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Archivio Dicembre 2003

Da "La chimera" di Vassalli

26 Dicembre 2003 Commenti chiusi


Si levò dal collo una medaglietta d’argento che portava appesa con una strisciolina di cuoio, la mise al collo di Antonia. Le disse: “Undenchen! Recuerdo”. Andò a mettersi in fila insieme agli altri. Proprio in quel momento si stavano avviando verso la loro ignota destinazione e i due musici, invisibili nel gruppo, cominciarono a suonare qualcosa di molto diverso da ciò che avevano suonato prima; una melodia che sembrava alzarsi direttamente dalla terra mentre l’oro si allontanavano nel buio, e che parlava d’un’altra terra di pianura, di foreste, di nebbie Erano già tutti fuori del villaggio quando risuonò un ultimo grido: “Lebe vol, An-tòina! Lebe vol!” (“Addio!”)
Tratto da “la Chimera” di Sebastiano Vassalli
- pag. 168 Edizione Einaudi Tascabili

Un breve tintinnio di questa musica mi ha riportato alla mente il sonaglio che da bambina ero solita scuotere: la chiamavo “canzone”, ma non avrei mai indovinato che questa parola in futuro mi avrebbe lasciato altre sensazioni sulla pelle. In quel momento mi percorreva ancora il tuo sguardo, Hans, il tuo sguardo che mi accarezzava nella prima notte fremente d’estate, ancora appoggiata alla frescura primaverile. Al sopraggiungere della notte, una brezza insolita correva forte sulla mia pelle e m’è bastato voltare lo sguardo per riconoscere la tua divisa. Se non fossi rimasta pietrificata dalla tua bellezza, forse mi sarei messa a ridere per quei buffi pantaloni a righe verticali bianchi e rossi.
Ammutoliti i presenti, la tua mano tesa è andata ad avanzare presso il mio scialle da contadina, annodato alla bell’e meglio sul vestito di lino grezzo. Mi sentivo strana, percorsa da strani brividi che profumavano di emozioni che restavano nascoste tra i tuoi capelli biondi. Se solo l’aia non si fosse così radicalmente zittita e le chiacchiere delle comari avessero preso forma di sussurri, allora mi sarei avvicinata a te, forse senza neanche presentarmi (sarebbe stato doloroso scoprire che non mi avresti mai compresa). Prima ancora che l’orologio della chiesa scandisse le dieci, avrei intrufolato la mia immagine nei tuoi pensieri, incancellabile, e l’avresti portata con te nella tua prossima battaglia.
Invece, hai battuto con la mano sul tuo petto che ha risuonato forte; “Hans”, hai scandito. Ho fatto la stessa cosa con me, ma Antonia non riuscivi a pronunciarlo, se non come “An-tòina”. Mi intenerivano i tuoi sforzi per chiamarmi come ogni altra donna del paese, temevo che avresti presto imparato, così da privarmi di questa strana pronuncia che mi era apparsa quasi famigliare. Sì, il mio nome nella tua bocca aveva assunto nuove peculiarità che nella mia vita di semplice contadina, nota nei dintorni per la fresca bellezza, non aveva mai potuto sentire. Mentre il fuoco nelle lanterne scoppiettava e pochi grilli sembravano non apprezzare il silenzio notturno, una musica gitana portata dai tuoi commilitoni ha aperto le danze. E noi eravamo ammutoliti, fermi in mezzo all’aia, dove già coppie di miei conoscenti e vicini iniziavano a ballare. Il timore di essere inadeguata, la sincerità del tuo giovane sorriso e quella barba tagliata da poco che già ricresceva, segno della tua floridezza, mi lasciavano lì ferma e immobile. Con un sorriso aperto e alcun dubbio in merito, hai dischiuso le labbra e hai canticchiato la melodia in quel tuo tedesco che mi attorniava di suoni sconosciuti e affascinanti nella loro apparente asprezza. Non prestavo quasi attenzione ai passi, rischiando di perdere il ritmo e di schiacciarti i piedi, ma qualcosa in me sembrava relegare la catena dei miei ricordi ad una piccola parte di me, lasciando che il mio corpo seguisse il ballo. Uno, due, tre La notte stava scendendo anche su queste fiaccole abbozzate ai contorni dell’aia, mentre la tua vicinanza mandava bagliori inusuali. Sembrava che il buio ti succhiasse i lineamenti, per poi liberarli in sprazzi di limpida visione: nelle labbra che si stringevano e si rilasciavano avrei allora posato una rosa, un fresco bocciolo che ti si sarebbe premuto imberbe contro i denti bianchissimi. Ed io, spettatrice, avrei provato invidia del fiore, senza denudare la mia gelosia, sarei rimasta ad osservarti.
Ancora la musica mi riportava in un mondo tuo che io non conoscevo e ne restavo drammaticamente sorpresa. Piano piano le parole sembravano assumere significati figurati che mi parlavano della tua terra, della tua vita passata: erano luoghi in cui parimenti non avrei mai potuto viaggiare. Sentivo il dolore che la tua partenza così prematura mi avrebbe lasciato dentro, tra questa effigie dei tuoi occhi che già precorreva i tempi e quella sensazione che tra noi non ci sarebbe stato solo un ballo sull’aia. Quasi consapevoli del nostro mancato futuro, mi hai presa per mano e ci siamo allontanati dal centro della pista, per sederci su quelle lunghe panche che avevo dovuto pulire per voi soldati prima che il sole tramontasse. Il cuore mi batteva forte, come quando avevo sorpreso un cinghiale affamato a pochi passi da me, il mese scorso. Ti sei percosso ritmicamente il torace con il palmo della mano aperto, proprio a comunicarmi che non ero sola nelle mie emozioni. Forse nervosamente, forse già nostalgici, abbiamo sorriso di quella condivisione silenziosa.
“An-tòina” hai sussurrato e non sapevo quale preghiera stesse per nascere tra le tue labbra. Volevo solo che mi chiamassi ancora.
Come un bambino troppo cresciuto per essere rassicurato, hai abbandonato il capo sulla mia gracile spalla che già scottava per il sole. Il contatto mi ha riportato tra le tue palpebre socchiuse, vi ho scorto le battaglie e i morti, le ferite che ogni tanto tornavano a tormentarti, i troppi compagni lasciati sul campo, le croci anonime che ancora riempivano intere campagne Non sapevo come alleviare il tuo dolore, né se doveva essere alleviato: forse volevi solo raccontarlo in quella notte buia, lasciarmi capire che i tuoi occhi chiari non rispecchiavano affatto la limpidezza del tuo animo, troppo percosso dalle passate esperienze. Ho accarezzato piano il tuo viso e le mie dita andavano a pungersi della tua barba: non avrei mai smesso.
Implacabile e stridulo, si è alzato il grido del tuo capitano, già richiamava te e i tuoi compagni, dovevate schierarvi in fretta, per poi lasciare per sempre la mia pianura. Lo sapevo, ma non riuscivo a risparmiarti il mio sguardo supplice. Sorridevi di tristezza stavolta, con la tua mano che cercava di addomesticare i calli che le fatiche agresti avevano lasciato sulla mia pelle adolescente. Sentivo con quale nostalgia si avvinghiava a noi l’ultimo addio, non avrei avuto che un immagine di te ed un’ultima stretta di mano. Troppo affettuosa per essere moto di sola gentilezza.
Quella sera era un anno esatto che te ne eri andato e ancora adesso stringevo tra le mani la medaglietta di argento che mi avevi lasciato prima di andartene: Hans, non conoscevo altro di te, ma ero certa che ce l’avrei fatta. Mi sembrava di risentire quel tuo grido, pieno di tutta la disperazione di un amore bruscamente separato: “An-tòina! An-tòina!”. Lo ripetevi con ardore, mi era tanto rimasto nel cuore che ancora lo sentivo nelle orecchie. Di soprassalto, quasi spaventata, ho scrutato nelle tenebre per cercare l’ennesima prova del mio mal d’amore. Schiusa dai miei pensieri, ho avvertito musica tedesca, chitarre e violini affaccendarsi nella valle per scuotere l’afa estiva: sembrava la tua voce, la canzone di quella notte Sola pur in mezzo a tanta folla di miei compaesani, sapevo di potermi silenziosamente commuovere, se solo avessi avuto la certezza di sapere che eri davvero tu, Hans! Incredule fiaccole in lontananza e una voce si apriva la strada: “An-tòina, An-tòina”.
Mi sono svegliata accaldata, con brusche lacrime lungo il viso Era passata un’altra notte, un altro anno, ma ancora le speranze non trovavano morte, tornavano nel sonno, dove sapevano che non sarei mai riuscita a scacciarle con nessuna distrazione

Anathea
25 giugno 2003
h. 11. 46

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