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Archivio Luglio 2004

Lascio tutto, e corro con sandali in mano e risvolti

31 Luglio 2004 3 commenti


Finalmente. Domani mattina parto. 7 e 54, quasi sento sferragliare quel treno, vedo la fatica con cui salirò e introdurrò le pesanti valige. Mi scusi, mi scusi, permesso!… Ed eccoci: io e le mie amiche, ansanti ma con sguardi complici che già nascondono tutte le aspettative, le illusioni e i cambiamenti che ci auguriamo portino questi giorni di mare. Rideremo persino di questi sedili troppo caldi, della puzza di chiuso: tutto, tutto sarà chiusura di questa pianura piatta e inizio di un nuovo momento da vivere. Ci saranno litigi, bisticci, pianti, e poi ancora sentimenti corrotti dall’esuberanza estiva e magnifici momenti. Momenti che voglio sperare resteranno qui, nella mia mente.

Abbraccio tutti coloro che partono come me, che abbandonano il mio blog e il loro per le ferie.
Ci rivedremo a settembre, quando il mare avrà portato nuovi ricordi in un rimpiattino salato

Anathea

Annaffiatoi di piacere e flebo d’amore quotidiano

28 Luglio 2004 3 commenti


24 luglio ?04 h. 11.06

Ieri innaffiavo i fiori e mi bevevo la voracità con cui le radici sorbivano tutta l?acqua. Mi sentivo bene, salvatrice a cui tutti baciavano le mani, pur di godere di un po? di carità. Vedevo i fiori raddrizzarsi sugli steli, tutto destarsi e riassopirsi appena mi allontanavo. E mi sono venuti in mente quei fiori di città che sopravvivono con flebo artificiali che lasciano cadere una goccia ogni tanto. Dicono che stiano meglio e siano costantemente salvaguardati da imbarazzi e indigestioni d?acqua. In loro non ho mai visto quella spensierata e, al tempo stesso, complessa floridezza che amo nei miei fiori. Sembrano nemmeno accorgersi di ricevere acqua, abbandonati come sono alla flebo che ne misura le dosi.

Allora mi è sembrata incredibile la corrispondenza tra i fiori e le mie relazioni amorose. Ho scelto per molto tempo lunghi sorsi d?amore che non mi illudevano ma si facevano apprezzare proprio per la loro precarietà. Appena s?allontanava l?annaffiatoio, già dovevo far fronte alla terra secca di seduzione, alle foglie che s?avvilivano e attendevano un nuovo annaffiatoio a ritemprare tutti i fiori. Pensavano che sarebbe stato facile mantenere questa successione, ma la terra, suo malgrado, ha iniziato ad inaridirsi. Fu così che un giorno sostituirono l?annaffiatoio con una flebo splendente, belle e piena. Le sue gocce, però, scalfivano appena la terra che lentamente s?abituava al ticchettio dell?acqua e non sembrava apprezzare quel dono d?amore, quotidiano e fedele. I fiori non si ritempravano, l?acqua passava solo attraverso casuali spaccature e restava una grande sete. La flebo venne allora portata ad un?altra pianta, più promettente: i cambiamenti nei miei confronti erano tanto lenti da non lasciar pensare ad un?evoluzione. E così sono rimasta con questa terra da annaffiare, che inizia a sgretolarsi e a diventare deserto per fiori. Non voglio vederli appassire e, da quel giorno, rimpiango il dolce centellinare d?amore di quella flebo che è riuscita ad adombrare il piacere di veloci annaffiatoi. _

Notte artificiale di temporale estivo

27 Luglio 2004 2 commenti


24 luglio ?04 h. 19.04

Notte artificiale è questo temporale estivo, che copre l?idea di giorno e cerca di limitarmi le azioni. Non posso uscire, non posso ascoltare musica. E tutto s?ammanta del silenzio della pioggia e di quel suo brontolio sopito. Immagino due braccia conserte nel buio, due sopracciglia arcuate e un sorriso che stride con la solitudine del temporale, sempre costretto a farsi odiare dagli umani, se non da qualche contadino che pregava la sua venuta, o da qualche amante speranzoso.
Io sono questo temporale, io che lo guardo e poi mi sporgo dalla finestra per sentirne l?odore. Io sono quel misto di rinnovamento e di fine: fine della calura estiva e inizio di qualche ora più fresca, io sono fine dell?afa e inizio del respiro. Io? Io sono poi anche quelle braccia conserte, appena sotto i seni, tesa a sentire con che resistenza potrei ostinarmi a restare immobile e a non rivelarmi. E sono poi anche quelle sopracciglia arcuate che coprono la sterilità di questi mesi a pensare ad un uomo che non mi apre la sua estate e non vuole temporali a interrompere la banale e scontata aridità.
E adesso, mentre il coro delle gocce si fa crepitio sottile, decido di non bagnare più i pensieri e di aspettare una nuova foglia con rugiada.

Avevo…

23 Luglio 2004 3 commenti


Avevo una speranza una certezza un’attesa.

Poi la certezza è caduta mite
da uno sgabello tronfio
dei suoi piedi lunghi.

E la speranza l’ha seguita,
cucita a punto croce
alle fila del dubbio.

Rimane l’attesa,
fioca benefattrice
che riempie le stanze
di sgabelli irraggiungibili.

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*Cosa siamo? Lo dirà il nostro incontro* — ad un amico —

22 Luglio 2004 3 commenti


Noi siamo…
Ci chiediamo cosa siamo, se amici, amanti o semplici corrispondenti. Ricordo un giorno – l’aria tersa, le idee bambine, troppe illusioni – e una tua lettera. Non parlavi di noi, l’avevi intitolata col mio nome e io guardavo quei puntini di sospensione che lo seguivano: potevano racchiudere tutti i non-detti, rappresentare quel sospiro che ti ha sorpreso prima di iniziare a scrivere o, semplicemente, essere una trovata grafica. Restavo ferma a leggere le tue novità, soppesando piano le sillabe e gioendo perchè le avevi scelte, una ad una, per me. Almeno, mi piaceva credere che ci fosse un piano dietro alle tue parole e che avessi atteso davanti al cursore lampeggiante, prima di lasciarmi questo tuo interessamento.
Mi piace immaginare che un giorno non basteranno più questi sorrisi virtuali, ma ci riconosceremo per caso a Milano, passeggiando per la strada, in attesa di un semaforo che diventi verde. Sarò di fretta – sono sempre di fretta quando arrivo in città – e maledettamente in ridardo, con documenti da consegnare che stanno per scadere e un paio di telefonate da sbrigare prima della giornata. Non avrò tempo per fermarmi al semaforo e continuerò con movimenti isterici a schiacciare quel pulsante di chiamata pedonale: non di risponde, non risponde! Sarà allora che incroceremo gli sguardi, quasi per errore, o per semplice curiosità: mi piace immergermi negli occhi degli sconosciuti, e cercare di scrutarne i pensieri, per quanto desideri sempre dare a vedere una certa risolutezza. E così finiremo ad incantarci un momento, entrambi con troppi impegni da rispettare e troppi appuntamenti da eludere. Eppure, qualcosa ci tratterrà ai bordi del marciapiede, a sorriderci di sfuggita e a lanciare un paio di sguardi indagatori: entrambi penseremo al nostro corrispondente. Assomigli proprio a… Sei esattamente come mi ero immaginato…
Saranno due frasi smozzicate a rendere giustizia al nostor incontro: un “buongiorno” sottile davanti ad un caffè e un “Mi ha fatto piacere” prima di uscire. Non diremo altro, perché non ci servirebbe continuare a parlare: per mesi abbiamo parlato, e solo immaginato i movimenti dei nostri corpi, la spontaneità di un sorriso o l’avvenenza nel portamento. E tutto sarà schiuso adesso, si spezzeranno i serrami del nostro mistero per aprire una reciproca scoperta.

Con il tuo abbraccio -[Grazie, per Manuele]-

20 Luglio 2004 7 commenti


- Manuele? Tu qui?

- No, Gloria! Non è possibile!

Mi abbracci, ti abbraccio e ci ritroviamo. Siamo peggio di bambini, quando ci abbracciamo e ci accarezziamo i capelli, le spalle, le mani. Manu, dopo tanto tempo! Saranno due anni che non ci vediamo più?! Tu ridi, io rido e attorno i tuoi amici restano in contemplazione della scena. Non mi aspettavo di ritrovarti su questa spiaggia lacustre, né di vederti stretto nella tuta da surfista. Sei cambiato, molto: ti pensavo un po? curvo sui libri d?università, con i soliti capelli lunghi. Invece sei un uomo, alto e irraggiungibile, con spalle larghe da sportivo che senz?altro sono risultato dei recenti allenamenti. Ma non voglio stare qui a cercare di scrivere quanto ti sei trasformato: sapessi quanto sono contenta! Attorno a noi, qualche passante s’improvvisa spettatore e cerca di capire il perché dei nostri sorrisi, sorrisi che non passano inosservati per la loro sincerità. Dovrei chiederti come stai, perché sei qui, e quali sono i tuoi programmi estivi, ma in realtà non ho proprio nulla da dire, se non accettare la tua proposta di uscire, questa sera, per una passeggiata.

- Niente di romantico, precisi.

- Niente di romantico, ripeto, felice.

Non cerco proprio nulla di romantico in questo periodo, vorrei dirti quanto mi manca il desiderio di mettermi in gioco, di riprendere a divertirmi con la seduzione stessa. Non sono più quella bambina cresciuta che desidera civettare con ogni bel ragazzo della spiaggia, solo per rinfrancare se stessa. Adesso ho bisogno di un amico che mi abbracci senza mai doverlo chiedere e che mi accarezzi i capelli fino a cullarmi. E tu, Manu, m’hai già accontentata una sera al mare, quando avevo le lacrime agli occhi per trovare il coraggio di abbandonare Stefano. Io temevo di non farcela, ma tu hai abbracciato il mio corpo adolescente, senza paura di risultare ambiguo ai miei occhi, senza convenzioni. Mi hai rassicurata, e ne avrei bisogno anche adesso.

La sera scende lenta, attorciglia l’ultima luce attorno ai rami dei pini e lascia decidere a noi dove andare. Niente pioggia, solo un bel tramonto che rispetta tutte le regole prescritte e non rischia di stupire in eccezionalità. Quando ti vedo arrivare, mi colpisce dapprima il tuo passo deciso nei pantaloni di lino, la tua camicia socchiusa e il cenno della mano. In risposta, mi limito a sorridere: non voglio darti l’impressione che stessi aspettandoti da molto, come in realtà è stato.

- Programmi?, chiedi.

- Decidi tu, a me basta un po’ di tempo con te.

- Non immaginavo di trovarti vestita così… Così…

- Oddio, sto male? – non so perché continuo con questa fissazione d’essere inadeguata!

- No, no, figurati! Anzi, tutto il contrario…

Mi proponi qualche posto eccessivamente costoso e alla fine barattiamo una pizza e una passeggiata, perché sei stanco e devi partire il mattino dopo. È dolce sentirti parlare della tua vita, di come non ti piaccia arrischiarti in storie compromettenti e di come l?università sia affiancata dalla passione per il mare e il surf.

- Vorrei farti provare, un giorno?

- Quando vuoi, ma? Sai che sono una frana! ? scherzo. Il mare mi piace, ma non avrei mai il coraggio di salire su una tavola bagnata e sfidare le sue ire.

Ridiamo e il lungolago si carica di nuovi colori, molto più scuri, che contrastano con le navi bianche e gli scafi iridescenti sull?acqua. Deve essere passata la mezzanotte da un pezzo quando ci sediamo sul molo e lasciamo le gambe a penzoloni, davanti a noi. Scherzavi sempre per le mie infradito che rischiavano di cadere e ribadivi che sarei tornata a casa scalza. Poi tutto s?è fatto strano: non trovo altre parole per descrivere quello specchio davanti a me, la sensazione di un tempo passato che tornava a rivivere nella tua presenza. Tu e la spiaggia, tu e la festa con Stefano, tu e i miei troppi cocktail, tu e quella bionda che ti adocchiava, tu e me, i primi giorni della nostra conoscenza. Sì, se mi fosse successo qualche anno fa, avrei colto al volo l’opportunità e forse sarei stata io a prendere l’iniziativa nei tuoi confronti. Ma è stato tutto così strano, Manu, ed io sono tanto stanca di fingermi perfetta agli occhi altrui! Tu mi parli, io rispondo… Soli, sul molo, ad eliminare tutte le illusioni e confessarci come realmente vorremmo vivere… Poi è arrivato il tuo braccio attorno alle mie spalle, mi hai annusato la pelle fingendo di sentire il profumo e mi hai dato un bacio, leggero leggero, all?attaccatura del collo. Non erano le attenzioni di un caro, carissimo amico, non erano nemmeno le aggressioni di un edonista. Lì, ho capito che dovevo purtroppo ristabilire le giuste distanze tra noi e abituarmi all?idea che non mi cullerai più disinteressatamente.

-Niente serata romantica, ricordi? ? ti sussurro appena.

-Possiamo farne quello che vuoi tu, non badare a quello che ho detto?

Mi hai guardata deglutire e cercare le parole giuste per chiederti scusa e lasciarti al molo, da solo. Non ce n?è stato bisogno: mi hai abbracciata, come una volta, e hai sussurrato un ?passerà? per cui, ancora adesso, lotto.

A te che da piccolo mi giocavi intorno [messaggio alla segreteria telefonica]

18 Luglio 2004 5 commenti


La nostra foto, quella foto in cui ti sorridevi e mi baciavi la guancia. Mi piace sempre rivederla, anche se sembra appassire sul comodino, lentamente, ad ogni chiamata persa, ad ogni messaggio in segreteria. Rispondi, rispondi… E’ il decimo messaggio che ti lascio oggi!
Quanto eravamo sciocchi quella sera, vestiti da sposi senza nemmeno idea di cosa significasse quel termine! Ricordo quando ti sei avvicinato e, con una luce allegra negli occhi, hai detto che finalmente avevi scoperto il vestito adatto per vincere la festa in maschera: noi, vestiti da sposi. All’inizio devo essermi spenta, ma il tuo buonumore era contagioso, e così mi sono lasciata spingere in un camerino da una commessa troppo zelante che continuava a portarmi vestiti diversi. Avevo trovato molto strana l’emozione che provavo nell’infilare ogni vestito, accettabile o meno che fosse. Poi ti chiamavo e infilavi le mani dietro la tenda, senza mai sbirciare troppo e chiudevi la lampo. Ridevamo, come due sciocchi bambini che si vestono per la prima volta da adulti. Così è stato, così è stato… Ricordo l’entrata alla festa: siamo stati una macchia bianca in grado di distrarre persino la reginetta dell’università, noi, a fianco a fianco con soldati in mimetica. Anche i nostri amici, in azzardati abbinamenti hippy ci prendevano in giro, ma con quella bonaria ilarità di chi, sotto sotto, invidia la situazione. Me ne sono accorta troppo tardi, purtroppo… In quel momento, pensavo a fare colpo su Giò, ricordi? Tu socchiudevi gli occhi, soppesavi i suoi muscoli e ripetevi “lascialo, lascialo perdere, è come scontrarsi contro un muro asfissiante”. Non avevo mai capito se il tuo fosse un semplice consiglio, o una sottile ammonizione. A me Giò piaceva, a te no: poteva trattarsi di una gelosia normale tra due amici di vecchia data che giocavano nudi nella stessa piscinetta e si rincorrevano tra i cani.
Sai meglio di me che quella sera la nostra “vita matrimoniale” si è spezzata così come siamo arrivati: io ballavo ubriaca sul tavolo, con la maglietta e le giarrettiere ben visibili sotto la gonna corta del vestito. Tu scuotevi la testa e ridevi, al braccio della bella Barbara. Quando Giò mi ha aiutata a scendere, allora ho visto la tua vicinanza a Barbara, una complicità che a me avevi sempre negato per anni. Ogni volta che superavo la zona off-limits dei dieci centimetri tra il mio e il tuo viso, anche se stavamo solo scherzando, subito mi ritraevo. Così sono stata io ad essere gelosa della bionda Barbara e, in tutta risposta, ho solo messo a tacere tutte le possibili scuse per congedarmi da Giò e mi sono stretta al suo braccio. In lui non c’era nemmeno una traccia della tua dolcezza, né ritrovavo quelle vene che ti sporgono un poco dal braccio magro. Ma Giò era la perfezione, Cristo santo! Per mesi non avevo fatto altro che immaginarmi quella serata, per mesi! Quindi ho ricacciato indietro ogni minima maturità che mi suggeriva di andarmene e mi sono trovata poco tempo dopo con le sue labbra sul collo e una sensazione di malessere che tornava sempre a te. Chissà, forse anche tu con Barbara… E lei era indubbiamente piacente… E tu le piacevi… E lei ti piaceva… Erano mesi che parlavi di lei, esattamente come io parlavo di Giò…
No, non poteva continuare così. Sai che dovevo trovarti, parlarti, o, perlomeno, dividerti da Barbara! Non avevo idea del motivo reale che mi spingesse a cercarti rabbiosamente per la festa, ma dovevo farlo. E mi sono sentita svenire quando Roberto mi ha schiacciato l’occhio e ha sussurrato “hanno lasciato la festa da un pezzo e mi è stato detto che non volevano essere disturbati!”. Sono uscita rabbiosa, con il velo che svolazzava e i fiori sempre più sviliti. Attorno, nel parco, non c’era nessuno. O meglio, c’erano tante vetture, tanti cespugli, tanti posti dove avreste potuto cercare la vostra privacy. Cosa potevo volere, in fondo? Eravamo amici, sei sempre stato il mio migliore amico, ma finiva lì.
Poi una voce concitata – la tua – e uno schiaffo – quello di Barbara -. Siete emersi dall’ombra: lei era furiosa, tu avvilito. Ho aspettato che mi vedessi e ti avvicinassi, lentamente, con un passo deluso. Avevi lo smoking bianco scomposto e non ho tardato a sistemarti i reveres e a lisciare le tue spalle. “Niente da fare”, mi hai detto “Non mi piaceva Barbara”. Il tuo sguardo speranzoso aspettava una risposta, riguardo alla mia uscita con Giò: mi avevi visto mentre andavamo fuori. “Niente da fare” ho ripetuto “Avevi ragione su di lui”.
E ci siamo abbracciati. Dio, se ricordo quell’abbraccio! Le tue braccia attorno alla vita, i miei capelli contro la tua pelle! Qualcuno dalla sala ha applaudito agli sposi e in tutta risposta ce ne siamo andati. Abbiamo parlato del tuo futuro come medico, del mio come giornalista. E tutto è sembrato così sterile, come se tutte le nostre aspettative fossero raggelate e spezzate dal ghiaccio della quotidianità.
Dove siamo finiti adesso? Ascolta, quando finisce questo messaggio chiamami, oppure riascoltalo e cerca di capire la mia sincerità: mi manca tutto, tutto questo, mi manca quella sera, il tuo smoking troppo largo, la tua timidezza apparente… Mi manca quando quella notte mi hai chiesto “vuoi sposarmi?”. Ed io, come una stupida, ho esitato. Chiamami, c’è un Sì che t’attende.

*A lui , che stasera esiste nel jazz*

17 Luglio 2004 2 commenti


Inizia con due strumenti da accordare, con un La lasciato libero d’espandersi per la piazza e le chiacchiere che si smorzano lentamente, troppo lentamente, indugiando sugli ultimi rincari dei prezzi e il numero di zanzare. Poi il pianoforte attacca, mentre il batterista accompagna la scena, mantenendo la sua posizione lontana, quasi prendendo distanza dalla gente irrequieta. A parte un vecchio ossuto, nessuno sembra realmente capire la magia che sta per seguire, l’attesa del pianoforte e la ripetizione della batteria. Si sente una attesa, una percezione sopita nel sottofondo quasi sempre uguale che, tuttavia, prelude una evoluzione.
Poi lui arriva: un sax brillante, che sale da una scaletta laterale e attacca subito, senza lasciare il tempo agli spettatori di abituarsi alla sua presenza sul palco. Perché, a dire il vero, è sempre una sorpresa anche per chi già conosce il pezzo: il pianista socchiude gli occhi e s’impegna di più sui tasti, quando il sassofonista si piega leggermente in avanti e la camicia azzurra gli ondeggia piano. Tutto è chiuso in quel lieve movimento, in contrasto con le dita veloci che scorrono sulle chiavi come un amante perfetto che conosce la sua donna e sa esattamente dove insistere. E lì indugia, in un suono che apparirebbe inutilmente ripetitivo per coloro che avessero appena raggiunto la piazza. Invece è tutto concatenato: non come uno sterile sillogismo, quanto piuttosto come una evoluzione inevitabile ma illogica, un avvicendarsi di note che sono così e così hanno sempre cercato di essere.
Quando lascia spazio al pianoforte un po’ smarrito, il sassofonista sa bene di essere il demiurgo della serata, da cui tutti attendono in un’altra nota una nuova verità. Ma lui non si strugge e lentamente astrae la piazza, allontana le pareti del Broletto, allarga i portici e cancella la gente, passando allo sguardo reale, allo sguardo della memoria. Allora non s’accorge di chi controlla le chiamate perse, o di chi chiacchiera col vicino di posto: esiste lui, la sua realtà che deve trovare forma ed espressione in questa variazione che forse resterà incomprensibile ai molti, ma rivelazione per sé. Insiste, insiste nello stato mistico e cerca quel nirvana che gli è stato a lungo negato, nonostante il suo ruolo da protagonista. Le vene sul collo del sassofonista diventano visibili in lontananza, accompagnate da un leggero sudore: tutto sta per accadere e l’attesa è palpabile. Batteria e pianoforte accompagnano il viaggio verso la sua Verità, limitando i propri interventi e quasi ritraendosi.
Finalmente accade: proprio quando la fine del pezzo sopraggiunge, il sassofonista comprende di aver raggiunto non la fierezza della tecnica, ma la gloria della comunicazione. Lì, davanti a sé, un pubblico ammutolito e attento aspetta di riconoscere un pezzo della loro vita in quella individualità. E la trovano.
Allora il musicista chiude il pezzo, sospira per l’improvvisazione e asciuga la fronte. Poi s’inchina. E tutto si chiude in un’apoteosi d’applausi.

Anathea
Mi sollevai dal mare alla tua gioia

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Fingendomi casalinga, una tua visita…

16 Luglio 2004 6 commenti


Il selciato sotto la ruota della bicicletta cambia continuamente, mentre cerco di restare in sella a questo trabiccolo che ha un aspetto sempre più ridicolo. E penso, penso guardardo i sassi che si avvicendano, uno dopo l’altro, e che cercano impudicamente di ostacolarmi la strada. In lontananza, sento il rumore di un motore che s’avvicina e al di là del cancello, a un centinaio di metri, una jeep. E’ verde. No, non è possibile. Aspetto e stringo le palpebre, convinta che il sole del meriggio abbia giocato qualche illusione ottica. Niente: la jeep verde continua ad avvicinarsi e, a dire il vero, riconosco una sagoma maschile al volante.
So di essere quasi imbambolata quando entri nel cortile, ed è perfettamente inutile darmi ad una pazza fuga verso casa, perché ormai m’hai vista e non resta altro scampo che non sia un sorriso di circostanza e una domanda: perché sei qui? E te lo dirò con questi pantaloni sbiaditi addosso, con i capelli che sfuggono dal mollettone e senza rimmel. Stavolta mi vedi dimessa, senza desiderio né possibilità di attrarti. Lo farò ugualmente: non subito, prima ti saluto, ti faccio entrare in casa e lascio che ti guardi circospetto.
Non fare caso al disordine, dico. In realtà, mi infastidisce parecchio essere sorpresa mentre spolvero e rassetto la casa, con l’antipolvere lasciato sul tavolo e la scopa nell’angolo, dietro la porta. Aspetti in piedi, con le mani nelle tasche un mio invito a sederti. Sapessi che desiderio avrei di appurare per quanto tempo resteresti lì in piedi in attesa! Invece, per quella che mi ostino a chiamare educazione, indico il divano e pronuncio un “accomodati” che suona più come una minaccia che come una cortesia. Ti siedi, stropicci le mani e mi dici di non perdere tempo, di continuare quello che stavo facendo: tu avresti comunque continuato a parlare, senza problemi.
Nonostante non mi piaccia essere osservata, lascio che vedi la bambina che è in me atteggiarsi a casalinga provetta. Non mi risparmio nulla, ogni mio gesto, ogni oggetto che spolvero si carica di una dose di sensualità: lo faccio con malizia, e continuo a distrarre il tuo discorso. A dire il vero, ho anche perso qualche parola all’inizio, troppo intenta a fare in modo che ti accorgessi della provocante scollatura. Ma non ce n’era bisogno: da quando sei entrato, il tuo sguardo esplora quel corpo che mesi fa conoscevi abbastanza bene da ritenere inutile indugiare oltre. E adesso?
Passo a spolverare le seggiole, una dopo l’altra, chinandomi e risalendo lentamente, di tanto in tanto con uno sguardo lascivo verso il divano. Tu non sapevi come continuare, probabilmente tutti i discorsi che ti eri preparato a casa non sono serviti a rassicurarti. Oppure, se contavi sulla istintività e sull’ispirazione del momento posso notare che stai fallendo in pieno. Fino ad ora ho capito solo che mi hai chiesto scusa, e l’hai fatto mantenendo sempre quell’orgoglio che ti aveva distinto in più di un’occasione. Poi hai aggiunto che ti sei accorto di un errore, ma non ti sei addentrato nella tua colpevolezza, nè hai accennato a un futuro o ad un presente da modificare.
Ti giro le spalle e pulisco la credenza. Forse non vedere gli occhi ti aiuta, perché subito, come se stessi sbottando, mi domandi se in questi mesi ti ho mai desiderato. E ora vorrei essere cinica, violenta, catapultare su te l’ira covata per mesi, e poi strapparti quel sorriso falso e farti piangere. Inutile aggiungere che non faccio nulla di tutto questo: non per falsità, semplicemente non sono abituata ad aggredire. Ma lo farei, oh, se lo farei… Rispondo un “affari miei” e tu sospiri: la distanza tra noi inspiegabilmente si è allargata, eliminando quasi tutti quel motivi che in te e in me, prima, suonavano sufficienti per farci tornare insieme.
Poi ti sei alzato, ho sentito come ti avvicinavi e mi stringevi le braccia, per poi percorrerle lentamente con le mani fino a raggiungere lo straccio e farlo cadere. Sento il mio nome, sussurrato fioco, e mi immagino la curvatura che assumono le tue labbra nel farlo. Mi libero dall’abbraccio, e mi giro, trovando il tuo viso appena sopra il mio, la tua vicinanza farsi pressante contro me. Con le spalle contro la credenza non posso arretrare, né divincolarmi: mi hai intrappolata, vicina ,troppo vicina per sapermi ritrarre.
Inizi a baciarmi piano una guancia e quando risali alle labbra, al loro tocco, ti allontano con uno schiaffo. Inaspettato, sia per te che per me. Come rispondere ora?! Sono confusa, inorridita per il gesto che mai avrei compiuto, ma soprattutto fiera per quell’impulsività che pensavo perduta. Tu mi dici “ho capito”, ma in realtà hai frainteso quello schiaffo il mio ennesimo timore di perderti appena le tue labbra si fossero ritratte dalle mie.
Scuoto il capo, e tu capisci. Adesso capisci davvero. Capisci che non devi andartene, perché non avrebbe senso. Capisci che questa stanza aspettava da mesi che tu prendessi coraggio e mi raggiungessi. Capisci che devi pretendermi per potermi riavere. E allora corri da me, mi abbracci e stringi le mie lacrime, il panno con la polvere e tutte le promesse che non hai mantenuto.
Scusa, scusa scusa… Sono queste le tue parole. Tutte, troppe, ripetitive, ma attese da mesi. E ti scuoto addosso la polvere mentre tempesto il tuo petto di piccoli pugni, senza forza, perché inutili, solo un tentativo di bussare ai tuoi sentimenti ed eludere i loro serrami.
Poi tutto si quieta e diventa silenzio. Tutto si stringe a noi, anche la casa sembra più accogliente. Tutto si raccoglie, tutti i discorsi incespicano. Tutto, tutto si chiude e si schiude prima e dopo un ultimo bacio che profuma di polvere.

Al di là del tempo, sul Garda…

14 Luglio 2004 2 commenti


Tutto scorre piano, anche questa strada che s’inerpica tra il lago e la collina circostante. Nel mio posto di passeggera mi guardo attorno, ma la natura attorno ad un paese si ricongiunge con quello precedente, e tutto si presta a lasciarmi divagare, spersa con te accanto. Non c’è molto traffico e lentamente sento il motore dell’auto ruggire senza pietà e ti guardo, attento, mentre acceleri e superi un paio di motorini. Vorrei… Vorrei… Questa natura è piena di sentieri… Vorrei… Ma non posso dirtelo, perchè è tardi, Laura e Teo ci aspettano alla festa e non dobbiamo ritardare oltre. Però… Però, sempre un però davanti a questi sentieri sterrati che spariscono tra gli alberi e che diventano tutt’uno con foglie ed erba. Sono un invito lussurioso, me ne rendo conto, ma non so come scacciare il pensiero della macchina abbandonata, di noi due riversi e sdraiati su una coperta improvvisata, su cui ogni tanto si arrischia una formica nera. Penso alle tue mani attorno a me, alle ginocchia che si rovinano sui sassi, agli aghi di pino che ci piovono addosso, colti da un vento serale. Tutto senza magia, ma senza quell’alone di squallore che riempie tante storie e che non ha mai minacciato la nostra.
Però, un altro però. Ci siamo ripromessi di riallacciare solo una bella amicizia, spensierata e senza pretese. Fare di noi quello che vogliamo, al di là delle convenzioni e dei giudizi degli amici, che si sono guardati con occhiate divertite appena ho detto che mi avresti offerto tu un passaggio, oggi. Non posso adesso fingere di non aver sentito le tue parole, quel “solo amici” che ancora mi rimbomba nella mente e raffredda il cuore. Ci si mette l’orgoglio, ora, ad evitare di accarezzarti la mano quando cambi marcia, per poi risalire lungo il braccio e scendere sul petto. Vorrei tanto adesso accarezzarti la pelle e baciare piano l’incavo della clavicola che si muove con il tuo braccio. Continuamente divelte da ciò che chiamano buonsenso, queste idee continuano a riattecchire, sempre più incombenti su di me, in grado con le loro fronde di invadere ogni altro pensiero e di eludere la sorveglianza della ragione. Ti accorgi che sto fissandoti e sorridi, tornando a osservare la strada e ad impegnarti in qualche curva coperta.
Dopo meno di mezz’ora, quando ormai pensavamo di aver superato il primo traffico, ecco una nuova coda illuminata, più lunga di quanto osassimo temere. Tu sbuffi, io mi agito: stare in coda, adesso, significa avere troppa attenzione per ogni discorso! Non mi sento pronta per affrontare di nuovo i tuoi occhi e chiederti come hai passato sabato sera. Ti accorgeresti senza difficoltà del mio divagare, della speranza che ho di sentirti rispondere che sei uscito solo con gli amici per la stessa solita noia.
Silenzio. Mio e tuo. O forse dovrei dire mio. E poi tuo.
Quando intraprendi una brusca retromarcia e giri in una strada stretta e sterrata, mi volto a guardarti. Resto senza risposte e con più attese, aspettando una sosta.
- cosa fai? – ti domando.
- cerco una scorciatoia… una scorciatoia per arrivare a te, cancellare la lunga coda che ci ha fatti sostare da due parti opposte del semaforo, per poi illuderci che tra noi sarebbe stata solo una “bella amicizia”. Dimmi, ci hai creduto?
Taccio. Anche tu taci. L’unica risposta la troveremo nel silenzio della notte che cala, nelle chiamate perse di Laura e Teo e nel traffico cittadino che, qualche decina di metri sotto di noi, costeggia il lago e ci ignora.

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