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Archivio Ottobre 2004

Alla mia antica ossessione [breve, brevissimo e ultimo]

31 Ottobre 2004 5 commenti


27 ott. 04 h.22.32
Dovrei dire basta e svoltare. Dormire su questa notte d’anniversario irrisolto che slabbra col tuo vecchio nome tutti i sogni che potrebbero esistere. Ho paura che stanotte tu sia negli incubi, che ti impossessi dell’unico mezzo per entrarmi nel sonno e viaggi nel canale dei ricordi. Tu, la mia ossessione non voluta, smetti di tormentarmi inutilmente con le lunghi falangi che solleticano il presente. Sparisci senza lasciare qui quel cartone di presenti che ho racchiuso col nastro isolante mesi fa. Rendo tutto, tutto: ti rendo l’incontro, i sogni, gli inmtrecci, gli abbracci, le carezze. Ti rendo i rimpianti, i rimorsi, le odiose serate in casa a sognarti, a stringerti tra le ipotesi. Ti rendo i fogli, le calze, i regali, i pantaloni beige dell’8 dicembre, i “ti voglio bene”, i “ti desidero”, le promesse silenziose, le proposte, il Capodanno. Ti rendo le parole, i pugni, le mani intrecciate, i problemi, le attese, le gite dietro casa, i pranzi allo Spizzico, la benzina. Ti rendo le chiamate, i messaggi, il maglione, i quaderni, i weekend, le paure. Ti rendo cinque mesi, i pensieri seguenti, le spese di memoria, l’eccitazione, il falso pudore, la tua esperienza. Ti rendo la felicità del primo incontro, la dolce ansia, il vago tremore, i sospiri, la pelle morbida e la barba ispida, i capelli tagliati e le domeniche.
In cambio, chiedo solo la tua resa. Ho smesso di stare sotto la pioggia e di offrirmi alla tua mano sadica. Voglio continuare da sola. E tu morirai al ciglio dei ricordi, col mio nome tra le labbra nere.

29 ott. 04 h. 21.21
A volte so essere dura e risoluta. Se rileggo queste ultime pagine, ho quasi pena per le mie frasi sbocconcellate alla luce calda di abat-jour: quasi, più che spaventarmi della mia silenziosa maledizione, provo pena per la penna che l’altra sera s’è trovata di nuovo a scrivere di lui, che non merita nemmeno un pensiero, un dubbio, un frammento, un punto fermo. Guardo la grafia, ben diversa da questa, misurata e attenta a dare un’idea di continuità: se dovessi vedermi dall’esterno, mi definirei molto turbata. L’altra sera, ero turbata da quella presenza che aleggiava ostinata a mi danzava intorno, allungando le “g” e infittendo le doppie. Adesso ho recuperato il mio misurato equilibrio. Per dire basta e considerare la pagine precedenti una parentesi di debolezza. Cara antica ossessione, se non le strappo, è solo per non rovinare il quaderno.

Poche Righe, dopo "Tre Metri Sopra il Cielo" ****

30 Ottobre 2004 7 commenti


_ Dopo “tre metri sopra il cielo” _

Alla mia età, quando il confine tra vita reale e filmata dovrebbe essere chiaro, davvero non credevo che la finzione avesse un margine tanto labile. Quasi non mi accorgo che questo film, stasera, è una sceneggiatura piana montata con buoni attori: per me sono state emozioni rivissute, segregate a lungo dalla razionalità. Stasera, nell’ultima mezzora di film, ho gettato al vento ore e ore di giorni a fingermi realizzata.
Tutto cambia, persino il lieto fine che avrei voluto a rassicurarmi. Tutto cambia, quest’anno sarebbe stato un anno e un mese insieme. Invece, cambiano i nomi, s’invertono le lettere e si sostituiscono gli abbracci, anche quelli che sembravano unici, i primi e gli ultimi insieme. Mio malgrado, a modo loro resteranno unici in intensità e momento, perché questo maledetto tempo impedisce di traslarli ad oggi, qui, adesso… Mi mancano quei primi respiri, quel raffreddore che sorprese entrambi col fiatone e un sorriso di tenerezza. Non può tornare, non può. La legge che ho visto riconfermata nel film è chiara: tutto, persino l’orgoglio, sarà sugellato da quella lacrima che ogni tanto non saprò contenere.

^*^* Sarò solo nome nella tua realtà? *^*^

27 Ottobre 2004 3 commenti


Cosa sarò io? sarò un paio di mesi diversi, occupati con da un nome non molto comune che faticherai a ricordare nel bilancio dell’anno. Ti guarderai attorno, prima di iniziare a ripescare nella memoria quegli attimi indimenticabili che meritano di essere sommati ai successi di lavoro, alle problematiche risolte, a quei grovigli di pensieri che hai sgarbugliato nell’arco dell’anno. E, forse, tra questi pensieri folli e pieni di successo comparirà il mio nome, con questa G maiuscola ad iniziare un pensiero. Anche se non ci vedremo, anche se forse le tue mani saranno occupate a stringere due fianchi diversi, mi piacerebbe ricevere un paio di parole rassicuranti da te, sapere che, comunque sia andata, non sono stata un insieme di lettere per un paio di giorni estivi. Ho rappresentato qualcosa, anche se di fugace, sono stata il presente e il martellante suono house di una notte che non vorrai mai dimenticare. Oppure, se proprio non lascerò niente, avrai di me un viso sfumato, un’espressione troppo vaga per meritare nome, ma un numero a sommarsi all’insieme di donne che hai incontrato in quest’anno.
Non mi basta. Strano, sai? Sto aprendo il cuore come da mesi non osavo. Adesso oso. Oso ripeterti che per me non sei stato un bacio sotto un faro, che non sei stato un passatempo pronto a svernare con il primo gelo. Tu sei quella promessa che né io né te osiamo pronunciare: non recrimino nulla, perché siamo i soli coraggiosi che non si nascondono dietro a parole mielate per parlare d’amore. Noi lo siamo, l’amore. Siamo quell’amore inesplicabile che non accetta etichette e solo annuncia sorrisi. Noi siamo quello che vorremo essere, se solo prometti di non celarmi dietro a quelle sei lettere che mi compongono il nome.

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D’amore… in confessione, dopo una giornata piovosa

26 Ottobre 2004 2 commenti


Sarai un ordine sfuggito ad una bocca pudica
che vuole il peccato ma desidera nasconderlo.

— — — —

Inumidisci il cuore e leccalo:
solo così si scioglierà il veleno d’amore
che giaceva sopito,
come patologia congenita

Tu sei il Nulla e il Tutto

24 Ottobre 2004 1 commento


Non sono capace di Nulla. Tu sei quel Nulla che rende il vuoto pieno e annulla la ricerca d’Altro. Sei quel niente che cerca la pace che agogna il tormentato. Sei l’attesa dell’eterno che annienta il tempo e lo compone, prolungando la vita.

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[**] Nei colori [**]

21 Ottobre 2004 4 commenti


Stanotte sei stato un sogno dolce, scolpito nei ricordi che hanno scavato un solco dentro e hanno precedenza sul resto. Stanotte ci siamo improvvisati artisti, ognuno con una tela bianca sulle ginocchia e una tavolozza in mano. C?erano colori già mischiati, ma dominavano nella mia visuale i primari che si confondevano ai bordi con le altre tinte. Sembravamo sconosciuti e impegnati, noi, più di tutti gli altri presenti. Poi s?è alzato uno sguardo e un sussurro: ?Fermati qui, ancora un po?, e lasciati guardare le mani, piene di colori che ormai non sapremmo riconoscere?. Mi apri i palmi delle mani, annulli la resistenza e accarezzi piano la pelle. ?Prima avevi le mani color cobalto, ma il mio carminio è andato a far danno e trasformare il tuo blu in un viola che arriviamo a condividere. Guarda, solo poche sfumature ci distinguono, ed è così che deve essere. Le venature diverse saranno le parti di noi che resteranno uguali a sé e seccheranno blu e rosse. In queste parti di blu sarà racchiusa te stessa, in queste rosse starò io; nel viola, saremo noi. Non rabbrividire nel dirlo, ti prego: noi? E? un suono ampio e vero, un pronome che vorrei colorare con te. La lettera N sarà blu, come te; la I sarà rossa e la O sarà grande, immensa, anzi, e sarà viola. Sarà nostra? E, anche sforzandoci, in quel colore non ritroveremo parti di blu e di rosso: la nostra unione avrà un nuovo frutto da tenere morbido e pastoso. Un colore totalmente nostro?.
Uniamo di nuovo le mani e vediamo blu e rosso assumere un significato aggiunto. Perché noi non siamo più apprendisti. Siamo artisti sporchi di vita.

18ott. ?04 h. 19.28

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–^– Petali __^__

19 Ottobre 2004 1 commento


Noi, che siamo partenza e arrivo
di fiori ovattati d’agosto,
domandiamo stagioni nuove
che non cancellino semi e petali.

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Ebbrezza nostra

18 Ottobre 2004 3 commenti


Siamo stati vino pregiato,
gocce di sangue rosso
che scivola dalla brocca
e corre a unirsi sul tavolo.

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*Ultimi pensieri, prima di iniziare a raddrizzare i fotogrammi*

17 Ottobre 2004 5 commenti


Dovrei imparare a raddrizzare tutti i fotogrammi, anche quelli storti dalla loro nascita, quando hanno impressionato un nuovo nastro. Forse all’inizio farei fatica, ma basterebbe una mano abbastanza ferma da cancellare i bordi e accettare che parte dell’immagine vada persa, pur di raddrizzare il salvabile e far rientrare il fotogramma in quella serie di immagini convenzionali che contano poco. Allora, conterebbero poco anche per me? Sono solo immagini, in fondo, sbiadite e un poco accartocciate dal tempo, tutte intente a ritrarre un passato ch’è stato e non potrà tornare. Perché non sussistono gli estremi, non sussistono i pensieri, so che non tornerà quel tempo quando mi vedevi entrare al Paradise con K e F e dicevi che eravamo le tue Charlie’s Angels. Noi, così sicure nelle nostre gonne aderenti, con l’espressione di chi è arrivato e non ha intenzione di andarsene. Mi invitavi a sedermi, lì vicino a te, ma su uno sgabello troppo alto per il mio metro e sessantacinque; e sorridevi quando sembravo arrampicarmi lì sopra con i tacchi alti e la gonna che saliva prepotentemente a scoprire le gambe. Volevi non dimostrarlo, ma intercettavo tutti gli sguardi che mi lanciavi: ogni sguardo era un piccolo fotogramma storto che adesso dovrei raddrizzare e smussare. Ma non ne ho voglia, perché richiederebbe tempo ed energie che adesso davvero non posso sprecare in disperati tentativi di cancellazione.

Ricorderò allora quando mi allungavi il mio Martini con ghiaccio e aspettavi che lo sorseggiassi piano, perdendomi a guardare il cantante di turno che si esibiva per noi. Ero ancora la tua Charlie’s Angel? Sì, perché sapevo che avevi una sciocca riverenza per le mie esperienze passate, per la convinzione immotivata che io sapessi come muovermi senza cadere, sempre.

Ricorderò allora una sera d?inverno, quando non faceva abbastanza caldo per passeggiare in città e mi domandasti di accompagnarti a comprare una sciarpa, da qualche parte. Nessun posto poteva essere aperto, ma salii comunque in macchina, lasciando che l?ansia mi succhiasse lentamente le ultime risorse per resisterti.

Ricorderò allora un posto-auto trovato per caso, dove il solito parcheggiatore abusivo ti tese il resto e si complimentò per la ?signorina, che diventava ogni giorno più bella?. Sorrisi e tu rispondesti che aveva ragione, ma che io sarei stata soltanto tua. Quale strano sortilegio stavi escogitando, quel pomeriggio? Un fotogramma malvagio, questo, che vuole mantenere la sua linea d?orizzonte storta: hai colorato l?illusione d?amarmi, quel giorno, al di là di finestrini appannati e cinture di sicurezza slabbrate.

Ricorderò allora una nuova serata, da sola, con le amiche continuavano a ripetermi che dovevo essere forte, non cadere nuovamente in quella tela che il ragno della nostra storia aveva tessuto su tuo ordine. Confermai di aver superato la rabbia e la nostalgia della nostra fine, ma una sete di vendetta pulsava alle tempie e mi convinceva di essere invincibile. Una Charlie?s Angel invincibile. Lo avrei dimostrato anche a te, lo avrei fatto. Così mi tramutai in un sogno che non avresti più raggiunto, nemmeno se fossi diventato un nuovo Faust. Quello sarà un fotogramma costante nella tua vita. Costante nelle perversioni con cui trastullerai i pensieri.

Ricorderò allora un pomeriggio invernale, da sola, seduta su un calorifero bollente, con le braccia ad abbracciare le ginocchia e lo sguardo perso fuori dalla finestra. Con quel maglione sformato, mai mi sarei sentita una Charlie?s Angel, nemmeno se tu avessi implorato il mio ritorno e io avessi scalciato, mandandoti lontano.

Ricorderò allora un mezzogiorno come altri, quando mi decisi a raddrizzare ogni fotogramma: ho flesso abbastanza la testa per vedere il giusto orizzonte. Adesso il collo duole e non ho per nulla voglia di lasciarti ancora nuocere. Smusserò tutti gli angoli che non fanno più di me la Charlie?s Angel che credevo d?essere. E monterò un nuovo film dove sarò indiscussa protagonista.

16 ott. 04

De Libertate*Ueber Freiheit*About Freedom* Di libertà

16 Ottobre 2004 1 commento


Ricordo qualche anno fa, quando scrivevo: se avessi davvero contato la frequenza delle parole, sono certa che al culmine avrei trovato ?libertà?. Il desiderio di trovarmi completamente slegata dalle abitudini, dagli stilemi della nostra società, dalle ripetitività famigliari. Allora ero convinta che il verbo ?volere? stesse chiuso da quelle quattro inferiate che mi ponevano gli obblighi, l?obbedienza e tutti i valori con cui stavo crescendo. Mi arrabbiavo alla minima proibizione, e nei sabati sera che passavo a casa leggevo un accanimento contro la mia maturazione. A nemmeno sedici anni avevo già la pretesa di saper decidere della mia vita e della mia verginità. Solo ora, a distanza di oltre tre anni, posso davvero ringraziare mio padre che quella sera mi cercò sugli scogli e sibilò ?cosa diavolo state facendo, ragazzi??. Se al momento mi accanii contro di loro, convinta di aver perso la felicità con L., adesso posso solo sorridere. Sorridere e ribadire che quella non era libertà negata, era solo un momento di stupidità che non avevo saputo trattenere e ripensare. E, se solo non fossi tanto orgogliosa, adesso ringrazierei i miei genitori per avermi impedito un errore, a costo di vedermi per casa con arie depresse e poi frustrate, e poi odiosamente irritate. Non era libertà, non lo era? E io andavo pazzamente alla ricerca di qualsiasi sua forma: non capivo che la libertà era uno status mentale che avrei dovuto lentamente creare e crescere. Come un figlio, sì!, come un figlio.

Un giorno sentii per caso una canzone di Gaber, e il suo pensiero anarchico mi indusse a pensare che potesse essere una strada giusta. L?unica, per affermare la libertà. Anche se ero poco più di una bambina, ipotizzai un mondo simile: e vidi il caos, materializzato in orge romane e vandalismo stradale. No, nemmeno questa era la via? Eppure, non poteva morire così l?idea di libertà!

Poi conobbi un grande idealista che aveva al culmine dei suoi pensieri l?idea di raggiungere un mondo ?perfetto?, ma anche lui non sapeva come raggiungere il suo scopo. Tutto è relativo, dissi. E in quelle poche banalità compresi che persino la mia libertà sarebbe stata relativa, tremendamente legata com?era alla concezione personale. Provai a negarla, provai a spingere su di me una sorta di dittatura dell?animo per veder morire fiocamente la mia libertà, e ammirare come si torcevano le sue gambette sotto il peso del selfcontrol. Invece, quelle due asticelle che la reggevano erano stuzzicadenti ben calibrati che mantenevano in costante equilibrio l?idea di libertà che mi sgorgava dal petto, dalle labbra e dai piedi.

Adesso, a distanza d?anni, mi guardo attorno e ripeto che adesso sono quasi libera: costretta dalle convenzioni sociali, ma tutto con il benestare di chi si guarda attorno e desidera, nonostante tutto, vivere felice.

14 ott. 04