine, avvinta alla scultura, non si sentiva legata alla cassa di risonanza, né alla superficie lucidata. Invece, lei arrivava a sentire d?appartenere al creatore del violoncello, a Pierre, che la guardava estasiato, dal letto pesante.
Rinfrancato da questo, Pierre sistema nuovamente l?ombrello sopra il violoncello, ma il braccio inizia a dolere violentemente, per l?ostinazione con cui è stata mantenuta la stessa posizione. Pierre sa che dovrebbe abbassare l?ombrello e lasciare che il sangue percorra nuovamente tutte le appendici. Sa che se facesse ciò, il violoncello perderebbe le dolci impronte di Francine, ma, d?altro lato, se non lo facesse, rischierebbe di farsi del male. Pierre si guarda in giro: ha bisogno di un consiglio che scuota la propria indecisione.

Intorno, il vuoto.

I curiosi se ne sono andati da un pezzo, allontanati dalla pioggia battente. I pittori e gli scultori stanno raccogliendo gli ultimi lavori e se ne andranno tra poco. E non rimarrà nulla, nulla a tenere compagnia a Pierre e al suo violoncello. Lacerato, Pierre abbassa l?ombrello e guarda come le gocce d?acqua inizino a frustare la superficie della scultura, come si allunghino lentamente sul legno fino a ricoprirlo, completamente insensibili alle impronte di Francine.

Di nuovo, Pierre capisce. Capisce che quel violoncello era se stesso; capisce che quella pioggia laverà entrambi fino a cancellare tutto; capisce che se non si sbriga a ripararsi, non si salverà niente. Chiude l?ombrello che aveva abbandonato lungo il corpo e guarda desolatamente quelle macchie che hanno iniziato ad attaccare il violoncello. Vorrebbe fuggire Pierre, così lontano da non dover vivere i momenti dopo la pioggia, quando accarezzerà il legno e assisterà al suo progressivo gonfiarsi.

Vattene, Pierre!, vattene prima di attirarti le risa della gente.

Ma Pierre non ascolta la sua coscienza e resta immobile. Qualcosa come un movimento inaspettato, dall?altra parte della strada, attira la sua attenzione: potrebbe essere Francine, potrebbe attraversare e raggiungerlo, potrebbe abbracciarlo, potrebbe vivere con lui la lenta agonia della scultura, potrebbe iniziare con lui una nuova opera a cui dare un nome migliore e un?attenzione estetica più acuta. Potrebbe?

Francineeee!, chiama Pierre muovendo ritmicamente l?ombrello per attirare la sua attenzione.

Al di là, la donna osserva un pazzo che la scambia per qualcun?altra e non batte ciglio, per poi salire sulla automobile che la aspetta. Allora, Pierre capisce l?errore e lascia ricadere lungo i fianchi le braccia e, con loro, anche le speranze, l?amore e il futuro.
Poi, frustrato e depresso, solleva la scultura e la accarezza lentamente. Devono andarsene, tornare a casa e cercare di asciugarsi come possibile, per la prossima mostra. Malinconicamente, si trascina il violoncello.

C?è chi giura, quel giorno, di aver visto un uomo in impermeabile che si portava una scultura sulle spalle e le parlava, piangendo una donna.

28 nov. ?04

Streets of Philadelphia… [un esperimento stilistico]

27 Novembre 2004 7 commenti


Grande strada di Philadelphia, dove annegare tutti i pensieri di stanotte in un crollo nervoso, una scazzottata e forse vedere la fine di tutto.
Jad cammina con le mani in tasca e troppi grilli per la testa, disseminata di capelli lunghi una spanna che si rizzano senza domandare nulla, nemmeno il permesso alla tristezza.

Così, con quei lunghi capelli dritti e le mani nelle tasche, Jad cammina e pensa che non può finire tutto quella sera, e poi pensa che può benissimo accadere, che il mondo può fotterlo come vuole, quando vuole. Tanto vale non nascondersi e guardare in faccia a questa lunga strada, ben sapendo che laggiù, dove il rettilineo si piega, noi continueremo ad avanzare, dirigendoci al ponte, che lo supereremo e poi avanzeremo di nuovo, giù e giù. O forse, allora non avanzeremo più, ma almeno dall?alto sapremo che la scelta è stata compiuta, e non esiste altra possibilità di restare fregati.

Fregati dal tutto, sogghigna Jad, impigliate le chiavi nella giacca. Quelle chiavi maldestre, chiavi che butterebbe volentieri da quel ponte laggiù, perché vuole smetterla di aprire serrature conosciute, perché vuole anche lui provare finalmente il brivido di scassinare un ingresso vietato, irrompere nella stanza e impossessarsi di tutto ciò che gli pare: donne, alcol e qualche quadro. E ovviamente tempo, tanto tempo? Per troppe volte si è sentito chiuso fuori, persino quando i muri non esistevano; Jad lo sa che abitare nei sobborghi è il miglior cemento armato isolante che ci sia: tutti lo scostano, tutti quelli che contano.
E lei, lei che ha contato e conta più di tutta questa merda infame, lei lo scosta da quando le ha proposto una strada scomoda. Lei, Mary, Mary, Mary!

Jad cammina con le mani tra i capelli e troppi grilli per la testa, grilli di donne, che sono i peggiori, quelli da sfuggire più che si può, allontanarli a costo di farsi crescere acidi calli sulle mani. E lui, no! Lui ha pensato che quella piccoletta potesse camminare con lui su questa linea di carreggiata, in mezzo alla strada, perché lui non ha paura dei motori, e anche lei non ha paura dei motori; gliel?ha detto una sera, quando la loro prima sbronza li ha portati in centro alla statale, sulla divisione di corsie, a improvvisarsi equilibristi. Equilibristi senza soldi nelle tasche, quella sera! Pieni di birra, parole, cortesie e violenze, carezze e schiaffi, amore e odio, ignoranza e consapevolezza.
Quella notte svuotarono quel pacco di emozioni su un ponte simile a quello davanti a Jad, e fecero l?amore con la sfrontatezza di chi si sente Dio e decide di mettersi in gioco con tutto il corpo, perché non c?è azione o ricordo che possa svilire la propria grandezza.

Jad si sentiva Dio, si sentiva il mondo e il niente, e quando Mary l?ha stretto con le sue unghie lunghe, lui ha provato il dolore di quel Dio e di quel mondo che voleva essere. S?è piegato alla sorte e ha guardato come Mary si inarcasse verso il cielo, senza nemmeno cercarlo con gli occhi: lei in quel momento era con Dio, era col mondo. E lo sapeva senza aver bisogno di guardarlo in faccia.
Ma adesso, solo per Philadelphia, Jad sente tutta la tristezza che Dio prova per la sua solitudine, la tristezza che il mondo ha per quella luna che non toccherà, se non annientandosi. Lui ha toccato, ha toccato!, però in nome di quella notte sente le sue tasche più vuote, i capelli più dritti e irosi, la piega della bocca beffarda verso chiunque e qualunque cosa.

Jad, Jad, riflesso della sua tristezza, amante della solitudine prima di Mary, adesso si scosta dal centro della strada e prova il marciapiede, come chiunque altro. Ma il chiunque non esiste, l?altro non esiste, perché Jad è solo e nessuno s?interessa a dove cammini. In fondo, però, il ponte e la fine della strada si avvicinano e liberano un?attrazione vorace, assoluta, spaventosa. Con quell?inesorabile ingrandirsi della ringhiera, i particolari diventano macroaree, disseminate di altri dettagli che prima Jad non avrebbe mai visto. Così era stato quella notte: un continuo accorgersi di dettagli e superfici che Jad esplorava su Mary, e lei con lui, e lui con lei, ora vicini ora lontani, in un gioco di distanze e prospettive.

Devo correggere il tiro, pensa Jad, dirigendosi direttamente al ponte. Sotto, tutto è nero, in un baratro artificiale coperto di notte.
Jad sa che se cadesse laggiù, proverebbe la paura più eccitante della sua vita, acuta e ammagliante mistero. Si scapiglia i capelli per quanto possibile, infila di nuovo le mani nelle tasche ed estrae una fotografia rovinata: è Mary, e quasi non si capisce nemmeno la sua identità, tanto è stata sfregata quell?immagine contro la stoffa. Anche Jad se ne accorge, e prova pietà per lei che non ha saputo lasciarlo con un motivo, che non l?ha allontanato, ma s?è messa a piangere dopo quel ?non posso?.

Merda, Jad!, se ti butti qua sotto non rischi di vederla più quella stronzetta, magari abbracciata ad un altro, un riccone del centro. Jad sorride a pensare a Mary come ad una ?stronzetta?, perché tutto non si addice a quella parola: lei è la dolcezza improvvisata, e non merita dispregiativi. Già, averla posseduta su un ponte come un altro, a Philadelphia, dove le strade corrono e nessuno le ferma, dove tu passi e nessuno ti vede, è stato il peggior dispregiativo. In quella notte, Jad è stato se stesso, l?ha amata con disinteresse del suo piacere, sebbene lei si mostrasse coinvolta. Lo era davvero, Jad? Jad scuote la testa e guarda la sua visuale muoversi, spostarsi, farsi sempre più abbozzata, ma il pensiero di Mary lo perseguita comunque, sempre e comunque. Inizia a domandarsi cosa pensi di lui, se ripensi a lui. Con le mani stringe la ringhiera, la stritola e cerca di sfogare la sua rabbia contro questo ponte. Ma il parapetto non si allontana, perché è risoluto a non assecondare i desideri di un essere superfluo come Jad. Tutto resta immobile quasi, se non per una impercettibile vibrazione nel metallo cavo.

Jad, fermo immobile, affonda nuovamente le mani nelle tasche e osserva come la nuvoletta di vapore che dalla sua bocca si condensa, davanti alle luci di Philadelphia. Lontano, sul marciapiede, una sagoma scura dai capelli lunghi si avvicina, impercettibile e fiera come la ringhiera del ponte.

Jad si volta e la vede. Vorrebbe sorridere, sorridere e piangere insieme, ma è un uomo dei sobborghi con i capelli lunghi una spanna e le mani in tasca. No, lui non sorriderà.

La donna s?avvicina di nuovo, e lui vede la sigaretta accenderle brevemente il viso, vicino alla bocca che era stata sua.
Jad fa un cenno con la testa, senza alterare l?espressione del viso. Dentro ride.
Mary sorride, invece, e gli porge la sigaretta che lei stava fumando.
In quel tiro, Jad sente il vago sapore di rossetto sul filtro e pensa di adorarlo, quell?odore e quel sapore.
Si guardano, Mary e Jad, si guardano. Le loro mani si sfiorano appena e poi si stringono, forte da farsi male.

È lunga la notte, a Philadelphia, è lunga come queste lunghe strade dritte che s?incrociano per caso e s?intrecciano con altre, facendo l?amore quando sono libere e nessuno le vede. E stanotte sono libere, nessuno le vede: le strade fanno l?amore tra loro, come in lontananza quei due, sul ponte.

E tutto, tutto, sembra improvvisamente il migliore dei mondi possibili.

27 nov. 04

**Mani di inutile ricerca**

26 Novembre 2004 1 commento


Muovere all’imprevisto fremito
due mani freddo-ghiaccio
e cercarle affusolate
dove le nocche larghe
avvicinano falangi.

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Incomprensibile (forse anche a me)

24 Novembre 2004 6 commenti


Compresso nel pathos involuto
cancello il cuore per denigrare la sorte
e afferro un pensiero per riscoprire la mente.
Lontana visivamente da me
cancello di nuovo l’immagine buia
e gioco di metrica per svilirmi dentro.

— Pensieri di padre —

22 Novembre 2004 2 commenti


Alba e Matteo scendono dalla macchina, con due facce complici come solo due innamorati possono avere. Oh, finalmente sono tornati! Ecco che scende, la mia bambina, ed ecco che si scuote la polvere dalla giacca bianca sotto lo sguardo giocoso di Matteo: quel ragazzo crescerà prima o poi? Sì, devo essere sincero e ammettere che la ama, lui ama la mia bambina e probabilmente devo solo smettere di essere così scettico.
?Ciao? faccio io, e stringo la mano di Matteo che entra e inizia a slacciarsi il cappotto.
?Ciao papà!? fa la mia Alba. La guardo muoversi a suo agio per casa e appoggiare la giacca, domandare a Matteo il cappotto e appenderlo in fretta, conscia com?è che il secondo appendiabiti non regge il peso, dopo che da bambina ci si era appesa per imitare Tarzan.
Poi avanzano verso il salotto, dove ho preparato un tè aromatizzato all?arancia. Non sono mai stato bravo in queste sciccherie culinarie, ma Alba mi ha domandato di essere innovativo e di cercare di stupirla? Più di così, non saprei davvero cosa fare! O forse sì? Devo mostrarmi estremamente amichevole con Matteo e cercare di non essere così geloso. Ma proprio non me lo posso evitare! Anche adesso: perché continua a guardare ogni movimento di Alba? Sembra che se la voglia mangiare, la mia bambina! Sono un po? imbarazzato e abbasso lo sguardo sulle mie mani callose: vedo le unghie corte, le nocche nodose e mi ricordo di quando queste mani hanno stretto per la prima volta quelle di mia moglie. Incredibile, ma sembrava un ricordo lontanissimo, sfumato, e, invece, la vista di mia figlia con questo qui ha risvegliato tutto. Sento ancora il terrore nella mia voce, ma la fermezza con cui l?ho presa per mano e l?ho pregata di fermarsi con me, perché dovevo parlarle assolutamente. Se allora mi avesse detto di no, non mi sarei rialzato più dal tavolino del bar!
?Papà, ci sei?? Alba mi chiama e, Cristo!, è bellissima. E tanto, tanto radiosa.
?Sì, scusate? Avevo pensato un momento ad una vecchia storia? Cerco di essere evasivo, ma mi accorgo del sorriso dolce di Alba e dello sguardo irriguardoso di Matteo. Cosa crede, che io sia un vecchio in preda alla memoria? Certo, mi piace ricordare, ma ricordare come chiunque abbia amato a lungo e senza confini. Vorrei sapere cosa c?entra quell?occhiata d?intesa tra mia figlia e quello lì? Ma non dico niente, affondo la bustina di tè nella tazza e guardo lunghe sfumature rosse che cadono e si mescolano tra loro, diventando lentamente omogenee: l?aspetto di questa bevanda mi schifa. Tuttavia, falsifico un sorriso che Alba smaschererà e sorseggio la mia porzione di tè all?arancia. I due fidanzatini mi guardano, in attesa di un commento: vorrei sputare tutto e andarmene, maledicendo questa pessima idea di fare le persone chic; invece, mi schiarisco la voce e dico qualcosa di incomprensibile, che dovrebbe suonare come complimento.
Matteo, incoraggiato, mi imita. Mi accorgo della difficoltà con cui cerca di emularmi, probabilmente per cercare di diventarmi simpatico, ma non sa che non ho nulla contro di lui; semplicemente, mi costringe a guardare la mia Alba con gli occhi di un uomo. E proprio non voglio! Eccola che mi passa davanti, con quella sua gonna di lana aderente che le disegna i fianchi: anche oggi, prima che uscisse, ho seguito la sua peregrinazione dall?armadio allo specchio, ho visto l?insoddisfazione, le brevi sfilate, le espressioni non convinte. Se questo Matteo sapesse quanto tempo butta via mia figlia ad ogni appuntamento, si sentirebbe in obbligo di sposarla! Invece, lei vuole far finta di essersi vestita all?ultimo momento ? gliel?ho sentito dire tante di quelle volte! ? e io ero obbligato a mandare gli occhi al cielo senza che nessuno se n?accorgesse.
?Non c?è nulla di male, Alba, se lui sa che ti impegni a conciarti così? ho detto una volta. In effetti, ero un po? seccato dalla trafila femminile.
?Conciarmi così?! Papà!? ho visto tutta la sua indignazione e ho biascicato qualcosa, che non ha sortito effetti positivi ?non puoi capire! Io voglio essere al top, ma Matteo deve credere che sia così al naturale, non che ci metto una vita!?.
Okay, okay, mi sono arreso e sono andato nell?altra stanza, davanti alla partita di calcio, perché ogni papà che si rispetti deve starsene sulla sua poltrona, immerso dalla foga di un goal che non si disputerà mai quando lo prevedremo. Invece, mi nascondo con calma dietro a quest?immagine ? Alba dice che è rassicurante, chissà! ? e di sottecchi controllo i suoi ultimi preparativi, il rossetto chiaro e la muta accondiscendenza dello sguardo. Mi piace vedere che finalmente è convinta di essere a posto, anche se è ovviamente bellissima senza trucchi o fronzoli, ma so che questi le danno sicurezza, e allora va bene così. Anche quando esagera con le polverine colorate che non saprò mai chiamare come meritano!
?Papà, oggi sei proprio assente? negli occhi di Alba leggo tutto il rimprovero di una figlia delusa e, allora, sorrido con noncuranza e trovo qualche scusa per i miei pensieri.
Improvvisamente, rinnovato dal pensiero di mia moglie e dei nostri primi incontri, inizio a porre domande a Matteo, senza i miei soliti toni inquisitori. Matteo rispondeva lentamente, come prendendosi tempo per trovare le parole migliori che mi compiacessero. Dall?altro capo del tavolo, Alba gli stringeva la mano e lo adorava con gli occhi. Com?è bella e raggiante! Ogni tanto osservo le sue reazioni, ma lei è tanto presa dalle parole di Matteo da non accorgersi nemmeno dei miei sguardi.
La scena mi ricorda tanto quando io e sua madre presenziammo a casa sua e lei mi presentò ai suoi: avevo le mani sudate e temevo di balbettare, dall?agitazione che mi scuoteva! Poi tutto invece è passato, quando suo padre mi ha offerto un sigaro e io ho accettato, solo per cortesia. Si è sbloccata la tensione alla prima boccata di fumo, quando ho trangugiato e ho iniziato a tossire. Pensai di morire, pensai! Invece, mio suocero mi picchiò sulla schiena e ridemmo insieme dell?assurdità. Da quel giorno, sorrisi sempre a nominare quell?uomo burbero. Odiai il fumo per qualche anno, ma poi imparai a fumare e ancora non ho smesso il sapore di sigaro.
Quando Matteo mi sorride, incoraggiante, ripenso all?episodio con mio suocero e condivido il sorriso. Poi, con aria paterna, gli appoggio una mano sulla spalla e gli domando:
?Vieni, Matteo, sediamoci in salotto che voglio offrirti un sigaro, mentre Alba cucina la cena?.
Lui mi segue e io lo precedo.
Spero s?ingozzi e chieda il mio aiuto, come allora feci io.
Ti prego, Signore, fa? che non sappia fumare!

22 nov. ?04

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**** Senza ballare ****

21 Novembre 2004 4 commenti


Non rimane niente
oltre due passi sterili
sul grigio nero:
non so ballare.

Tu non insegnare
niente: sporcherei
di pece ogni inizio
e righerei la fine
con scarpe insicure.

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]** Sei luce d’alba **[

19 Novembre 2004 4 commenti


Sei luce d’alba
dove le terga del mondo
sviliscono i giorni.

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*** Pensieri di Briseide per Achille ***

14 Novembre 2004 3 commenti


Inutile, inutile Achille che cerchi di nascondere lo scopo di questo tuo peregrinare instabile, nei pressi di questa tenda scura. Amore, mio carceriere acheo, quando la tua lancia e lo scudo poderoso si abbandonano al tuo fianco, anch?io abbasso la speranza e l?attesa, perché non tornerai a prendermi, dalle mani del tuo Re Agamennone. Non puoi venire qui, pretendere che io ti sia resa, in nome di quel premio eccezionale di guerra che spetta a tutti gli eroi: io ti fui donata, una notte, dopo il primo attacco a Troia, e, come fosse ieri, ricordo quelle mani callose che mi strattonavano verso la tua tenda, eludendo le mie resistenze. Allora odiavo tutto ciò che puzzava di acheo: odiavo i vostri elmi, le lance potenti, e pregavo affinché si accatastassero vostre divise sporche di sangue.

Poi, quella notte, venni spinta all?interno della tenda, dove un fuoco caldo saettava verso l?alto e disegnava sulle pareti della tenda giochi di ombre. Tra quei giochi, distinsi il tuo profilo, ma non riuscii a vederti subito, dal momento che ti riparavi dietro ad un velo. Venni avanti, tremante, come mi era stato imposto di fare e guardai il mio vestito, sdrucito da un lato e sporco di polvere. Tu ti alzasti, per raggiungermi, e allora non apparisti davanti ai miei occhi nella tua interezza di soldato, combattente spietato, eroe senza ripensamenti; no, tu diventasti quell?uomo che iniziò a parlarmi della famiglia lasciata a casa, poco più che bambino, per combattere una guerra che l?aveva cresciuto. Con rughe, ferite, lacerazioni e frustrazioni, colmate solo dalla apparente gloria che costellava le fatiche di ricompense, eri diventato quel guerriero che tuo padre avrebbe desiderato: ma tuo padre era oltre il mare, e forse mai l?avrebbe raggiunto la fama del suo figliolo. In quel momento, desiderai stringerti al petto, con la tenerezza di una giovane donna che comprende ormai l?amore. Lo feci e spiazzai ogni tua riserva: mi abbracciasti e avvertii il contatto con i muscoli delle braccia, possenti e guizzanti.

?Donna, come ti chiami??

?Briseide, signore? risposi impaziente, come se la mia presenza lì fosse calcolata.

Achille, quella notte ti amai, lo ricordi? Sono certa di sì, se no la smetteresti di aggirarti furtivamente qui fuori, di notte, mentre tutti gli uomini dormono e io sono costretta a dividere il letto col tuo Re. Achille, lo odio, lui lo odio! Non pensare mai che io ami Agamennone, uomo crudele e inetto, di poche qualità che me lo possano rendere caro. Achille, quando quella notte scelsi te, io t?amai e iniziai, per non finire. Non conta il fatto che io fossi allora una schiava di guerra, forse ancor meno considerata di adesso, non conta: io ti amai per mia libera scelta, ti amai per quella dolce espressione che assumesti quel giorno soltanto, ti amai per la gentilezza con cui mi scostasti la veste e mi domandasti cosa volessi. E da allora ti amo, per tutte le volte che sei entrato nella tenda irato e mai hai sfogato la tua rabbia su me; ti amo, per gli sguardi che mi dedicavi, di ritorno da ogni battaglia.

Mio malgrado, comincio a pensare che non tornerei comunque al mio popolo, se sapessi di avere una possibilità di starti accanto, di guardarti invecchiare e lamentarti delle vecchie ferite di questa guerra. Ormai il mio popolo l?ho perso: i Troiani mi additano in lontananza, con l?odio di chi mi considera un pericolo per la incolumità comune, a causa della mia avvenenza. E pensare che per loro rischiai di perdere il tuo amore, Achille! Quando una donna di loro, in disparte, mi compianse, solo il tuo sguardo in lontananza mi incoraggiò a parlare:

?Io amo quell?uomo. Gli Dei ci hanno avvicinati solo in modo sbagliato, in modo inatteso, ma hanno risposto alle mie preghiere?.

La donna provò da allora raccapriccio per me, una troiana che aveva rifiutato la sua posizione, il suo popolo in nome di un sanguinario. Achille, così dicono di noi: tu eri il leone, e io la serpe. Nessuno cerca più di avvicinarmi, se non è necessario. Invece, avrai visto come i tuoi compagni mi rispettino, in nome del legame che mi ha fatta tua, a lungo tempo. E io, povera Briseide, ogni notte prego perché Agamennone perisca in battaglia e io possa tornare a te, per slacciarti quella pesante corazza alla sera e piangere come fanno le altre donne, quando aspettano i loro uomini e vivono quegli istanti penosi in cui tornano i carri con i feriti e le vittime.

Achille, voglio essere la tua donna! Già però scende la notte e presto entrerà il Re: sento in lontananza i suoi passi pesanti, la sua risata grossolana e non mi resta altro che scostarmi da questo piccolo varco che ho nella tenda. Ti prego, mio amore, non smettere mai di venire qui, ogni sera: se tu non venissi, come potrei aspettare e vegliare il tuo ritorno?