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Archivio Gennaio 2004

Il piacere del messaggio – quando ti volevo… – a Luca

31 Gennaio 2004 Commenti chiusi


Ancora, ancora? Ho sentito in un messaggio tutto il piacere che provavi nello schiacciare quei tasti pensando a me. Ho visto le tue mani, un po? secche per il freddo, con le dita lunghe, piegarsi sul piccolo display. Poi ho sentito come avvicinavi il telefono al tuo viso, come sentivi tue quelle parole che mi avevi dedicato, anche se avresti desiderato gettarti in un tunnel di ben altre lunghezze per non uscirvi, se non con me al tuo fianco. Immagino che ti saresti immediatamente disfatto delle armi quotidiane di cui noi tutti facciamo uso: avresti lasciato i vestiti a inumidirsi nella torba, le chiavi di casa,inutili gingilli, le avresti gettate nell?acqua. Poi, nel buio, mentre mi guardavi, ho sentito le tue labbra così impudiche sulla mia spalla; e ho finalmente potuto capire cosa significava quella tua frase: ?Voglio starti accanto e amarti?. Sì, amarmi? Nessuno si sarebbe mai accorto del nostro quadro d?autore, calato negli abissi della terra. Sapeva di clima violento, primordiale, una grotta nascosta che nessun locus amoenus avrebbe potuto equiparare. Non c?erano frasche, mancavano i fiori e il fiume, ma c?era la terra. E noi, esseri così attaccati a ciò che è terreno, sappiamo come apprezzare i doni che la natura c?offre. Sento un fremito assalirmi, non ci sono che liane polverose a proteggere il nostro antro e mi piace nascondermi tra esse, quando il primo tuono irrompe su di noi. Solo un fulmine illumina ad un tratto i tuoi occhi, così celati dal buio: non vuoi mostrare le lacrime che la felicità di potermi tenere tra le braccia. Non temere: tu per me sei uomo anche se piangi, soprattutto se piangi, se ti aggrappi a queste mie spalle come ora, se cadi in ginocchio e mi domandi con voce roca di svegliarti. Non è un sogno, tesoro mio, sono qui con te e mentre appoggi le labbra vicino al mio ombelico, il mio piccolo cuore sembra lacerarmi il petto e venire a te. Non voglio insozzare questi miei pensieri con il pensiero del dopo, di ciò che potrai dire per eliminare da me la certezza che presto potrò parlare di noi. Già ne parlavo, prima ancora di incontrarti, di assaporarti? Di sera, prima di dormire, pensavo a te e immediatamente usavo verbi al plurale. Vorrei solo esser certa che il mio desiderarti possa essere trasformato nel nostro desiderarci.

A proposito di Antonio – senza rancore, ma vecchi bandoli -

31 Gennaio 2004 Commenti chiusi


Perché? Voglio sapere il perché tu, dal tuo illibato balcone pieno di un sole ottenuto non so a che prezzo, stai cercando di minare le mie uniche sicurezze. Ho te, ho sempre pensato per tutto questo tempo che il tuo desiderio di fare l?amore non fosse motivato solo dal tentativo di amare. E non è così, non è vero? Tu vuoi usarmi, per questo tempo mi hai imbrogliata con i tuoi discorsi imburrati su fette biscottate che erano già stantie prima di cominciare a stendervi il coltello, ma non me ne sono accorta. Sento che in ogni mia parola è racchiusa la stizza di chi non può e non vuole ascoltare, sto riversando sui tuoi panni gelidi di opportunismo le angosce mie, trattenute da troppo. Prima i sospetti, ora le certezze: non posso frenare le illazioni di saperti ad accarezzare una donna vera e non un prototipo malriuscito di essere femminile. Io non mi ritengo tale, non posso, ma sono convinta di non essere altro ai tuoi occhi. Ciononostante, per così tanto tempo, ti sei servito del mio cuore, l?hai cinto di quelle spine e di quei rovi che avrebbero potuto stordirmi, povera inconsapevole! Non sapevi che mentre scottavo di febbre per te, un barlume di lucidità mi ha impedito di continuare a bruciare e mi sono fermata. Ho ascoltato la notte, ho schiacciato palmo contro palmo le mie mani fredde e ho ricevuto la verità in dono, senza niente in cambio: sono comunque me stessa, che tu mi voglia o meno. Sono me stessa senza un piccolo calzino da tessere per il futuro, senza un petalo di rosa rossa da passare alle labbra di qualcun altro, ma la mia natura non può essere messa in dubbio da nessuno. Specialmente da te. Ci sono frasi che per un certo periodo ho sperato di udire e immagini che davanti ai miei pensieri sono sfrecciate veloci: volevo sentirti mio, nel vero significato del termine. Essere crudele, carnale, violenta, picchiare la tua pelle per poi riconoscere il segno delle mie dita su te, per poi piangere, disperarmi e sapere che mi avresti capita. Sono squallida e me ne accorgo solamente ora. Lo so, lo sono, non mi pento, né mi crogiolo nella mia identità, semplicemente irrompo davanti a questo specchio e mi dico che sono pur sempre me stessa.
Ho cercato l?ispirazione in te ed ecco cosa mi sono trovata ad ottenere: un cuscino sparso per la camera, occhiaie da nottambula e parole sbrindellate sulla lingua.

da un innamorato: la mia donna di Schiele

28 Gennaio 2004 1 commento


Quando la smetterai di fingerti addosso? Non ti rendi conto che niente ha senso, che tu non hai senso? Devi smetterla di appendere con ostinazione quei quadri di Rossetti o quegli angeli di Raffaello: non ti accorgi che l?uomo non è mai divino, come vuole invece apparire in quelle tele? Non ha solo bianche braccia come le tue, né si trucca di rosso le guance, fingendo di arrossire: quel tempo è andato, se mai c?è realmente stato. Perché anche nel passato, quando mi immagino una damina del Settecento con le guance imporporate, non la vedo vergognosa, ma dietro a quel rossore artificioso ci sono gote bianchissime, del tutto sfrontate davanti ad una proposta oscena. Oscena, sì, per l?epoca. Ma oscena anche adesso? Ammetti te stessa, appendi una stampa di Schiele e guarda quei corpi intrecciati ?senza pudore, perché non può esserci; senza romanticheria, perché è solo corpo -. Anche tu, per quanto ti fingi razionale, ti fermi a guardare un disegno di Schiele, ti domandi come il pittore abbia avuto una perfezione quasi scientifica nel ritrarre il letto, le gambe, l?amore. E rifletti: forse non è per niente amore, è solo sesso, tra due sconosciuti che nemmeno conoscono l?una le lenzuole dell?altro, ma si trovano su quelle lenzuola di un motel. Lenzuola gialline, che provocherebbero sdegno e un po? di ribrezzo, se non vi fossero quei corpi, con il loro contrasto di colore che non capisci se accostare bianco-marrone, o marrone-bianco. Perché cambia tutto, vedi?! Cambia, perché non capisci chi domina e chi è dominato, non riconosci i volti, ma quasi li senti simili a te, su un letto come il tuo, con una voglia come la tua. Non voglio parlarti come un adulatore dell?edonismo, bambina, ma devi anche comprendere che non sei solo ragione: sotto la pelle, forse, chissà, potresti esserlo, però non sopra, dove il minimo vento ti agita e ti raffredda. Guardati allo specchio: lì riflessa non c?è una mente, ma c?è un corpo, che sembra volersi mostrare come una donna di Schiele: nuda, senza ritegno, senza vergogna, conscia dei propri difetti e amante delle proprie unicità. Lì, io voglio che tu sia la mia donna di Schiele, che tu sia ?La donna dai capelli neri?, ma anche ?Torso nudo inginocchiato?, voglio che tu ti scomponga quanto desideri, che ti rimiri sconvolta e senza dignità, dai un calcio all?orgoglio. Domandami di chiudere questa porta, e mi distrarrò con te, a un passo da diventare l?uomo de ?L?abbraccio?.

28 genn. 2004

Il mio nome – pennarello nero, su libro patinato, retrocopertina

28 Gennaio 2004 Commenti chiusi


Libri pieni di me, prima che scenda il tempo e annebbi le pagine, rendendole mute consigliere di un passato che ?fu? e non gli è concesso di rivestirsi bambino, chiuso tra balze di tutù giovane e pronto a spiccare un salto al di là della stessa passione. Guardo il mio nome scritto dalla tua penna, senza fretta, contando le lettere che lo formano e cercando nella rotondità delle lettere qualcosa che rimandi all?immagine del mio corpo. Lì, sull?ultima pagina, ancora leggo il mio nome, stavolta scarabocchiato, un urlo di matita lasciato sulla patina bianca, con la speranza di un?apparizione veloce che rompa la disperazione della lontananza e sollevi i sogni alla realtà. Ancora pagine, piene del mio nome, delle mie lettere? Guardo il mio nome, vicino alla tua mano? E tutto sembra da scrivere.
13 dic. 03

Limpide onde di seta – amore in bottiglia, mar Mediterraneo 2001

28 Gennaio 2004 Commenti chiusi


Limpide onde di seta
Scivolano
sopra le nostre gambe intrecciate
Sopra i nostri baci convulsi
Sopra le nostre mani smaniose
Sopra i nostri pensieri oscurati
Sopra le nostre paure sventate
Scivolano.

Flebili sussurri
riecheggiano
Sulle nostre labbra rosse
sui nostri ricordi futuri
sui fiori appassiti dal tempo
sui vestiti spiegati
sulle lampade appena accennate
riecheggiano.

Immemori un uomo e una donna
Amano
Nelle palpebre appena socchiuse
Nei respiri ancora confusi
Nei capelli sparsi a raggiera
Nei sorrisi reali e sinceri
Nei rimpianti ormai dissolti.
Amano.

Anathea
Settembre 2001 dedicated to Luca

Momenti, sono solo momenti… Fuggevoli momenti, in cui si manda al diavolo ogni convenzione, per riuscire a sentire, sentire davvero, buttare dalla finestra tutti i “non dovrei” e i “non potrei”, per vivere appieno ogni attimo. Perché quando ci si sveglia da quei momenti, l’attimo è passato, non resta altro che un retrogusto che ancora profuma di Lui, sa di quel bacio con cui ti ha lasciato, sa di quel tuo sapore che presto tornerà ad avere il sopravvento. Non vorresti, dimeni quei pochi pensieri che restano, perché dopo questi Momenti, non resta altro che un vuoto pieno. Un Vuoto che merita maiuscole. Ma tutto passa…
E’ passato questo momento, è passata questa poesia, scritta da una bambina un poco fragile che si è sentita donna e che ha iniziato a lavorare di fantasia per descrivere in questi versi un Sogno. Il suo sogno. Il Loro sogno. O semplicemente il sogno che avrebbe voluto condividere con Lui, per farlo Loro.
3 genn. 04

Fine… – pixel, su cellulare

28 Gennaio 2004 1 commento


Tirava vento e mancavano le margherite quando la parola “fine” è apparsa davanti a me. Fine… No, non è fine, ma solo arrivederci: sono pronta a sdraiarmi su un prato senza fiori -perchè è gennaio, perchè di fiori non ne restano- e restare con lo sguardo in su. Sono pronta a fingere di essere un piccolo essere insignificante se nell’Universo, ma avrò uno sorriso beffardo dietro a tutta questa malinconia di essere sola: mi librerò nella consapevolezza della mia individualità. Lì guarderò le caratteristiche che mi rendono diversa da te, da mia madre, da mia nonna, da chiunque: mi liscerò le pieghe della giacca, perchè non posso mostrarmi scomposta e irrequieta. Asciugherò le lacrime, prima che una formica rossa resti annegata nel suo zampettare incosciente. Forse, quando avrò terminato, anche l’inverno sarà scacciato dalle brezze leggere di primavera, pronte a cercare tra i miei capelli un po’ di morbidezza. Spiacente, non ho morbidezza: non dopo aver trascorso troppo tempo su questa terra dura sotto la schiena. Ma, se la primavera saprà accontentarsi della mia offerta, troverà sotto i nodi ispidi, una pelle dolce e ferita che si ritrova cicatrici vecchie di mesi. Allora, allora aprirò la lampo e abbandonerò la giacca al vento; avrò solo un leggero abito di seta che mi porterà sapori d’estate tra i denti e sabbia tra le mani.
Ma adesso resto sul prato. Sto sdraiata su questa terra dura e domando all’inverno di passarmi addosso, con quel po’ di riguardo che si ha per un amico di vecchia data.

23 genn. 2004 In ricordo del 10 gennaio

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Da "Saiman Night"

24 Gennaio 2004 2 commenti


When the moon on a cloud cast night Hung above the tree tops’ height You sang me of some distant past That made my heart beat strong and fast Now I know I’m home at last
da Saiman night by Loreena McKennitt

Prima che i fumi mi ottenebrino questultimo presente, prima di scendere in questo lungo tunnel che ancora usiamo chiamare oblio, lascia che arrivino a te le ultime mie parole di stanotte. Sorridono nuvole di droga, sinnalzano lente e voluttuose in questa notte sacra: è Saimane, e tu dove sei? Straniero, il mio cuore simpietrisce stanotte, mentre lente e sinuose le coppie cominciano a staccarsi dalla folla, rincorrono con solennità la libertà che un avvallamento attorno alle colline può loro assicurare, si fanno silenti e rade le risa, mentre la natura stessa si confà allamore notturno Aspiro ancora un po di fumo e lascio che entri forte, forse troppo e tossisco. Larmonia non viene spezzata nemmeno dalla mia interruzione sgradita, continuano i canti, alternati a gemiti e a sottili grida dalle colline vicine: riecheggia lamore, quellamore che tu hai definito barbaro, così strappato dal matrimonio. Eppure, tra queste colline, anche tu hai cercato di rincorrere le mie vesti che, bagnate nellacqua della fonte, assumevano trasparenze pallide e abbozzate. E ti ero fuggita dalle braccia, perché non volevo gettare nella felicità di pochi attimi tutti i valori del mio popolo, del mio passato.
Sento unarpa che incrementa i suoi pizzichi e muove laria con una passione e una sensualità tale da aumentare leffetto della droga. E lascio cadere la testa allindietro, tra le scapole, crolla ovunque il collo e percorre semicerchi violenti, improvvisi sulle onde della musica. Vorrei abbandonarmi anchio, so che lintontimento di questi momenti sarà presto sostituito da un gran desiderio di aprire le mie braccia e ballare attorno al fuoco, invocando i miei dei e disperdendo con i passi di danza quellenergia che sento percorrermi dentro. Davanti a me le fiamme divorano i ceppi, ma hanno troppa legna di cui sfamare le loro insaziabili fauci, continuamente aperte sul buio. Non vedo al di là, ma i sensi sembrano essersi affinati e la stessa erba che ho tra le dita assume unaltra ruvidezza, unaltra natura. Sola, senza nessuno attorno eccetto i musici, comincio ad alzarmi con calma, perché mi sento barcollare e questo stato di incoscienza mi eccita e mi spaventa insieme. Ce lho fatta, sono in piedi.
Mi manchi, mi manchi Lo ripeto forte, e canto una vecchia canzone che era solita dedicare mia madre a mio padre, nelle notti dinverno, quando era convinta che noi bambini non sentissimo quel suo sussurrare. Domani chi giaceva nei pressi del falò diffonderà la notizia della mia canzone di perdizione, ovvero di un amore perduto prima ancora di averlo. Non mimporta: so che in nessun presente potrei abbracciarti come avevo provato quel giorno. Doveri, doveri e tradizioni mi hanno bloccata: sotterro ora i principi che i sacerdoti dIrlanda hanno imposto a noi fanciulle e canto quanto ti vorrei. Il lino grezzo sfrega fastidiosamente la pelle, così premuta contro il vestito elegante, lo stesso che uso nei riti da troppe lune per essere adatto alla mia corporatura. Tu sei lontano, non conosci quanto il mio corpo sia cambiato, quali fattezze di donna abbia ormai assunto, né puoi sapere se in questa notte anchio non inaugurerò la mia vita di donna, lasciando la fanciullezza alle spalle Sorridi, anchio non lo so Ma sento che ormai la droga distoglie ogni mia opposizione, le pupille si abituano ai fulgori del fuoco e resto lì a danzare, sola La solitudine si affaccia logora alle porte della mia danza, ma prontamente la droga inizia a lasciarmi sempre più annebbiata la vista, mi sembra di traballare e di cadere a terra. O forse è così. Non so, perché il calore del fuoco è sempre più caldo e il rumore dei rami ardenti mi rimbomba nella testa: la sua forza mi fa paura Forse è la fine, penso senza più timori: se finirò qui, ora, domani verrò trovata con un rivolo di sangue che cola dal labbro posso sentire ora un sapore amaro in bocca , supina sullerba, con il viso rivolto al sorgere del sole. No, sento due braccia che mi sollevano con la prepotenza e la dolcezza di chi sa abbracciare una donna, ma non ho abbastanza energia per riaprire gli occhi, proprio non ci riesco. Mi impongo di restare calma, mentre lo sconosciuto mi tampona il viso con un telo bagnato, ma il cuore batte forte, troppo forte e anche il mio soccorritore lavverte, perché siamo lui ed io soli, persi in questo bosco che non mantiene più nulla di rassicurante con i suoi rumori notturni. Lentamente, quasi con dolore, riesco a focalizzare la scena: e vedo un lungo abito addosso ad un giovane prestante, riconosco i simboli che reca sul petto tatuato e comprendo subito che si tratta di un sacerdote della foresta, accostatosi ai fuochi di Saimane forse per ringraziare la terra dei frutti di questanno, o forse perché è restato attratto da qualche fanciulla. Ecco, sta tornando da me e reca in mano una ciotola di terracotta, in cui fluttua un liquido scuro, dallodore dolciastro. Il giovane mi impone di berlo, senza nemmeno dirmi una parola, ma posso avvertire il contatto vigoroso della sua mano dietro alla testa, mentre mi aiuta a bere.
Sono quiiii. sussurra piano, mentre i miei occhi si posano nei suoi, così stranamente allungati, inquietanti e rassicuranti a seconda dello sguardo che ti potevano lanciare Sono qui, per te.
Sì, lui è qui per me, posso avvertire un brivido nuovo percorrermi mentre bevo la pozione, mi si sciolgono i muscoli e si rinnova lenergia, data dalla droga sconosciuta che mi riporta in uno stato di irrealtà. Mi sembra di volare lontano, mentre mi lascio avvicinare dal giovane e sento la sua bocca sul mio viso. Cadiamo a terra, ma quasi non avverto contatto con lerba, tutto si disperde nel desiderio delle sue labbra, del suo corpo. I miei occhi cadono continuamente sulla sua tunica scostata, sul suo petto che si intravede tatuato, sui muscoli guizzanti che si muovono mentre mi stringono E tutto sfuoca e riemerge, in questa notte sacra si profana lidea di donarmi a te solo, ma si consacra la mia nascita celtica. Addio, straniero, appartengo alla mia terra e la possiedo.
Anathea
4 lug. 03
h. 12.00

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Prima di Natale – realismo su canapa

23 Gennaio 2004 Commenti chiusi


Tra qualche ora è Natale… E io sto qui, con Fabrizio De Andrè che canta “Andrea s’è perso, s’è perso nel bosco…” e non so più nemmeno se ho i capelli raccolti oppure no. Strano gioco di specchi: dopo 16 anni passati a fare la bambina, sono ormai due anni che mi trovo al di là della barricata. Attendo con calma che Elena vada a letto, aspetto di sentire i suoi piedini e le risatine di bambina di sette anni, aspetto che apra la porta e la sua voce si perda nel corridoio. Poi sospiro, scendo le scale con passo felpato e resto in ascolto: di sopra, nell’altro appartamento, tutto è silenzio. Bene, non devo fare altro che accendere le luci, salire in soffitta, prendere i regali e cercare di non fare rumori sospetti mentre scendo le scale e mi apro le porte. Devo essere calma, non farmi prendere dal panico, anche se il buio mi mette paura, come è sempre stato, come è stato da 18 anni a questa parte… Ma ormai sono passata al di là della barricata. Non mi resta che organizzare la tavolata dei regali, sperare che Elena creda ancora che sono stati portati da Babbo Natale e che lui glieli abbia sistemati sul tavolo, in scala di colore o di dimensioni… Glielo voglio lasciar credere. Almeno finché può.
Un giorno passerà anche lei al di là della barricata.
Mi raggiungerà e allora, con un po’ di nostalgia, guarderemo gli occhietti vispi dei nostri figli che attendono i regali. “Un tempo anche noi” mi dirà lei a mezzavoce.
“Proprio così”…

Proprio così.
24 dic. 03 h. 21.40

La tua fuga – la mia attesa

21 Gennaio 2004 2 commenti


Chissà… Chissà se mi stai sfuggendo anche tu… Non sento la terra in questa notte, le ciabatte mi isolano dal pavimento, gelido come il tuo non chiamarmi così ostinato. Mi sembra di vedere le tue dita che stringono la sigaretta e se la portano alle labbra, mentre l’altra mano va a cercare il telefono e compone un numero. Il mio numero. Ma non aspetti nemmeno che suoni il mio cellulare, butti giù la chiamata ed aspiri più forte la nicotina che ti brucia dentro e ti lascia a guardarti, sprezzante, in una vetrina chiusa. E io sono qui, a casa, aspetto ad andare a letto per leggere Kundera, perché sento che continuerei a richiudere le pagine, senza riuscire a sentire cosa realmente stia succedendo ai personaggi. Mi sento un po’ personaggio, sai?… Personaggio di un autore che vuole continuare a scrivere, ma che non si accontenta di quotidianità: desidera esiti continuamente romanzeschi. Non sono un’eroina, non sono nemmeno così coraggiosa da prendere la forte iniziativa di ricominciare da capo, sconvolgendo gli stilemi tipici di donna debole. A dire il vero, mi sento un po’ vittima di questo sistema di narrazione, mi vedo sdraiata sul foglio, nuda agli occhi dell’autore, con lo sguardo verso la penna che sta per tracciare la mia sorte. Guardo questa spada di Damocle che mi pende sulla testa con la sua cannuccia d’inchiostro mezza vuota e attendo che il colpo cali sulla mia natura ancora da scrivere, sulla mia pelle ancora da rivestire… E, se l’autore scriverà che anche tu mi devi sfuggire, allora mi ribellerò alle sorti che mi hanno resa personaggio passivo di un romanzo che non parla di come mi vorrei, ma soltanto di come sono. Resterò in ginocchio sulla dura grana della carta e rimpiangerò un foglio di pergamena da cui sia facile trovare la fuga…

H. 21. 59
4 gen. 04

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Momenti – indelebile su tela, 2004 -

21 Gennaio 2004 Commenti chiusi


Momenti, sono solo momenti… Fuggevoli momenti, in cui si manda al diavolo ogni convenzione, per riuscire a sentire, sentire davvero, buttare dalla finestra tutti i “non dovrei” e i “non potrei”, per vivere appieno ogni attimo. Perché quando ci si sveglia da quei momenti, l’attimo è passato, non resta altro che un retrogusto che ancora profuma di Lui, sa di quel bacio con cui ti ha lasciato, sa di quel tuo sapore che presto tornerà ad avere il sopravvento. Non vorresti, dimeni quei pochi pensieri che restano, perché dopo questi Momenti, non resta altro che un vuoto pieno. Un Vuoto che merita maiuscole. Ma tutto passa…
E’ passato questo momento, è passata questa poesia, scritta da una bambina un poco fragile che si è sentita donna e che ha iniziato a lavorare di fantasia per descrivere in questi versi un Sogno. Il suo sogno. Il Loro sogno. O semplicemente il sogno che avrebbe voluto condividere con Lui, per farlo Loro.
3 genn. 04