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Archivio Giugno 2004

Lettera di un samurai che a malapena sa di essere tornato

28 Giugno 2004 7 commenti


Mia cara,
in questo tempo dove il nanosecondo è diventato misura eccessiva e solo probabile ho tolto il kimono dalle spalle, cancellato gli ultimi segni che mi rendevano uomo orientale. Persino la mia spada adesso giace su un caminetto e la sua lama, lentamente, dimenticherà il contatto con pelle e viscere di vecchi nemici. E’ venuto il tempo, adesso che mi guardo attorno, tutto è finalmente chiaro: le battaglie sono finite, le ferite rimarginate in spesse cicatrici, i sentimenti riscoperti dopo la lontananza.
Mi sento pronto per gettarmi nella coltre dell’anonimato, ma solo se tu decidi di seguirmi in questo mio folle volo. Guarderemo i nostri nomi disfarsi, a contatto con l’atmosfera e si trasformeranno in comete, brillanti ma terribilmente precarie. Resteremo noi, in caduta libera verso un mondo nuovo che non ci conosce: io ero in guerra, tu in mia attesa, chiusa nel paese. Cancelleremo le tracce della nostra vita diversa, e ci tramuteremo in un tu e un io, spogliati della complicanza delle lettere e dei nomi diversi. Nessuno pronuncerebbe il mio, né il tuo nome, perchè ormai la modernità ci ha sorpassati, mentre eravamo impegnati in attività che godevano della tradizione. Allora, facciamolo: io e te… Spogliamoci questa notte, ognuno del proprio kimono e proviamo a vestirci della nostra sola nuda pelle. Perchè sono passati giorni, mesi ed anni senza provare a sfiorarle, e ci sono nuove rughe del tuo viso che voglio conoscere, e tu avrai in cambio nuove cicatrici da percorrere col dito.
Il rilievo delle ferite sarà guarito solo dalla tua vicinanza,a cui domanderò pietà per questa mia carne, che un tempo mi rendeva fiero per muscoli e ossa forti. Adesso, non rimane che un corpo, completamente nudo anche con il kimono: mi manchi, mi mancano le attenzioni della tua lieve passione, che non sono in grado di ritrovare in nessuna donna che mi s’è offerta dopo.
Quando le tue braccia coprivano le mie braccia, tu eri il mio kimono, e quando le tue gambe stringevano i miei fianchi, tu eri la cintura. Sempre perfetta, non rischiavi di lasciarmi senz’aria, nè minacciavi di lasciarmi senza il contatto della tua stoffa. Con te, con te sola, non ero nudo e potevo vantare la completezza. Lo specchio, per tutti questi anni, non ha fatto altro che riflettere le tue mani attorno al mio collo e i nostri sguardi, distratti dal nostro esserci.
Con la lentezza di un rito, rivestimi piano della mia essenza, restituiscimi l’anima dopo tanto freddo e tanto sangue. Restituisci me stesso, oppure aiutami, davanti allo specchio, a ritrovare l’immagine di un uomo che, dopo tanto pianto, comincia a vedere un sorriso. Il tuo.

Per sempre tuo, oggi come ieri…
K.

Stasera esco, raccolgo i pensieri e li chiudo altrove

27 Giugno 2004 8 commenti


Stasera esco, raccolgo tutti i pensieri, le ansie della maturità e le lascio nel cassetto, assieme alla caterva di appunti da rivedere e a qualche portafortuna dimenticato da mesi. Mi vesto e per qualche ora mi preoccupo solo di camminare dritta e parlare con le amiche. Dio!, ho una voglia di rivederle che mi sembra di essermi trasformata in un’eremita, distante da anni dalla sua patria. E così, ancora una sera, ancora una volta, tutte insieme a parlare di studio, ansie e sentimenti, ma soprattutto a sparlare del vicino di tavolo e a riderne per il resto della serata. Poi, come se niente fosse passato, accorgersi che sono già passate troppe ore e bisogna tornare forzatamente al presente: un presente fatto di maturità da preparare, di notti insonni a sperare che tutto finisca al meglio. Allora il sorriso si spegnerà per qualche attimo, in cui ha la meglio la preoccupazione e l’ansia. Poi, di nuovo insieme a ridere, a gioire del dono che forse non è stato nemmeno meritato, ma che ci dobbiamo guadagnare, ancora e ancora…

Pensieri prostrati al destino

27 Giugno 2004 2 commenti


Foglio bianco… Un altro foglio bianco che s’offre ai miei pensieri: ma dove sono finiti? le mani corrono ritmiche sui tasti, alla ricerca della certezza che la frase non s’interrompa, ma niente pensieri. Si sono rifugiati lì dove pensano di essere al sicuro e cercano riparo dalla luce di quest’estate che è troppa, e vorace. Loro non vogliono scoprirsi nel sole, desiderano sparire per un poco e lasciare che la mente si concentri solo sull’inevitabile esame. Poi, però, come se non bastasse, si ripiegano su se stessi e si rendono inaccessibili anche a me, consci del potere che hanno e dell’influenza che opererebbero sulle mie giornate. E mi altero: non posso evitare di non riconoscerli, di andare a cercarli e vedermi chiudere la porta, appena credo di averli afferrati. Sono pensieri che muioiono sull’idea di te, si tuffano a capofitto nell’ipotesi di riaverti e si prostrano alla volontà del destino. Molto diversi da me, non conoscono il libero arbitrio: sono solo subdoli traditori dei miei desideri. Per quale motivo tornare a te, con pensiero, se è solo un insieme di immagini e ricordi?
E’ questo l’unico pensiero che ancora non muore.

Stanotte, ho saputo solo scriverti

26 Giugno 2004 6 commenti


Quando mi sono svegliata questa notte, l’orologio dello stereo segnava le 2 e qualcosa: la scritta mi risultava sfocata e quasi invisibile. Avevo gli occhi pieni di lacrime, senza un motivo apparente, dopo tanto tempo in cui mi ero impegnata a non cimentarmi in sogni su di te. E, invece, stanotte sei tornato a tormentarmi. Eri esattamente ciò che volevo, come ti volevo e attorno a noi una nebbia fitta circondava e ci isolava dal mondo. Mi hai teso la mano, ma non sono riuscita ad afferarla in tempo, e mentre scomparivi in lontananza, un grido soffocato m’ha svegliata e riportata al reale. Reale che non è meglio, che non ti vede inghiottito dalla nebbia, ma proprio non riesce a scorgerti, nemmeno in lontananza.
Così, mi sono decisa. Aspettare? Aspettare cosa e chi? I piedi erano doloranti, dopo una giornata passata per ospedali e commissioni, ma ero troppo determinata per essere fermata dalla stanchezza. Attorno a me, la solita stanza di sempre ha accolto il mio risveglio con un po’ di spavento. Niente di nuovo: ho solo una lettera da scrivere… Da scrivere adesso, per forza adesso. Mi sono seduta alla scrivania e ho rabbrividito un attimo per la sedia fredda. Allora, mi serviva un foglio… Niente… Proprio quando ho bisogno qualcosa, mi accorgo del disordine che ho attorno! Finalmente, sono riuscita a strappare un foglio da un quaderno a righe e poi… via, libero sfogo ai pensieri che ho tenuto a freno per quasi sei mesi!
Ho iniziato con pochi saluti, un minimo di formalità e di educazione. Poi, poi più nulla. Ho solo ricordi confusi della mia mano che stringe forte la penna per non arrendersi e continua a saettare parole sul foglio. Non ho voluto riempire troppe pagine, mi sono limitata al fulcro del discorso: tu ed io… Allora, oggi e domani… Sentivo nelle frasi il pericolo dell’effimero farsi strada, però non potevo smettere.
Il cuore batteva all’impazzata, con la radio che cercava di tranquillizzarlo, ma passava canzoni strappalacrime che non potevano migliorare il mio umore. Ho provato a fingermi a posto, equilibrata e tranquilla, ho trattenuto tutto per mesi: adesso lo scopo della mia attesa sembra vano, l’unica speranza è che tu abbia risolto – da solo – i tuoi problemi e che possa essere sereno. Un attimo: è davvero questa la speranza? Potrebbe suonare convincente! No, la speranza è quella di ogni donna: la speranza che ti accorgi della mia assenza, che la mia mancanza diventi troppo pressante per evitare di pensarci e che tu non riesca a non chiedermi scusa.
Ma la speranza mi ha già derisa a lungo, per quasi sei mesi… E mi conosceva da prima, quando la pregavo di non lasciarmi continuamente sospesa tra un pianto e un sorriso.
Adesso non mi resta che trovare coraggio e mandare la lettera, o imbucarla a casa tua… Cerco il coraggio, cerco il tempo. Intanto, nel mio quaderno di italiano resta una lettera chiusa in una busta che porta il mio profumo preferito.

Le lettere dei nostri nomi, soffocate dalla passione

24 Giugno 2004 5 commenti


Il tuo nome sulla mia bocca si riempie di quella passione che ho mandato giù troppo a lungo, ma adesso rischia di soffocarmi e non posso fare a meno di parlartene ancora… La prima lettera del tuo nome ancheggia pericolosamente tra le mie labbra, sembra giocare in attesa della seconda, che lentamente prende forma e fa spalancare la bocca, rivelandone le profondità scure. Poi la R si arrota piano, scopre la sua piacevolezza e poi sembra stonare con la consonante che segue, e si muove piano in un suono duro. Sempre mi stupisce sentirmi pronunciare il tuo nome, per questa sordida vicinanza di consonanti che sgomina ogni traccia di leggerezza e di dolcezza. Non sei dolce, lo anticipa il tuo nome. Resta però una O finale a sottolineare la mascolinità, a ribadire che non sei dolcezza, ma nemmeno solo la brusca vicinanza di lettere. Sei completo così, con la tua O a ricapitolarti il nome, a riempire tutta la bocca mentre mi specchio e pronuncio il tuo nome.
Mi domando per quanto continuerò a pronunciarlo, perché tanti ripetono che non ne vale la pena: dovrei iniziare ad odiarlo, a stracciarne i contorni o a scriverlo, grondando sangue. Tuttavia, aspetto… Aspetto che le lettere del mio nome che ancora sono scritte nel retrocopertina di tanti tuoi libri inizino a trasudare tutto il dolore e lentamente si sciolgano sotto il tuo sguardo. Sarai vinto, almeno una piccola parte di quanto lo sono stata io. Ti domanderai se Orgoglio con le sue lettere esprima esattamente il suo potere distruttore.
Avvicinerai alle labbra il mio nome, morente sulle pagine dei tuoi libri, ne assaggerai l’amarezza dell’inchiostro e cadrai, vittima del tuo stesso veleno. Solo allora, con lo sguardo rivolto al soffitto, deglutirai piano e tutto quello che resterà lì a soffocarti sarà passione, esattamente come per me, ma porterà nome: Gloria.

Pensieri di un vecchio scapolo, tradotti da una giovane donna…

24 Giugno 2004 6 commenti


Uno giorno qualcuno mi ha fatto paura, se tu non ti sposi, finirai come un cane. Le mogli degli altri hanno detto di no: sei bello, mi piaci, sei tu che volevo? E capivano tutto e volevano sapere, ma nessuna è disposta a dividere con me una notte come questa, una tristezza come questa? (Paolo Conte)

Vecchio? Oggi un bambino mi ha ricordato quanto sono vecchio, guardando con occhi lucidi i miei passi verso il marciapiede. Sono vecchio, e allora? Cosa fa tanta compassione? Forse si tratta della mia conoscenza o questa velata indolenza nei confronti della maledetta tecnologia. O forse è la chiusura mentale davanti alle novità che ci fa chiamare ?vecchi?. Non invidio per nulla questi ragazzini, che corrono su aggeggi che chiamano ?skateboard? o qualcosa del genere; io continuo a camminare, passo dopo passo, e il mondo non mi sfugge intorno, mi lascia anzi il tempo di osservare i suoi particolari. Perché ondeggio più a destra e a sinistra di quanto possa avanzare: passo dopo passo, passo dopo passo. E sono convinto che se un piccoletto di questi provasse, certo avrebbe il mal di mare e s?annoierebbe a morte! Invece, ormai ho imparato a conoscere il mio corpo, le gambe malferme e ciò che posso pretendere da me. Così, lentamente, mi sono abituato a questo mio ritmo incessante e me ne infischio degli altri, poveri sciocchi!, convinti di dover per forza essere compassionevoli. Non tornerei indietro per nessuna ragione al mondo: tutte le paranoie dei giovani, le loro paure irrazionali, tutte spinte da desiderio d?amore e sesso.

Solo una ventina d?anni fa mi sarei meravigliato di me se mi fossi presentato dalla vicina con un paio di pantaloni blu e le scarpe nere; ma adesso, per quel che me ne importa potrei stringere questi pantaloni anche con uno spago! Tanto, per me è finita l?epoca di conquistare e di spettegolare sulle conquiste. Non ho per niente bisogno di essere rispettato, perché agli occhi della gente sono un vecchio inaridito dal tempo: motivo sufficiente per frasi mezze sussurrate come ?lascia perdere, non sa quello che dice?.

Avanti, siamo realistici! So meglio di voi quello che dico, perché dalla mia parte ho anni e anni di errori, in cui la gente non passava sopra al mio sarcasmo, ma, anzi, mi puniva senza pietà. E ora, ora che tutto mi è permesso, cammino ogni giorno lungo questa passeggiata marina, mi trascino senza fretta e dalla mia posizione curva sul bastone posso vedere meglio la regolarità del pavimento.

Non avete idea di quanto si possa imparare guardando i marciapiedi e i loro tasselli! Sembrano sempre perfettamente squadrati, ma in realtà nascondono buchi segreti di tacchi a spillo, sgommate di bicicletta e qualche indesiderato regalo di animali. E ne sorrido, è ancora una delle poche cose che mi rallegra, guardare il marciapiede! Tutto, dalla mia prospettiva, assume una nuova visione: senza orizzonte, perché lo sguardo sta chino, senza confini, se non quelli terreni.

Poi succede che ogni giorno, quando arrivo al porto, alzo lo sguardo e ascolto la spina dorsale che scricchiola: sorrido dei miei anni, storco un attimo la bocca per i reumatismi e poi torno a guardare le barche e il loro movimento. E aspetto che arrivi lei. Rosina arriva appena dopo di me, con il suo grembiule abbottonato come ha sempre fatto, e quella crocchia di capelli secchi e grigi. Lei si siede a distanza, ogni giorno fa così, e nel suo saluto distaccato traspare l?antica fierezza che la rendeva la donna più attraente della città. Non mi rivolge mai per prima la parola, vuole giocare, ma non ha idea che a questo punto non ho nulla da dire! So che lei indaga su tutta la mia persona, sulla trascuratezza che, a parere di tutti voi, è segno della mia decadenza. Poi smette di guardarmi e cerca le barche, come me: sa che non tollero i consigli di chi prima mi ha diviso con un marito inconsapevole. Rosina è stata la traditrice, io l?amante. E tra noi esisterà sempre l?intesa di chi si conosce sotto i vestiti, ma ormai siamo espiati. Rosina, siamo espiati dal tempo! I ricordi di muscoli sodi e guizzanti sostituiscili con la decadente realtà! Oh, ma siamo stati penso tra i migliori amanti di questa riviera? Anni, anni or sono? Sai cosa ti dico?

Non rimpiango neanche quei tempi, in cui piangevo di notte quando mi lasciavi per tornare da lui e sussurravi quanto mi volevi. Non potevi, non potevi? E chi lo dice? Tu, paurosa di scandali e di tuo marito. Io, vittima che non poteva condividere con te nemmeno la tristezza delle mie notti. Quante attese inutili! Adesso non aspetto nulla: anche tu, qui davanti al porto, ogni giorno, ti sei trasformata in abitudine. Con ciò, l?altro ieri un fotografo mi ha fermato e ha detto che mia moglie (intendendo Rosina) era una delle vecchie più belle che avesse mai visto. Non ho avuto il coraggio di ribattere. Scusa, Rosina, scusate gente, sono sempre il solito scapolo illuso dal tempo.

"Genova per noi" – ricordi per Stefano -

22 Giugno 2004 2 commenti


Genova, dicevo, è un?idea come un?altra: quella faccia un po? così, quella espressione un po? così che abbiamo noi quando guardiamo Genova? E un po? randagi ci sentiamo noi.

Paolo Conte, ?Genova per noi?

Che senso può avere rivedersi dopo tanti anni? Me lo domando, mentre scendo dal treno e mi guardo attorno. Genova come non la rivedevo da anni si apre festosa, sotto l?inevitabile colore azzurro e bianco di mare e sole. Forse è proprio per questo suo sapore d?estate che mi appare meno corrotta delle altre città, oppure è solo perché ci sei tu e immaginare che ti muovi per queste strade mi disegna quadri felici. Genova mi saluta con la sua brezza di salsedine e cerca di farmi correre, togliendomi il cappellino di paglia che ho scelto: un cappello rosso, un cappello di carattere che ho trovato in un mercatino ligure. Lì, avevo pensato che ti sarebbe piaciuto, perché hai sempre riso dei miei strani cappelli e li toglievi subito: ti piacevo libera, senza nulla che mi adombrasse il viso. Confesso che vorrei che sia così, ma è passata troppa vita, e tra noi troppi segreti confessati per avvolgerci ancora di mistero. L?unico punto interrogativo è come ti troverò, come parleremo e se mi abbraccerai. Basterà aspettare un poco, e poi lo scoprirò?

Attraverso l?Aurelia, perché il mare in lontananza sussulta e, da solo, potrebbe essere degno motivo di questo mio viaggio. Il vento stavolta mi coglie impreparata, strappa a me il cappello e al mare qualche oda nuova, che sembra un saluto increspato per il mio arrivo.

Ho un cappello di paglia

da tirare nel vento,

per farti allontanare,

per bagnarti con lui,

per pregarti di sparire.

Ho un cappello di paglia

da lasciare al vento,

per liberarmi le trecce,

per schiarirmi il viso,

per allontanare le ombre.

Ho un cappello di paglia

da abbandonare al vento,

per scoprire le fantasie,

per far ballare i pensieri,

per farti raccogliere ricordi.

E tu, improvvisamente, raccogli il mio cappello. Non me ne accorgo: come potrei, visto che ti volto le spalle e sono ancora immobile verso il mare? Poi la tua mano sulla spalla, un sorriso complice e il mio abbracciarti forte. Non so se si tratta di un abbraccio affettuoso, oppure se è un ritrovarti, nascosto bene dall?amicizia apparente. Iniziamo subito a parlare, come ogni volta al telefono, come è sempre stato.

Anche Genova è diversa, adesso che camminiamo vicini sul lungomare, ridiamo del tempo passato e ci lasciamo scambiare per una coppia felice. Facciamolo, lasciamo che tutti credano al nostro amore: solo noi saremo consci di quello che è finito. E non faremo nulla per recuperarlo, perché tu hai Sabrina che ti aspetta per cena, io ho qualche ricordo recente con cui giocare ancora. Questa non è altro che una breve rimpatriata, un abbraccio che ricorderemo e soprattutto qualche istantanea che un giapponese ci ha scattato, vicino al porto. Ridiamo delle sue parole incomprensibili, cerchiamo di pagargli le pellicole e l?unica risposta in un inglese abbozzato è ?Nothing. I?m looking for young enamored people?. Non vale spiegarci, anche se io vorrei affermare ad alta voce che io e te siamo solo amici. Tu sorridi, solletichi il mio gomito e cerchi di spingermi via, come hai sempre fatto quando io intrattenevo conversazioni con qualche straniero e ti escludevo. Camminiamo, mi dici. Camminiamo, con queste foto che ritraggono due ragazzi abbracciati: lui è molto più alto di lei, le cinge le spalle col braccio e lei sorride, guardandolo. Inganneremmo chiunque, persino noi, se non fossimo così consapevoli delle nostre posizioni!

Quando s?avvicina il pranzo, scegli un locale già prenotato e mi scosti la sedia, lasciandomi senza fiato: non ricordavo tali galanterie, nel passato! Mi siedo e arrossisco, appoggio il cappello sulla sedia e aspetto che sia tu a cominciare un discorso. Quando ti parlo di Sabrina, mi inviti a cambiare discorso, perché sono anni che aspetti di rivedermi, anni che in ogni telefonata immaginiamo una giornata insieme, a Genova. Questa è la prima volta che succede e, mentre mi ripeti quanto sono cambiata ? in positivo, specifichi -, persino la vista del lungomare sembra aprirsi e migliorare, fino a rendere diversi i cestini dell?immondizia e a far tacere il traffico sull?Aurelia. Anche tu sei migliorato, gli anni ti hanno solo fatto diventare un uomo vero, ma non hanno cancellato quel sorriso da seduttore che vanti da ragazzino. Ma non dico niente, riporto la nostra conversazione sulla routine e sul mio futuro universitario, poi parliamo del tuo lavoro, dei progetti e del tuo desiderio di riprendere architettura. È bello lasciarti parlare, vedere il tuo viso che si trasfigura al pensiero di tavole di progetti, proiezioni e calcoli impressionanti.

Il pomeriggio sembra quasi non voler passare, finché non scendiamo in spiaggia e tutto è vuoto, dopo un breve acquazzone a mezzogiorno. La sabbia è fredda, ma il suo tocco sotto i piedi è piacevole e continuiamo a camminare, con le mani in tasca e mantenendo la debita distanza. Solo le braccia, ogni tanto si scontrano e guardiamo di sottecchi la scena, senza mai commentarla.

Prima ancora delle tue parole, gli scogli in lontananza so cosa rappresentano per noi, cosa hanno sempre rappresentato e rappresenteranno. Ci fermiamo lì e ci sediamo, ma il vestito scivola lungo le gambe e ozia pigro, ondeggiando col vento. Il tuo sguardo si fa circospetto, aspetti che sia di nuovo io ad aprire il discorso, ma non ho voglia e coraggio di farlo.

Questa è l?ultima volta che ci vedremo, Gloria? ? la tua voce trema, quasi, ma non mi guardi e fissi il mare.

Sei il mio migliore amico, Ste. Se potessi, sai che passerei il mio tempo a parlare con te, a camminare come oggi e a raccontarci.

Ma??

Ma ci sono troppi ricordi che non possiamo gettarci alle spalle. Ricordi che hanno a che fare con Genova, con le nostre speranze e i nostro passato.

Non mi chiedi di cancellarli, vero? Perché non potrei, né ci proverei.

Nemmeno io. Proprio per loro e per il rispetto che ho per Sabrina è meglio che questa sia una eccezione, un?occasione per avere due istantanee da conservare tra gli altri ricordi.

Mi ha fatto piacere vederti.

Anche a me, davvero ? ripeto. Non avevamo idea prima di quello che ci stavamo perdendo.

E allora, andiamo. Sabrina ci aspetta per cena.

Il tono della tua voce è quasi malinconico, ma non c?è altra strada. Ci guardiamo e restiamo un attimo vicini come anni fa, come in tutti i nostri ricordi. Il tuo viso e la tua bocca stanno appena sopra di me, le tue mani profumano di salsedine mentre mi porgi il cappello e ci incamminiamo.

Camminiamo abbracciati, ti chiedo solo questo.

Non so dirti di no e la vicinanza riporta ad entrambi un senso di benessere che traspare dalla naturalezza con cui l?arco del tuo braccio racchiude i miei fianchi. Ma le tue dita che carezzano il vestito non mi riconoscono più, ormai abituate alla pelle di Sabrina. Restano pochi passi e la cena è vicina, così come Sabrina e la sua stretta di mano amichevole. Qualcuno un giorno mi ha detto che me la cavo a recitare: quel qualcuno sarebbe fiero di me adesso, mentre do una mano in cucina e nascondo tutti i sensi di colpa e i rimpianti che si sono accumulati negli anni. Non avrei certo pensato di trovarmi a vedere il tuo appartamento con la tua ragazza! E, invece, adesso sono qui, lascio che mi riempiate di attenzioni, come con qualsiasi altro ospite, e che di tanto in tanto mi dedichiate qualche confidenza, come con un ospite speciale. Però resto sempre ospite, non posso estromettere questo senso di inadeguatezza. Così attendo con qualche sorriso l?orario più giusto per salutare entrambi, vi abbraccio ed esco, perché ho bisogno di salutare da sola Genova.

Adesso sono qui, davanti a questo vento di sale che non è cambiato per tutto il giorno. Nell?appartamento vi preparate alla notte e, probabilmente, Sabrina starà parlando per l?ultima volta di me, dell?impressione che le ho fatto e dell?intesa che s?è instaurata nel corso della serata. Poi, passerò in secondo piano, come per qualsiasi ospite e chiuderete insieme questa nottata di brezza, senza rendervi conto della fortuna che avete, ad essere ogni giorno qui.

Raccolgo il mio cappello e mi preparo a tornare in stazione, appena prima che il treno per casa parta. Il taxista richiama la mia attenzione: signorina, signorina, si sbrighi, o perde il diretto! Ha ragione. Non mi resta che affrettarmi e non salutare Genova come avrei voluto. Mi lascio riportare alla stazione e persino gli improperi del taxista sul traffico hanno quell?accento ligure che adoro. Persino la partenza è veloce, perché il diretto stava per dimenticarmi nella mia Genova. Ma sono riuscita a sfuggire alla stretta dolcissima del passato, sono salita sui gradini e Genova è già distante, con quel suo mare blu scuro che attende il mio cappello da portare lontano.

Anathea

22 giu. 04

*queste prime quattro pagine bianche*

21 Giugno 2004 8 commenti


17 giugno 2004 h. 23.02
Ho lasciato bianche le prime quattro pagine di questo diario, ripromettendomi di riempirle presto con un fatto eclatante, un quid di rottura tra un ripetersi di pensieri. Sono passati mesi, e tante riflessioni che avrebbero riempito dignitosamente quelle prime pagine. Invece, quando mi accingevo a scrivere qualcosa di nuovo, sempre mi sembrava banale o, perlomeno, indegno di finire in bella vista! E poi sempre le parole sono scivolate esattamente dove volevano, mi hanno eletta loro inutile profeta. Non posso chiamarmi interprete, ma sempre trascrivo, muta come se parlare fosse vietato. O forse, alla fine non serve, non serve più parlare, quando i pensieri oscillano come vogliono e si trasmutano in verità abbastanza degne da essere regalate alle prime pagine.
Ma è silenzio. E sempre i pensieri occupano un posto indefinito tra settanta e oltre fogli bianchi.

Vorrei… – stanotte, nel jazz -

20 Giugno 2004 6 commenti


17 giugno 2004 h. 22.43

Vorrei stanotte il jazz a stordirmi fino alla fine dei pensieri. Vorrei le corde di un pianoforte che mi ricordassero il loro dolore ad ogni impietoso tasto. Vorrei la sala svuotata di cicalecci e apprezzamenti ignoranti. Vorrei un uomo a picchiare su quei tasti, che abbia gli occhi chiusi e che non desideri figurarsi null?altro all?infuori della sala, vuota. Vorrei sentirlo suonare senza timore di non essere compreso, perché desidero imparare da un nuovo principio e vantarmi tra me e me della falsa modestia di quest?uomo. Vorrei riconoscere solo una debole luce nel retro della sala: è l?uscita di emergenza per quando i pensieri dell?uomo si fanno troppo personali e iniziano a chiamarmi esclusa. Vorrei allontanarmi senza essere notata, chiudermi i cinturini dei sandali più stretti di un buco per ricordami d?essere sempre legata alla terra. Vorrei uscire dalla sala con note che ancora riempiono l?aria e si dissolvono con la mia camminata. Vorrei una limousine ferma in mia attesa, su cui salire senza balbettare nulla, subire semplicemente il viaggio fino all?hotel. Vorrei salire le scale con inerzia e aprire la porta come automatismo. Vorrei sedermi nuda al pianoforte, per iniziare ad intonare l?ultima variazione che ho sentito. Vorrei esprimermi senza le costrizioni della tecnica, sfondo, e iniziare a rispondere al pianista in un numero di movimenti imprecisi d?imprecisata lunghezza.

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And I feel like you was running, too… – la corsa verso la dimenticanza -

19 Giugno 2004 1 commento


17 giugno 2004 h.22.25 -22.41

And I fell like you was running, too? (Skunk Anansie)

Corriamo su tapìrulan paralleli e il vortice dei passi cresce in fretta e aspettativa ad ogni nuovo chilometro su questo tappeto sempre uguale a sé. Non avrei altro da dirti, se non il mio desiderio di una pausa di questa corsa folle che ha sempre come traguardo dimenticarsi. Sarà un traguardo che, se riusciremo a tagliare, non porterà fiori e premi, ma solo la trascuratezza di un passato che ancora annebbia ogni paesaggio rurale. Per questo, all?imprevedibilità di una corsa campestre abbiamo scelto la sicurezza ripetitiva del nastro. Troppe buche avrebbero inciampato la corsa! Troppi sassi a creare dubbi! E allora continuiamo sui nostri tappeti ? il mio verde, il tuo rosso ? e ci ripetiamo che il traguardo è appena dietro l?angolo, ma il nastro è un percorso dritto che non ammette la minima svolta. E allora, dove arriveremo? Non esiste risposta, se non la certezza che tu hai più resistenza di me, ma anche più velocità. Cosa sceglierai? Di allungare il percorso fino e centellinare il ricordo fino al traguardo, o di affrettarti a tagliare il filo del passato? Arriverai comunque prima tu.

Al mio arrivo troverò che le due Parche del nostro destino hanno lasciato cadere anche il filo del ricordo che spettava a me. Tutti saranno occupati a festeggiare la tua vittoria e si prodigheranno in premiazioni e coccarde per un?impresa straordinaria. Con sospetto già nascente, domanderò se nessuno vuole premiarmi come seconda classificata. La verità è che questa vittoria, quando accadrà, non sarà mai il traguardo dietro l?angolo, ma il filo stesso che le Parche hanno deciso di abbandonare per me. Sapevano ancor prima di iniziare la gara che la parola ?dimenticanza? non è né merito, né coccarda.