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Archivio Maggio 2004

De Felicitade [riflessione per un amico]

31 Maggio 2004 1 commento


Quante volte mi sono fermata a domandarmi perché non vi potesse essere un sonno lieto, senza incubi ad infestare quel breve attimo senza limiti che resta sempre il sogno. Ricordo quando sognavo per mesi interi, ogni notte, di passeggiare per una strada affollata, con un gran sorriso in viso, la felicità in pugno e le aspettative future nella testa, ma, dietro ad un angolo, qualcuno tramava contro di me. Vedevo sempre la canna di una pistola che riluceva, o un coltello affilatissimo. Poi, il dolore in me, anche la più piccola parte di me moriva, lentamente, con tanta spietatezza quanto non pensavo possibile; qualcuno rideva? E l?incubo finiva, anche se al mio risveglio restavano tutte quelle ferite invisibili e non bastava mai massaggiare il muscolo per smettere di sentirlo intorpidito?

Intorpidito come la mente e il cuore, quando tocchi per una volta sola l?acume della felicità. Se hai mai provato quanto sto dicendoti, sai che arrivi completamente impreparato alla gioia vera e propria, te ne resti con gli occhi socchiusi davanti alla sua tanta luce, mai avresti creduto tanto piacevole trattenere il respiro. Forse, chissà, dovresti sperare di morire lì, in quel momento, senza che poi ti resti aperta la possibilità di comprendere la fugacità di tale felicità, prima di sentirti immancabilmente scontento, tutto rivolto a rincorrere ancora quegli attimi. E non ti accorgi che c?è solo il tuo pensiero a ripercorrere l?intensità degli attimi, mentre il tuo corpo, padrone fallace delle tue emozioni così terribilmente terrene, resta scettico su una poltrona farcita di quotidianità a farsi beffe della tua vana ricerca. Tu, gemello e alterego del tuo stesso corpo, torni quatto nelle quattro mura dove speri di rifugiare la tristezza della resa, forse, chissà, in una birra e in uno stupido reality show speri di trovare quel po? di serenità che meriti. Quando arrivi all?ultimo goccio di birra, allora ti accorgi della pochezza di una bottiglia, la rigiri perplesso tra le dita e ti accorgi che lì, tra quei polpastrelli, avevi potuto prima stringere la felicità, anzi, la Felicità.

Amico, non disperare: ancora torna, ma non aspettarla, non rincorrerla, perché i tuoi sandali si sono allentati su questo selciato troppo scavato di buche immeritate. Posso capire il tuo passo che non ammette stenti, né ripensamenti: siamo giovani alleati in questa dura lotta del tempo. Non essere impietoso contro te, ricorda che sempre, attorno a tante buche, restano colline dalla cui cima puoi respirare a pieni polmoni. Ancora una volta. Ancora. E ancora.

Anathea

? Perché da noi sento spirare il vento, vento di cambiamento, vento di assestamento, vento che spira e non accenna a smettere

*-* …Tutto è sfondo, tesoro… *-* – ricordi nella sabbia -

30 Maggio 2004 Commenti chiusi


Tutto è sfondo, tesoro… Solleva lo sguardo ed affronta la sera che cala sulle nostre membra legate. Tra poco svaniranno le nostre palpebre, perderemo le iridi per trovare semplice lucentezza che prima non riverberava i nostri occhi. E ci guarderemo, così come non abbiamo mai osato: sarai mio con la complicità della notte che coprirà il nostro cercarci, rappezzerai le nostre due vite in un unico enorme velo, dietro cui scomparire con la fugacità del vento che stanotte si fa nostra guida. So che mi dirai di non temere, mentre le nostre gambe avanzeranno nella sabbia e la speranza di raggiungere la meta si farà sempre più vana. Allora mi stringerai la mano e saprai che vento e notte ci conducono e non c?è possibilità d?errore. Il limitare del mare ci è barriera mutevole, la luminosità di quella stella opposta ci impedisce di confondere la rotta. Restiamo calati nella nostra perfezione: non vi è tenebra che non sia anche un po? tua, non c?è sussurro che accompagni la nostra traversata che non riecheggi anche in te? Abbandoniamo qui le riserve che abbiamo lasciato alla pianura, e purifichiamo con acqua salata ogni possibilità di immersione nel torbido, per poi riemergere semplicemente noi.

Hier kommt die Sonne

25 Maggio 2004 Commenti chiusi


Da ?Sonne? dei Ramstein alla mia prosa

Hier kommt die Sonne… Queste parole rimbombano dentro e sembrano ripercuotersi ancora sui miei ottantacinque anni. Le ho sentite per caso alla radio, deve trattarsi di una canzone moderna: piango ancora adesso, perché continuo a capire il significato del tedesco. Dopo anni, lunghi anni in cui mi ero convinto di aver rimosso quel rumore dalla mai testa? Se può sembrare senza senso questa mia sofferenza, bisogna pensare che oltre sessant?anni fa maledicevo ogni parola che pronunciavo in questa disgraziata lingua. Nessuno può condividere le mie esperienze, sentire sulla pelle la rassegnazione e l?umiliazione che provavo nel tradurre discorsi segreti tra tedeschi e italiani. E non potevo parlare, perché non esisteva lingua in grado di comunicare lo squarcio che provavo dentro. Scegliere la morte o abbassare l?orgoglio e tradire il paese? Io ho tradito, quando tutte le mattine inforcavo la bicicletta e pedalavo al comando nazista. E piangevo dentro quando mi chinavo davanti all?uomo di turno che mi imponeva gli straordinari.
E la verità era lei? Lei? Hier Kommt die Sonne? Eins? Zwei? Drei? Lei era il sole, il sole nazista che si alzava ogni mattina con la sua drammatica bandiera incolore e mi tramutava rosso papavero nascosto sotto le mascelle indurite. Allora comprendevo tutto il dolore, Schmerzen dicevano, lo sentivo attraversarmi le vene e sembrava scoppiarmi nel cervello. Ma lei si limitava ad attraversare la sala, mi rivolgeva uno sguardo sfuggente e poi se n?andava, tutta impettita. Era tedesca, mi ripetevo. Ed era la donna del capitano. Volerla era il mio ergastolo. Averla sarebbe stato il mio patibolo.
Ma ero pronto, pronto a morire su quelle sue mani tedesche, pronto a sacrificarmi davanti alle sue caviglie che non conoscevano catene, ma più volte le avevano viste addosso a sconosciuti innocenti. Attraverso le sue labbra strette e inconcepibili avrei passato un dito e le avrei schiuse, a costo di sentire i suoi denti contro il polpastrello. Le avrei aperto quella maledetta bocca che versava parole maledette e avrei sentito il sapore del sangue che aveva acconsentito fosse speso. Non erano altro che pensieri, non lo erano? Ma quando il caporale mi sorrideva e diceva piano Achtung! Hier kommt die Sonne, mi sistemavo sempre la cravatta e al Sole di cui parlava immaginavo la sua lunga camminata decisa, però era inevitabile: poi l?immaginavo morire sul mio petto. Ero convinto che le sue parole avrebbero cancellato tutto l?odio che avevo dentro, avrebbero estirpato a forza dal mio cervello il passato e nelle sillabe aspirate non avrei sentito veleno.
Fu un giorno di maggio? Sospirava un vento che noi conoscevamo bene, ma non i tedeschi. Tutti, anche i più impavidi soldati di Herr Hitler, si erano ritirati nei loro alloggi. Restavo solo a picchiettare sui tasti della macchina per scrivere e aspettavo che scadesse il mio orario di lavoro. Ancora poche ore, poche ore? Poi, quando avevo quasi finito l?ennesima traduzione, un rumore di passi mi aveva fermato. Hier kommt die Sonne? Mai prima avevo pensato al significato della frase. Mai prima di incontrare i suoi occhi decisi. Mai prima che lei comprendesse ogni mia parola. Mai prima che mi trovai a baciarla sulla scrivania. Mai prima che mi pregò in tedesco di non lasciarla andare e di tenerla stretta. Rette mich! Risuonò nella stanza quando le passai la mano nei capelli. No, non potevo salvarla, ma provare a salvare me stesso, come ogni giovane sfortunato cerca di fare. Salvarmi da tutto ciò che non era, dallo squallore che squassava qualsiasi sogno e ne castrava l?illusione.
Poi però il vento se ne andò e con esso lo seguì anche il sole. Restai solo a rivestirmi, non avevo forze per oppormi alla mia morte ? la vedevo conseguenza inevitabile ? ma le andavo incontro a mani aperte. Io ero un Cristo che non aveva croce, ma si lasciava ammazzare per l?inutilità del tradimento stesso. Invece, nessuno seppe che hier kam die Sonne, nessuno. Da quel giorno seguirono solo un paio di mie occhiate speranzose quando il caporale sorrideva e diceva ?Achtung! Hier kommt die Sonne?, ma l?unica risposta che meritavo era sempre un Guten Tag che racchiudeva il suono di una melodia rabbiosa.

Anathea
25 mag. 04

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Trovato per caso – *La bomba sotto il culo della nostra storia*

24 Maggio 2004 1 commento


Per caso ho trovato in un diario di qualche tempo fa un foglietto che riportava questi pensieri… Buona lettura

E? un periodo in cui mi perdo a fantasticare su storie passate e mi avvallo tra gli errori commessi. Niente di trascendentale, ma occasioni difficili, se non impossibili, da far tornare, come stare sdraiati su un prato e non dirsi niente. Ho avuto a lungo paura del silenzio, paura che venisse frainteso e interpretato come mancanza di cose da dire, come incapacità di tirare avanti un discorso. E così ho sempre parlato troppo, senza pensare, per mostrare al lui del momento chi ero , come se ci fosse una bomba a orologeria sotto il culo della nostra storia e non la smettesse mai di ticchettare. E io dovessi sempre sbrigarmi, mostrarmi a mio agio e mai ?con-dividere? nel vero senso del termine. E poi BooooM, la bomba scoppia, manca il tempo per parlare di nuovo e resta solo il grande vuoto di chi era abituato a dire troppo e non ha più il suo interlocutore. Ho perso tutto questo, l?ho perso in un tempo in cui me ne stavo impegnata a fare la star per me stessa, a nascondere le insicurezze e le paure dietro un velo di sicurezza. Mi ripetevo che almeno avrebbero ricordato qualcosa di me. In realtà, sono convinta che di me ricordino forse qualche bacio e soprattutto un gran chiasso.

-*- Svolta dopo di te -*-

23 Maggio 2004 5 commenti


17 maggio ’04 h. 19.31

Svolta. Segno la svolta, perché ho raggiunto la tua indifferenza. Prima arrivavo a negarti, a battermi contro il tuo ricordo, ma sbagliavo: t?affermavo e, con questo, rinunciavo all?indipendenza dei miei pensieri. Ora tutto è finito anche agli occhi della speranza: lo scrivo in rosso, perché voglio ritrovare in fretta questa pagina, appena avrò bisogno di costruire il bilancio dell?anno. Oggi, 17 maggio, annaspo tra maiuscole e consonanti, ma riesco a non perdermi nel suono del tratto-pen che scrive il tuo nome. Perché è semplice: non lo scrivo, lo taccio con l?indifferenza di una donna che smette di sentirsi inutile per la tua lontananza. Ora spengo ? spengo la radio che suona le solite banalità romantiche, chiudo la pagina e mi spoglio. Ho una vasca con un bagnoschiuma che profuma di novità, una luce soffusa per assopirmi e godere il momento che fa la differenza tra la veglia e il sonno, l?attimo leggero e ingenuo che si popola di carezze sconosciute e di abbracci avviluppanti. Sarà solo l?acqua ad avvolgermi, ma perderò comunque le coordinate e quando mi sveglierò sarò sola dopo un naufragio sull?isola della riscoperta.

Anathea

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Mi piacciono le fragole

22 Maggio 2004 1 commento


17 maggio 2004 h. 19.18

Mi piacciono le fragole, perché sono imperfette. Quante volte davanti alla frutta ci si domanda perché gli acini d?uva siano così levigati e regolari? Perché le screziature di una mela riescono sempre a stupire? O perché la pelle di una pesca è sempre tanto morbida? Le fragole no, invece, se ne stanno a terra, seminascoste tra le foglie e sembrano volersi proteggere dalla perfetta rotondità delle ciliegie che non hanno pudore e si mostrano con tutta la sicurezza del loro colore. Timide e lentigginose con punti irregolari, stanno le fragole rosse. Loro non racchiudono secondi significati, diciamocelo, non si vede alcuna metafisica nelle loro forme uniche e diverse. A me piacciono per questo, sembrano umane peccatrici, rosse per la vergogna di baciarsi il sole, dopo la loro verde infanzia. Ma sono forse l?unica ad amarle per l?irregolarità. L?uomo non s?arrende: vuole annientarmi anche l?imperfezione delle fragole e si sforza per trasformarle in involucri insapori che sono però perfettamente tirati a lucido. Fa male accettarle con i loro piccoli difetti? Perché sottoporre un elemento determinato alle leggi di una immorale chirurgia? Perché, ancora una volta, domina l?apparenza. _

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[ Die, die my darling! ]

21 Maggio 2004 1 commento


La stanza non sa di vita, è riempita da un odore di chiuso e di antistaminici. Una luce forte e innaturale rende l?atmosfera lugubre. Strano nido d?amore, non è vero, piccolo mio? Stai legato a questa sedia e non continuare a dibatterti, perché tra poco tempo rimpiangerai ogni tuo singolo movimento. Die, die my darling? Questo cantano i Metallica: erano il tuo gruppo preferito, mi costringevi sempre a sentirli in macchina e picchiettavi le dita a tempo sul volante. Avevo mal di testa, ma lo sopportavo per te, convinta che questo potesse farti piacere. Io, illusa d?amarti e di essere amata? Ma ora basta, smettila di implorarmi di ragionare: ho ragionato anche troppo, quando l?altra sera ti ho dato appuntamento davanti a questa casa e tu ingenuamente ci sei cascato. Ero certa che ti saresti presto convinto del mio perdono, ma non sono debole come mostravo da giovane: quando piangevo nel tuo abbraccio e ti imploravo di cullarmi non volevo far altro che sussurrarti una richiesta di protezione. Tu non mi hai protetta. Mi hai lasciata, infante nuda ai piedi di un orfanotrofio, dove hai sorriso malignamente per la mia reazione da bambina. Piangevo con l?ingenuità di chi non ha colpa e si sente svuotato per una mancanza che non conosce. Adesso per me è venuto tempo di sorridere, con tutta la rabbia e la vendetta che porto da mesi. Non ti darò tempo di ripensarci, nessun tempo per coinvolgermi in una discussione che terminerà con la tua salvezza. Voglio farla finita subito con te, guardarti rantolare per la stanza e umiliare la tua persona e soprattutto la tua mente. Voglio fottere anche quella convinzione di potercela sempre fare in ogni situazione. Stavolta no, spiacente. Stavolta sono lacché e autista di una carrozza con cavalli impazziti che nitriscono il tuo nome ad ogni impennata e si rifiutano di essere comandati. Adesso riprendo le redini, a costo di tagliare la bocca col morso e dilaniare le carni con la mia mano, risponderanno ai comandi. E il primo ordine è farla finita con te. Die, die my darling, perché voglio guardare l?impotenza dei tuoi muscoli farsi più umiliante, voglio rinunciare alla possibilità di farti cambiare, perché illuderesti di nuovo. Io o qualcun?altra saremmo le vittime della tua sodomia mentale. Ma adesso arriverò a fotterti il cervello, oppure sceglierò semplicemente un lungo salasso che ti lasci il tempo di guardarti morire. Goccia a goccia, riempirà una goccia sbrecciata che etichetterò e terrò gelosamente nell?armadio. Quella sarà la vetrina degli errori finalmente corretti, dove ogni tanto rifugerò il naso alla ricerca del tuo odore.
E finiamola! Appuntamento all?inferno.

Anathea
13 mag. 04

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— Ti ho detto parti — Mi hai detto resto —

13 Maggio 2004 11 commenti


Ti ho detto parti.

Mi hai detto resto.

Così è cominciata un giorno di agosto, senza pretese che ci estromettessero inutili promesse. Di allora ricordo i pomeriggi passati insieme: guidavamo senza meta e, quando un luogo era adatto, ci fermavamo. Un fuggevole bacio e poi l’erba su cui ci sedevamo, a un metro di distanza, sempre voltandoci le spalle per non distrarci oltre. E così ci tenevamo occupati per ore: io scrivevo su un blocchetto verde che chiudevo sempre nello zaino, tu dipingevi su tela soggetti che non riconoscevo mai nella natura che avevamo attorno. Diciamocelo adesso che te ne sei andato: non avremmo mai compreso ciò che stavamo rappresentando nella nostra arte! Guardavo le tue fatiche e mi domandavo come facessi a trasformare natura e foglie in un simile aggregato di immagini, quasi vedessi le fate e i folletti che ti suggerissero la reale manifestazione. Quando finivamo e ci pensavamo convinti dei nostri lavori, tu mi raccoglievi in un abbraccio e cominciavi a spiegarmi il tuo dipinto, ma prima ti piaceva sentire le mia interpretazione. Stringevi gli occhi sulla tela, muovevi la testa per riconoscere le figure che prendevano forma nella mia immaginazione e poi mi baciavi, ripetendo che non avresti mai trovato altrove un commento migliore. Era una dolce illusione, come quando m’incitavi a leggerti dal mio blocchetto verde cosa avevo tratto quel pomeriggio. Nonostante sapessi che non amo leggere ad altri, ti sdraiavi sulle mie gambe e giocavi con le mie mani ed aspettavi il momento giusto per domandarmi di farlo per te, perchè solo dalla mia voce potevi comprendere i veri sentimenti che mi percorrevano nella lettura. Allora leggevo, prima scandendo le parole, poi sciogliendo lentamente tutte le resistenze e rivivendo gli attimi che avevo fermato sulla carta. Dovevo non pensare più ai tuoi occhi su di me, se no m’interrompevo e tacevo le tue proteste fino a ricevere un abbraccio.

Mi mancano quei giorni, mi manca persino l’odore di erba che prendevano i vestiti: tutti credevano che la nostra fosse solo antica lussuria, ma solo pochi conoscono la realtà profonda delle tele e dei fogli che nascevano nei parchi. Ci bastava poco, la semplice vicinanza, colori, tele, fogli, inchiostro. Poi un’interruzione ogni tanto, un ripetitivo cercarci e un fremere sconosciuto a chi non conosce l’arte che può unire due artisti maledetti come noi.

Io, troppo bohemien.

Tu, troppo surrealista.

Noi siamo stati i due estremi del filo metallico che va a tagliare il caglio del latte: non abbiamo prodotto altro risultato, perchè puntavamo in direzioni opposte. E quando non ci bastava più il paesaggio per trovare ispirazione, tutto è finito come il giorno del primo incontro. Senza spiegazioni, con poche parole.

Mi hai detto parto.

Ti ho detto resta.

Mi hai detto non posso.

Ti ho risposto lo so.

Mai ho finto tanto come in quel momento.

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Lettera – una delle poche – una delle ultime… – RICORDO DI LUCA -

12 Maggio 2004 2 commenti


LETTERA ? UNA DELLE POCHE ? UNA DELLE ULTIME?

Non t?ho amato a lungo, non t?ho amato forse, ma ho vissuto uno scampolo di lana che si srotola piano nel sussurrare il tuo nome e resta un semplice filo teso, quando le tue mani ne stringono le estremità. A lungo è rimasto un foglio con su scritto il tuo nome, accompagnate da poche parole dettate da una bambina un poco fragile che era stata donna, ogni volta tra le tue ciglia. Restava un pacchetto di fazzoletti di carta: era un pacchetto vuoto che conservava sotto il suo strato di plastica solo un piccolo petalo di rosa che si arrabattava per denunciare la sua presenza con contorni abbozzati sotto le varie pieghe del cellofan. Ho scostato un diario e ne sono usciti vecchi scontrini ingialliti, mezzi cancellati dal tempo: erano di quella nostra estate?
Ho ripreso tra le mani lo scontrino del ghiacciolo al limone che ha fatto la differenza tra la nostra amicizia e quello che sarebbe stata da lì a qualche ora. Non sentivo dolore, ma solo una fioca nostalgia, smussata dai mesi e dalle lacrime che non ho mai versato per la tua lontananza. Avrei voluto, o forse, avrei semplicemente dovuto? Schiacciata tra due pagine, ecco apparire la carta delle Golia Bianche: ricordi quante caramelle alla menta sono passate nelle nostre giornate? Io ricordo e non posso fare a meno di conservare tutto e a furia di farlo, un giorno non ritroverò più niente nel mio cuore, perché sarà stato tutto gettato in un cassetto di segreti.
Dicevi che era strano che una scrittrice potesse intrigarti così, ripetevi che nei miei occhi leggevi il passato di un?artista bohemien dalle mille sfaccettature seducenti e misteriose, sfaccettature che volevi vedere tutte, ma solo se io avessi voluto. Secondo te c?erano alcuni miei aspetti che dovevano restare celati perché non versassero mai sangue, ma non sapevo che non mi sarei mai concessa di essere segreta anche a me stessa. Prima o poi, forse non con te, avrei aperto i miei recessi, avrei scostato una tenda ormai polverosa per mostrare un palcoscenico pieno di attori che recitavano per le mie emozioni da mesi, forse anni, ma non avevo mai avuto il coraggio di chiamarli miei e avevo sempre chiuso gli occhi. Non li ho chiusi davanti alla tua presenza, no, li ho tenuti troppo aperti e mi sono lasciata accecare dalla tua immagine: pensi che avrei fatto meglio ad assopirmi quel giorno, quando hai iniziato a sussurrare il mio nome e a farmelo apprezzare?
È a causa tua che ho cominciato a desiderare il mio nome, a ringraziare il mio Battesimo, perché prima mi sembrava anonimo e inappropriato. Con te ho scoperto che è bello da sentirsi, che può essere veicolo di passione ? sì, mi hai accesa quel giorno, quando non la smettevi di ronzarmi intorno e di chiamarmi? Sorridi ora, non sono più una bambina, ma nel crescere ho portato con me la spensieratezza di quelle ore insieme, la sensazione che mai si sarebbero scostate le tue labbra dal mio corpo? Sbagliavo: il tempo ha portato via anche il tuo profumo dal mio fermaglio per capelli. Stanno lentamente scomparendo le tracce di te?
Ringrazio la tua presenza e mi accomiato, ormai stringendoti solo la mano.
Non esiste altro.

Ormai Scrittrice.

Insicurezza in nascente divenire

12 Maggio 2004 Commenti chiusi


10 maggio 2004 h. 18.38

Già nell’incoscienza dei primi passi di un bambino vediamo la dura legge del tempo. Impietoso, riversa i suoi scialli di lana sulle spalle del nonno e le appesantisce fino a piegarle alla vulnerabilità. Ma il bambino non conosce altra energia all’infuori della sua e non è disposto alla comprensione del nonno che gli siede accanto. No, lui trotterella allegro e non si cura delle fatiche chiuse nelle ossa e schiuse nei movimenti lenti a calcolati – la mente di un vecchio è sempre al di là del passo che vuole compiere -. Il nipote spinge il vecchio e l’incita a seguirlo, tra sassi e buche nascoste che l’anziano piede deve misurare sapientemente. Ma il bambino strilla e si divincola dalla mano nodosa, sprigiona tutta la violenta insensibilità di chi non riconosce dolore attorno. Il vecchio tenta di accontentare il piccolo e s’affretta il per parco, ma la sua è una comica corsa che oscilla avanti e indietro e fa dell’uomo un pendolo precario, sempre a rischio di perdere baricentro. Il nipote ride divertito, stringe ancora le dita e poi si abbatte contro le gambe del nonno per abbracciarlo. Quello vacilla e dal viso sparisce l’espressione attenta e impegnata; si vede il timore di cadere e d’infrangere le proprie sicurezze: cosa può significare essere caduti sotto il peso di un bambino, quando con un moschetto in mano non era mai inciampato una volta? Significa perdita di padronanza, significa insostanza nella sostanza stessa, significa umiliazione. Ma il vecchio non cade, barcolla soltanto, poi appoggia entrambe le mani sulle spalle del piccolo e si gode la fragilità delle giunture sotto i suoi grandi e ruvidi polpastrelli. E prova pietà per quel bambino che imparerà a sue spese l’insensibilità e comincerà a tramutarsi: sarà insicurezza in nascente divenire.

Anathea
Mi sollevai dal mare alla tua gioia

Ringrazio il bambino che sabato 8 maggio, verso le 17, sulla spiaggia di Arenzano m’è passato innanzi e mi ha permesso di riflettere.