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Archivio Aprile 2004

[Riflessione] – enigmatico equilibrio

30 Aprile 2004 2 commenti


Aveva messo in ordine l’ennesima porta, l’aveva chiusa con una chiave che teneva nascosta in un finto innaffiatoio. E s’era messo ad aspettare.
Aspettare che arrivasse lei, aprisse la porta, si gettasse nelle sue braccia senza pensare e piangesse. Solo in quel pianto, immotivata ragion d’essere donna, avrebbe affondato ancora le mani tra i suoi capelli.
Lui sarebbe stato vivo, lei avrebbe smesso di fingersi dietro stupidi archetipi.

L’attesa per lui continua. Non sa quanto starà su quella sedia a farsi intorpidire le natiche, non sa nemmeno se lei verrà.

Ma dentro brucia l’attesa. E si ferma ancora a giocare con un appendino del cappotto di lei: continua ad oscillare all’appendiabiti, mai supera l’equilibrio.

NoN So OrizzontarE IL PensierO

28 Aprile 2004 Commenti chiusi


Non so orizzontare il pensiero.
Tutto torna a te, all’errore,
alle parole che non leggerai,
alla dedica silente sulla pagina,
all’alfabeto del nostro sguardo.
Ballerò stanotte sui tacchi
con ostinazione sadica,
per tormentarmi ancora,
muta stolta fragile essenza
che ha sbiadito le idee,
commutato le sillabe.

L’uovo del pensiero

27 Aprile 2004 Commenti chiusi


E ti prego, sorridi,
dopo queste parole che ho rotto
su una scodella già sbrecciata.
Si spande l’albume dei versi
- giallo morto -
ma splende ancora il tuorlo,
– parole implumi – ,
colte nel palpitare vivo
di un discorso non partorito.

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Noi, pescatori – al mio amico Andrea -

26 Aprile 2004 1 commento


18 apr. ?04 h. 11.16
Un tuo segno di vita. Buongiorno, Andrea, è bello ritrovarti, potrei dire. E invece aspetto a risponderti, conscia della paura che ti invade al pensiero di essere oppresso. Vorrei solo dirti che mi stai aiutando. Sì, non essere incredulo! So che ti sembra di non aver fatto nulla per me, però basta questo nostro continuo allontanarci e riavvicinarci per illudere e disilludere. Da tempo mi piace questo gioco: inizialmente avevo pensato d?averti perso per sempre, poi ho capito che la tua presenza è evanescente, tu sei evanescente. Così devo apprezzare le tue soste nel lido della nostra amicizia, essere dubbiosa e cercarti nei tuoi momenti neri, abbracciarti e tacere quando piangi dentro e ti senti solo. È così, siamo noi: noi, fatti di incongruenze e contraddizioni, ma troppo affini e affrezionati per sparire davvero. Noi peschiamo su due rive diverse, ma, quando la corrente è forte, le nostre lenze si incrociano e ci obbligano a carpirci gli sguardi. Allora chiudiamo un occhio contro il riflesso del sole, alziamo il cappello e parte un sorriso. Chissà se, a furia di pescare, cadrò nel fiume e accorrerai a salvarmi.

[La Bellezza] – bianco e nero fanno grigio

24 Aprile 2004 2 commenti


Guardati attorno e sbadiglia lentamente: siamo in un vortice di grigi senza nome: se urli nero, allora i bianchi piangono la tua ipocrisia ed affermano che non puoi pensarla così, non puoi pensare nero, quando in realtà il mondo sorride, compiacendosi per la sua stessa bellezza.

Non c’è bellezza, lei è sfuggita al fondo di un pozzo nero e scuro, vi s’è nascosta con pochi ricordi di tempi migliori, avvolta in una coperta. Ma trema, trema: la bellezza guarda uno scarabocchio che chiamano capolavoro, ricorda la bell’arte e trema ancora.
E non la invidio, povera cara: l’inseguo da anni, la guardo specchiarsi in qualche momento fuggitivo, quando l’astinenza di aria le impone una breve risalita alla terra. Allora la bellezza si veste a testa, annoda i capelli in un foulard anni ’60 e prova a commuovere con gli occhi umidi di un bambino, preso dalla tensione della prima comunione.
Esiste però l’angolo della strada, dove la bellezza si perde e lascia lunghi pornoshop a sbattersi l’aria circostante con il loro odore di sesso malriuscito. La bellezza, se li incontra, scuote il capo e si volta, sconvolta dai manifesti nudi dove i genitali sono coperti solo da freccine luminose. Sembra Las Vegas, sembre Las Vegas… Per associazione alla luce, la bellezza pensa all’albero e alle luci del Natale e piange. Piange prima di scendere in metropolitana e vedere l’ennesimo scippo alla trentaduesima fermata: un uomo – ha denti sbrecciati e alito stordente – afferra una borsa di Vuitton e la apre, manco fosse cibo. La bellezza non sa che nella grettezza degli spiccioli sta racchiusa la promessa di cibo che verrà dato al barbone, ma solo dalla panettiera in via Raimondi, perchè gli altri storcono il naso, nel vedere entrare un uomo che ha bisogno di rattoppi.
La bellezza scompiglia i capelli e guarda gli occhi, prima fulgenti, rilucere di una tristezza sconosciuta. Sta già pensando di rientrare nel proprio pozzo, chiudersi nel buio dell’astensione e non guardare il mondo nero, perchè insopportabile anche alla luce della ragione. E’ in quel momento che attraversa la strada trafficata un cucciolo di cane: non è di razza, corre goffamente da una parte all’altra sul marciapiede. Nell’espressione ha la bellezza dell’imperfezione, ciò che la bellezza impomatata non conosce ancora. Ammira il piccolo cane che si dimena e scodinzola: che l’abbia riconosciuta?! Attorno, nessun altro sembra aver notato la scena, tranne un bambino che sta pregando la mamma di lasciarlo accarezzare il cagnolino. Allora la bellezza comprende che forse può provare a restare, a chiudersi davanti ai cartelloni pornografici, davanti alle truffe e alla povertà. Può farlo, glielo promettono gli occhi del cucciolo e le illusioni del bambino che ha davanti.
Continua la strada, avvinta da una nuova sicurezza: camminerà, lo farà a testa alta, apprezzerà ancora una volta i maestri della vecchia epoca rinascimentale nei musei, ma è tempo di cambiamento, di tingere di un po’ di grigio questo nero attorno. Le sembra facile, con quel cucciolo bianco e nero che la segue, perchè il cane si fida della sua azione e tende il capo al suono della sua voce. Resisterà allora, farà strada nel nero e inizierà a guardare i gesti bianchi, che inizieranno a lampeggiare della luce riflessa di una bontà prima sconosciuta.
E la bellezza si illuderà ancora, perchè deve farlo, perchè solo nella sua illusione l’umanità troverà l’illusione della speranza, l’illusione dell’amore, l’illusione del piacere. Tutto sarà allora tinto di grigio, la bellezza si compiacerà della propria opera, fino al prossimo stupro, fino al rigurgito dei cassonetti, fino al nero di un ferito in strada che, al limite della vita, domanderà perdono per aver troppo amato.

Un fiore è nato dalle tue parole.

24 Aprile 2004 1 commento


Un fiore è nato dalle tue parole.
Di pesco aveva i petali,
di vero profumavano le vocali,
bianche le speranze in corolla.
E’ nato bello,
spezzava il ramo dell’amaro,
i pistilli svettavano nel cielo,
i sepali erano umili forze.
E’ nato bello,
guardiamolo sorridere
il meriggio.

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Dal pullman – un giorno per fare l’amore

22 Aprile 2004 2 commenti


16 apr. ?04 h. 16.48

Oggi è una giornata da fare l?amore e farlo finchè non si è stanchi e ci si addormenta. Fare l?amore con la riscoperta e la curiosità del primo bacio. Con la sorpresa e l?aspettativa della prima telefonata. Lo pensavo tornando in pullman: sarebbe bello stare vicino a quel finestrino stranamente pulito e guardare tutto il grigio. Assorbirlo lentamente, con il timore di tingersi della sua stessa apatia. E, invece, poi staccarsi dal vetro, specchiarsi passando accanto alle risaie e sorridere alla propria immagine. Si potrebbe sentirsi belli e sani, per provare a sistemarsi i capelli con la voluttà di un ciuffo che ricade sull?occhio. Poi apprezzare la visione velata tra un capello e l?altro, un piccolo sipario personale che scende sullo sguardo. Mi nasconderei volentieri dietro una simile cortina, se avessi in me la consapevolezza che, in questa giornata da farci l?amore, stessi per rivedere lui. Allora non potrei trattenere un sorriso spontaneo, mi abbraccerei il corpo con la dolcezza di cui è amato ed attenderei con piacere la fine del viaggio. In attesa di un suo sguardo, mi prefigurerei il resto della nostra giornata ed aspetterei, aspetterei ancora la mia fermata. Chiunque, vedendomi, resterebbe piacevolmente sorpretso dalla espressione intensa dello sguardo, lo sguardo di chi sa che oggi è una giornata da fare l?amore e farlo finchè nel grigio non si inizino a vedere sfumature d?azzurro.

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Le fondamenta resisteranno

22 Aprile 2004 1 commento


15 apr. ?04 h. 17.25

A volte la gente è strana. Basta il loro sarcasmo per spezzare un equilibrio e tornare ad essere permalosi. Scatta allora, in un piccolo e sottile anfratto, il desiderio di affermare se stessi, la propria dignità e il diritto di ergersi, fieri della propria costruzione. In questi diciotto anni ho costruito una struttura solida, sotto un corpo ed una pelle piacente: so che sto resistendo agli urti. Qualche ematoma qua e là, qualche sforzo per bucare un muro ed aprire nuove finestre, ma nessun cedimento dalle fondamenta. Solo ora, questo spiacevole incontro sta rallentando i lavori di costruzione: sono forse i progetti ad oscillare nel vento del dubbio? Semplicemente l?incontro ha denudato una parete ancora in restauro e le impalcature non coprono più l?intonaco scrostato. Lì, le imposte aperte urtano e si schiantano contro un muro di ricordi.

Al pubblico e a me stessa – forse dovrei tacere -

18 Aprile 2004 4 commenti


Sto scrivendo troppo e questa cosa m’atterrisce. Mai prima d’ora avevo pensato che potessi riuscire a saturarmi con i miei scritti, ma adesso mi fermo, guardo l’assenza di commenti e mi dico che dovrei smettere. Non sono nessuno, non ho nessuno, e forse quest’assenza atroce crea vuoto anche in chi mi legge. Oppure la metà di coloro che attraversano i miei scritti, per caso o consapevolmente, crede che siano frutto di una manifestazione letteraria, di un gioco adolescenziale in cui cerco di mettere in mostra ciò che so fare. E, credo davvero, che sia ben poco.
E allora, avanti, Gloria, smettila di riempire e imbrattare pagine bianche, chiudi i tuoi pensieri ancora, e ancora. Non li racconti, perchè non sono pensieri che si adattano bene alle parole quotidiane, sono troppo contorti e a volte evocativi per passare nella velocità delle parole. Qui, invece, su un foglio di carta, riesco a vedere e rimodellare il pensiero, plasmarlo lentamente e poi con la vorticosità di un flusso di coscienza che si muove e non conosce il punto di arrivo.
Adesso, davvero, non conosco il punto di arrivo. Magari arriverò semplicemente ad affermare la legittimità del mio scrivere, oppure riconoscerò l’inutilità delle parole, dei pensieri che condividiamo in due o tre aspiranti scrittori. E basta. Gli altri guarderanno il mio scritto come una ricerca di pubblico, oppure scuoteranno la testa, perchè ho troppa strada da fare e probabilmente è troppo difficile affrontare questa ennesima prova per me.
Ma ora basta. Non sono debole, non lo sono mai stata. Mi guarderò attorno, tra i milioni di pagine altrui, mi ergerò lettrice e modesto giudice. Poi, quasi per dispetto alle mie stesse promesse, abbasserò il capo su un foglio, infittirò la grafia e lascerò altri veloci segni a decidere il mio pensiero.

Caffè — un piacere peccaminoso con te —-

17 Aprile 2004 1 commento


Avevo sfiorato il suo sguardo dietro una tazza di caffè. Il caffè fumava appena sotto le mie labbra rossissime e, di tanto in tanto, mi appannava la vista con quella sua pretesa di inebriarmi.

Al di là del tavolo stava lui: potevo sentirne i brividi che lo muovevano piano, il suo piede che strisciava lentamente e andava a trovare il mio. Non so per quale motivo, ma spesso le ipocrisie tradizionali mi fanno arrivare ad uno strano senso di odio, per cui desidero chi ne fa uso, desidero disperatamente far mio chi ne fa uso e vedere se, sotto tutte le convenzioni, esiste una realtà o c?è solo vuoto. Quella notte il caffè fumava, i miei occhi lanciavano messaggi intermittenti, perché volevo avvicinarlo ad impazzire, crescere l?attesa. Inframezzavo i nostri sguardi sopra il caffè con chiacchiere di poco conto con gli amici, di fianco. Poi tornavo a farmi intensa, il respiro sembrava fermarsi e moriva in fretta il sorriso con cui avevo accolto le parole stupide di Roberto. Roberto ci provava disperatamente con me, riempiva continuamente il bicchiere di vino bianco e si comportava come un someiller con la speranza di far breccia.

Inutile, perché ormai il tuo piede aveva raggiunto le mie gambe e già carezzava le caviglie? Prima lentamente, poi più velocemente, per richiamare la mia attenzione e far sì che bevessi questo caffè. Non poteva freddarsi, non quella sera? Sorseggiavo piano, improvvisamente conscia di ogni mio movimento, di ogni mia sensuale occhiata verso te.

Il mio sguardo ti spegneva ogni tentativo di sorrisi. Così, fallo ancora? Bevevi anche tu, e ormai non rispondevi nemmeno alle battute di Mattia. Non esisteva tempo, non poteva essere altro. Io e te, schiusi nel profumo del caffè, volevamo sentire i nostri sapori, avvicinarci e provare a vedere quanto saremmo stati vicini. Io e te? Nascosti sotto una tovaglia di fiandra? Ti avrei voluto, lì sotto, con me, a sporcarci i vestiti eleganti e a ridere delle calze smagliate di Silvia, a tacere per la mia schiena nuda contro le tue mani. Dicevi che ti piaceva il mio top: seducente? Così ?nudo?. E a me piaceva la tua camicia, ancora di più quando ho aperto i primi bottoni, ho intravisto il tuo torace. Ti avrei nascosto, volentieri? Avremmo vissuto l?ipocrisia di essere andati a vedere fuori il tramonto, quando in realtà la notte era calata da un pezzo.

Sì, ci saremmo celati nella notte per provare a trovare conferme. Conferme mie, conferme tue. Conferme nella muta ripetizione di ansiti seducenti. Attorno una canzone suonava, una canzone d?altri finti tempi, ?If you were mine? e il suo grande Billy Holiday. Ti giravo attorno, canticchiandone il motivo. Poi un passo verso te, la tua mano attorno al mio polso e quella stretta attorno alla schiena: vieni da me, vieni da me? Ho passato una mano tra i capelli per allontanarli dai tuoi occhi. Impazzivi, impazzivi? E io t?assecondavo, in questo gioco di seduzione in cui non sapevo se essere vittima o seduttrice. Ho chiuso i pensieri sulla tua bocca, ho appagato i sensi e voracemente mi hai morso un labbro. Il mio sguardo era interrogativo: dove sei? Cosa ti stai chiedendo? Il sapore della tua bocca, le labbra sul mio collo?

Conservo con gelosia un retrogusto amaro del nostro primo bacio.

Era caffè, caffè.

E da che tempo è tempo, caffè è stato un piacere peccaminoso, nascosto dietro l?ipocrisie della società benpensante che vi vedeva solo una bevanda.