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Archivio Settembre 2003

Da "Iris" alla mia prosa

24 Settembre 2003 2 commenti


?tra le tue poesie ho trovato qualcosa che parla di me, le hai scritte tutte col blu su pezzi di carta trovati qua e là? di B. Antonacci ?Iris?

Con silenzioso dolore, passavo in rassegna pile di fogli sulla tua scrivania: conti da pagare, ricevute fiscali, lettere di parenti e amici, tuoi tentativi di racconti, ricerche con frasi sottolineate. Qualcosa cercava di attirare la mia attenzione continuamente rapita dal tuo non averti più qui, dal saperti lontano d?ora in poi: troppo giovane, con ancora tante emozioni da condividere, la tua anima ha deciso di prendere il volo e di lasciare il tuo corpo dissacrato da animali selvaggi in qualche radura africana. La notizia che ancora adesso mi affaticava ogni movimento era arrivata un paio di giorni prima: tu e il tuo compagno di viaggio, un altro ricercatore, dispersi in Africa. L?aereo che vi aspettava era rimasto nella valle prestabilita fino alle prime fioche stelle e poi il pilota vi aveva mandati a cercare. Di voi, soltanto qualche vestito trasportato dalla corrente e nient?altro che la sofferenza del quotidiano egoismo che mi spinge a sentirti lontano da me.
Mi avevano avvisata il giorno seguente che era scaduto l?affitto del tuo appartamento abbarbicato vicino al faro e dovevo venire a liberarlo da ogni tuo oggetto personale. Che insensibilità! Ancora quasi non riuscivo a reggermi in piedi senza piangere e ricadere e quelli pretendevano che vuotassi la casa? Il primo pensiero fu di incaricare qualche amica di farci carico di quell?oneroso impegno, ma compresi dopo un attimo che non era possibile: c?era quella stanza in cui tu scrivevi sempre chiusa a tutti, persino a me, ne portavi sempre la chiave al collo e dicevi che da qualche parte, nascosta, ce n?era una copia. Non appena mi invase senza pietà il profumo di salsedine che imbrattava di mare il tuo appartamento, temetti che fosse stata una pessima idea spingermi fino a lì da sola, in auto, senza avvisare nessuno. Invece, lentamente ripresi il controllo della situazione e mi soffermai a guardare i tuoi giornali sui viaggi appoggiati alla credenza, le nostre foto appese alla parete, vicino ai vari tipi di nodi che tu, da bravo marinaio, avevi imparato. C?erano dei fiori un tempo freschi sulla tavola che ormai ricascavano sul bordo blu del vaso e avevano abbandonato i petali sul legno. La tuta da sub stava ancora miseramente accartocciata su una sedia e la maschera era incrostata di sale.
Sapevo che la tua partenza era stata improvvisa, ti avevano informato del viaggio proprio la sera del nostro anniversario: sei mesi insieme. Non avevamo festeggiato neanche quel mattino quando, tra tensioni legate al mio studio, avevamo bisticciato ed ero uscita sbattendo la porta. Quanto vorrei ritornare a fare ammenda prima di saperti volteggiare nel cielo dell?Africa! Invece, non mi resta che attutire i sensi di colpa con la serie di imprevisti quotidiani che mi vedevano impegnata nel tuo appartamento, con cartoni da riempire di tuoi oggetti che ancora non sapevo dove portare. Cominciai dalla cucina e non ci volle molto a riscoprire la vecchia teglia che ti avevo lasciato per i tuoi esperimenti culinari, il mestolo con cui ti avevo goffamente minacciato il giorno del nostro primo litigio. Riposi tutto con cura e non ci misi molto a riempire il primo scatolone e poi lo caricai con fatica nel capiente bagagliaio della mia vecchia station-wagon. Staccai con lacrime brucianti le foto dalla parete, carezzai la tua immagine che temevo si dissolvesse irreparabilmente in me e cullai la mia malinconia di saperti lontano e inaccessibile. Ogni movimento era troppo lento per essere veramente utile, ma anche desiderando di scuotermi, non potevo impormi qualcosa che non sentivo davvero.
Uno, due, tre gradini ed eccomi nella stanza da letto? Ricordavo quando ti eri ammalato all?inizio dell?estate e passavamo ore a contare le zanzare che si appoggiavano al soffitto, sempre controllando se la tua febbre stesse calando. Avevi ancora lenzuola azzurre, abbinate alla camera, con quel risvolto profondo che mostrava la fantasia a rovescio e c?erano pieghe che aveva lasciato il tuo corpo? Mi accostai al letto, in ginocchio davanti a tanti pensieri che mi conturbavano fino a togliermi il fiato. Non ti avevo più, non avresti più potuto avermi? Un attimo di distrazione forse, un piede che scivolava e tu e il tuo amico siete caduti nelle rapide di qualche fiume troppo azzurro limpido per sembrare un assassino. Ma lo era, lo era profondamente e ne era conscio del male che vi stava facendo, che ci stava facendo. Piansi senza pormi limiti inutili che non sarei riuscita a contenere, lì nessuno mi ascoltava, nessuno mi vedeva e potevo immergermi nel mio dolore senza pensare allo stupido decoro che mi aveva trattenuta in faccia a chi con false parole era lì per consolarmi. Sia chiaro, apprezzavo la loro presenza, il problema tuttavia era puramente mio e non potevo che essere io stessa a risolverlo.
Nel turbinio di ricordi e speranze che andavano silenziosamente soppresse prima che facessero altri danni, svuotai il tuo armadio riconoscendo ogni vestito che andavo a mettere via in una delle valige che usavi sempre per viaggiare ma che, stranamente, avevi scelto di lasciare a casa per questa missione. Non mi sforzavo neanche di cercare inspiegabili misteri nascosti dietro alla tua partenza, né mi proponevo di trovarne. Arrivai alla porta della stanza che tu tenevi sempre chiusa: la chiave era nascosta proprio sul fondo di una delle tue valige e la riconobbi per quel barlume di luce argentea. Non era facile varcare quel regno ignoto che ti eri creato per isolarti dal mondo, ma dovevo entrarvi, rompere la pace che negli ultimi giorni aveva sentito mestamente la tua assenza. La chiave, come prevedevo, girò nella toppa senza alcuna grande pressione della mano e accarezzai con i polpastrelli lo stipite in rilievo della porta: stavo per violare la tua solitudine? La stanza non era affatto come me l?aspettavo: regnava sì un grande disordine, ma nelle pile di fogli e carta sparse ovunque c?era una logica sconvolgente. La tua piccola scrivania chiara era tanto sommersa da non poter distinguere il colore originale del legno, se non dopo aver tolto con attenzione i fogli. Compresi che il gesto più onorevole sarebbe stato cancellare ogni traccia di quei tuoi lavori segreti, ma la curiosità era tanta e forse non era neanche quello il tuo desiderio. Dopo un po? di remore, decisi di lasciare separati i fogli e portarli a casa mia così com?erano: se mi fossi accorta dalle prime righe che si trattava di scritti molto personali, li avrei cestinati subito. Su quel piccolo armadio a muro, tuttavia, stavano appesi dei foglietti- memo che attirarono i miei occhi: erano a volte strappati, pieni di cancellature, scritti con quelle solite penne blu di cui ti circondavi. Erano parole d?amore forse? Mi avvicinai con il terribile presentimento che fossero dedicati a un?altra donna: le date erano varie, ma partivano dal giorno del nostro primo incontro, quando il tuo giornale di fotografia era caduto accidentalmente in una pozzanghera davanti ai miei piedi, alla fermata del bus. Lessi lentamente, quasi con paura, ogni parola delle poesie: ero io il tuo destinatario, l?oggetto e anche l?aspirante pubblico. Con attenzione rimossi ogni piccolo foglio dall?armadio e lo portai con me: l?ultima stanza era anche stata l?ultima traccia visibile di te, anzi, di noi. Chiusi con un rumore straziante il tuo appartamento e girai nella mano le chiavi che mi avevi regalato con quel buffo portachiavi a forma di lumaca: mi accusavi sempre di essere ritardataria. Triste, ma sperando che ogni descrizione di te venisse confermata dai tuoi stessi scritti, salii in macchina e presi a guidare con la malinconia di mille ricordi che si insinuava senza rispetto tra i meandri del desiderio puro e incontaminato di riaverti accanto.
Quella sera lacrime stanche di essere disperse sulle lenzuola ormai bagnate ti dissero addio, ma non c?era che una consapevolezza sopita che quelle parole scritte per me aspettavano da tempo di essere lette.

28 ago. 02
h. 19.40

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