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Archivio Marzo 2004

Piacere Orgiastico – in onore di Moulin Rouge -

30 Marzo 2004 3 commenti


Allungati attorno a me,
corpi e feretri bagnati.
Era notte coperta e sudata,
senz’amore di pretesa,
senza fedi strette al dito,
senz’ideali da forzare,
senza sogni di rimando.
Solo mani allungate nel corpo
e pensieri reclinati oltre il collo,
schiusi tra gemiti sconosciuti
di piacere orgiastico.

In onore di una poesia che ho recentemente letto – Immagine tratta da “Moulin Rouge”.

"Fallen" e la mia prosa

30 Marzo 2004 Commenti chiusi


“We all begin with good intent Love was raw and young We believed that we could change ourselves THe past could be undone But we carry on our backs the burden Time always reveals The lonely light of morning The wound that would not heal It’s the bitter taste of losing everything That I have held so dear. I’ve fallen… I have sunk so low I have messed up Better I should know So don’t come round here And tell me I told you so…”

from “Fallen” by Sarah McLachlan

Cominciai a camminare e poi a correre su lunghe scale di marmo – fredde e buie -, senza corridoi che lasciassero riposare le mie gambe stanche. La strada sembrava solo un insieme confuso di gradini da salire senza tregua, perchè se cercavo di fermarmi un attimo, subito una musica seducente richiamava i sensi e mi imponeva di continuare, promettendomi una immeritata illusione, un dono assoluto da stringere. Così, benchè conscia della inutilità della mia fretta, aumentavo il passo e mi ritrovavo su una nuova scala, stavolta in discesa: gradini neri che sprofondavano in un nero ancor più nero di loro. E allora giù, nell’ignoto che mi allontanava ancora una volta da quella musica stupida che era la nostra canzone. Continuava l’assurda scalata, quando, assetata e allo stremo delle forze, iniziai a domandare di un poco d’acqua dalle tue labbra per trovare conferma. Ma non ebbi risposta: soltanto la musica, martellante e insieme ripetitiva, a ricordarmi che avrei avuto un premio alla fine di quella fatica.
Ancora e ancora… Gradini senza fine, lentamente assunsero forme nuove, facendosi sempre più sdrucciolevoli in discesa ed impari in salita. Non avevo più fiato, ma dovevo per forza continuare, perchè anche dietro di me c’erano gradini e non avrei potuto consolarmi, tornando indietro. Era una strada a senso unico dunque? Provai a cercare finestre, ma il mio percorso in te escludeva qualsiasi possibilità di uscita. Accarezzai allora una parete con il tutto il palmo della mano: erano forti mattoni, freddi e grigi… Quando mi avresti fatta arrivare a te, in questo viaggio verso l’inconoscibile?
Stavo pensando a questo, quando il piede scivolò dal gradino e mi trovai a scivolare. Giù, poi sempre più giù: feci in tempo a pensare all’impatto sulla nuda e dura pietra, alle mie ossa sfracellate su un pavimento sconosciuto, al sangue tutt’attorno. No, il nero in cui stavo cadendo lentamente si tramutava in una lontana fessura di luce che sembrava chiamarmi a sè per forza di gravità. Intanto, la musica seducente veniva trasudata da tutte le pareti attorno, inconsistente come un vento primaverile ed inevitabile come l’aria. Piansi lacrime di ignoranza durante il mio volo senza nome, poi piansi la rabbia di non aver superato i miei limiti, neanche questa volta. Infine, quasi allo stremo del piangere, mi tenni dentro tutto il dolore che mi divorava le viscere per non averti visto e toccato, almeno un’altra volta.
Intanto, la luce si avvicinò sempre più – o forse fui io ad avvicinarmi a lei – e, non appena la raggiunsi, fui partorita ad una nuvoa esistenza, dove il dolore il primo pianto alludeva alla tua assenza e le mie braccia che si dibattevano erano un’inutile tentativo di provare a volare, anche senza amore.

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Ho visto momenti

29 Marzo 2004 3 commenti


Ho visto momenti che tacevano, tacevano con l’ostinazione di chi ha visto troppo e non sa parlare.
Ho visto momenti che urlavano, si guardavano risplendere di felicità, e volevano gridare al mondo, gioire col mondo.
Ho visto momenti che piangevano, perchè nella loro natura perlacea nascondevano risvolti sconosciuti e misteriosi e ne avevano paura.
Ho visto momenti che rivendicavano un domani, perchè troppo brevi, fugaci e illusori.
E poi
ho visto momenti che erano porte aperte sul futuro, strade sgomberate prima di una intera rivolta di sentimenti, dove nessun’emozione nuova si azzardava a mettere un piede sulle strisce. Perchè attraversare quella strada sgombra di tutti gli altri momenti avrebbe provocato un dolore, un dubbio, e avrebbe frenato la passione del vuoto.
Ho visto momenti che volevano sentirsi luce, annebbiarsi la vista e tornare a riplendere, ma non erano altro che stupida luminosità riflessa da una luce più grande, lontana e lampeggiante.
Ho visto momenti che credevano di prolungarsi e diventare periodi, e poi mesi, e poi anni, e poi eterni, ma sempre cadevano schiacciati dall’orologio del tempo.
Ho visto momenti che sferragliavano nella memoria con un loro tran tran sempre uguale, un treno vorace di carbone che richiede troppe risorse per alimentarli.
Ho visto momenti che passavano, veloci e inesistenti toccavano la mano con avidità e domandavano perdono per essere solo di passaggio.
Ho visto momenti che fermavano a stento la voce prima di sfracellarsi nell’insieme della quotidianità.
Ho visto momenti di silenzio, preziosi e delicati, accarezzavano la vita e sospettavano l’inesprimibile.

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Ascolterò

29 Marzo 2004 1 commento


Quando non saprò più dire,
riprenderò l’udito,
pulirò le anse scure e inusitate,
ne aprirò l’azione per scoprirlo.
Oltre il muro dell’incomprensione,
aprirò una nuova strada al silenzio
e saprò finalmente Ascoltare.

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Ho deciso che sarò…

28 Marzo 2004 2 commenti


Sarò… Ho deciso che stanotte sarò quella che non hai mai osato vedere dietro me stessa. Io, gentile ai tuoi occhi, posata e riservata, quasi vergognosa quando mi appoggiavi una mano sul ventre e mi guardavi. Lì già vedevi il mio sguardo desideroso affrettarsi a raggiungere i tuoi occhi, per posarvi dentro una promessa muta e logora di secoli: la stessa promessa che univa Paolo e Francesca, la stessa lussuriosa ambiguità che avvicinava Gertrude a Egidio… Perchè io ero per te un piccolo mistero da scoprire. … E ormai non resta più nulla di quella scoperta, niente… Probabilmente ho solo ricoperto per un certo tempo una parentesi della tua voluttà. E sono stata poi accantonata, quando la diversità è diventa abitudine.

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Da "Femme fatale": ti scrivo come sarà

28 Marzo 2004 Commenti chiusi


Al tavolo dello stesso bar, come allora, come sempre… Mi guarderai e cercherai di carpire un mio sentimento, al di là degli occhiali da sole neri. Spiacente, ho deciso di continuare da sola questa sigaretta: contrarrò di nuovo le labbra sul filtro, ne aspirerò l’aspro sapore e mi lascerò pervadere dalla intensità di questa sensazione, l’unica che sembrerà allontanarmi dalla realtà. Una realtà che vedrà me e te al tavolo dello stesso bar, come allora… Tu non capirai cosa mi adombrerà un momento lo sguardo e domanderai come va avanti la mia vita. “Bene, bene” – risponderò in una nuvoletta di fumo, mentre sistemo la sciarpa di seta al collo. Sarò una donna di successo, quindi come potrei negare che tutto mi vada bene? Ma in quel bene starà sotteso un appagamento che in realtà non conosco e che sarà continuamente rivelato dall’ansietà che scuote il mio torace, visibile dall’ampia scollatura della giacca di Armani. Inconscio del turbamento che mi pervadrà, darai intorno un’occhiata, con quel tuo particolare modo di stringere le palpebre sulla pupilla che tanto mi piaceva.
“Per favore, parlami: sono anni che non ci vediamo e non trovi parola?”. Avrò tante parole a dire il vero, ma non saprò quale scegliere, per te che mi conosci nonostante questi vestiti addosso. Con la paura di essere riconosciuta e rivelata completamente trasparente sotto la lente inquisitrice delle tue parole e dei tuoi occhi, che sembreranno spogliarmi di nuovo e cercare di conoscere le novità del mio corpo, le trasformazioni che la pelle ha assunto sotto i baci di altre bocche, sotto le carezze di altre mani. Un brivido scuoterà la mia sicurezza e, sola con la mia sigaretta, sarò privata della vanità che mi spinge ogni settimana dall’estetista.
Tu sarai ancora una volta il mio giudice allora? Colui che deciderà se sarò degna di portare con me il segno della bellezza oppure accontentarmi della mediocrità? Mi tremerà un labbro mentre dichiarerò di essere felice e tu ricorderai prontamente che “la felicità non esite, è solo un attimo in cui tocchi un altro corpo e lo senti tuo”. Erano state mie parole, quella notte in macchina, quando ti ho trovato nudo lontano da me e tutto m’è apparso naturale prosecuzione della mia pelle – tu eri parte di me, e dovevamo tornare ad essere Uno -. Ma ormai, cosa potrai mai essere e rappresentare? Sei stato un piccolo dio a questi miei occhi scuri: un dio che non ha saputo far altro che illudere e poi essere tiranno.
Allora, conscia dell’assenza di altre possibilità, guarderò i tuoi occhi e farò l’amore con la luce delle tue pupille nere, annegherò nel loro abbraccio possessivo e mi denuderò ancora una volta nel pensiero nostro. Io e te uniti, ancora… E ancora… Non oserò parlarti dei miei pensieri, ma saprò che saranno anche i tuoi. Ormai sarò una donna adulta, ben lontana dalla tua pretesa di essermi guida: vorrei insegnarti nuovi abbracci, provare nuove carezze, osare ancora una volta. Ma è tardi: un appuntamento di lavoro mi imporrà di bere velocemente il cappuccino quasi raffreddato, ti stringerò la mano e ti raccomanderò di stare bene. In quel mio breve e quasi timido augurio saranno rinchiuse le due parole che, anni prima, non osai pronunciare.

Sulla via senza ritorno

28 Marzo 2004 Commenti chiusi


Sulla via senza ritorno,
rotta dal vento di gennaio,
spazzerò la polvere passata
per riscoprire fango e sassi
addormentati dall’inverno.
Sulla via senza ritorno
li desterò a primavera,
loro sembreranno rinascita,
ma ripenserò distratta
che lontana son più.

28 marzo

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Pensiero dalla scrivania

19 Marzo 2004 1 commento


16 febbr. ?04 h. 19.00
Sono sulla stessa scrivania dove scrivevo il mio primo diario. Nella stessa stanza, forse alla stessa ora, ma sicuramente con una luce diversa ? le lampadine bruciano troppo velocemente -. O meglio, dovrei dire che solo la penombra è diversa, perché mi faccio buio come sempre con le spalle, coi capelli arruffati e con la penna che si muove ritmicamente sul foglio. Le spalle sono più grandi, i capelli più arruffati.
Dimenticavo: San Valentino è passato quasi indenne? Ho mandato una rosa bianca. Ed è stata ricevuta.
Stop _

Eppure ti affermo – nella tua negazione

19 Marzo 2004 3 commenti


13 febbr. ?04 h. 17.27
Ho detto basta, non ce la faccio più. Ma nella tua negazione ti sto pur sempre affermando. Attenzione, devo fare attenzione a non perdere la slitta ? l?unica che dall?Alaska mi possa togliere dai ghiacci. Io non posso evitarti, nemmeno nella speranza. Rimpiango una mia piccola mancanza: volevo sdraiarmi con te, farti annegare tra i miei capelli mentre ti affondavo la testa nell?incavo della spalla. L?incavo della tua spalla mi contiene bene, mentre mi abbracci e percorri la spina dorsale con un dito, quasi timoroso di te. Lì? Volevo una grotta di ghiaccio dove non sentire nemmeno me stessa. Avrei voluto dirti che mi stavo innamorando, forse. E non mi sarei sentita stupida o banale nel dirtelo, perché la grotta non avrebbe fatto sentire la voce mutata dalla tua presenza.

Loro – storia d’orgoglio

18 Marzo 2004 1 commento


Il Tempo ci è vicino-lontano

Il Tempo ci è uno spazio frastagliato

Il Tempo ci separa

Il Tempo ci stringe

Il Tempo ci è, guarda, stazione

Il Tempo ci è treno

Nella sala nera brillava in lontananza una lampada a neon, rossa, che spargeva in onde successive riverberi sugli acidi nella baccinella. Gli occhi fan male, pensa Dan. E non dovrebbero, cazzo se non dovrebbero! Ma tutto sembra ribellarsi, mentre le mani si destreggiano tra un liquido e l?altro, sollevando con le pinzette nuove pellicole fotografiche, ormai impressionate. Così è stato tra loro, una pellicola che per lui s?è impressionata troppo presto, perché l?acido ha troppo in fretta tracciato quei contorni. Dan sorseggia un whiskey mentre aspetta che il processo di sviluppo sia terminato, e il liquido ambrato contro la luce rossa assume fattezze seducenti, più seducenti ad ogni sorso. Questo è il suo quarto bicchiere, e solo ora iniziano a farsi strada pensieri meno lucidi: Dan conosce il contenuto delle foto che adesso sono a poca distanza da lui e si stanno formando, chiaroscuro su chiaroscuro. Sono foto scandalo, frutto di un passato che Dan desidera archiviare e stavolta vuole farlo davvero, nascondere la propria privacy in un book, da far sfogliare ai nuovi clienti. Così anche lei, la sua modella preferita, lei, dalla pelle spessa e chiara, così drammaticamente terrena da far male a vederla. No, lei non finirà su un muro o come poster, sarà semplicemente archiviata, chiusa in un book dalla copertina rilegata.

Amore, amore? Sussurra Dan nel carezzare la foto che ormai è asciugata. È sempre una nuova scoperta appoggiare le dita sulla pellicola non ancora impressionata e allungare i propri polpastrelli sull?immagine, sformandone i contorni per poi sfumarli piano. Dan si sente creatore, egoista fautore della esistenza o meno della foto di Janet. Ma stavolta, come mille altre, non riesce a gettare quelle foto, a rimuovere per sempre l?ultima traccia concreta di quelle lunghe gambe che ancora ricorda allacciate ai suoi fianchi. No, deve bere, cancellare e rimuovere ancora? Un altro sorso di whisky scende nella gola arida e Dan maledice quel giorno di pioggia in cui ha incontrato di nuovo Darla, l?ha riaccompagnata in questo stesso studio e lì, senza curarsi di chiudere la porta, l?ha baciata. E come in ogni film che si rispetti, Janet se n?è andata dalla sua vita, delusa di quell?uomo che s?è dimostrato fallimento. Forse anche Janet cerca adesso di distillare il dolore che impedisce ad entrambi di dormire.

Dan la vorrebbe chiamare.

Janet lo vorrebbe chiamare.

Senza impegno, solo per sentire la sua voce, sentire se sta bene e poi se il passato ancora morde. Poi sarebbe scappato un sorriso. E avrebbero riattaccato.

Dan riguarda la foto e pensa che vorrebbe proprio telefonarle. Ma non esiste, lui ha sbagliato, è stato poi respinto per due mesi interi.

E Janet vorrebbe, vorrebbe ma non ha il coraggio di abbassare l?orgoglio e chiamare lei. Dan deve pagare.

La città, sotto quella stessa luce artificiale, continuerà a illuminare la notte. Dan resterà con una foto in mano ? la foto di Janet ? a cercare un modo convincente per archiviarla. Janet guarderà per un?ultima volta il display del cellulare, lo rimetterà in borsetta e scuoterà la testa.

Lo stesso orgoglio. La stessa fine.

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