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Archivio Settembre 2004

Simposio per Gloria [divertissement sotto accusa]

29 Settembre 2004 4 commenti


Un lungo banchetto posto a ferro di cavallo si trasforma lentamente in un carnaio di persone, accalcate le une alle altre, tanto strette da sfiorarsi i gomiti. Una situazione incresciosa, direte voi: in realtà, nessuno di loro si perderebbe questa occasione per sparlare di Lei e riuscire a trasformare il simposio in un talk-show di bassa leva. Uno con l?altro gareggiano, si spintonano quasi per prendere la parola e cominciare. La prima persona che riesce a conquistare il diritto a parlare è un uomo, di cui non farò nome per rispetto:

- L?avete vista nell?ultimo periodo? Dico io, una ragazza di quell?età dovrebbe smetterla di essere viziata? e invece, vuole sempre avere ragione lei, parlare quando non interpellata, vuole comprare vestiti firmati, eccentrici e da vamp. Accidenti! Ma chi si crede?

- Ehi, stai calmo! ? ribatte una ragazza simpatica, molto legata alla persona in questione ? Se è viziata, come dici tu, significa che ha sempre potuto permetterselo. E, Cristo!, quei vestiti le stanno bene. Cosa significa essere viziata?! Avanti, Gloria non ha mai perso di vista le priorità. E le priorità siamo noi, gli amici, la famiglia, l?amore?

- L?amore! Buona quella!

Si alza una donna di mezza età, ben convinta della sua posizione per assumere una voce derisoria, un tono canzonatorio nei confronti della ragazza. Tutti gli sguardi si proiettano su di lei, e poi seguono la traiettoria per ritrovare la faccia adirata dell?amica.

- Signora, cosa vuole dire in merito? Cosa può rimproverare a Gloria? Ha sempre agito per coerenza, e per sincerità non s?è risparmiata nulla, nulla dico? a costo di soffrirci, a costo di arrivare a disperare?

- Non essere melodrammatica, cara? – corregge la donna ? Gloria ha l?immaturità di una ragazzina di quindici anni che non sa dove fare l?uovo! Lei s?è lasciata incantare da qualche moina, e appena la conquista finisce, il gusto da cacciatrice viene sanato, ecco che allora basta. Molla il malcapitato, come se davvero non contasse nulla? Meno di una preda.

- In effetti, signora, non posso darle torto? – dalla folla, un ragazzo attira l?attenzione dei commensali. Lui ha negli occhi la sofferenza di chi avrebbe molti elementi da elencare, ma non vuole farlo. ? Qualche volta è stata irresponsabile, impulsiva, ha gettato incipit promettenti e in nome di cosa? In nome di una passione improvvisa, di un ?colpo di fulmine?. Lo sa, anche se ripete che non le è mai capitato, sono convinto che ci sia immersa troppo a lungo per essersene resa conto! Lei ha questo modo di comportarsi spontaneo, che può suscitare amore o odio, mai mezzi termini. Può darmi torto?

- No, no. Questo è vero, ma cosa c?entra con l?immaturità?

- Le dico solo questo e poi lei ci pensi. Io sarei il primo a poterla chiamare ?stronza? se solo volessi, ma non lo faccio, perché in lei ho letto più volte l?infelicità di chi non ha trovato ciò che cerca. E ciò che cerca è probabilmente l?amore. Le dia tempo, e la lasci cercare? La lasci cercare in pace.

Il ragazzo torna a sedere, si stropiccia gli occhi umidi con il dorso della mano e torna a bere dal suo calice. Nella testa, sono certa che ha ancora tutti i ricordi di quel tempo che hanno trascorso insieme, dei loro brevi incontri e dei ripetuti addii. O meglio, di quei litigi che sembravano sempre preludere la fine di ogni loro rapporto, ma che, alla fine, si riducevano in un paio di mesi di silenzio.

L?intero banchetto è rimasto turbato dalle parole del ragazzo, ma non può smorzarsi l?invettiva. Non ora, non così presto. D?altro lato, c?è apposta anche un intera parte del banchetto pronta ad impegnarsi in una apologia di Gloria!

Proprio mentre viene servita la prima portata, un uomo anziano si infervora da solo, senza nemmeno accennare un argomento e poi prorompe in una serie di improperi che non sono tenuta a ricordare. Quando finalmente si calma, la situazione viene chiarita dalla sua vicina di tavolo:

- Scusatelo, si discuteva di questa mania che ha preso Gloria. Sapete, arriva a sperare di riuscire a far apprezzare i suoi scritti! Povera illusa! Io mi ostino a considerare la sua una semplice passione giovanile, una quisquiglia, insomma, mentre il caro signore si arrabbia se solo provo a toccare la futura scrittrice!

- Senta, lei può tacere un momento? ? l?invita una donna magra e alta ? io sono stata con lei cinque anni, l?ho vista maturare e costantemente lei viveva accanto alla scrittura. Stava male, e scriveva. Stava bene, e scriveva. Dopo un successo, dopo una delusione, sa lei cosa faceva? Scriveva!

- Anch?io allora posso dire che suono il violino, senza averne mai preso in mano uno, se voglio! Cosa significa farlo? Signora, conta il r-i-s-u-l-t-a-t-o!

- Trattenga la sua impertinenza e ascolti: presto, presto le prometto che vedrà i risultati che cerca, risultati concreti! E allora freneremo la sua passione per crocefiggere la gente!

Dopo alcuni brontolii velati e un paio di insulti che muovono e surriscaldano l?ambiente, c?è un?altra pausa e poi si alza un ragazzo, alto e sicuro della sua personalità. Allontana la cameriera che era arrivata a proporre un bis di antipasti e poi, finalmente, prende parola. Basta la sua presenza per ammutolire i presenti e far sperare che inizi presto a sfoderare il suo carisma.

- Vorrei parlare di Gloria come in pochi la conoscono? Vorrei parlare di quei suoi istanti di tristezza che tende a nascondere, di quelle riflessioni che la fanno vergognare in pubblico, del suo terribile senso di inadeguatezza davanti ad un mondo che non va come vorrebbe lei. E, se vi sembra banale, allora guardatela negli occhi e lasciatevi attirare dal magnetismo di uno sguardo sincero. Vorrei dire puro, ma non mi sembra il caso: avete letto cosa scrive? E allora non lo definiremo puro. Potrei darvi almeno un?altra motivazione per negare la sua purezza, ma forse non è questa la sede.

Un boato fragoroso s?alza dalla sala e i commensali spingono il giovane a parlare. Lui riprende, con tono sommesso, come se non volesse far sentire ai più lontani.

- Mi trattengo? Riassumo il pensiero e dico che sa essere seducente. Se la trovi nella vita di tutti i giorni, a volte è di fretta, a volte è sulle nuvole, immersa in qualche libro, a volte nemmeno ha voglia di guardarsi attorno. Ma altre volte, altre volte vi assicuro che farebbe impazzire chiunque! Chiamatela immatura un?altra volta e giuro che non smetterò mai di ridervi in faccia. E chiamatela pure viziata! Ma guardatela quando ha quella camicia bianca di ieri e poi provate a dire ancora qualcosa!

- La verità è che sono invidiosi! Lascia stare, non capiranno mai ? fa un altro della loro fazione.

- Sì, hanno invidia?

- Scusate! ? è una bionda, bella e formosa ? Non provo invidia per lei, tutta avvolta in quei paroloni che capiscono pochi. Parla come un libro a volte, diventa pesante, sapete? Si vede che vuole fare l?intellettuale quando, in realtà, sono sicura che saprebbe ben poco, se interrogata!

Qualcuno freme, qualcuno approva. Nella penombra che segue, il vino è già stato tracannato in abbondanza e le pietanze invitano a domandare un?altra porzione. Scende una leggera accidia per qualche minuto, finché non si alza una ragazza, castana, di media statura, con l?accento torinese. Ispira simpatia a fiducia, lei.

- Senti, oca bionda, smettila di dire stronzate! È una delle mie migliori amiche, la conosco molto meglio di quanto non immagini, chiaro? E soprattutto lei non fa l?intellettuale, lei si comporta così normalmente, perché ama quello che sa, e non ostenta affatto quello che non conosce. Quindi, morditi la lingua o usala per far volontariato con qualche commensale in astinenza.

- Brava! ? si alza un?altra amica ? quando avevo bisogno di parlare, lei c?era? Certo, ogni tanto Gloria si perde mentre dà consigli, ma non lo fa apposta, non se ne rende conto? Il guaio è che spesso rivanga qualcosa del suo passato e lì si perde?

- Già, una ragazza con troppi ricordi ? commenta una donna vecchiotta, stropicciando il tovagliolo ? Lei non riesce a cancellare il passato, ma è immersa in ricordi che riprendono vita ogni volta lo desideri? Non c?è nulla di male per noi altri, ma per lei è davvero un ostacolo per il presente!

La conversazione continua, c?è chi si arrabbia, chi lascia la sala e in attesa del dolce si riuniscono gruppetti di persone, visto che le sedie dopo tante ore di attesa sono surriscaldate. In lontananza, qualcuno sospira e si guarda le mani, sentendosi particolarmente negletto: se tanti criticano Gloria, è a causa sua. E per quello decide di allontanarsi, considerandosi indegno di sedere a quel tavolo. Poi, improvvisamente ci ripensa: quanti hanno gettato fango su di lei, mentre in sua presenza fingono di apprezzare ogni sua parola, ogni suo gesto? Allora il ragazzo torna a sedere, ma alle sue spalle sente l?ennesimo discorso tenuto da chi veramente adora la processata: lui, lui ha capito in tempo il valore della ragazza a quanto pare. E forse, chissà, riuscirà a sventare questo banchetto ozioso senza cadere nei pettegolezzi di chi affibbia maschere e poi pretende di ricamarle.

28 set. ?04

Seduta psicoterapica [racconto quasi grottesco e fantasiosamente insensato]

27 Settembre 2004 3 commenti


?Scusi, posso fumare??
L?uomo si guarda attorno, per accertarsi che nessuno stia osservando la loro conversazione e poi annuisce, gravemente. La ragazza estrae dalla borsetta di coccodrillo un pacchetto nuovo di Malboro, lo scarta in un silenzio sacrale, toglie l?etichetta con una delle sue unghie lunghissime e finalmente s?accende la sigaretta. È attraente quel modo di schiacciare lentamente gli occhi, come se nell?accendere la sigaretta e sentire il primo gusto di tabacco la donna provi un piacere quasi assordante o accecante per chiunque la guardi.
?Dunque, signorina, parli pure liberamente e mi dica qual è il suo problema? Al telefono mi ha anticipato che il suo è un problema d?inappagamento. Giusto??
?Giustissimo ? fa lei, e ha una voce splendida, vellutata come quella giacca che le si stringe sul seno ? Vede, dottore, il mio problema è a sfondo? erotico?.
?Non si meravigli! Guardi, tutti i miei pazienti, prima o poi, mi confessano qualcosa che loro giudicavano moralmente detestabile. Avanti, mi racconti cosa le succede? è inappagata dal suo partner??
?Dai miei partner, sì.?
Il dottore si aggiusta nella sedia, appoggia la testa alla spalliera e, chissà perché, già prevede che il racconto si farà drammaticamente interessante. Chiede il permesso di fumare anche lui, poi si accende un mezzo toscano che aveva spento dopo che il signor F aveva osannato il suicidio. Imperturbata, la ragazza si protende un poco verso la scrivania e si prepara a raccontare.
?Quanti partner ha, signorina?? domanda il dottore.
?Mi chiede, partner fissi??
?Sì, fissi.?
?Sette?.
Il dottore respira di gusto il fumo, ma non riesce a nascondere la sorpresa. Certo, quando quella signorina avvenente gli aveva parlato di più partner, aveva pensato che certamente non avrebbe avuto problemi a trovarne, ma pensare che avesse una relazione regolare con ben sette uomini! Però non deve tradire oltre il proprio spirito professionale, così il dottore si aggiusta gli occhiali sul naso, scribacchia qualcosa su un taccuino per appunti.
?E partner occasionali? Ne ha?? già il dottore teme la risposta.
?Sì, moltissimi?.
?Avanti, non sono qui per giudicarla, ma per aiutarla se crede di avere davvero un problema? Parli liberamente? Si metta comoda, sul lettino laggiù. Così, sì, si sdrai e io arrivo subito?.
La ragazza si aggiusta la gonna prima di sedersi, poi si sdraia e osserva languidamente come il dottore si sieda a suo fianco su una poltrona antica. Lo guarda accavallare una gamba e prendere un paio di appunti, appoggiando i fogli sul ginocchio.
?Vede, dottore, alcuni mi chiamano con nomi volgari che non vorrei meritare? Infatti, pensi, gli uomini non mi sono mai interessati fino all?età dei miei vent?anni. Mai avuto un ragazzo, nemmeno una di quelle storielle comuni e banali, che ne so?!, un ragazzino da aspettare dietro al portone di casa per poi iniziare a pomiciare e cercare di fare tutto senza essere scoperti. Poi, alla festa del mio ventesimo compleanno, iniziò tutto? Mi sono guardata attorno, e vedevo solo amiche fidanzate felicemente, abbracciate ai loro uomini, cercando di non farsi vedere da me, per rispetto delle mie condizioni. Quella sera, da stupida, mi sono ubriacata e ho accettato il passaggio di uno sconosciuto. Lei cosa ne pensa, dottore??.
?Prosegua, signorina? Mi dica solo una cosa: quanti anni ha adesso??
?Ventisette, quasi ventotto? Beh, quella sera io amai quell?uomo. Lei penserà che lui cercasse solo un rapporto occasionale? No, da quel giorno io e lui ci amiamo, e sono sette anni che stiamo insieme, sempre, sempre? Dimenticavo: lui si chiama Angelo. L?amo, davvero? Il problema è che non è geloso: non si arrabbia se esco con gli amici, se gli confesso di attirare gli sguardi altrui. Parlando con amiche, tutte o quasi si lamentavano di attacchi di gelosia, litigate furiose con i loro uomini, soltanto perché si mettevano una gonna troppo corta, o si soffermavano a parlare con un conoscente. Io, niente. Angelo si fidava forse, o, molto più semplicemente, non vedeva nulla di importante in me?.
?Come può dirlo, signorina? Forse davvero si fidava??.
?Lo crede davvero?! Io, dopo un paio di mesi, iniziai a pensare che la sua incuranza fosse solo un modo per dirmi che non contavo nulla per lui. E allora sono uscita, ho sedotto un ragazzo più giovane di me, l?ho portato nel mio letto, a casa, mentre Angelo era al lavoro, e l?ho fatto gemere fino a farlo impazzire. Volevo che soffrisse, che lui soffrisse fino a dirmi che m?amava. E lo fece, sa? Poi ci amammo furiosamente, lo salutai e da allora anche Dario è sempre con me, e di tanto in tanto ci amiamo dietro alla sua bellissima scrivania di casa?.
?Questo, quindi, è il secondo partner fisso? Mi racconti di cosa pensò lei dopo aver conosciuto e amato Dario??
?All?inizio, mi sentivo in colpa. Chiaro, no? Vedere entrare a casa Angelo dal lavoro, aspettare che si cambiasse e si lavasse, poi vederlo uscire dalla doccia e chiedermi con nonchalance cosa avessi fatto quel giorno. Gli ho detto che ho visto un amico, qui nel nostro appartamento. E lui, niente! Impassibile! Sì, dottore, confesso che ho voluto solo far innervosire Angelo e suscitare una reazione, ma in un secondo tempo Dario si era rivelato tanto amabile da costringermi moralmente a frequentarlo. Dario sa di Angelo, non gliel?ho mai nascosto, e ogni tanto mi prega di lasciarlo, di andare da lui, ma io amo Angelo! Come potrei?! Poi, un anno dopo, alla mia festa di compleanno, con Angelo e Dario nella stessa sala che conversavano senza malizia, ho conosciuto Luca, compagno di una mia amica. In due settimane, lui ha lasciato la mia amica, che da allora non mi rivolge parola, e si è messo con me. Luca è stato il terzo. Un uomo splendido, davvero splendido, il tipico manager in carriera.?.
?Perché Luca? Poteva già avere Angelo e Dario? Mi spieghi meglio?.
?Non saprei? Mi piaceva e sono sempre stata terribilmente viziata! A Luca si sono aggiunti Manuel, Gigi, Federico e Giorgio. Uno all?anno. Non mi sono proposta di rispettare un calendario, mi creda!? la ragazza sorride, scoprendo i denti più belli mai visti dal dottore.
?Le credo. Ognuno di questi uomini sa dell?altro, non è vero??
?Tutti, tutti tranne Angelo. Lui lavora molto, e mi vede uscire con una frequenza che desterebbe sospetti in ogni uomo, ma non in lui.?.
?Ma, scusi, mi parla anche di partner occasionali??
?Sì, capita? Ma di questo preferisco non parlare, è meglio. Sono parentesi squallide che nell?ultimo anno ho cancellato. Anche perché mi è arrivata la terribile domanda di matrimonio da almeno tre dei miei partner abituali: Luca, Gigi e Dario vogliono sposarmi. Perché loro sì, e Angelo no??.
?Mi sembra chiaro che tutto il tuo atteggiamento parte da un amore-odio per Angelo, verso cui si sente sempre in una posizione di inferiorità. Per questo motivo, le consiglio di lasciare gli altri uomini e provare a concentrarsi maggiormente sulla sua storia con Angelo, chiarire, arrivare a parlare davvero e sfogare questo risentimento che cova in lei. Se no, mi creda, si farà del male da sola?.
?Forse ha ragione?? sembra pensierosa, stranamente pensierosa ?Ma non posso lasciarli! Di loro amo qualcosa, qualcosa di cui non posso privarmi. Gliel?ho detto, dottore, sono terribilmente viziata?.
La conversazione prosegue per poco, poi arriva il momento per congedarsi. La ragazza si solleva, sistema le pieghe della gonna con un?attenzione che sfiora il patetico, si rimette il cappotto e stringe la mano al dottore, dopo avergli appoggiato sulla scrivania il compenso per la seduta. Lui la saluta cortesemente, e lascia che la ragazza gli lasci il proprio biglietto da visita, perché ?non si sa mai, può capitare di dover spostare una visita e lì ci sono tutti i suoi numeri?.
Finalmente, il dottore rimane solo e si guarda attorno nella stanza, dove si sente ancora il profumo persistente della ragazza. Profumo francese, potrebbe scommetterci. Poi gira e rigira il biglietto da visita tra le dita, pensando all?eccitazione che l?ha colto da quando quella ragazza ha varcato la porta dell?ufficio: strana ragazza, strana, e così seducente! In quel momento, volta il biglietto da visita e si accorge che c?è una scritta, accurata, in una grafia di donna. Legge:
Domani è il mio compleanno. Saranno ventotto anni e s?è organizzata una festa. Lei sarà l?invitato d?onore, se verrà.
Diavolo! Lui, invitato? Lui, può diventare l?ottavo uomo, l?ottava relazione fissa della ragazza?! A quanto sembra, si prepara una festa di compleanno, una festa alla quale la ragazza l?ha invitato. Il dottore pensa, si arrovella, e poi schiaccia il pulsante che lo mette in contatto con la segretaria.
?Sì, dottore? Ha bisogno?? fa lei.
?Sì, grazie, Dora. Prenoti dal fiorista un mazzo di rose e digli che le voglio rosse, tutte! Guai a lui se sono già sfiorite!?.
Poi riattacca, si guarda attorno e si accende una delle Malboro che la ragazza aveva lasciato sulla scrivania. Strano! Nell?accenderla, sente quasi un profumo francese.

Ancora sabbia nei sandali, ancora luna negli occhi

26 Settembre 2004 6 commenti


[Liberamente ispirata da ?Muoio per te? di Zucchero]

Una luna rossa, lontana almeno un miglio, e la nebbia sfocata di zaffate di deserto nel vento. Nel mio vento. Stanotte.
Riemergo a fatica da una polvere gialla e rossastra che mi riempie i sandali e i pantaloni, infilandosi in ogni stretto passaggio tra una fibra e l?altra. L?odio, questa sabbia! L?odio quando mi lascia affondare senza pietà, l?odio quando s?alza e mi addita impotente verso la sua potenza; l?odio quando scrocca sotto i denti, illudendomi di poter finalmente mangiare qualcosa; l?odio quando accoglie le mie ossa stanche, di sera, e mi ricorda che sarebbe un posto perfetto per farci l?amore. E invece, niente, io che per fare l?amore ho iniziato questo lungo tragitto senza meta e accampamenti di fortuna.
Iniziò in una notte luminosa, che non ne voleva sapere di abbassare le sue luci e far calare il sipario. Stavo ancora addossata alla finestra con la mia gatta Fatha, che s?appoggiava alle mie gambe e sonnecchiava, nonostante la musica di sottofondo. Non conosco il motivo che m?ha trattenuta a proiettare la vista in lontananza, verso il deserto, verso le dune, verso l?indefinito. Improvvisamente, proprio mentre guardavo laggiù, dall?orizzonte un grosso cavallo, oscurato dalla notte incipiente, si imbizzarrì e sbalzò dalla sella il suo cavaliere. Mossa da un?altrettanto improvvisa preoccupazione, scattai via dalla finestra, calzai i sandali e iniziai a correre verso quel punto imprecisato della duna con Fatha che mi seguiva. La mia ragione potrebbe arrecare la scusa di volersi accertare solo delle condizioni dell?uomo, ma in realtà non seppi mai spiegarmi cosa mi impose di correre a perdifiato fin laggiù e accasciarmi ai piedi del ferito. Era un tuareg, nascosto dietro ai suoi vestiti indaco, forse non molto più adulto di me. Fece fatica e non riuscì ad alzarsi, perché il colpo gli aveva spezzato la spina dorsale e già le parole venivano dette lentamente, come se per proferirle il tuareg dovesse ricorrere a tutte le energie rimaste.
Mi guardò e disse: ?Tu sei la danzatrice Blu??.
Io annuii, colta alla sprovvista dal fatto che mi conoscesse.
?Allora il messaggio è per te. L?uomo che ami ti aspetta attraverso il deserto, oltre quella duna, a Sud. Ricorda, sempre con quella stella alle tue spalle, una notte con la luna rossa troverai l?uomo.?
?Ma cosa significa?? protestai ? ero fin troppo abituata ai deliri dei feriti -.
?Parti, parti subito con la tua gatta, attraversa il deserto e trova la felicità, l?amore, la passione??.
?Cosa ti aspetti? Sei pazzo se credi che mi metterò in marcia così, senza neanche raccogliere bagagli e provviste!?.
?Allora, allora lo perderai? Da stanotte la luna diventerà rossa e solo se continuerai a marciare sotto la sua luce, alla fine t?indicherà l?abbraccio giusto?.
Il tuareg sollevò appena il braccio, descrivendo la circonferenza della luna ed ecco che, dopo il suo gesto, un alone rosso iniziò a dipingere la superficie. Tutta la luna, lentamente, divenne rossa, sempre crescendo d?intensità e di dimensioni all?interno del cielo, finalmente nero. L?uomo mi guardò negli occhi, fece cenno di andare e poi spirò, lasciandomi sola e indecisa sul mio futuro.
Guardai il lontananza, quel deserto che non accennava a finire o dare un pausa nemmeno oltre l?ennesimo orizzonte. Stavo per voltare le spalle e andarmene, quando la luna sembrò palpitare, o palpitò veramente: non lo saprò mai. La luna, quella notte, mi incusse il timore e la reverenza sufficienti a farmi intraprendere il viaggio.
Dannatissimo viaggio! Sono almeno quaranta notti che cammino invano, con questo enorme disco che s?ingigantisce e non ne posso più, i miei piedi sono stanchi, le mie gambe reclamano un po? di pausa, le mie labbra chiedono acqua. L?ultima oasi l?ho incontrata qualche miglio fa e là ho seppellito la povera Fatha che, stremata dal viaggio, s?è accasciata accanto alla pozza d?acqua e la contentezza l?ha ammazzata. Adesso è più difficile mantenermi sveglia, continuare a convincermi che alla prossima duna riconoscerò erba e mare. Senza Fatha a morsicarmi le caviglie, diventa stremante rialzarsi alle oasi, provare a far forza su quelle ultime energie rimaste e pregare di non cadere lì, nella sabbia. Allora succhio l?ultimo latte di cocco rimasto, mi guardo i piedi lacerati e scaglio lontano i sandali: ho già rinunciato a parte dei miei vestiti, a scarpe pesanti e anche agli anelli che portavo sempre addosso. Ormai nemmeno loro hanno più significato: cosa potrebbe mai farsene un cadavere di due orecchini d?oro? Devo farcela, devo farcela?
È la quarantesima notte che la luna non cambia, resta sempre luna piena e rossa, turgida, immensa. Inizio a pensare che si tratti di qualche maledizione scatenata da un antenato o da un parente invidioso: ma improvvisamente, la sabbia si alza, come durante una tempesta. Si alza a raffiche, a brutti colpi di vento che mi danno domandare per quanto tempo potrò resistere. Per poco, lo so fin troppo bene: già le ginocchia si piegano sotto il mio esile peso, già le braccia coprono stancamente gli occhi, già tutto è frustrazione e rinuncia. O forse, dovrei parlare di abbandono, anziché rinuncia? Non lo so, perché cado a terra e inspiro un poco di sabbia. Tossisco, maledetto tuareg, maledetto!
Il giorno seguente è tutto passato così, vicino ad un?oasi trovata per caso, a bere acqua e cercare di eliminare quella sensazione spiacevole di avere la gola chiusa. Il sole arde diversamente dagli altri giorni, ha un pallore sconosciuto per chi frequenta il deserto: che si prepari una di quelle piogge annuali? Invece, la situazione si mantiene invariata per l?intera giornata, stupendo chiunque però alla sera. La luna non è più piena? O meglio, è piena, ma non è più rossa. Lentamente, si vedono i trequarti della sua superficie ancora rossi, ma uno spicchio di giallo avanza inesorabilmente a porre fine al mio viaggio.
Ritemprata dalla speranza, cammino di buona lena e cerco di precorrere i tempi, arrivare prima che la luna sia tornata gialla e provare ad abbracciare il mio uomo sotto ad uno spicchio rosso. Tanto per avere un ricordo insolito da raccontarci in futuro. Mentre fantastico, l?ennesima duna è superata. Davanti, ancora sabbia e dune.

Stranezze in caserma [tragi-comica cronaca del pomeriggio]

24 Settembre 2004 2 commenti


Premessa: il brano che segue è pura realtà. Tuttavia non si vogliono toccare sul vivo tutte le forze dell’ordine, ma solo i singoli elementi presenti nel testo, ai quali, comunque, viene sempre dedicato un sorriso.

Stranezze. Stranezze già da quando cerco di aprire il portone dove c?è scritto ?tirare? e in realtà bisogna spingere. Ed è un portone dorato e pesante, terribilmente pesante. Qualcuno forse lo definirebbe virile. Non io, se no dovrei ammettere delle difficoltà preoccupanti a relazionare con l?altro sesso, dal momento che il portone con me proprio non si vuole spostare. Finalmente ce la faccio, entro e quasi atterro un carabiniere di passaggio che, ormai in borghese, sta per andare al tanto meritato pranzo. Entro, e mi corre incontro un ragazzo sollecito, con la camicia inamidata ? caro, le pieghe così sono terribili! Hai piegato una camicia a metà?! ? e un paio di pantaloni che gli stanno a pennello e sembra appena uscito da Vogue. E lì, quando inizia a parlarmi, biascicando qualcosa, arriva il terrore: ma in che lingua parli? Un momento per concentrarmi, cercando di non avvicinare le sopracciglia in un?espressione troppo disgustata, e poi capisco: romano de Roma, il caro ragazzo. Gli spiego il mio problema: telefonate anonime, ormai ad una frequenza persecutoria. Con calma, racconto delle chiamate con minacce velate, e di quelle dove il mio interlocutore mi lascia sola in un monologo ad insultarlo e domandare ragioni per questo gesto inutile.
Il carabiniere inamidato solleva lo sguardo e annuisce, gravemente. Sto per sentirmi sollevata e pensare ?ecco, mi ha capita!?, quando il ragazzo torna a guardarmi con la stessa espressione di prima e mi dice di accomodarmi nella saletta d?attesa ? sì, dice proprio saletta d?attesa! ? che deve contattare un superiore. Okay, forse non sarà stato il massimo della competenza, ma è carino e gentile e ascolto il suo suggerimento, sedendomi su un divanetto marrone. E aspetto? Due minuti, tre, quattro. Poi arriva a chiedermi un documento: vuole la patente. La patente?
?Mi scusi, non ho la patente? gli faccio io, tranquilla ?Sono andata a ritirare il modulo oggi?.
?Ah, capisco? Beh, allora dammi il foglio rosa?.
Il foglio rosa?! Strabuzzo gli occhi ? non posso proprio evitarmelo, nonostante mi fossi proposta di stare calma e impassibile ? e respiro visibilmente.
?Non penso che il foglio rosa possa essere adeguato? Non preferisce la carta di identità??.
Lui scrolla le spalle, mi dice okay e aspetta la carta d?identità guardando attentamente nella mia borsa tutto il contenuto di fogli d?iscrizione all?Università, patente, libro, golf, e un immondezzaio di scontrini fiscali. Finalmente spunta la carta, gliela tendo e lui si allontana, nella stanzetta a vetri di fianco. Vorrei sbuffare, ma qualcosa mi dice d?aspettare, che forse con un po? di fortuna spunterà anche il commissario Montalbano e potrei finalmente avere la prova che sono andata a finire in un telefilm. Invece no. Il carabiniere inamidato s?accende una sigaretta, proprio lì dove spicca un cartello di Vietato Fumare. Lui sa di essere nel torto, perché si volta lentamente sulla sedia girevole come in uno di quei film ansiogeni e mi getta uno sguardo che sembra dire ?Qui la legge sono io?. Distolgo lo sguardo, perché la situazione sfiora il patetico, e mi concentro sull?arredamento della stanzetta, sui mucchietti di polvere agli angoli della stanza e sul copri-termosifone in legno intagliato ? se non fosse così terrificante, potrei quasi considerarlo una piccola attenzione -. Mah, forse è solo un diversivo per ingannare l?attesa dei cittadini: a contare gli acari nascosti nelle fessure del legno s?impiegherebbe l?intera giornata.
Dopo mezzora mi stufo: aspetto che finisca l?ennesima sigaretta, esca un attimo e torni da me, per dirmi: ?Gloria, adesso chiariamo tutto. Stai tranquilla. Passo all?ufficio e domando?.
Annuisco e mi illudo un?altra volta che la situazione si stia sbloccando. Possibile?! No, certo che no! L?inamidato arriva all?ufficio (sempre comunicante con la mia ?saletta d?aspetto?), chiama un carabiniere all?interno e si mette a parlare del suo sabato sera ormai quasi organizzato. L?altro sento che lo chiama Anto?. Okay, aspetto che discutano sulle natiche ? elevo il registro per motivi di finezza personale ? della aspirante morosa di Anto?, aspetto che l?altro carabiniere si sistemi generosamente la cucitura dei pantaloni, perché sua moglie ha sbagliato a stringerli; aspetto pazientemente che Anto? si massaggi le pieghe inamidate sullo stomaco parlando di un piatto di cozze davvero spettacolari, mangiate al mare lo scorso weekend. Ma quando inizia ad elencare gli effetti collaterali di quelle cozze, accidenti!, scatto in piedi e mi avvicino all?ufficio, con il passo di chi davvero sarebbe pronto ad augurare altri mille effetti collaterali. Anto? mi guarda, torna nella sala d?aspetto e mi dice, calmissimo, convinto che io non l?abbia sentito: ?Adesso arriviamo? Il mio collega sta cercando le pratiche e forse? Beh, forse deve sporgere denuncia. Chi vuole denunciare??.
Un momento di panico: io, che chiedo a loro di scoprire dai tabulati chi mi perseguiti, io dovrei andare a denunciare qualcuno?! Domando se per caso si tratta di una ?denuncia a ignoti? che poi metta in atto accertamenti.
?No, no? mi fa lui risoluto. ?Devi darmi un nome specifico, e magari anche l?indirizzo?.
?Ma io non so chi sia!? ribadisco, quasi terrorizzata dall?ottusità mentale di questo ragazzo.
?Ah, allora le cose cambiano?.
Oh! Diavolo, ci voleva tanto a capirlo?! Nuovamente invitata a sedere nella saletta, guardo in alto al crocefisso sopra la porta e, se solo non fossi così incavolata, una novena la farei per queste due teste d?autorità. Ma aspetto, mi riprendo e sfoglio un depliant su una vacanza in Tailandia dove qualche personaggio locale sorride e si diverte: nonostante l?invidia, mi sembra uno dei passatempi più rilassanti. Sto quasi perdendomi tra fondali azzurri e palafitte lussuose, quando torna Anto? con un omone alla Lino Banfi dei tempi d?oro. Un po? per correttezza, un po? perché il divanetto mi surriscalda, mi alzo e stringo la mano di Banfi, aspettando che mi trasmetta conoscenza e affidabilità. Invece, sembra davvero Banfi, uscito da ?Un medico in famiglia?, altro che un pubblico ufficiale o come diavolo si chiama! Anche lui mi domanda se non voglio denunciare qualcuno, anche qualcuno che sospetto appena.
?Scusi ? gli faccio io, un po? stizzita ormai ? come posso denunciare qualcuno solo sulla base di una ipotesi? Allora tanto vale prendere la rubrica del telefono e tirare a caso?.
Non ha capito il sarcasmo della frase ed ha iniziato ad elencarmi la serietà con cui la caserma prende ogni caso sulle sue spalle. Annuisco, annuisco come una scolaretta modello e mentalmente mi auguro che finisca tutto in fretta, perché davvero la situazione sta cadendo nel ridicolo. Anto? ascolta con un?attenzione pericolosa, come se cercasse di memorizzare ogni sillaba di Banfi. Quando ormai il discorso si ferma, arriva la stoccata finale: un bassotto massiccio porta un foglietto pubblicitario, sul cui retro sono state scritte strane abbreviazioni in ostrogoto. Dico ostrogoto, perché non si capiva nulla della grafia, né delle abbreviazioni. Cerco di leggere, almeno per rispondere alla fierezza che il bassotto ha nello sguardo. Niente. Buio totale.
?Ma signorina! Lei! Allora, questa scritta significa ordinanza, ordinanza sulla privacy??
E il discorso continua, elencandomi una serie di frasi ? sgrammaticate! ? che dovrei mandare per raccomandata al mio gestore telefonico, pregandolo inibire ? testuali parole! ? le chiamate che ho ricevuto il giorno XXXX nella fascia oraria compresa tra XXX e le XXX. C?è nuovamente un dubbio che mi assilla e, nonostante il timore di suscitare un?altra lunga apologia sulle forze dell?ordine, azzardo:
?Scusi, ma questo significa che io non verrò mai a sapere chi mi assilla??.
?E certo! Mai signorina! ? gorgoglia Banfi ? Si tratta della legge sulla privacy!!!? e si vede che è compiaciuto dalla parola inglese.
?Ma se incontro quest?uomo per strada e? non so? senta, sono anche un po? preoccupata, se devo essere sincera. Capisce cosa significa per una ragazza che gira da sola??.
A questo punto, Banfi s?illumina e sembra finalmente aver trovato la soluzione perfetta che salvi la situazione. Si raddrizza i baffi e finalmente dice:
?Sono convinto che il nostro Anto? sarebbe contento di accompagnarti dove vuoi, quando non è di servizio. Vero Anto???.
L?inamidato arrossisce, e ci manca solo che annuiscano a tempo gli altri due! Biascico qualcosa per dire nel modo più gentile possibile che non mi sembra il caso e poi mi alzo, decisa ad andarmene perché proprio non riesco a subire altro. Mi sento delusa, e soprattutto frustrata. Ma Banfi non è ancora soddisfatto delle sue ottime trovate da Dottor Stranamore e così manifesta una bellissima voce rassicurante, quasi paterna:
?Stia tranquilla? Sono sicuro che sono solo minacce velate. Per andare oltre la privacy, bisogna ricevere delle minacce di morte e dopo ci si rivolge al tribunale penale e, se tutto va bene, dopo tre anni si ha il verdetto. E se uno ha cattive intenzioni, beh, prima di avere il suo numero lei è già nella tomba!?. Poi si guarda attorno, fa le corna e tocca l?orologio: ?Signorina, signorina si tocchi! L?ho detto involontariamente, ma non si sa mai!!!?.
Non faccio scongiuri, anche se avrei in mente un gesto appropriato alla situazione da rivolgere a Banfi. Così raccolgo le cose, stringo le mani che mi tendono e mi preparo ad uscire. A denti stretti, mi sforzo di sorridere e mi congedo:
?Grazie mille? Ci rivediamo alle prime minacce di morte.?.
Loro non ci prestano attenzione o non capiscono ? voglio sperare la prima ? e mi sorridono sulla porta mentre me ne vado dalla caserma. Ma ecco che Anto? mi insegue di corsa, con una mano sulla fondina (vuota, potrei scommettere) e mi allunga un fogliettino pubblicitario con le abbreviazioni che già ho dimenticato. Sorride suadente e mi ricorda:
?Ne faccia buon uso?.
Finalmente in strada, giro l?angolo con quei geroglifici in mano e li lascio nella borsa, perché in fondo non si sa mai? E mi guardo attorno: non si sa mai che Anto? e Banfi vengano a propormi un?altra delle loro esaltanti e quasi sbellicanti soluzioni.

*-* Una fotografia abbandonata sul tavolo *-*

22 Settembre 2004 5 commenti


Una fotografia abbandonata sul tavolo, incurante dei sorrisi e dell?intensità degli sguardi dell?ultima sera.

Loro, giovani. Sfondo, un muro anonimo.

Loro, protagonisti consapevoli. Sfondo, presenza inevitabile.

Avrei tanto da dire, ma guardo la fotografia e mi accontento di immergermi ancora una volta nella felicità di quella sera ? l?ultima -. Dio!

Lei sorride, con una intensità nello sguardo che tradisce la sua reale età: solitamente le attribuiscono sempre qualche anno in meno, e lei quasi se ne dispiace. Sulla pellicola, invece, ha negli occhi una consapevolezza matura, da donna cresciuta, come se la stessa presenza di lui rassicurasse le sue qualità femminili.

Lui non sorride, quasi. Ha un sorriso abbozzato, che sembra rispondere ad una richiesta specifica. Forse una richiesta della ragazza? Forse. Sorride appena, in modo impercettibile, perché già nell?azzurrità delle sue iridi prevede la partenza del giorno dopo. E, Cristo!, non c?era proprio niente da ridere allora.

Lei, immersa nella felicità del momento. Lui, già conscio della sveglia presto, delle valige che non porterà, dei sorrisi che non l?aspetteranno sotto gli oleandri, ogni giorno in pausa-pranzo.

Lei, persa davanti al castello medievale, persa al pensiero delle sue braccia che la stringevano, forte, persa nella sua voce che la minacciava scherzosamente, persa all?idea di lasciare su carta un ricordo tangibile dell?ultima sera. Per questo, lei sorrideva.

Lui, perso a pensare che il castello è già nel passato, perso nella solitudine del giorno seguente, perso anche se abbracciato a lei, perso all?idea che tutto ciò che resterà di quella sera sarà solo ricordo e forse una fotografia. Per questo, lui sorride appena.

Così, adesso, a distanza di un mese quasi, lei riguarda la fotografia e vorrebbe inviarla a lui, domandargli se la terrà per ricordo ? allora, nemmeno nel ricordo i sorrisi svaniranno ? o se resterà in un cassetto dell?ufficio, dimenticata sotto pile di fogli. Lei riguarda la fotografia, e tutto ciò che vorrebbe adesso, è scucire una promessa: la promessa di altre fotografie, dove entrambi sorrideranno all?obiettivo per uno scatto di felicità.

Lettera aperta ad Ugo Foscolo

21 Settembre 2004 2 commenti


QUANDO UGO FOSCOLO INCONTRO? ISABELLA TEOTOCHI ALBRIZZI
[IERI, COME OGGI]

Lettera aperta ad Ugo Foscolo

Esimio maestro,

ricordo con un breve sorriso quando lessi la prima volta di Voi e della contessa, della vostra storia d?amore, della passione che vi fece tacciare come lussuriosi. E ancora v?immagino, in quel parco a Voi tanto noto, quando incrociaste nuovamente gli occhi e vi stringeste a braccetto, imbarazzati dalla intimità che un giorno aveva unito le vostre membra senza chiedere permesso. Allora, Voi non eravate che un fanciullo innamorato della Vostra figura, della temperanza che vi rendeva già celebre. Allora? Voi guardavate a lei come ad una donna nel fiore degli anni, stordente quasi con quell’ alone di profumo: lei aveva l?ebbrezza di un ?vissuto? non Vostro o semplicemente emanava seduzione? Maestro, vorrei tanto credere che tra Voi fu l?amore a scegliere, e non solo passione. Vi immagino a parlare di letteratura, come allora facevate con altri ospiti meno degni e formati, a soffermarsi sui recenti scritti di Isabella. Allora, Voi non immaginaste che anche quella donna era rimasta colpita dalla Vostra indole, dalla spontaneità con cui già manifestavate le doti poetiche. Invece, lei, sentendovi parlare, affrettò il respiro sotto il corsetto stretto e si guardò intorno, benché nessuno stesse osservandovi. Isabella, in una sorta di presagio, si sentiva già al centro delle chiacchiere che vi avrebbero rincorsi ed insultati, da lì a breve.

Poi, quel giorno, vi incontraste nel parco che ancora oggi perpetua i vostri passi. Parlavate di letteratura, di nuovo, quando Isabella insinuò il suo braccio tornito sotto al Vostro, adducendo la scusa di una improvvisa brezza? Come vi amaste, maestro? Chi di voi ammise per primo i sentimenti? Ancora una volta, scusate l?impertinenza, proverò ad ipotizzare. Ammiraste la profondità dei suoi occhi scuri, senza pensare che si erano chiusi su altri petti, che avevano pianto per storie passate. Pensavate che quelle palpebre volevano riaprirsi solo per rivedervi, per apprezzare i Vostri movimenti e, chissà, forse amarvi. Vi trovaste quel pomeriggio su una panchina di pietra, sotto un?edera rigogliosa che si protendeva verso le vostre teste, quasi per proteggervi da sguardi indiscreti. Ridevate, insieme, con quella compostezza che s?addiceva alla vostra levatura, finché una piccola foglia galeotta non cadde tra i riccioli fulvi di Isabella. Voi, la raccoglieste.

Allora si schiuse per Voi una nuova età, tra quelle labbra rosse che sapevano come amare. Voi, voi sapeste accogliere i doni di quella contessa che quel pomeriggio divenne Regina in Voi, e volto celato dietro ad ogni Vostra nuova opera. Voi, avvinti e legati al parco, alla terra, alla villa, a voi stessi.

Ma il tempo passò? Il tempo e la distanza. Qualcuno, non so se ne leggeste anche Voi, raccontò di amori a distanza, della loro tenace insistenza, della violenta dedizione con cui si protraevano nel tempo. Forse anche Voi ci pensaste? Chissà? Perdonate la mia insolente curiosità, ma cosa provaste nello scrivere tutte quelle lettere alla contessa? Cosa, in quel momento, vi mosse? E soprattutto, quali sentimenti vi scotevano nel ricevere missive di Isabella? Permettete, maestro, di suggerirvi un nome: amore.

E poi, quando quel giorno, dopo anni, vi ritrovaste? Nello stesso parco, forse Isabella parlava allora con un nobile compiacente, o semplicemente intratteneva gli ospiti, finché non intercettò un Vostro sorriso distratto. E nuovamente tornò da Voi, con quella muta riconoscenza negli occhi che Voi non sapeste interpretare, ma soltanto ricambiare. Lei, la Vostra prima donna, e Voi, il suo ultimo giovane amante. Non era rimasto nulla dell?Isabella che ricordavate, ma la docilità con cui si aggrappò al vostro braccio, sfiorandovi appena il gomito, vi fece sussultare, nonostante a quei tempi eravate solito frequentare donne ben più avvenenti. Forse, Maestro, davvero dovremmo chiamare quel sentimento “amore”?

Ormai mi sono soffermata troppo a lungo e con troppa insistenza sulla Vostra vita.

Perdonatemi e pensate soltanto che, nel mio Oggi come nel Vostro Ieri, ancora tempo e distanza sono principio e fine d?amore.

In ansiosa attesa di una Vostra parola,

G. M. G.

Monologo: lo strappo nel cielo di carta [sperimentale]

20 Settembre 2004 2 commenti


La mia vita è stato un continuo strappo in un cielo di carta, tanto per dirla con Pirandello. Quando la ruota sembrava fermarsi e la mia Fortuna, con la faccia di un Mike Buongiorno estasiato, diceva ?complimenti, signorina, ha appena vinto 200 euro?, ecco che immancabilmente l?ipotetico studio televisivo saltava in aria, il presentatore schizzava in alto e tutte le vallette correvano con quelle gonnelline inadeguate alla fuga.
E??. strap! Uno strappo in un cielo di carta. Niente euro, niente trasmissione. Io finita, costretta ad adeguarmi all?ennesima disillusione davanti alla realtà di ingiustizie e raccomandazioni che si cela dietro alla televisione. Così mi trovo a camminare per la strada, sola con le tasche vuote ? contavo su una piccola vincita alla trasmissione ? e una strana sensazione. Sì, perché dopo ogni strappo, il cielo cambia colore, sperimenta ogni volta un arcobaleno o un notturno diverso, e ne resto disorientata. Ci vuole sempre un tempo diverso, prima di accorgermi di tutti i cambiamenti che il cielo precedente ha operato in me e, soprattutto, prima di realizzare che ormai devo abbandonare quelle convinzioni. E trovarne di nuove.
Mentre cammino per questa strada ? la vedo vuota, scura e nebbiosa ? un incontro con un conoscente mi interrompe dai pensieri. Ancora una volta mi deconcentro e perdo di vista il mio cielo di carta, che si intravede da centinaia di lunghi strappi che ormai s?allungano quasi fino alla strada. Io, in un enorme fumetto di me stessa, dovrei decidere se essere personaggio o fumettista. Lì sono ancora personaggio, così travolta da un incontro che sarebbe stato passeggero, se solo non avessi proposto all?amico di condividere un aperitivo.
Con piacere, mi dice.
Con piacere, sorrido. E mi scopro sorniona, con lo stupore di chi ha già attraversato altre scene simili di seduzione.
Entriamo in questo bar polveroso che sa di film sui cowboy e aspetto che sia lui a fare la prima mossa. Da lì, l?apoteosi dell?illusione. Io, continuamente adulata dalle sue parole, avvinta dai movimenti, drogata di sorrisi e sguardi. Lui, consapevole delle sue qualità, sicuro che quella sera non sarebbe tornato a casa. E da qui potrebbe nascere una lunga soap-opera dove noi camminiamo avanti, indietro, parliamo, litighiamo e, sì, ci amiamo, anche.
E poi? E poi?. Strap! Di nuovo, quando gli altri strappi si stavano lentamente allargando per mostrarmi un cielo nuovo, scoperto insieme. Ma ormai sono abituata, raccolgo con cura i vestiti dalla stanza e mi preparo a partire: senza dolore, solo con la sorpresa di chi ha appena raccolto i panni in autunno e li trova infestati di cimici. Io, con lo stesso stupore, ho cercato di non guardare troppo a lungo queste lacrime che m?infestavano gli occhi, peggio delle cimici. Sono uscita, ho girato la città come nemmeno un turista cinese avrebbe mai fatto e poi?
E poi? ? strap! Anche questo cielo celeste che non aveva nuvole all?orizzonte ? non poteva averne, piatto com?era ? mi tradisce, quando vedo lui, il conoscente, l?amico, l?amante, l?amore, l?ex, insomma lui, lo vedo a braccetto a una donna lunga così, con gambe bellissime, denti bianchissimi, occhi azzurrissimi. Lei, un superlativo in tutto il suo aspetto, se accostata a me. La ruota per lui è girata di nuovo, gli ha presentato la felicità in uno di quegli spiragli che ogni tanto concede, prima dell?ennesima scrollata di disillusione.
Cammino, cammino sotto il cielo nuvoloso dell?incontro e cerco distanza da tutto e tutti, per sentire da sola quanto le nubi possano provare ad indicarmi. Forse una strada nuova, un viaggio? No, un incontro? Un altro incontro? La ruota sta girando di nuovo, gira vorticosamente e minaccia chiunque con quel suo passaggio frettoloso. Adesso non resta che sperare, pregare perché ritardi il più possibile il prossimo strappo nel cielo di carta. Sì, che lo ritardi? Che ritardi il più possibile la fine di questa felicità immotivata.

Ma adesso s?è fatto tardi. Anche questo monologo deve terminare, l?attrice si flette in avanti e riceve gli applausi, prima di restituire le carte al teatro e ringraziare tutti i presenti per aver prestato attenzione alle sue parole. Qualcuno è commosso, in sala. Ma tutti poi recuperano il loro strano e cinico senso comune. Appena la sala è vuota, Michele, scenografo bergamasco, guarda gli strappi che ogni volta doveva rattoppare e cerca di sistemare le crepe. Mah, proprio non capisce che cosa significhi quel cielo. Strappi, in un cielo di carta. E allora? Eppure la gente viene a frotte, si siede sulle sedie e ascolta quella sciacquetta che continua a comportarsi da star e dice che quello è ?il suo pubblico?. Illusa, illusa? Ma un giorno arriverà uno strappo in un cielo di carta e allora? strap! 20 set. 04

Promessa di una buonanotte insolita – a Nick -

17 Settembre 2004 2 commenti


e?
Vola il pensiero fuori da questa finestra, oltrepassa i doppi vetri e si fionda a velocità della luce oltre le montagne, innalzandosi sopra queste pianure che eruttano tristezza. Vola il pensiero, oltre le prime colline, si alza e sotto di lui ci sono le montagne. Poi, ormai vicinissimo, il mare, un paese, quel paese, una strada, quella strada, una serranda, quella serranda. Stasera che è abbassata a metà e una luce di lampione filtra da sotto, contrastando il blu della notte. Una notte che non potrai vivere appieno, perché ti lasci rapire dal lavoro da finire, dalla luce gialla sulla scrivania e dal bagliore virtuale del computer. Ancora poco, ancora poco, ti ripeti, passandoti una mano tra i capelli e sperando di riuscire finalmente a concludere il progetto. Lavori concentrandoti a poco a poco, come piace a me, perché arrivi ad una strana situazione: quando il progetto prende forma ? la tua forma, la forma che tu hai voluto dare -, allora ti accorgi di avere risposto a tante domande. Capisci, davvero, per quale motivo ti trovi in un ufficio oltre l?orario di lavoro, da solo, a combattere contro il sonno incipiente e la voglia di uscire. Capisci che stasera devi finire, perché ti è chiesto un altro piccolo passo per riconfermarti vincente. E allora sollevi la tazza di caffè, la rigiri tra le mani mentre aspetti una prima stampata delle bozze, tanto per verificare come procede. Soffi piano sul liquido, sempre però fissando lo schermo, e, dentro di te, forse senti l?avvicinarsi del Pensiero. Ma ancora non sai.
e?
Lontano, oltre la strada, oltre il paese, oltre le montagne, nella pianura sento che il Pensiero sta arrivando a destinazione, sento che s?avvicina a te. Lo capisco dall?intensità crescente, dal suo approssimarsi a dichiararsi vittoria. E allora torno sotto alle coperte, perché questi dannatissimi brividi della febbre proprio non se ne vogliono andare, e aspetto di avere conferme. Conferma che il lavoro procede bene e, chissà, che mi pensi un poco, tra una trave e una finestra da sagomare.
e?
Ritiri il foglio dalla stampante, esamini il tutto e torni a sistemare qualche particolare. Il caffè è finito, il progetto continua, il sonno incombe, lento e minuzioso nel suo tendere tranelli. Stavolta, t?attira magneticamente, sotto le spinte del Pensiero che s?è ormai infilato sotto la serranda e aleggia per la stanza. Lui, mio messaggero, ti studia per non turbarti nel momento peggiore: gli ho raccomandato di non provare nemmeno a distrarti! Ma lo senti, d?improvviso, senti la sua presenza e resti con una matita tra le dita, inizi a rispondere alle sue mute richieste, a spiegare e alimentare la sua presenza nella stanza. Lì, quando il Pensiero si siede davanti a te e ti fa guardare verso il telefono, lì, sai che ci sono anch?io. Lì riconosci il mio Pensiero nella tua stanza e d?un tratto appare anche il tuo Pensiero a stringergli la mano. Fraternamente, fraternamente si stringono le mani, mentre t?appoggi al foglio di schizzi in attesa dell?ennesimo risultato. Aspetti, ma ci sono due Pensieri nell?ufficio che reclamano attenzione e lasciano che ti addormenti lievemente, su quella scrivania dove arrivano le vibrazioni della stampante. Allora, quando sentirai una carezza sottile, svegliati e guardati attorno: se mi penserai, il mio Pensiero tornerà di nuovo e, uscendo, sussurrerà ?buona notte?.

La maledizione per uno sciocco Re Mida

14 Settembre 2004 1 commento


Tra poco, si alzerà, mi guarderà con quei grandi occhi – sono neri? nemmeno lo ricordo – e mi domanderà di chiamarla. Ancora e ancora… Poi mi dirà buongiorno e io annuirò senza senso. Buongiorno?! Buongiorno, cosa?! Quando mi sono svegliato, sono uscito sul balcone, ad aspettare che la notte mutasse in giorno e, intanto, pensavo a quella ragazzina che dormiva a centinaia di chilometri da me, rannicchiata sotto le coperte, immersa in chissà quale sogno. Avrebbe dovuto esserci lei al mio fianco, stamattina, a lasciarsi guardare nuda; non questa sconosciuta! Mi volto a guardarla e… Dio! Nemmeno ricordavo avesse quelle efelidi attorno al naso… Di lei, ricordo un saluto ieri sera, la sua voce che mi urlava “Ti va di fare un giro?”, ma nemmeno so come si chiami… Cristo! Sono caduto in basso come uno di quelli che disprezzavo. E tutto questo, tutto questo per annllare la maledizione del giorno… Ogni mattina, mi sveglio che non è ancora giorno e mi ritrovo a fissare da questo balcone un cielo esattamente identico a quello del mattino precedente: stesse nuvole a forare il cielo, stesso dannatissimo sole a riflettersi giù nel mare, stesse onde a lasciarsi sporcare di giallo e rosa. Un’alba sempre uguale alla precedente.
Sì, gente, un’alba sempre uguale… E un terrore sempre uguale a rosicarmi le viscere, ad addentarmi con quell’invariabile maledizione. Ricordo quel mattino, quando mi svegliai perché la prima di queste albe mi illuminò il lenzuolo: c’era lei, l’Amore, avvinghiata attorno ai miei fianchi con quelle sue gambe lunghe e dinoccolate. Allora non sapevo che avesse quel nome: per me, non era altro che un’ottima compagna per questi giorni in cui tutti i turisti partivano e io restavo solo con lo stesso cielo. Quando si svegliò anche lei, mi fissò strana e l’insistenza dello sguardo mi turbò, finché non le dissi: “Smettila, cosa c’è da guardare?”. E lo dissi con un tono, così, accigliato. Lei mi guardò di nuovo, poi si vestì in fretta e uscì con me su questo balcone. Nasceva l’alba, allora, alta e gialla come stamane: “Ti fissavo prima di dirti che t’amo”.
Mi amava, vi rendete conto? Nessuna prima di lei aveva avuto la sfacciataggine d’amarmi e di dirmelo in faccia, come se io fossi uno di quei pupattoli da soap opera. In tutta risposta, diedi una scrollata di spalle e le dissi che potevo giusto essere soddisfatto d’averla conosciuta: era un’ottima amante. Lei strinse gli occhi e sembrava davvero colpita dalle mie parole: “Sei uno stronzo… Ma te ne pentirai! Ricordi la leggenda del Re Mida? Tutto ciò che toccava diventava oro e alla fine la sua avarizia si torse contro di sè, lo annullò come uno sciocco incapace di distinguere il necessario dal superfluo”.
Al momento non compresi nulla di quello che stava compiendo: restai affascinato dai movimenti del suo corpo mentre descriveva ampi cerchi attorno a sé, prima con le gambe e poi con le braccia. Sembravano lunghi passi di danza, ma quando iniziò a parlare in latino, compresi che qualcosa non andava. “Che stai facendo?” le chiesi con curiosità. Poi la curiosità di mutò in angoscia e i suoi occhi mi fissarono, emettendo un bagliore rossastro. Saltai indietro, d’istinto, poi però mi tranquillizzai nel vederla normale, rilassata contro la ringhiera del balcone.
“Addio, allora, sciocco Re Mida. Un giorno capirai che io ero un’alba sempre diversa. E adesso sarai sempre chiuso nella tua abitudine, a rincorrere un sogno che non potrai raggiungere”.
“Che stai dicendo?” la aggredii.
“Vai, forza, seduci tutte le donne che vuoi… Tu, tu potrai possederle dopo averle fissate intensamente. Loro cederanno e si succederanno l’una dopo l’altra nel tuo letto. Ma ogni mattino t’alzerai, uscirai su questo balcone e guarderai a oriente: là, osserva cosa succede. Giorno dopo giorno…”.
Al momento non compresi il significato di quelle parole, mi lasciai solo coinvolgere dalla prima parte della maledizione, quella che prevedeva il mio potere seduttivo. Annuii e aspettai che la ragazza uscisse dalla camera, chiudesse la porta e mi lasciasse solo. Allora guardai l’alba che s’era ormai alzata dai monti: era bellissima, bellissima e irraggiungibile. Irraggiungibile… Un sogno che non potrai raggiungere: erano le parole della ragazza. Mi diedi dello stupido, per essere cascato in una trappola talmente evidente! La ragazza voleva costringermi a rimpiangerla e, quindi, non aveva trovato un mezzo migliore. Sciocco credulone!
Nei giorni seguenti, però, mi accorsi che la predizione s’avverava: ogni notte trovavo almeno una donna piacente che accettasse il mio invito a salire di sopra. Ogni notte, ogni notte… E lentamente capii con stupore e terrore che al mattino, quando mi alzavo e uscivo sul balcone, appariva sempre un’alba uguale in un cielo uguale al precedente… La vista di quella luce, non appena mi toccava, mi eccitava e non riuscivo a trattenere la tortura inflitta da quel sole sempre uguale… Un sogno che non potrai raggiungere, mai… E quel “mai” riecheggiò in me a lungo, per tutte le notti successive, in cui divenni sempre più violento e pretenzioso nei confronti delle mie partner, solo per cercare di provare qualcosa… Niente, niente piacere. Nessun risultato… Agivo come un automa, che aspettava l’inizio del giorno per uscire dal balcone e provare un desiderio inappagato.
Io, sciocco Re Mida, ho toccato l’oro e non lo seppi riconoscere. Adesso mi prostro a te, ennesima Alba di un giorno uguale, e ti domando umilmente perdono, per aver umiliato una tua ancella. Ti prego, dammi un’altra possibilità!
Sono disperato, disperato… E come risposta, dalle montagne s’alza ancora il sole. Un sole di un’alba uguale a ieri, mentre di là, una donna si sta svegliando…

Viaggio in Hotel California [allucinazione onirica]

12 Settembre 2004 Commenti chiusi


[The idea has been taken from ?Hotel California? by Eagles?]

Un lungo corridoio s?apre davanti, mentre mi tintinnano in tasca un paio di chiavi lunghe e dalle forme strane. Le guardo per controllare che siano ancora lì, ma sembrano emettere una strana luce colorata, che mi lascia sola a domandarmi cosa stia accadendo. Ma continuo a camminare, perché è notte inoltrata e non ho altro in mente che continuare a camminare fino alla stanza, addormentarmi e cancellare i resti di una giornata piena di dubbi. Dubbi a chiedermi dove sia lui, se mi abbia mai pensato, e soprattutto perché non mi abbia ancora cercata.
Sono persa in questi pensieri, quando un ansito insiste a pochi passi da me: un uomo, un animale? Chiunque sia, sta male e devo affrettarmi a chiamare almeno un?ambulanza. Corro nella direzione del suono, ma i miei passi lasciano impronte fluorescenti sulla moquette e non so cosa fare: se continuare a correre, o fermarmi a controllare le suole. Mi riscuote ancora quell?ansito, trasformato in grido sommesso, che proviene stavolta da una camera alla mia destra. Basta aprire la porta, basta aprire la porta, mi ripeto spaventata. E lo faccio. Dentro, un uomo legato in un grande acquario guarda l?esterno ed emette dalla bocca quei tremendi ansiti, mescolati a faticosissime parole: ?Sono qui, ho voluto ammazzarla nell?acqua, ed ora la mia punizione??. Io non capisco, perché ogni pensiero è stato taciuto da questa terribile presenza, dai suoi occhi strabuzzati e dalle orecchie che lentamente si sviluppavano in branchie. Poi mi volto e, spaventosamente, sul tappeto davanti all?acquario, un enorme pescecane siede su un divano liberty, compiacendosi con i suoi occhi speculari della sofferenza umana. Istintivamente, porto una mano alla bocca per soffocare un grido, ma è troppo tardi, perché già il pesce ride sguaiatamente con tutte quelle sue zanne e mi impone di scappare lontano, terrorizzata.
Lì fuori c?è lo stesso corridoio ad aspettarmi, pieno di quadri che prima non avevo affatto notato. Tra quei ritratti, un enorme banchetto sembra invitante e non posso fare a meno di invidiare quella spensieratezza orgiastica. E ci sono! Mio Dio! Quasi per dispetto alla ragione stessa, mi trovo catapultata in quel mondo di frutta in calici e ebbrezza. Ci sono letti ovunque, letti di ventura, e Dei romani che si lasciano imboccare da prosperose ninfe che si gettano sui loro petti con la voluttà della giovinezza. E sento mani che s?allungano e avviluppano le mie gambe, come serpi o rampicanti mi attirano verso di loro e cado nella mischia, incapace di riconoscere quali siano le teste dei presenti. Ci sono baci che sembrano fioccare dappertutto, senza mai lasciare che si riveli il proprietario di quelle bocce, di quelle lingue che si impongono e tormentano. Poi mi sento alzare in alto, verso un altissimo soffitto decorato ad affreschi e li posso quasi toccare, quando mi lasciano andare le possenti braccia che mi reggevano. E cado, cado? Sembra un?attesa infinita, quasi prevedo l?impatto col suolo. Invece, affondo in una piscina rossa, dove al posto di acqua c?è il vino delle baccanti. E lì mi perdo, affondo e ingoio vino, mentre penso che il destino mi ha teso un bel tranello, ad ammazzarmi affogata in uno dei miei piaceri.
Ma non affogo, non posso farlo, perché con un colpo sapiente riemergo appena, con i capelli appiccicati sulla testa e le vesti bianche da romana ormai tinte di rosa. Stavolta, mi aspetta una stanza rotonda, dove si avvicendano grosse colonne rastremate che si proiettano verso un cielo apocalittico. Tutt?attorno il nero più nero che abbia mai visto e un uomo, che si rialza da una pozza simile alla mia. Lo vedo nell?oscurità che s?avvicina lentamente e la sua pelle ha assunto il colore dorato dell?acqua dove era immerso. Io, rosa di vino. Lui, dorato come se portasse un?armatura. Lui avanza, nudo, sicuro della sua presenza in quel luogo, contrariamente alle mie remore. Mi prende per mano, non appena si accorge che io riconosco quel suo viso, quel suo corpo. Lo riconosco: era a lui che pensavo quando ero entrata nell?hotel, era a lui che stavo mandando il mio pensiero, quando sono entrata nella prima stanza! E ora è qui, posso toccarlo, controllare che sia davvero presente, e non solo nella mia testa. Lui ferma la mia mano, ne tinge il palmo rosa con l?oro della sua pelle e poi mi strattona verso una porta lontana, che in un primo tempo non avevo nemmeno notato. Lo seguo, perché lui è l?unico che finora mi abbia mostrato una via d?uscita e non ho comunque altra scelta per sottrarmi alla pazzia.
Non ho però pensato che non si tratta di una via d?uscita! È solo un passaggio che mi proietta in una stanza eccessivamente luminosa, dove sono costretta a ripararmi la vista per non accecarmi. E quando mi giro il mio accompagnatore non c?è, ma s?è già spostato su un enorme letto a baldacchino che riempie la stanza. Non ha più la pelle dorata, è tornato ad essere esattamente come lo ricordo: un uomo? Si alza, sistema la tunica greca e mi fa un cenno con una mano: vuole che lo raggiunga, lì su quel letto. Quando mi avvicino, vengo colta dal panico: non esistono materassi! Il bagliore che in un primo momento mi ha accecata non è altro che il riflesso del mare, appena sotto di noi, visibile dal baldacchino. Il letto proietta e riflette per tutta la camera quell?azzurro biancastro che ha il mare quando il sole ci si specchia. Vorrei sorridere e fingere che mi sia conosciuto un simile mondo, ma il terrore mi attanaglia e non so nemmeno se rispondere, se parlare! Lui mi prende per mano e mi fa sedere su quel letto immaginario e inizia a guardarmi con orrore per le vesti ancora bagnate. Lentamente, per accrescere la mia attesa, scioglie i nodi del vestito e lascia che mi liberi di quel lenzuolo romano. Sì, perché lui è greco e non può apprezzare il mio abbigliamento da baccante; così inizia a spogliarmi, e mi lascia libera di distendermi su quel letto inverosimile, dove inizio a sentire gabbiani che volano sotto di noi, il mormorio delle onde e qualche nube pronta a borbottare che si confonde con i nostri gemiti. Mi rialzo a fatica, stremata, e lascio l?amante a sorvolare l?oceano, mentre io mi guardo attorno alla ricerca dei vestiti che sono, magicamente, spariti.
Ormai non posso meravigliarmi, ho visto pesci travestiti da uomini, baccanti, giganti che mi sollevavano, piscine di vino, uomini dorati, un letto che sorvola il mare? Io? Cammino nuda, in uno strano stato di esaltazione, come se nessuno in questo momento potesse violare la sicurezza del mondo immaginario. In lontananza, corro ad una porta, l?apro e la richiudo alle spalle. C?è davanti a me un altro letto, enorme e rotondo. Il letto è rosso. Rosso di sangue. Attorno restano addossati ai muri dei gatti che miagolano sonoramente e fanno le fusa al muro, strusciandosi contro senza ritegno. Poi dalla parete si stacca di nuovo Lui, che mi raggiunge e sussurra un ?bentornata?. Sono le prime parole del mio viaggio in questo dannato hotel, e suonano come le parole più suadenti che abbia mai sentito. Attorno a me sento come i miagolii si trasformino in ansiti e gemiti, simili a quelli del banchetto romano, ma stavolta siamo soli io e lui, soli con quei gatti alle pareti e con un enorme letto sporco di sangue. Lui mi spinge sulla coperta e non posso ritirarmi, perché siamo soli in questo enorme antro e devo soccombere, devo? Sarò nuova vittima sacrificale per i suoi giochi d?incubo?
No, no! Lui mi risolleva, mi spinge all?esterno, su un piccolo balcone che s?alza al di sopra di un burrone roccioso. ?Hai avuto paura?? domanda. Io annuisco, annuisco e mi appoggio al suo petto, lasciandomi stringere come una bambina sperduta. E il balcone si riempie di fiori, dal baratro sale sabbia e mare ? lo stesso oceano su cui avevo fatto l?amore ? e il cielo si tinge di quel rosso apocalittico che non è altro che un tramonto. Un tramonto sul mare. Un paesaggio conosciuto. Guardo avvicinarsi tutti e tre gli uomini che ho conosciuto: uguale fisionomia, diverso atteggiamento.
Vedo l?uomo dorato, sicuro di sé nella sua armatura immaginaria;
vedo l?uomo luminoso, sognatore di mare e amore;
vedo l?uomo oscuro, timore e temuto.
Si guardano a vicenda, si riconoscono e sussurrano all?unisono: ?Sono sempre io? Conoscimi, e smettila di cercarmi altrove? Smettila di chiederti dove viva. Sono dove tu vuoi che io sia??. E lentamente le tre immagini si compenetrano, in un lampo di luce e tenebra insieme. E ti vedo. Cadi sulla spiaggia che s?è innalzata e resta l?immagine più semplice che potessi sperare: un mare, una spiaggia, e noi, sotto un tramonto rosso a chiederci dove andremo. Tu sorridi e io resto seduta lì in riva, ad aspettare che tu mi raggiunga. Mi guardo attorno, e ho paura: e se fosse solo un?altra stanza in questo hotel?

12 set. 04